Come Silvio ebbe scritto a gran fatica questa lettera, si lasciò
ricadere con molta soddisfazione sul suo letto, pensando per la
prima volta che se egli fosse stato a quell'ora sulle panche d'una
_diligenza_, non si sarebbe per avventura trovato così bene.
Suonò il campanello, ed entrò Giovanni cui accennò senza parlare
la lettera; poi, siccome la notte antecedente non era stata troppo
propizia al suo sonno, chiuse gli occhi ripetendo dentro di sè il nome
di Carlotta. A poco a poco si addormentò, ed è probabile che la visione
invocata gli apparisse nei sogni.
Quando si destò, vide la camera illuminata da una pallida luce
porporina, e una bruna figura seduta accanto al suo letto... Si
stropicciò gli occhi, ma la visione non sparì... Un grido morì
soffocato sulle sue labbra... Carlotta!...
Era pur dessa!... pallida e sorridente come fantastica creatura di
sogno. Aveva un libro in una mano; dell'altra faceva cenno a Silvio
di tacere. Vi fu un istante di silenzio. Carlotta guardava Silvio
con fronte serena; Silvio guardava Carlotta coll'anima negli occhi,
seguendone ogni più lieve movimento, quasi timoroso che l'adorata larva
dovesse svanire s'egli ne avesse distratto lo sguardo.
«Lo vedete... sono venuta;» disse Carlotta con dolcezza.
Gli occhi di Silvio non dissero che la riconoscenza, ma una
riconoscenza così ardente, che Carlotta sorrise suo malgrado.
— Non sono offesa con voi; aggiunse come a modificare l'interpretazione
che Silvio aveva forse dato alla sua venuta.
Silvio comprese il senso intimo di quelle parole, e sospirò mestamente.
— Vi ringrazio, disse; non avrei osato sperarlo.
E da capo nuovo silenzio.
La posizione di Silvio non era veramente priva d'imbarazzo; egli era
così poco preparato ad una visita di Carlotta, era stato così lungi dal
pensare ad un incontro di quella natura, che le frasi galanti, di cui
di solito non era sprovvisto, gli fallirono miseramente. Fors'anche la
prepotenza d'un sentimento vero aveva debellato il suo coraggio.
Egli guardava Carlotta, rimuginando una frase, che, a calcoli fatti,
doveva essere come una specie di bomba infallibile, e pareva misurare
la distanza per non fallire il suo tiro; ma la frase si contorceva
nella sua testa in mille modi, senza comporsi mai a quel tipo
vagheggiato. Ogni momento che passava cresceva il suo imbarazzo, e un
vivo rossore accendeva sempre più il suo volto. Carlotta gli venne in
aiuto.
— Come state? domandò con un lieve sorriso.
Silvio stava benissimo, e non sapendo fare di meglio, lo disse
sospirando. Quel sospiro non fu fortunato; Carlotta si fece seria in
volto.
Ma Silvio non si die' per vinto, ed aggiunse melanconicamente: «il
medico assicura che _presto_ potrò partire....»
Avrebbe voluto dire _domani_, ma gli parve d'arrischiare troppo, e
disse _presto_; e lo disse pauroso ed indeciso come chi getta un dado
da cui dipenda la sua fortuna.
— Lascerete Gossau? domandò freddamente Carlotta.
Un po' più di calore e la parola Gossau pronunziata con maggior
indifferenza, ed era per l'appunto la dimanda a cui Silvio s'attendeva.
Quelle lievi modificazioni sconcertarono i suoi disegni; tuttavia
s'avventurò a rispondere:
— Non devo abusare della vostra cortesia... e si tenne in aspettazione
spiando sott'occhi l'effetto delle sue parole.
Carlotta sfogliò sbadatamente il libro che aveva fra le mani, e non
rispose. Un gemito partì dal petto straziato di Silvio.
— Che cosa avrete pensato di me! balbettò poco dopo con voce fioca.
— Nulla: rispose Carlotta, temperando la durezza della risposta con una
inflessione dolcissima di voce.
— Nulla! ripetè Silvio amaramente; nulla!
Carlotta fu visibilmente commossa da quell'accento di rimprovero e di
dolore.
— La vostra ferita fu assai grave, disse sbadatamente, volendo volgere
ad altro il discorso.
— Non quanto avrebbe potuto essere, rispose Silvio.
— È vero.
Non le venne detta questa parola, che Carlotta levò gli occhi in volto
a Silvio.
Quelle brevi parole avevano ridestato una memoria assai delicata;
entrambi compresero che il loro pensiero raffigurava in quel punto la
stessa immagine ed arrossirono entrambi.
In quel punto la rosea luce che illuminava la camera impallidì a un
tratto.
Carlotta si drizzò.
— Vorreste?... domandò Silvio giungendo le mani.
— È tardi, fra dieci minuti sarà notte.
— Non partite, ve ne scongiuro.
— È necessario.
— Non sono che pochi momenti che io vi vedo.
— È un'ora che io sono in questa camera.
— Un'ora! tristo me! ed io dormiva.... sognava; sognava di voi, di che
potrei sognare?
L'accento con cui Silvio parlava era così languidamente mesto, che
Carlotta non potè trattenersi dal pagare d'un sorriso quella passione
così sincera.
— Sorridetemi così; proseguiva Silvio, cui il pensiero di rimaner solo,
di perdere un'altra volta quella donna adorata, restituiva in un punto
tutta l'audacia smarrita; sorridetemi così; voi ignorate il bene che mi
fate in questo momento.
— È necessario che io vi lasci, disse Carlotta con dolcezza.
— Ancora un istante; ho tante cose a dirvi.
— È inutile.
— Inutile!
E Silvio chinò il capo con abbandono.
— Promettetemi almeno di ritornare.... insistè coll'ansietà di chi vede
un ultimo barlume di speranza.
Carlotta tentennò il capo.
— Un rifiuto!
— No, non è un rifiuto....
— Promettete adunque?
— Non prometto mai nulla.
Silvio ricadde sul guanciale senza dir motto.
Carlotta s'appressò all'uscio, ma all'atto di afferrare la maniglia, si
arrestò e si rivolse.
— Buona notte, disse.
— Buona notte, ripetè Silvio con un filo di voce.
— Forse.....
— Forse?....
— Aspettatemi....
— Quando?
— Aspettatemi.
— Domani?
Ma l'uscio s'era aperto, e la vezzosa creatura s'era involata come un
fantasma....
Nella camera solitaria di Silvio, errò lungamente un profumo di donna
amata, parte di sè medesima abbandonata da Carlotta ai cupidi sensi
dell'ardente amatore.