Un bel caso.
Il marchese Alfonso Orlandi, uomo di tatto se non di spirito, subito
si era accorto che ci faceva la parte del terzo incomodo: per ciò,
passati neppure dieci minuti in ciarle inconcludenti, si alzò dalla
poltrona, e con l'inchino misurato del gentiluomo corretto, porse la
mano guantata alla bella padrona di casa.
--Contessa: a rivederci.
--Così presto!
--Si figuri con che piacere rimarrei: ma ho ancora cinque o sei visite
da fare e alle sei devo trovarmi al municipio, col conte....
--Questo municipio!
--Salute pubblica, contessa!--esclamò il marchese, sorridendo.
--Ma, dunque, c'è pericolo!
--Dicono.
--Dio! quel mio marito è tanto preoccupato!... da che lo hanno
delegato all'igiene, è diventato proprio un uomo impossibile; son due
giorni, si figuri, che lo vedo e non lo vedo. Stamane, m'ha fatto
sapere che farebbe nottata al municipio. Ma, dico io, bisogna essere
matti!
--Ah, contessa, non ci condanni!
--Che? anche lei?
--Sì; anch'io passerò la notte al municipio.
--A vegliare sulla salute pubblica?
--Dica.... a dormire sopra un sofà.
Il marchese Orlandi fece un mezzo giretto e s'inchinò alla baronessa
Manassero, poi strinse la mano a un giovinotto seduto presso il
pianoforte, dicendogli:
--_Ciao_, Eugenio: ci vediamo, stasera, al circolo?
--Sì.... cioè, non so.
--Se vieni, mi ci trovi di certo; non tornerò al municipio che verso
mezzanotte.
Il marchese andò via; non così la baronessa Manassero, vecchia
pettegola, che s'accorgeva benissimo quanto la sua presenza fosse
d'imbarazzo, ma ci pigliava gusto appunto per ciò.
La conversazione languiva e la contessa Emilia aveva soffocato più
d'un leggero sbadiglio sotto il fazzoletto di pizzo di Fiandra: ma la
baronessa si mostrava inesorabile.
Alla fine, la contessa si alzò, dicendo alla vecchia:
--Ah! lei ancora non ha visto gli acquerelli del povero De Nittis,
comprati ier l'altro da Ottavio? venga, venga.... stanno di là.
Era un congedo in piena regola e la baronessa, passando davanti al
marchese Eugenio Jung, gli porse la mano, in segno di saluto, con un
risolino sarcastico di vecchia maligna.
Due minuti dopo, la contessa rientrava, sola, nel salotto, e con le
belle braccia incrociate si fermava davanti a Eugenio Jung.
--Dunque, tu mi vuoi compromettere?
--Ma che fo, io?
--Sfido! Son già passate quattro visite e tu sei sempre là, come un
mobile di casa. Che figura ci fo, io?
--Colpa tua! se tu m'avessi detto un sì....
--Ma ripensaci meglio; sono idee da matti.
--Ma no, vedi. Tuo marito passa la notte al municipio. Alle otto, tu
dici d'andare a teatro e io t'accompagno. Non c'è nulla di strano, mi
pare! ti ci ho accompagnata cento volte. Invece di andare in legno, si
va a piedi: il teatro è così vicino! Io preparo un legno qualunque,
alla prima svoltata, e andiamo alla palazzina In cinque minuti....
--Non tentarmi, te ne prego. Ma se qualcuno ci vedesse!
--Impossibile: a quell'ora, la strada è deserta; nella palazzina, non
c'è anima viva; ho io le chiavi in tasca. Dunque?
E le prendeva le mani, baciandole.
--Senti: vado subito a preparare una cenetta da innamorati. Non mi
dire di no!... Delle frutta, dei biscotti, dello _Champagne_!
--Ci penserò.
--No, no.... devi dire di sì.
--Sta zitto, che vien gente!
--Ma dimmi di sì, allora!
--Ho paura.... non so.... vien gente davvero....
--Alle otto io son qua.
--E sia.... ma non te l'assicuro.... vieni alle otto.... se mi vedrai
vestita per uscire, allora....
Il cavalier Clemente Mascagni entrò nel salotto, e la contessa gli
mosse incontro col più amabile dei sorrisi.
Il marchesino Eugenio Jung salutò e andò via con passo leggero e il
viso raggiante.
Appena fu nella strada, subito si occupò dei preparativi della
cenetta: comperò del pasticcio di Strasburgo con tartufi, delle
pastine inglesi alla vainiglia, delle _pralines_ di Boissier, delle
scatole di frutti canditi di Napoli, dei barattoletti di conserva di
ribes, dello Chablis, dell'Johannisberg, dello Champagne da venti lire
la bottiglia, e lui medesimo, con una vettura da nolo, portò
quell'ammasso di ghiottonerie nella misteriosa palazzina, in via dei
Colli, dicendo a sè stesso:
--Emilia verrà! oh, verrà!
La sera, alle sette e tre quarti, tornò al palazzo Reginaldi e la
cameriera gli disse:
--La signora contessa finisce di vestirsi e subito è da lei: ma già,
c'è tempo più di mezz'ora al teatro!
--Ah, sicuro!--fece Eugenio, e un lampo di trionfo e di piacere gli
balenò negli occhi:--e Ottavio?
--È già andato al municipio.
* * * * *
Ah! quella cenetta, col pungolo dello paure, coi misteri piccanti del
frutto proibito, era veramente incantevole!
Donna Emilia, raggiante in un pittoresco disordine, rovesciava spesso
la testa sulla spalliera, mostrava i denti bianchi come il gelsomino e
diceva:
--Pare la scena del terz'atto del _Divorçons_!... è il secondo o il
terzo? non me ne ricordo più.
Eugenio, con gli occhi lustri e le guancie accese, non faceva che
stappare bottiglie, e i vini giallicci spumavano, ondeggiavano,
brillando al chiarore dei candelabri, come una pioggia di topazi.
--Oh, Dio! come farò per tornare a casa?--esclamò la contessa, e
intanto le sue dita stringevano il calice di Murano, colmo di vin del
Reno.
A un tratto, la contessa si fece terribilmente pallida.
--Come mi sento male!... apri un po' le finestre.... no, non
aprirle.... Oh, Dio!
Eugenio, spaventato, con la testa confusa, l'abbracciava, la baciava,
piangeva.
--Che hai? che ti senti?
--Oh, Dio! se continua, muoio!
E lui, fuori di sè, le versava acqua, aceto sulla testa, la slacciava,
le faceva vento; ma il malessere si sviluppava con un crescendo
spaventevole.
--Ma che è, mio Dio?--gemeva la povera contessa:--qualcuno.... un
medico!...
--Corro io.....
--No! non lasciarmi sola.
Che fare? che fare?
--Come ti senti?
La contessa non poteva rispondere: i suoi lineamenti stravolti,
contraffatti, facevano paura e pietà.
Eugenio escì di corsa, senza cappello: entrò nel primo portone che
trovò e disse alla portinaia:
--Cinque lire per voi, se mi trovate un medico o lo conducete subito
qui accanto: che prenda una carrozza, mi raccomando!... presto!...
Dieci minuti dopo la portinaia tornava con un medico addetto al
servizio notturno dello spedale. Eugenio stava sulla porta della
palazzina: diede le cinque lire alla donna e la mandò via; disse al
cocchiere di aspettare e introdusse il medico. Il quale trovò la
contessa in uno stato deplorevole. La esaminò ben bene e crollò la
testa. Poi chiese al marchese:
--È sua moglie?
--Sì.... signore.
--Scusi, come si chiama lei?
--Io?... Eugenio.... Martini.
--Andrò io--rispose il medico--a preparare una pozione di laudano:
cinque minuti, neppure, e son di ritorno: intanto, pigli delle pezzo
di lana, e faccia delle frizioni.... forti: m'intende?
Dopo cinque minuti, il dottore infatti tornava con una pozione di
laudano e con.... due guardie municipali.
--Scusi, signor Martini--disse al marchesino--scusi, se faccio il mio
dovere. Non sarà niente, spero, ma intanto, abbiamo i sintomi d'un
caso sospetto.
Eugenio impallidì come un morto.
Uno degli agenti municipali si pose di sentinella al portone e l'altro
rimase nella sala, in aiuto del medico.
