«Conobbi ben tosto l'enormità del mio fallo; benchè io cercassi di
stordirmi nel pensiero dell'amore, la coscienza mi accasciava ogni
giorno sotto il peso del rimorso. Una segreta ed invincibile paura
s'aggiungeva al mio strazio.
La prima colpa mi aveva abbandonata inerme in balia di lui; io
sentiva di appartenergli, parevami che forza umana non avrebbe potuto
strapparmi dal suo seno, che i nostri destini fossero stati congiunti
lassù. Questa assoluta dipendenza dai suoi voleri mi atterriva; il peso
dei doveri che mi stringevano a lui non era alleviato da alcun diritto;
io sapeva troppo bene di non averne alcuno.
Per la prima volta pensai al matrimonio come ad una riparazione;
glielo dissi fra le lagrime, ed egli mi rassicurò, ridendo della mia
debolezza.
Io non lo amavo più come prima, nè certamente lo amavo più di
prima; pareva che la mia anima avesse mutato natura. La colpa aveva
concretizzato a un tratto le astrazioni del mio culto; prima era
l'amore; oggi era l'uomo a cui mi era abbandonata. Era tuttavia un
modo assai strano d'amarlo; v'era dell'ammirazione, e quasi del timore
per il suo corpo maschio, così vigoroso al confronto del mio; v'era
del rispetto, ma poca tenerezza. Io sentiva che avrei potuto amare
altrimenti, che in fondo al mio cuore v'era qualche cosa che invano
anelava di prorompere. Che cosa me ne tratteneva? Non lo sapeva dire.
Tuttavia io era felice; mi compiacevo dei miei sentimenti, e cercando
d'ingannare me stessa, mi compiaceva perfino della mia colpa. Le sue
carezze, le sue promesse, mi pagavano di tutto; quando mi vedeva mesta
sapeva mostrarsi tenero per rasserenarmi.
Passarono di tal guisa alcune settimane. La malattia di mio padre
s'era aggravata; pensando che io deludevo la fiducia del povero
infermo, e che v'erano stati dei momenti in cui m'era quasi rallegrata
della sua infermità, io mi sentiva riavvicinata a lui, più ancora che
dall'affetto e dal sentimento di pietà dal bisogno di meritare il suo
perdono.
La sua malattia si prolungò alcuni mesi.
In quell'intervallo di tempo Salvani era venuto assiduamente a vedermi;
i suoi modi erano però mutati; alla dolcezza delle sue parole era
succeduta una specie di rozzezza dissimulata a stento; alla spontaneità
ardente un'indifferenza che mi agghiacciava.
Io gliene faceva rimprovero palesemente; egli si schermiva con una
parola: «affari», ed io, che non amavo di meglio che di credergli, mi
acquetavo.