LAMPRIDIO. Dove mi cacci? ho il bene in casa e mi meni altrove; se ben
mi meni fuori, l'anima resta in casa. Ben è misero colui a cui la
troppa abondanza gli è di carestia. A questo modo sarebbe stato assai
meglio non avermici fatto entrare.
MASTICA. Ben si dice che le cose simulate poco tempo ponno durare; ché
questa mattina per i tuoi poco onesti portamenti se ne sarebbono
accorte le pietre, non che le persone che hanno cervello, di questo
tuo amore.
LAMPRIDIO. A torto ti duoli di me che in tutti gli atti mi sono
mostrato la modestia stessa.
MASTICA. A te pare cosí. Perché sei cieco tu, pensi che tutti gli
altri sian ciechi. Tu non stai appresso Olimpia un momento che non ti
trasmuti di cento colori; non mai te le distacchi da lato. In tavola
stavi sempre come stupido a contemplarla, non mangiavi se non delle
cose che mangiava ella, non bevevi se non da quella parte dove ella
poneva le sue labra, né ti nettavi la bocca se non col salvietto con
che si aveva nettato la sua; poi facevi un menar di piedi sotto la
tavola che l'hai fatto scappar la pianella dieci volte; e usavi certe
zifoli che li intendevano i cani che rodevano l'osso sotto la tavola.
Tu devi avertire che Sennia è vecchia prattica delle cose del mondo, e
queste cose le devono esser passate piú volte per le mani: so che non
passerá una settimana che se n'accorgeranno le fanti, la famiglia e
tutta la casa.
LAMPRIDIO. Che sará dunque bisogno di fare?
MASTICA. O che ella fusse cieca per non veder ciò che fai, o tu
stropiato e mutolo per non toccarla e parlar tanto.
LAMPRIDIO. Come non si può volere quel che si vuole? pure se non si
può come si vuole, faccisi come si può.
MASTICA. Queste parole mi danno ad intendere che il tuo amore será per
scoprirsi tosto; però prima che ciò avenga será bene avisar Sennia che
proveda a' fatti suoi.
LAMPRIDIO. Eh Mastica, tu sei troppo crudele.
MASTICA. A te è una pietá esser crudele. Togliti il tuo Lampridio,
tornaci il nostro Eugenio e vattene a studiare a Salerno come prima.
LAMPRIDIO. Orsú, il mio caro Mastica, eccoti questi danari per comprar
robbe per la cena, e t'impegno la mia fede esser storpiato e mutolo
come dici e star proprio in casa come un santo.
MASTICA. Cosí, me ne dái la fede...
LAMPRIDIO. Eccola.
MASTICA.... di non star in casa tutto il giorno?...
LAMPRIDIO. Come vuoi.
MASTICA.... di non parlarle dentro l'orecchie?...
LAMPRIDIO. Sí.
MASTICA.... di non mirarla dalla strada?...
LAMPRIDIO. Bene.
MASTICA.... né mostrar atti onde stimar si possa che tu l'ami? E
questo lo dico per tuo bene, accioché per troppo goder del bene nol
perdi, over come mosca tanto ti tuffi nel latte che ti anneghi. Quanto
piú dura a scoprirsi questo tuo amore tanto piú goderai.--Dove ti
volgi? parli meco e non m'ascolti, tu miri alla fenestra sua, non sei
ancor sazio di mirarla? Su su, partiamoci.
LAMPRIDIO. Or ora.
MASTICA. Togliti i tuoi danari, che vo' far quanto ho detto.
LAMPRIDIO. Lasciami salutarla; non la vedi per i buchi della gelosia?
MASTICA. Come puoi tu veder tanto?
LAMPRIDIO. Che stella è in cielo che splenda a par degli occhi suoi?
MASTICA. Oh che dura battaglia è contrastar col piacere!
LAMPRIDIO. Ti ubedisco.
MASTICA. Vien Trasilogo e Squadra e parlano in secreto: qualche cosa
hanno inteso di questo fatto. Starò se posso ascoltar qualche cosa.