— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di
Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva
ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non
ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia
alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime
— qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per
voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A
conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia.
Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava
un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa
leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo
tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio
per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute.
Che ne dite?
— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris.
Più rude il Nervia invece:
— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo!
— Morremo, sì, noi, ma gli altri?
— Gli altri? quali altri?
— Coloro che ci seguono e combattono per noi.
Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole.
— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello
se mi piace di farlo crollar su di me?
Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono.
L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un
servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio
edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese
nel dislivello delle colline.
La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro,
l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma
l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la
terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi
delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo
ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava
dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali
irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma,
i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava
nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla
crocifissione.
— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura
sul margine più alto della strada.
Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso.
— Guardate laggiù, nobile signore!
Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel
centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che
caratterizza le terre di Provenza.
— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore!
L'Altariva rispose:
— Pure la guerra è una necessità.
— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo.
Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico
e smungere tutti gli inutili?
— Chi chiamate inutile, marchese?
— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il
mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual
s'intendeva _ab antiquo_, e cioè una selezione di saggi, la quale
distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse
con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune?
— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del
signor di Voltaire, marchese?
— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è
sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti.
L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del
terreno una voce gioconda:
— Olà! olà! _Sero venientibus ossa!_ Mi dispiace per voi, cittadini
cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo
offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta!
La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in
discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di
compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone
del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e
quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione.
— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito
confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da
incolpar la mia vista vacillante — ahi! _dura senectus_! — o mi sembra
di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora!
— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino _çi-devant_, e
quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato,
poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una
bella donna per un sol uomo!
— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto?
— chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si
strinse nelle spalle.
— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente
la damigella sua amica malata!
Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava
lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma
una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo
disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende
nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che
vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca
tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava
di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano
inerte.
— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi
dispiace!
— Vi seguo, marchese.
Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga.
Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva
nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata,
come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non
vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un
viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli
zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati
i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi
segnavano un solco.
— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza
poter distogliere gli occhi della lettiga.
E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto
di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri.
— È molto malata infatti — ripetè Fiorina.
— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può
essere stato un colpo di sole.
— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò
e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa.
E aggiunse:
— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete!
Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la
vispa camerista apparve disfatta dalla commozione.
— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura —
singhiozzò.
E poi timidamente:
— Che l'abbia punta il vampiro notturno?
Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli
occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro
un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere.
— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza
voce lo Spigno.
E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato.
Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro
la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia:
— Non vi stupisce una cosa, Ibleto?
— Quale, Fiorina?
— Un'assenza?
— Un'assenza? E chi, se vi piace?
— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di
vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui
con noi, presso di lei?
Camillo Altariva intervenne:
— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del
marchese Filippo Balbi?
— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei!
— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se
non erro, è capitano della Serenissima.
— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e
francese per giunta.
— Poffarbacco! Fa carriera _le jeune homme!_
— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva.
— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il
vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà!
E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo.