LE TERME DI CARACALLA.

“Andiamo alle terme di Caracalla.”

“Andiamo; si può passare vicino al Circo Massimo.”

“E attraversare il Campo Scellerato.”

“E veder l’arco di Giano.”

“E la Cloaca Massima.”

Niente di meno! Ponete d’essere due amici a far questo dialogo, e ditemi

se non c’è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a

rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le

venerande rovine.

Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei

monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c’era stato

detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra

curiosità e ogni altro pensiero.

— Vi faranno più impressione del Colosseo, — ci aveano detto molti. Noi

non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n’aveva fatta

moltissima, e perchè l’idea prosaica che in fin dei conti le terme erano

uno _stabilimento di bagni_, come si diceva scherzando, ci teneva in

freno l’immaginazione.

Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi

romani, quand’era proibito al genero di fare il bagno in presenza del

suocero, colla licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sporgere

dall’acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli

spruzzare i senatori, e l’imperatore tuffarsi nella _natatoria_ in mezzo

ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre

sui capi stillanti i _crines suppositi_, e ungere le membra d’unguento.

— Le terme, signori, — dice a un tratto il cocchiere.

Una gran muraglia nera e una gran porta, è tutto quello che mi ricordo

della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a

qualche cosa di straordinario e di grande non resta mai distinto nella

memoria. La porta s’apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo

una voce che dice: — Qui v’erano le celle pei signori romani che non

volevano bagnarsi in pubblico. — Non si guarda, si va innanzi altri

pochi passi, ci siamo.

Guardiamo un pezzo in silenzio.

Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro

dirimpetto a noi v’è una gran porta per cui si vede un altro campo. In

fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si

vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che

sembra chiudere l’edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le

prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e

silenzioso come una città abbandonata. Guardiamo in terra: v’è ancora in

un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto

ieri. In alcuni punti il terreno si alza, in altri si abbassa. Vicino al

muro v’è un tronco di statua. Accanto alla porta alcune nicchie vuote.

— Qui c’era un grandioso porticato, — dice uno. Non ve n’è più traccia,

andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo

campo. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto e

silenzio. Oh! eccoci nel centro dell’edifizio. Di qui si capisce

qualcosa. Vediamo.

Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere,

scalcinate, solcate da larghe e profonde screpolature, che serpeggiano

dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto travedere l’esterna

campagna. Alte e leggere vôlte, somiglianti a cupole di chiese, rotte a

mezzo della loro immensa curva, e terminanti in punte, in lingue, in

tronchi d’arco prolungati e sottili, che minacciano rovina. Qua e là

enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man

mano digradanti in grossezza dal basso all’alto, fino a disegnarsi nel

cielo smilzi e snelli come obelischi. Porte e finestre sformate,

squarciate agli spigoli come dall’uscita forzata di un corpo più grande,

e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri. Scale coi

gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come

da una mano rabbiosa. E via pei muri fori d’ogni forma, e incavature

larghe e profonde, di cui non si scerne la fine, e vestigia interrotte

della commessura dei piani, e traccie di porte, di nicchie, di pareti,

di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a codeste rovine gigantesche,

larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali,

coperti ancora dell’antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di

colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di

capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come

crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, l’erbe e i

fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il

varco a traverso pavimenti marmorei, risaluta il cielo e la luce, a lei

per tanti secoli e da sì formidabile strato contesi.

Si guarda e si pensa. È tristo, è penoso lo sforzo che si fa per

ricostrurre nella mente nostra l’intero edifizio. Quegli avanzi non

bastano; sono troppo rotti e sformati. Si segue coll’occhio la curva

d’un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella

direzione d’un andito, e il profilo d’un pilastro ci sfugge; ci

sfuggono, a misura che si disegnano, le linee, e colle linee le

proporzioni, e colle proporzioni l’effetto, che sarebbe immenso,

dell’assieme. Quegli avanzi son come le note interrotte d’una musica

lontana, che s’indovina e non si gusta. — Se ci fosse qualcosa di più, —

si pensa; — se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci

fosse questo vuoto, se là rimanesse ancora quell’atrio, quante cose se

ne potrebbe argomentare e capire! che peccato! — E più e più volte si

ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono

di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove

mena? Si corre con grande curiosità, si guarda; che stizza! la scala è

troncata a metà. Si vede l’imboccatura d’un andito: diavolo, dove

riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca

l’occhio sulle volte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso

mai ci restasse un po’ di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi:

nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei

portici stupendi che cingevano l’edifizio centrale, nulla delle enormi

colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel

poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale dal

centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava,

là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui

doveva scendere l’acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del

terreno, si tien l’occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero

ancora le statue, si entra nelle celle dove l’immaginazione è più

raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? nulla,

ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d’aver molto guardato.

E il pensiero s’immerge nel passato.

Animo, rifacciamo queste mura, e su di esse i grandi dipinti fantastici,

e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i

capolavori dello scalpello antico, l’Ercole, la Flora colossale, la

Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di

porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in

fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila

Romani in preda all’ebbrezza dei piaceri. L’aria è profumata. Cadono

nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate

sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillanti di perle.

Dall’acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà.

Sull’orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i

vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le

musiche e i canti dei cenacoli; le grida del popolo plaudente ai

giuocatori risonano dalle gallerie; e s’odon le voci dei poeti che

declamano i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi

dell’edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli

candidi, e passano, salgono, scendono, s’incontrano senatori canuti e

dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si mescono in un

vocìo confuso tutte le lingue ed in un diffuso splendore tutte le

ricchezze del mondo.

Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po’ d’erba selvatica, e

silenzio.

Poter rivivere un istante quella vita, o vederla vivere un istante,

trasvolando, con un’occhiata, a traverso un velo!

Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei

gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll’avviso: — È

proibito di fumare. — Invece delle grandi piscine, la tinozza dove si

sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e invece delle musiche

dei cenacoli, il campanello per la biancheria.

Eravamo nell’ultima sala, o campo (chè non v’è più tetto) quando il

silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una

voce: — _Veni cà._

Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d’un muro

altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella

veduta che gli si offriva all’intorno.

Alcuni soldati vicini a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici.

Altri esperimentavano l’eco gridando dei comandi militari. Più in là

v’era una signora con un ufficiale.

Salimmo anche noi dov’era il soldato. La scala è aperta, se ben mi

ricordo, in un pilastro. È una scala larga e comoda; ma infinita.

Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l’ultimo; ma

guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz’altezza.

Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s’innalzassero a

misura che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d’esser saliti

tanto. Da quel punto, abbracciando collo sguardo una gran parte

dell’edifizio, potevamo formarci un più adeguato concetto della sua

grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che

pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava

la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma

fatti pochi passi, ed accortici che mancava il soffitto, si dovette

tornare addietro. Si scopriva di là tutta la campagna romana del

mezzogiorno; si vedeva il monte Testaccio, i deserti _prati del popolo

romano_, la basilica di San Giovanni Lateranense, e uno sterminato

acquedotto.

Si scende, si torna verso l’uscita, di sala in sala, di rovina in

rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono

altre mura e altre porte lontane. Ad un tratto, voltandoci a sinistra,

vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz’erba,

sparso di marmi. Ci avviciniamo; son pezzi di statue. V’hanno delle

teste enormi colla fronte e gli occhi levati in alto, che dovevano

sorreggere qualcosa; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto

un mucchio di teste di dèi, di soldati, d’imperatori, di vergini, tutte

mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che

tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi

d’ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti

questi marmi lasciati così in terra e disposti con un certo ordine,

danno a quel luogo qualcosa dell’aspetto d’un camposanto; quelle teste

paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero.

V’è fra le altre cose, una manina di donna colle dita tronche e un po’

di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e

lontana da tutti gli altri rottami. È singolare: desta quasi un

sentimento di pietà.

Uscimmo senza parlare. Tale è l’effetto che fanno le terme: la gente

entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si

badano, tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Tornando in

città ci parve d’entrare in un mondo nuovo. Io pensavo alla strana

impressione che m’aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole

piemontesi. Ed avevo sempre dinanzi delle figure, antiche, in

atteggiamenti allegri ed alteri, e ponendole accanto a quelle rovine, mi

sentivo stringere il cuore. E ripetevo quasi macchinalmente tra me: —

Tutto è passato!

Ricordi del 1870-71 · 第 26 / 47 题