TEODOSIO vecchio, EUGENIO suo figlio.
TEODOSIO. O patria dolce, o case tanto desiderate di rivedervi! Oh
quanto mi parete piú belle del tempo passato! Che ti par, Eugenio
figlio, di questa cittade?
EUGENIO. Piú bella assai di quello mi avete raccontato, padre mio.
Populosa cittá e piú d'ogni altra d'ameno sito e di nobilissima aria.
E mi sento le carni non so come risentirsi, pensando che sia nel luogo
dove sia nato.
TEODOSIO. Tu eri appena di duo anni che, tenendoti in braccio e
andando a diporto per lo capo di Pausilippo, fummo disavedutamente
presi da' corsari. A me parendo aver un pegno dell'amor grande che
portava a Sennia mia consorte carissima, mi son ito sempre teco
disacerbando la passione che ne soffriva.
EUGENIO. Chi avesse potuto imaginarsi, padre, che cosí facile ne fusse
stato lo scampar di man di turchi dove eravamo guardati con tanta
custodia, e ancora senza esser usi a vogar il remo la notte e il
giorno, e senza mangiar quasi nulla ci siamo sostentati di sorte che
quasi poco sentiamo della passata fatica?
TEODOSIO. Figlio, il vederci liberi di man di quei cani e il desiderio
di riveder la patria ci soveniva di cibo e di riposo, e sopra tutto il
voto fatto di portar sempre questi ferri al collo. E se trovassimo
Sennia la tua madre e Olimpia sorella vive, che gioia sarebbe la
nostra! O Dio, fa' per pietade che se ebbi trista fortuna in goderle,
l'abbia almen buona in ritrovarle vive!
EUGENIO. Io penso che sian morte, ché di tante lettere che l'abbiamo
inviate non mai di niuna n'abbiamo ricevuto risposta.
TEODOSIO. Potrebbe essere che le mie con le sue si fussero disperse
per lo lungo viaggio; e poi non abbiamo mai avuto persone a cui
sicuramente fussero state commesse. Almeno Olimpia ritrovassimo viva,
che è giovane e del tuo tempo. Ma andiamo dimandando costoro: forse ne
potranno dar qualche ragguaglio.