Il marchesino pareva una statua, e il suo terrore crebbe, quando udì
che il medico diceva alla guardia:
--Chi è andato al municipio?
--Il nostro brigadiere, signor dottore.
--Sta bene.
Sonavano le dieci, quando la contessa tornò pienamente in sè, ma con
gli occhi ancora smarriti, infossati, le labbra livide, profondamente
abbattuta.
In quel momento, per la via deserta, s'udì un gran rullìo di carrozze,
e due legni si fermarono davanti al portone della palazzina. Eugenio,
con gli occhi fuori della testa, si lanciò giù per le scale e nel
portone s'incontrò col conte Ottavio Reginaldi, seguìto da un
segretario di prefettura, da un sanitario municipale e da quattro
guardie.
--Eugenio!--esclamò il conte:--e tu che ci fai, qua?
--Ti dirò.... appunto....
Intanto, il segretario di prefettura ascendeva i primi scalini.
Eugenio l'afferrò per le falde del soprabito, gridando al conte:
--Te ne supplico! che nessuno salga, se prima non ho parlato con te.
Il segretario stupito si fermò e il marchese, traendo il conte in un
angolo del portone, gli disse con voce bassa, tremante, rotta
dall'emozione:
--Sai.... mi succede un caso tremendo.... Io, ero qui con una
signora....
--Con la signora Martini?
--Ma che Martini!... è un nome falso: è una signora....
--Maritata?
--Già: che forse quel signore là conosce; che forse tu stesso
conosci.... capisci? sarebbe uno scandalo.... io.... lei.... morirebbe
di certo.
--Oh, corpo di.... ma guarda che cosa va a succedere! e come si fa
adesso? io devo prendere le misure che.... capisci bene! il primo
_caso_, il primo _caso_!
--Ma che caso! non è niente, ti ripeto: è un disturbo passeggero; non
capisco come quell'asino di dottore!...
--In realtà non ha denunciato un caso di colera; ma semplicemente un
caso sospetto....
--E allora che serve tanto apparato? dal momento che già vi son due
guardie, basta! stiamo almeno un po' a vedere: che ne dici?
--Pensa un po' se io voglio compromettere un amico come te.... Ma
guarda in che razza d'impicci ti sei messo!... però, almeno,
bisognerebbe sentire il dottore.
--Aspetta, che lo porto subito qua e sentiremo.
Eugenio ascese gli scalini a quattro a quattro; entrò nella sala come
una bomba, chiamò il dottore in disparte e gli disse all'orecchio:
--Senta: giù c'è l'autorità municipale, ma se lei dice che è un caso
di colera, io, parola d'onore, lo strangolo! Parola d'onore!
E il dottore, intontito:
--Ma che colera! non era che un'indigestione e la signora adesso sta
meglio, tanto che, tra un'oretta, ci scommetterei, non avrà più nulla.
Eugenio lo abbracciò con effusione.
--Davvero? ma allora, santo Dio, perchè tanto chiasso?
--Capirà bene! i sintomi erano quelli!
Il dottore, con la guardia e col marchesino, scese nel portone e
dichiarò, sul suo onore, essersi dileguato qualunque sospetto di morbo
epidemico. Poi, si ritirarono tutti, mentre il conte Ottavio
Reginaldi, stringendo la mano al marchesino Jung, gli diceva,
strizzando gli occhi:
--Perdoni il disturbo, signor Martini!
Un'ora dopo, la contessa Emilia, pallida, sfinita, mal reggendosi in
gambe, rientrava nel suo palazzo, al braccio di Eugenio, quasi più
pallido di lei.
--Ma che ha?--le chiese, premurosa, la cameriera:--si sente male?
--No.... sono ancora tutta commossa.... era tanto straziante, quel
dramma!... ho pianto dalla prima all'ultima scena.
--Me ne vergogno--soggiunse il marchesino--ma ho pianto anch'io.
Quando la contessa fu a letto, la cameriera riferì il caso al
portiere, che le faceva un po' di corte.
--Davvero?--disse lui;--ma che diavolo di dramma facevano? voglio un
po' vedere.
E fece un salto alla prima cantonata, dove lesse sul manifesto
teatrale: