Roma, 26 settembre.
Senz’aver veduto Roma è impossibile formarsi una giusta idea
dell’effetto che può fare. E di Roma come di Venezia: la prima cosa che
si fa, appena entrati, è di dimandarsi se si sogna o se si è desti.
Sembra una città guardata a traverso d’una lente che ne ingigantisca i
contorni. Si direbbe che le case, le piazze, le chiese, le fontane, le
scale, le colonne, tutti i monumenti di Roma sono stati fatti da una
razza d’uomini fisicamente il doppio di noi. Noi ci sentiamo piccoli,
passando per queste piazze e per queste vie; ci pare d’esserci rifatti
bambini; l’uomo diventa formica, come dice Victor Hugo. Per guardare il
sommo degli edifici e delle colonne bisogna torcersi il collo; per
vedere il fondo alle piazze ci vuole il cannocchiale; per muoversi, la
carrozza; per non perdere la bussola, un volume di cinquecento pagine
sotto il braccio; per non lasciarsi soverchiare dalla commozione, almeno
un paio di case a Firenze che diano la rendita di cinquantamila lire. È
una città che stordisce; ecco la vera parola. Non mi ricordo chi sia
quell’illustre straniero che, entrando in Roma per porta del Popolo, fu
sorpreso e commosso a tal segno dallo spettacolo della piazza, del
Pincio, delle tre grandi strade, delle chiese, degli obelischi, di tutte
le meraviglie che s’abbracciano da quella porta con uno sguardo solo,
che fu costretto ad appoggiarsi sul braccio del suo vicino. Tale è
veramente l’effetto che fa Roma in quel punto. Il primo bisogno che si
sente è di aver accanto qualcuno da stringergli il braccio e lasciargli
il livido. Se non ci fosse gente intorno, si manderebbe un grido.
*
* *
Io vidi una bellissima scena. I nostri soldati entrarono in Roma per
porta Pia e andarono difilato sino a Montecitorio. Fosse caso o disegno,
non lo so; ma per far quel cammino passarono dinanzi ai più stupendi
monumenti di Roma.
Non mi ricordo il primo entrato che reggimento fosse. Giunge in piazza
di Termini, dove c’è una fontana bellissima. Per chi non ha mai visto
Roma, le sue fontane, così gigantesche e fantastiche, sono una delle più
profonde sorprese. I soldati si voltano, guardano e prorompono in un
lungo _oh!_ che si propaga di compagnia in compagnia, di battaglione in
battaglione, man mano che giungono nella piazza. Chi rallenta il passo,
chi si ferma, chi vorrebbe avvicinarsi. — Animo, animo, — dicono gli
ufficiali, — ci sono altre cose più belle da vedere. — I Romani ridono
al vedere i soldati tanto sorpresi di sì piccola cosa. — Vedrete ben
altro, — dicono, — questo non è niente; andate, andate, vedrete ben
altro. — I soldati vanno innanzi voltandosi indietro ad ogni passo e
discorrendo forte tra loro.
Il reggimento giunge in piazza del Quirinale. Lo spettacolo è
meraviglioso. A destra un palazzo gigantesco; in mezzo alla piazza una
fontana due volte più grande, più bella, più stupenda della prima;
statue, vasca, getto d’acqua, tutto colossale. Si vede in lontananza la
cupola di San Pietro, una gran parte di Roma, monte Mario, il Tevere, la
campagna, un panorama grandioso e imponente. I soldati rimangono
attoniti, senza profferir parola, senza neanco accorgersi delle grida e
degli applausi che li accompagnano; guardano colla bocca aperta e gli
occhi spalancati, come se si fossero affacciati a un mondo nuovo; il
silenzio dura per qualche momento; il popolo tace anch’esso come per non
turbare la dolcezza di quella contemplazione. A un tratto sorge tra le
file una voce altissima: — Viva Roma! — Tutto il reggimento risponde:
Viva Roma! — Andate, andate, — dicono di nuovo i Romani, questo non è
niente, ben altro vi resta da vedere. — Il reggimento continua la sua
strada.
Ecco la piazza di Trevi, la fontana di Trevi. Che cos’è questo? Com’è
qui quella roccia? Di dove scende quel fiume? Chi è quel gigante? I
soldati prorompono insieme in un grido di meraviglia e di gioia, tendono
le braccia, si affollano, si stringono, par che si vogliano gettare
nella fontana. — Viva Roma! — gridano; — Viva l’esercito! — rispondono i
Romani, e di nuovo: — Avanti, vedrete, vedrete. — Ma che si può vedere
ancora di più bello? La fontana di Trevi è veramente prodigiosa, non par
vera, pare una cosa sognata, una cosa da giardino fatato, letta nelle
_Mille e una notte_. — Ah! non ce la volevano dare Roma? — esclama un
ufficiale; eh! ora si capisce. — Come vi piace la città? domandano i
Romani, passando e agitando le bandiere. Cosa rispondere? I soldati non
rispondono che: — Roma! Roma! — Il reggimento va oltre.
Ecco la piazza Colonna, la Colonna....
Soldati e popolo cominciarono a girare attorno alla Colonna; sonavan
trombe, tamburi, grida; v’eran dei Tedeschi e degl’Inglesi con noi, e in
quel momento, commossi anch’essi, ci strinsero la mano dicendo: — ....
Bel giorno! Bei momenti!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .