«Nel contemplare, o signori, lo spettacolo di questo vasto recinto, ove
attorno a migliaia di giovanetti stanno migliaia di cittadini, niuno vi
ha che non senta come sia veramente popolare questa festa
dell’adolescenza e della fanciullezza. Nè ciò farà meraviglia a chi
voglia considerare come in tutti i tempi sieno state popolari le feste
meglio rispondenti ai bisogni, agli affetti, ai desiderii dei popoli. I
popoli, pei quali era condizione di esistenza vincere gli altri in forza
ed in destrezza, traevano affollati e festanti ad incoronare i vincitori
nelle lotte e nei giuochi dell’ippodromo e del circo.
»Oggi invece che i popoli tanto più valgono quanto più sanno, oggi che
le sorti della patria sono affidate ad istituzioni feconde soltanto se
adoperate con saggezza e virtù, oggi che per provvedere alle necessità
dell’avvenire è mestieri svolgere con intelligente operosità gli
elementi di ricchezza del paese, oggi le nostre speranze stanno tutte
nella generazione che si avanza incalzante sui nostri passi, perlochè
universale è il desiderio, universale il proposito che essa sia
apparecchiata a fecondare i germi sparsi arditamente da pochi della
impreparata generazione cui noi apparteniamo.
»Per questo sono qui convenuti magistrati e cittadini a dimostrare agli
insegnanti in qual pregio si abbiano le benefiche loro fatiche, ai
discepoli quanto sia rispetto ad essi la pubblica aspettazione; per
questo non lamentano i contribuenti le maggiori spese del Comune per
migliorare le scuole ed accrescerle; per questo mai ci fa difetto
l’aiuto largo, volenteroso, efficace di signore e di cittadini, sia per
vigilar le scuole, sia per presiedere agli esami ed ai concorsi, sia per
istudiar provvedimenti e riforme; per questo cresce rapidamente il
numero degli alunni, i quali nelle scuole elementari sono in quest’anno
2212 più che nel precedente; nè bastano le scuole ad accogliere quanti
vorrebbero esservi ammessi, sebbene alle 138 classi che si avevano nello
scorso anno ne sieno state aggiunte 25, e da 180 sia salito a 211 il
numero degli insegnanti. E se malgrado il numero maggiore degli scolari
è minore in quest’anno il numero dei premi, non ne traggano argomento di
sconforto nè i maestri nè i discepoli; serva anzi ad essi d’incitamento
questo che è segno ed effetto della importanza sempre maggiore
attribuita al buono e rigido governo della pubblica istruzione.
»Nell’ordinamento della quale molto ancora rimane da riformare e da fare
per isfuggire il pericolo di ricoprir talvolta sol con orpello la nudità
dell’ignoranza, e perchè in un col numero degli scolari cresca quello
degli studiosi intenti ad arricchire di sana coltura la mente ed il
cuore, a temperare fortemente il carattere, ad acquistare la
consuetudine dello studio e del lavoro.
»Nel dare oggi questi premi fatti più pregievoli dalla severa parsimonia
adoperata nel conferirli, io m’indirizzo con pari effusione a tutti voi,
o egregi e benemeriti insegnanti, o cari giovanetti: agli insegnanti con
sentiti ringraziamenti, ai premiati perchè non si lascino addormentare
dalla lode, agli altri perchè non sieno vinti dallo scoramento e
dall’invidia; perchè incitamento alla virtù e allo studio sia a tutti il
premio, agli uni per la soddisfazione di averlo conseguito, agli altri
per il dolore di non averlo, per la brama di meritarlo nell’avvenire.
»Le sorti avventurose della nostra patria condurranno parecchi di voi
nell’alma città cui Firenze fu in ogni tempo figliuola amorosa e devota;
e nel darvi con dolore un amorevole addio, mi è di conforto sperare che
innanzi alla maestosa grandezza dei monumenti dei nostri maggiori,
accesi viepiù d’amore alla patria, alla virtù, alla scienza, andrete
progredendo negli studi in queste scuole iniziati, e serberete della
città, dei maestri, dei condiscepoli quella ricordanza affettuosa e
perenne, della quale per loro io vi prometto cordiale il ricambio.
»E voi che qui rimanete abbiate ben in mente che mai ebbe Firenze
maggior bisogno di cittadini savi ed operosi: contemplate l’antica e la
nuova grandezza di questa città, che per farsi degna di ospitare
l’Italia ed il suo Re, ruppe arditamente le sue mura, si distese fuori
della vecchia cerchia di Arnolfo, provvide a necessità morali e
materiali lungamente insoddisfatte, ed insieme alla reputazione ed al
benessere dei suoi cittadini ne crebbe grandemente i doveri. Questi
doveri voi li adempirete fin d’ora, o giovanetti, se vi saprete render
capaci di accrescer più tardi, colla virtù e col lavoro della mente e
delle braccia, le fonti della privata e della pubblica prosperità.»
Terminato il discorso, che fu accolto con vivi applausi, furon
distribuiti i premi agli alunni dell’istituto Ximeniano, del liceo
dell’istituto fiorentino, dei ginnasi e delle scuole tecniche. Gli
alunni furon chiamati uno per uno al cospetto del sindaco, che porgeva
loro la medaglia, accompagnandola con qualche parola di lode. Venivano
innanzi con passi tremanti, alcuni col volto un po’ pallido, altri
suffusi di rossore, ma tutti cogli occhi scintillanti e colle labbra
convulse; si capiva che quei cuori dovevano fare un gran battere, che
avevano bisogno di trovarsi soli, con pochi, a casa, e là sciogliere il
freno alla gioia soffocata. Quanti sudori, quanti piccoli sacrifizi di
sollazzi fanciulleschi, quante veglie faticose ritornavano alla mente
loro in quel punto, e come care a ricordarsi, e con che profonda
esultanza benedette! Su certi visi splendeva l’orgoglio della vittoria;
sotto certe sopracciglia aggrottate, lampeggiavano degli occhi superbi:
— erano figure nobili e belle.
Dopo questa prima distribuzione di premi, dovevano cantare le alunne.
Si fece un silenzio generale.
Le voci furono sulle prime sommesse ed incerte; ci si sentiva la
trepidazione; ma a poco a poco si spiegarono in un alto canto sonoro,
tremolo, derivato dall’anima. Pareva una preghiera alla quale lassù non
si dovesse poter resistere, qualunque cosa chiedesse. In quei versi era
invocata l’Italia; veniva naturale il desiderio di sorprendere sulle
labbra di quelle bambine questo nome, di cogliere, mentre lo
proferivano, l’espressione del loro viso e il lume dei loro occhi. Sarà
stata illusione, si sarà preso per cosa reale un desiderio nostro
vivissimo.... ma ci pareva di veder balenare un pensiero sulle fronti
bianche di quelle future madri di operai, di soldati, di pensatori,
d’artisti. O certo è almeno che quel nome, pronunziato da loro, ci
suonava più caro all’orecchio; da quelle bocche innocenti pareva che
uscisse purificato e benedetto, pareva che proferendolo, facessero del
bene all’Italia; veniva fatto di gridare: — Ditelo ancora.
Dopo il canto, furono distribuiti i premi agli alunni delle scuole
serali e alle alunne delle scuole delle adulte.
Qui venne la volta del canto dei fanciulli.
Si fece un silenzio improvviso; pareva d’essere in teatro, in uno
istante di raccoglimento profondo.
Si sentì la musica.
Tutt’a un tratto, mille voci assieme echeggiarono nel vasto recinto. Era
un inno all’Italia, allo studio, alla virtù; una musica semplice e
ispirata. Un coro d’artisti non avrebbe toccato il cuore più addentro.
Non si può dire quello ch’era di gentile, di fresco, di vivo la piena
delle voci sprigionate con rozzo e virgineo vigore da quei petti
infantili. Cresceva man mano l’accordo e la forza del canto, cresceva
l’ardore dei fanciulli, eccitati dall’eco della propria voce; pareva
infine che ciascuno ci mettesse qualcosa di suo, che sfogasse un affetto
proprio, che volesse dire non so che ai suoi compagni o alla gente; si
sentivano mille suoni in quel canto; pareva a istanti una preghiera, un
canto patrio, un inno di guerra, era fiero e soave ad un tempo; e poi
tutti quei visi rivolti al cielo, tutti quegli occhi radianti, quei
mille petti che parevano animati da un soffio solo..... commoveva. Che
lunghe e pazienti cure di maestri erano a un punto significate e
ricompensate in quel canto! Eppure pareva tanto spontaneo! Tutti questi
sensi e pensieri si confondevano nell’anima degli spettatori in un
palpito d’ammirazione affettuosa.
Si distribuirono poi i premi agli alunni delle scuole elementari
maschili, e allora vennero innanzi i bambini, e fu la scena più
commovente e più bella. — Ma come! — si diceva all’apparire dei più
piccoli; — quella creatura lì ha ottenuto il premio? Ma se pare che
incominci ora a camminare! Ora gli danno il diploma; sarà buona a
tenerlo in mano? Badate che non caschi, povero angelo.
A questo seguì la _Preghiera_ del _Mosè_, cantata dalle ragazze e dai
ragazzi insieme, con un accordo e uno slancio mirabile. Subito dopo, la
distribuzione dei premi alle alunne delle scuole elementari femminili, e
da ultimo la musica.
Così ebbe fine lo spettacolo.
Cominciando dal sindaco fino all’ultimo maestro delle scuole elementari,
ci sarebbe, in diverso grado, da lodar tutti, anche i ragazzi che hanno
legato i mazzi di fiori, e le donne del popolo che hanno pettinato i
bimbi, poichè tutti hanno giovato, per la parte loro, alla splendida e
solenne riuscita della funzione; altri lo farà; io ho già detto anche
troppo, e non aggiungerò che poche parole.
Codesto spettacolo insegna ed ispira. Dinanzi ad esso, ciascuno di quei
mille figliuoli d’operai ha potuto dire a sè medesimo: — Sì, — io
piccino, io povero, io che campo di pan nero e vo vestito di cenci, io
sconosciuto al mondo, e oggetto di compassione per i pochi che mi
conoscono, io se voglio, se studio, se fatico, posso costringere un
giorno diecimila persone, tutta questa gente, il fiore dei cittadini
della mia città, a star zitti, come fanno adesso, per sentire il mio
nome, a sporgere il capo per vedermi, a mormorare: — Eccolo là; — a dire
ai loro fanciulli vestiti di velluto: — Fate come lui. — Posso far
andare in quel banco mio padre e mia madre, a guardarmi, quando il
sindaco mi chiama, e io vado innanzi solo, e tutti fissano gli occhi in
loro, e vorrebbero provare la loro contentezza e gl’invidiano, anche i
signori. Posso anche farli piangere di consolazione, qui, in presenza di
tutti, mentre suona la musica e la gente batte le mani. Posso farlo, se
voglio. E lo voglio fare. Lo fecero, il tale e il tale che sono poveri
come me, e non hanno più testa di me. Son capace a star levato la notte,
io. Non ho lume? Ma io mi farò dare i mozziconi di candela dal vicino.
Non ho posto in casa? Ma io studierò magari sul pianerottolo. Mi verrà
sonno? E io mi griderò da me stesso: — Su!
Chi sa, al suono di quella banda e di quegli applausi, in quei
cervellini esaltati, che germi di nobili ambizioni si svolgono, quanti
bei propositi di sacrifizio e di lavoro si formano, quali speranze,
quali visioni lontane di gloria e di felicità balenano! Forse anche
quello spettacolo è cagione ed alimento di dolori segreti. Molti
fanciulli avranno faticato e sperato, e furono delusi; la medaglia
fregiò il petto d’un altro; essi lo vedono là, fra gli altri, orgoglioso
e felice; forse, tornati a casa, si lasceranno vincere dallo sconforto,
si gitteranno nelle braccia dei genitori, si metteranno a piangere. Non
importa, sono dolori salutari e fecondi. Molti anni dopo, quando saranno
uomini, travagliati da triste passioni, afflitti da molti disinganni,
forse nel momento in cui l’amor del lavoro, il senso del bene, il
proposito antico d’una vita tranquilla ed onesta, ogni cosa sarà sul
punto di staccarglisi dall’anima e andar perduto per sempre, forse in
quel momento sarà per loro un richiamo amoroso e potente, il ricordarsi
d’aver pianto calde lagrime per una medaglia di scuola. È un
insegnamento, questo spettacolo, è una ispirazione pei fanciulli, pei
parenti, per tutti.
Infelice colui che, nell’udir quei canti, non s’è sentito qualcosa
nell’anima aprirsi e dilatarsi oltre il giro dei pensieri e dei
sentimenti consueti, come un largo spazio sereno che rompa
all’improvviso un cielo velato; colui che in quel coro di voci non
credette di risentire in confuso il suono d’una voce severa che gli
diceva un giorno: — Studia! — E un’altra più sommessa e affettuosa,
quasi eco della prima, che soggiungeva: — Sii buono; — colui che non ha
sentito in quelle voci quasi un’ammonizione, un consiglio, un
eccitamento al lavoro; colui che non ha sentito il desiderio di
procurarsi, lavorando, almeno un istante della gioia ineffabile che
splendeva negli occhi di que’ premiati; colui che non ha fermato il
proposito di procurare ai suoi parenti, vecchi e lontani, un raggio
della consolazione altiera e serena che brillava sul volto di quelli che
aveva dinanzi; colui che non s’è rammaricato di non avergliela data,
quella consolazione, quando era fanciullo, di non aver mai pensato a
dargliela, di aver forse deriso chi vegliava e sudava a quello scopo;
colui che non sentendosi mosso con un misto di smania fanciullesca e di
risoluzione virile, a ricominciare, a riparare, a riguadagnare il tempo
perduto, non ha provato un sentimento di gratitudine per cotesti
bambini, i quali, senza saperlo, ci rimproverano e ci insegnano tante
cose; colui infine, che disperando di poter risuscitare le loro speranze
e riaccendersi del loro ardore, non li ha almeno amati e invidiati.
Ma il pensiero non s’arresta a quella folla di bambini che abbiamo visti
ed intesi; la fantasia si spinge molto al di là del recinto ove furono
raccolti; intravede molte migliaia di teste bionde, altre moltitudini,
compatte, l’une dietro le altre, man mano più confuse, fino a perdersi
lontano in un diffuso color d’oro e di rosa; ed anco da quell’ultime
lontananze ci giungono all’orecchio musiche e canti. È tutta la
generazione italiana che sorge, che si affaccia alla vita salutando la
patria con un grande inno al lavoro. Essa porta con sè una età migliore;
noi non la vedremo; che monta? Benedette queste legioni di bambini che
ce la promettono, che ce l’annunziano, che ci avvertono che il tempo è
rapido e che siamo incalzati sul cammino della vita, che ci ammoniscono
affinchè ci affrettiamo a pagare a Dio, all’umanità e alla patria il
nostro debito di lavoro e di buone opere.
Benedetto questo grandioso concerto di voci infantili; è il grido che
infiamma noi, — fiacchi soldati, — alla battaglia; ne abbiamo bisogno;
esso ci fa sollecitare il passo e levare la fronte al cielo.