OLIMPIA. Balia balia!
BALIA. Figlia eccomi, ferita dell'anima mia!
OLIMPIA. È qui Mastica? ecci alcun per le fenestre o per la strada che
mi veggia?
BALIA. Non appar anima nata. Accostati, Mastica.
OLIMPIA. Mastica!
MASTICA. Padroncina mia dolce!
OLIMPIA. Ricordati che non ho mai lasciato far cosa per tuo servigio,
però ti priego m'aiuti in questo mio estremo bisogno.
MASTICA. Son vivo per amor vostro, ché sarei morto di fame mille
volte; e per farvi piacere starei un giorno intiero in tavola a
mangiare sempre e mi beverei un baril di vino ad un fiato, se ben
andassi a pericolo di scoppiare.
OLIMPIA. È bisogno ch'or ora tu vadi a Salerno a trovar Lampridio mio
e dargli questa lettera dove è scritto l'inganno ch'abbiamo ordito, e
che non manchi tosto esseguirlo. E digli a bocca che l'ho amato assai
piú in assenza che non l'amai in presenza, e che solo un refrigerio ho
avuto in questa lontananza: che mi sono trasformata in pensiero e
stata tanto sospesa in lui che mi sono dimenticata di me stessa e
dell'affanno dove viveva, che non l'ho lasciato scompagnato un sol
passo, che gli sono stata sempre intorno come l'ombra sua: e che si
dimentichi Idio di me se per un sol punto mi sono io dimenticata di
lui; e per quanti momenti di piacere ho avuti lontano da lui, tanti
mille anni n'abbia di discontento; e se per merito d'altra persona son
cambiata mai di fede, cada nel piú basso stato di miseria che si
trovi....
MASTICA. E come mi potrò io ricordare di queste parole letterate?
OLIMPIA.... E digli che mia madre mi vuol sposare ad ogni modo col
capitano, che ho fatto dalla mia parte quanto ho saputo e potuto e che
non posso far piú per esser costante in amarlo e osservargli la fede
che l'ho data d'esser sua eternamente, e che mai non vedrá persona
Olimpia viva ch'abbia altro marito, ch'io non voglio né posso amare
altra persona che non sia lui: che il capitano sollecita e s'affretta,
la mia volontá non ci consente; l'obedienza di mia madre mi sforza,
Amor con forti catene mi tira a sé; la mia libertá è in poter d'altri,
la mia vita nelle sue mani: che consideri in che vita e in che inferno
mi trovo, che sto come quella che sta confessandosi che d'ora in ora
aspetta giustiziarsi; che se sono forzata maritarmi con questo
capitano, m'ho serbata una carta di soblimato, che s'usa ne' lisci
della faccia, per avelenarmi. Onde s'è vero quello amore ch'ha detto
portarmi, e se non ha sepolto con la lontananza la memoria di chi
tanto mostrò d'amare, ch'or è tempo mostrarlo; non lo spaventi
periglio o fatica, che solo a chi ben ama ogni affanno è legiero....
MASTICA. (Giá è cominciata la predica, non finirá sí tosto).
BALIA. Ascolta, Mastica.
OLIMPIA.... Arei molto che dirti. Per finirla, apriti il petto,
mostragli il cor tuo in scambio del mio; ché sapendo egli il cor mio,
vedendo il tuo vederá appunto il mio.
MASTICA. Tacete, che s'apre la porta del capitan Mastrilogo o
Trasilogo, e vien fuori: che non ci senta parlare di queste cose.
OLIMPIA. Aggiongivi altro tanto del tuo, Mastica, sai.
MASTICA. Será bene se gli dirò la metá di quanto m'avete detto.
BALIA. Mastica, son tua schiava.
MASTICA. E io tua chiave.