GIULIO. Lampridio caro, oggi troveremo Mastica e c'informeremo meglio
del negozio: forse non será cosí.
LAMPRIDIO. Questo «forse» non mi rileva nulla.
GIULIO. Intanto andiamo a pranso.
LAMPRIDIO. Andate a pranso voi, ch'io non pranserò né cenerò piú mai.
PROTODIDASCALO. Vuoi tu per questo appeter la morte?
LAMPRIDIO. Assai meglio che mal vivere. Sendo mancata la mia fé nel
cuor di quella di cui l'imagine è piú viva nel mio che non v'è l'anima
istessa, ed essendo morta per me chi era cagione che a me fusse cara
la vita, non mi curo piú d'anima né di vita.
GIULIO. Sei tu disperato?
LAMPRIDIO. Eh, Olimpia Olimpia, non son queste le parole che mi
dicesti partendoti da me: che piuttosto il sole sarebbe mancato di
luce che tu giamai di fede, o che il tempo bastasse ad intepidirti
l'ardore che mostravi tener acceso nel petto per amor mio! Ed è
possibile che nel cuore, donde sono uscite queste parole, or vi sia
entrata tanta oblivione? Sia maladetto tal core e sia maladetta, Amor,
la tua potenza, che in quel core ove piú regnar dovresti ti lasci come
vil servo vincere e dispreggiare....
PROTODIDASCALO. Lasciategli essalar gl'ignicoli accensi nell'intimo
del suo core, che exarso dalla concupiscenza abbi l'egresso per questi
respiracoli.
LAMPRIDIO.... Capelli, questo mio braccio non è piú vostro luogo!
Verde seta, quanto mal fosti intrecciata con essi: mi promettesti
speranza ma è giá morta ogni speranza per me. Voi m'avete ingannato;
ma chi non areste ingannato se ci foste avolti da quella con tante
belle maniere e tanti baci? Io calpesto cosí voi come ella ha
sprezzata e calpestata la mia fede. Anello, tu non starai piú in
questo dito: mi mostravi due fedi gionte, che se ben la lontananza o
la morte ne parte i corpi non partirá l'alme in eterno che sieno
legate d'amore....
PROTODIDASCALO. Oh, utinam, che concomitante il celeste favore questo
fusse proficuo rimedio che lo vedessimo sospite di queste intricabili
erumne!
LAMPRIDIO.... Ahi donne perfide e infideli--delle ingrate parlo
io,--tutte sète macchiate d'una pece, tutte sète ad un modo! Non
perché vi si mostri piagato il core in mille parti, non perché si
spenda la vita mille volte per onor vostro, si può acquistar tanto
merito appresso voi che in un punto non vi si dilegui dalla memoria.
L'instabilitá è ogetto del vostro cuore, la leggerezza è nata nel
mondo dalla vostra condizione....
PROTODIDASCALO. Oh che tu cernessi con gli occhi miei queste donne
petulche Pasife, queste trisulche vipere!
GIULIO. Lampridio caro, non avete ragione biasmar tutte per una che vi
dia cagion di dolervi: ci sono delle cortesi e delle gentili sí. Ben
si conosce che vi sopravince la còlera.
LAMPRIDIO.... Ah Mastica Mastica, non senza cagione volevi che non
fossi venuto a Napoli, accioché non vedessi che mi tradivi; della tua
infedeltá non devo punto maravegliarmi, perché hai fatto da quel che
sei! Ma io mi masticherò questo tuo core.
PROTODIDASCALO. Non t'ho io da gl'incunabuli animadvertito con mille
ciceroniane auree sentenze, che in questo abietto hominum genere v'è
sempre carenzia di fede? e hai sempre floccipeso le mie parole. Che
vuol dir Mastica se non «_mastix_», «_verbero_», vulgari vocabolo
«sacco di bastonate» e «truffatore»?
GIULIO. Orsú, date fine a tanta còlera.
LAMPRIDIO. Amico, se mai mi facessi piacere, vattene, lasciami qui
solo, lasciami sfogare e dolere a modo mio.
GIULIO. Non è vergogna qui nella strada publica dolersi come
figliuolo? Andiamo a casa, serratevi in una camera e qui a vostra
posta doletivi quanto vi piace.
LAMPRIDIO. Né in casa vostra né in Napoli starò un sol punto; andrò a
farmi monaco per disperato in un eremo. Anzi fammi una grazia,
fratello: menami al Molo grande, ch'io voglio or ora buttarmi in mare.
PROTODIDASCALO. Oh miserrimo chi segue questo giovenecida Amore!
Germanule, andiamgli dietro, ché non incida in qualche discrimine
della vita.