MASTICA. Ecco questo che mangia pan di ferro, insalate di chiodi,
minestre di corazze, beve piombi e li caca acciaio.
TRASILOGO. Mastica, Mastica!
MASTICA. Padron mio, padron mio!
TRASILOGO. Sai che ti dico?...
MASTICA. Non, se nol dite prima.
TRASILOGO.... il meglio che tu possi fare,...
MASTICA. Che cosa?
TRASILOGO.... che compri un capestro...
MASTICA. A che effetto?
TRASILOGO.... e che t'appicchi,...
MASTICA. Se vuoi esser mio compagno lo farò, ché ambiduo ne abbiam
ciera.
TRASILOGO.... ché non altrimenti potrai scappare!
MASTICA. Che?
TRASILOGO. Un canchero...
MASTICA. Che Dio non mi dia!
TRASILOGO.... che ti possa venire,...
MASTICA. Per che cagione?
TRASILOGO.... acciò ti spolpe insino all'osse!
MASTICA. Io non v'intendo.
TRASILOGO. Un giorno ti taglierò il capo, ti straparò il naso dalla
faccia, con un pugno poi ti farò spuntar denti fuor della bocca; haimi
tu inteso o vuoi che te lo dica piú chiaro?
MASTICA. Io v'ho inteso benissimo. Ma un capo meno o piú non importa:
lo lascierò in casa quando esco fuori per amor vostro. Ah ah, io so
che volete scherzar meco.
TRASILOGO. Pezzo d'asino!
MASTICA. Voi mi lodate, ché sempre mi ho conosciuto asino intiero.
TRASILOGO. Tanto è.
MASTICA. Non è tanto, no: misurate bene che senza cagione volete
rompere l'amicizia meco.
TRASILOGO. Dio voglia che non ti rompa la schena insieme con acqua di
legno come infranciosato.
MASTICA. Io ti voglio esser servo o che ti piaccia o no: se ben
m'uccideste, per l'affezion che vi porto non potrei stare di non
venire a casa vostra e mangiarmi in tavola vostra un pasticcio caldo
caldo.
TRASILOGO. Un malanno arai tu caldo caldo!
SQUADRA. A te dice, Mastica.
MASTICA. A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo.
TRASILOGO. Fa' che non venghi piú a mangiar con me.
MASTICA. Perché?
TRASILOGO. Perché sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli
occhi.
MASTICA. Non posso piú soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia!
Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue
bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini
maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce!
TRASILOGO. La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagherò.
MASTICA. Ho tempo, ché non sète cosí presto pagatore a chi dovete.
TRASILOGO. Fa' che la tavola mia ti paia foco.
MASTICA. Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua?
Tu bevi ad un bicchiero cosí picciolo che bevendo par che pigli il
siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che
traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due
oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a
losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre
settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti
dare in capo il «buon pro ti faccia», «abbi pazienza», «fu
all'improviso», «l'acconciaremo un'altra volta».
SQUADRA. Non dir questo, Mastica, ché in tavola sua mai ti mancaro né
galline né polli.
MASTICA. Si, certi polli che appena aveano la pelle come se avessero
avuti tutti i pensieri del mondo o fussero ettici o avessero avuto la
quartana dieci anni; o qualche cornacchia vecchia che fattala bollir
tutto un giorno non si potea masticare.
TRASILOGO. Taci, ruffianello macro, morto di fame.
MASTICA. Io morto di fame? se mi porrò mano in gola, vomiterò tanta
robba che potrò dar a magnare a dieci di pari tuoi.
TRASILOGO. Squadra, porta qua dieci some di bastoni, ché non posso
sopportar piú. Poltron, non parlare se non quanto le tue spalle ponno
sopportar bastonate.
MASTICA. Non ti mette conto che m'uccidi.
TRASILOGO. Perché?
MASTICA. Perché morto che serò io, tu serai il piú gran poltron del
mondo.
SQUADRA. Taci, Mastica. Vuoi tu ucciderti con lui?
MASTICA. Non ci uccideremo, no: poltron con poltrone non si fa male,
«corvo con corvo non si cava gli occhi».
TRASILOGO. Partiamci, Squadra, ché non è ben che un par mio stia a
contender con lui, né io uso armi con la canaglia: lascio che gli
ospedali e i pidocchi faccino la vendetta per me.
MASTICA. E io che la fame la facci per me e che ti strangoli la gola,
poiché sempre in casa tua si fa dieta come gli ammalati. Si pensava
questo asino che se non mangiava in casa sua che mi morissi di fame:
vo' che mi preghi. Será piú quello che butterò questa sera, che quanto
egli ha mangiato un anno in casa sua. Avisarò Lampridio e Sennia di
questo inganno che voglion fare, acciò quando verranno gli diamo la
baia.