SENNIA, TEODOSIO, EUGENIO, LAMPRIDIO.

SENNIA. Ove è questo mio marito nuovamente resuscitato?

LAMPRIDIO. Eccovi, madre, il bello sposo.

TEODOSIO. O Sennia moglie cara, giá giá vi riconosco alle fattezze se

di te non mente il vivo ritratto che n'ho sempre portato nel core; giá

ti conosco alla sola vista.

SENNIA. Questo altro giovane chi è?

TEODOSIO. Eugenio vostro e mio figliuolo, che insieme con me fu rapito

da' turchi.

LAMPRIDIO. (Quanti Eugeni facesti, o madre?).

SENNIA. (Ah ah, figlio, questi è un altro te. Mi dolea di aver perduto

un figlio e in un medemo tempo n'ho racquistati duo).

LAMPRIDIO. (Guardate che viso di ribaldo, che faccia di cuoio! come

sta saldo!).

TEODOSIO. Ah Sennia, come non mi raffiguri tu ancora? o forse lo

strano abito in che mi vedi o i disaggi sufferti m'hanno talmente

mutato il sembiante che non mi riconosci? Poiché sei mia moglie, deh

lascia che t'abbracci!

EUGENIO. O madre, ho pur visto chi m'ha generato.

TEODOSIO. Voi vi discostate da me, voi mi schivate, dubitate forse che

non mentisca? Non è vivo alcun di nostri parenti? ove è Beatrice mia

sorella, ove è Eunèmone mio fratello? forse mi riconosceranno meglio

di voi....

LAMPRIDIO. (Non vedete le lacrime che gli cadono dagli occhi? mirate

che affezion di piangente, che piangere naturale!).

SENNIA. (Naturalissimo).

TEODOSIO.... Ti sei a torto, Sennia, dimenticata di tanto nostro

scambievole amore, ché in quel breve tempo che stemmo insieme non ebbe

il mondo duo sposi che s'amassero piú di noi....

SENNIA. (Eugenio, figlio, al mover della bocca e al ragionare fa certi

motivi che, se ben mi ricordo, eran propri di mio marito).

TEODOSIO.... Non avete un neo nell'ombelico con certi peluzzi biondi?

SENNIA. (Come, figlio, ha potuto saper questo?).

LAMPRIDIO. (I furbi che vanno a torno per lo mondo, da' nèi che vedono

nella faccia, indovinano gli ascosti nella persona: lo sa per questo

che v'ha visto nella faccia. Ma diamogli un poco la baia).

SENNIA. Ditemi, quando vi sète riscattati?

TEODOSIO. Avendomo inviato molte lettere per lo riscatto, ha voluto la

nostra disgrazia che di niuna ne abbiamo ricevuto risposta; cosí

abbiam rotta la prigionia e siamo scampati.

LAMPRIDIO. Voi dovete esser usi a star in prigione; non deve esser

questa la prima volta che l'avete rotta.

SENNIA. Come sète venuti a Napoli?

EUGENIO. In poco tempo, vogando il remo la notte e il giorno.

LAMPRIDIO. (N'han ciera da vogar bene: mirate che braccia sode,

proprio nate per stare ad una galea!). Che strada avete voi fatta al

venir di Turchia?

EUGENIO. Niuna, l'avemo ritrovate fatte.

LAMPRIDIO. Che si fa, che si dice in Turchia?

EUGENIO. Si fan mercanzie, palaggi e navi, e si dicono delle veritadi

e delle bugie, come qui ancora.

LAMPRIDIO. Mi risponde da filosofo.

EUGENIO. E tu mi dimandi come se mi volessi dar la baia.

LAMPRIDIO. (Al sicuro ragionar di costoro e a' segni che mostra

Sennia, dubito da dovero che questi sieno i veri Teodosio ed Eugenio,

e io stesso m'arò dato l'ascia nelle gambe in fargli conoscere

Sennia). Ma rispondetemi: quanto avete allogato questi ferri e questi

cenci che avete adosso? e quanto v'ha promesso il capitano ché lo

vogliate servire a questo effetto?

EUGENIO. Che promesse, che servire, che capitano?

LAMPRIDIO. Ché foste venuti con dir che siate Teodosio ed Eugenio,

accioché Olimpia mia sorella gli fusse data per moglie?

TEODOSIO. Io non so che tu dica: io sono il vero Teodosio e questi è

il vero Eugenio mio figliuolo.

LAMPRIDIO. Voi fingete cosí, ma non sète quelli che dite. Andate a

ritrovare il capitano e ditegli da mia parte che è stato tardi, ché il

vero Eugenio è prima gionto del suo falso.

EUGENIO. Chi è questo Eugenio?

LAMPRIDIO. Io son desso.

EUGENIO. Di chi sète figlio?

LAMPRIDIO. Per non tenerti a bada, io son tutto quello che poco anzi

costui ha detto che sei tu.

EUGENIO. Voi potete chiamarvi del mio nome ed esser figlio a Teodosio,

ma non potete esser me giamai.

LAMPRIDIO. Mirami un poco in viso. Sta' fermo. Non vedi che diventi

rosso e che cominci a tremare?

EUGENIO. Vi paio io uomo da tremare se ben sto mezzo nudo?

LAMPRIDIO. Come sei venuto cosí appunto oggi come io? Siamo ancor noi

andati per lo mondo e sappiamo di malizia la parte nostra.

EUGENIO. Che volete dir per questo?

LAMPRIDIO. Che non sei Eugenio.

EUGENIO. Che son dunque?

LAMPRIDIO. Un truffator di nomi e delle altrui autoritá.

EUGENIO. Forse con piú veritá si potrebbe dir di te.

LAMPRIDIO. Dici dunque ch'io sia uomo da far truffe?

EUGENIO. Te lo dicono l'opre.

LAMPRIDIO. S'io non facessi torto al boia che ti aspetta, ché ti

veggio le forche scolpite negli occhi, ti sfreggiarei cotesta faccia

bugiarda, accioché ogni uomo da questo segnale si guardasse non farsi

ingannare da te.

SENNIA. Eugenio, figlio, non gli far male; mi paiono di buona ciera.

LAMPRIDIO. Ma sono di cattivo mele.

TEODOSIO. Andiamo, figlio, che difesa possiamo far noi quasi nudi e

disarmati?

EUGENIO. Come posso patir questo torto, o padre?

TEODOSIO. Ove è forza, è bisogno che ceda la ragione: ci perderemo la

vita.

EUGENIO. Quasi ch'io stimi vita dove si tratta d'onore.

LAMPRIDIO. (Questi sono i verissimi). Su, andate per li fatti vostri.

EUGENIO. Questi sono i fatti nostri, cercar i parenti e la casa

nostra.

LAMPRIDIO. Partitevi di qui: andate a gridare al mercato.

EUGENIO. Andremo a gridare dove s'ascolteranno le nostre ragioni e si

scopriranno l'altrui vigliaccherie.

LAMPRIDIO. (Se non gli scaccio di qui, non será ben di me tutto oggi).

SENNIA. Lasciategli andare, Eugenio mio, che giá si partono.

TEODOSIO. Ricordati, moglie, che quando mi desti le tue primizie, mi

desti il possesso ancora della vita e del tuo core.

SENNIA. Oimè, che questa parola m'ha veramente passato il core, ché

giá mi ricordo avergli io detto questa parola in quel tempo, né penso

che altra persona l'ha potuto saper giamai che accadette fra noi duo

soli. Io non so a chi creder io. Dio mi liberi di qualche sciagura!

L'Olimpia · 第 58 / 85 题