TRASILOGO. Dunque un romano ará tanto ardimento da farmi un simile
inganno?
SQUADRA. Chi v'ha rivelato questa cosa, padrone?
TRASILOGO. Anasira, quella mia conoscente; e vogliono con questo
inganno tormi Olimpia mia sposa. Son uscito per incontrarlo e
ammazzarlo.
SQUADRA. Per dirlovi, padrone, a me parea impossibile che Olimpia
v'amasse mai, perché alla vista conosceva che ne stava molto aliena.
TRASILOGO. O Dio, che queste feminacce del diavolo fanno sí poco conto
d'un cor tremendo e foribondo! Mirami un poco in viso: è faccia questa
da sprezzarsi da Olimpia? Io mi ho inteso lodar di bellezza e ho fatto
morir le migliaia delle donne d'amore a dí miei; e chi m'avea a dormir
seco lo riputava a molto favore, per aver razza d'un par mio per
uomini da guerra.
SQUADRA. Olimpia è come l'altre: s'attacca sempre al peggio.
TRASILOGO. S'ella mi vedesse in mezzo un essercito di nemici, dove non
si vede altro che spronar cavalli, abbassar lancie, sonar tamburri e
trombe, scaricar archibuggi, bombarde e artegliarie, e io con questa
mia Balisarda aprir elmi, forar corazze, romper teste, tagliar colli e
infilar cuori; s'ella mi vedesse con una lancia in resta e prima che
si pieghi buttar in terra almen sette persone, mi giudicarebbe un
fulmine di guerra; ed ella e tutto il mondo impararebbe a far altro
conto di me che non ne fanno.
SQUADRA. Or questo sí che desiderarebbe veder Olimpia prima che si
pieghi: di buttar sette persone in terra.
TRASILOGO. Ma oimè, che la gelosia m'ha posto un verme nel core che mi
rode tutto e mi scompiglia: che verme, che verme! Io sento Amore che
con cento cannoni mi dá la battaria all'anima. Giá sono abbattute le
cortine e occecati i belovardi, ecco mi dan l'assalto; ahi spada, che
mi consigli? ahi Durindana, tu non mi servi a nulla!
SQUADRA. Padrone, veggio non so chi in finestra.
TRASILOGO. Mira se mi guarda.
SQUADRA. Non vi move gli occhi da dosso.
TRASILOGO. Deh, che m'attaccassi ora alla scaramuccia con mille
persone, ché in tre colpi ne vorrei far cento pezzi di tutti; che non
vorrei mai tirar colpo che non andasse a pieno, né volger sguardo che
non mi facessi fuggir dinanzi una compagnia. Vien qua che ti vo'
mostrar certi colpi di spada. Al primo sfodrar della spada fatti
innanzi con questo mandritto sul capo, con questo roverscio alle
tempie, poi caricagli sopra con un piede inanzi, che passaresti una
torre da un canto all'altro.
SQUADRA. Padrone, riponete la spada or che siete in furore, che non
m'ammazzate.
TRASILOGO. Orsú, poni effetto a questo falso filo, ché saresti per
sbarattar la scrima.
SQUADRA. Avertite che non vi scappi da mano. Diavolo! che Olimpia ha
serrato la fenestra.
TRASILOGO. Ahi, capitan Trasilogo, rovina degli esserciti,
distruggitor delle cittadi, eversor degl'imperi, tu devi esser stimato
cosí poco! Vien qua, spezza la porta, entra, sali e di' ad Olimpia che
ho preso piú cittá e castelli e che ho piú ferite nella persona
ch'ella non ha posto punti d'ago su la tela in sua vita, e che ho
cento gentildonne che spasimano per amor mio; e se non fusse che è una
vil feminella, non la scamparia il cielo che non avesse a partirsi una
cappa meco e ucciderci dentro un steccato. Che tardi?
SQUADRA. Non saria meglio, padrone, sfogar questa còlera sopra Mastica
o sopra quel romano, e lasciar questa casa? chi può saper che vi sia
dentro!
TRASILOGO. Dici bene, mi vo' appigliare al tuo consiglio; potrebbe
esser qualche stratagemma, che ci fusse qualche imboscata dentro. Será
bisogno venirci ben provisto e tôr prima le difese. Andiamo, ché vo'
spianar questa casa da' fondamenti.
SQUADRA. Fermatevi, padrone, ché vien Mastica e un giovanetto, qual
stimo il romano. Ascoltiamo un poco: forse ragionano su questo fatto.