LAMPRIDIO. Perdonami, o carissima madre, poiché sotto questo venerabil
nome di madre io t'ho ingannata; né io arei ardire comparirti dinanzi
se la suprema bontá di Dio non avesse dato meglio esito alla mia
audacia che io avessi saputo desiderare.
SENNIA. Grande fu la tua sfacciataggine e molto l'ardire né cosí
facilmente degno di perdono: tôr per follia di gioventú l'onor ad una
casa in un ponto, che s'ha acquistato con tanta diligenza e con tanti
anni.
LAMPRIDIO. Madre mia dolce, vi giuro ch'una delle cose che m'accesero
fieramente dell'amor di tua figlia, fu la onestá e la bontá che
conobbi in lei; e se mento, facci Iddio ch'io sia privo di lei, ché
non so se maggior disgrazia potrei ricevere in questa vita. L'amava e
serviva con pensiero che, fattone consapevole mio padre, sperava per
sua bontá licenza di potermi sposar con lei, e poi con legitimi e
ordinari modi farvela chieder per moglie. Ma sapendo che con tanta
fretta la volevate maritar con questo capitano, per interromper questo
matrimonio mi fu forza d'usar inganno. Avendo proposto morir mille
volte prima che viver senza lei, la disperazione mi accecò gli occhi e
l'amore mi fe' far quello che ho fatto.
SENNIA. Se l'amor bastasse ad escusar gli errori, ognuno si scusarebbe
con amore. Ma io, poiché vostro padre, mio marito e figlio t'han
perdonato, con non esser men pietosa di loro, t'accetto per genero e
mio carissimo figliuolo.
LAMPRIDIO. Dammi licenza, madre, che possa andar a veder Olimpia mia e
confortarla, che per questi casi successi dubito che s'affliga.
SENNIA. Eccoti le chiavi, ché l'aveva carcerata in una camera, e quivi
pensava o attossicarla o che fusse suo perpetuo carcere e monistero.
LAMPRIDIO. O Dio, e io era cagione di tanto male! quanto conosco che
ti son debitore! Ecco mio padre, il qual non men che io t'ama e
riverisce.
SENNIA. Giá lo conosco a tempo che tu fingevi nol conoscere.
FILASTORGO. Signora mia, se non volevate che mio figlio avesse usata
tanta impertinenza, non dovevate far figlia tanto bella né di tanto
onore e di tanto merito, ché bastarebbono queste cose a far divenir
folle altro cervello che d'un giovine.
SENNIA. Desiderarei certo che mia figlia fusse degna d'esser serva
vostra e moglie di vostro figliuolo: poiché egli vi scacciò, io vi
ricolgo in questa casa e ve ne fo padrone come lui. Entrate.
FILASTORGO. Ringrazio la vostra soverchia cortesia.
TEODOSIO. Consorte carissima, poiché sei giá fatta chiara ch'io sia
Teodosio tuo marito che un tempo amasti con tanta fede e amore, se per
l'altrui inganni mi scacciasti da te, dammi ora licenza che ti possa
ricevere in queste braccia.
SENNIA. O Dio santo e benedetto, chi è piú contenta di me in questa
vita? Poiché mi concedi il mio marito doppo sí lungo tempo, che amai
tanto e amerò mentre viva, temo di non svenirmi di contentezza.
TEODOSIO. Ecco Eugenio tuo figliolo a cui desti il latte e partoristi,
e amavi un tempo.
SENNIA. Succedi, figlio, in quel luoco che altri si aveva usurpato, e
perciò ne fosti scacciato. Non pigliarlo, figlio, ad ingiuria ma a
soverchia affezion che portava al nome tuo: quella m'appannò gli occhi
e quella sola mi fe' ricevere altri in tuo nome.
EUGENIO. Bastami solo, madre, che m'ami e che dopo tanti travagli mora
nella patria e fra' miei parenti.
MASTICA. Spettatori, or che Olimpia coglie il frutto della sua
fermezza e amore e che son finite le lacrime e i sospiri, e io ho
tolto la cena di bocca da' lupi che giá avevano aperta la gola e
stavano per inghiottirsela, andremo a godere. E perché io non desidero
compagnia al mangiare, andatevene alle vostre case; e se pur volete
rallegrarvi del lieto fine e delle altre contentezze di costoro, prima
che vi partiate fatene qualche segno di allegrezza.