III.

Quante volte si sarà soffermato il Leopardi ad ascoltare queste risse

vespertine, risse sull'ora di scegliere il miglior posto per attendervi,

con una zampina su, l'aurora! Egli amava “le più liete creature del

mondo„, il filosofo solitario. Puro nell'elogio che ne scrisse, non

riuscì a infondere la poesia che sentiva in quello che egli chiama loro

“riso„, in quella vispezza e mobilità per la quale egli li assomiglia a

fanciulli. Ciò che ne dice, è troppo generico, lasciando che non è tutto

esatto. Per quanto l'assunto del filosofo dovesse in quell'elogio

contrastare al sentire del poeta, tuttavia noi vi desideriamo il

particolare perchè sia e legittima l'induzione del filosofo e viva

l'esposizione del poeta. Ma non un nome di specie: tutti uccelli, tutti

canterini. Nè molta varietà è, a questo proposito, nelle poesie: in una

canta al mattino “la rondinella vigile„ e la sera il “flebile usignol„;

e il “musico augel„ in un'altra canta il rinascente anno e lamenta le

sue antiche sventure “nell'alto ozio de' campi„; e in un'altra è “il

canto de' colorati augelli„ insieme col murmure de' faggi; e via

dicendo. Ora da questi e simili esempi si potrebbe inferire (io pensava)

che il Leopardi non fosse quel poeta che tutti dicono, o perchè non

colse quel _particolare_ nel quale è, per così dire, come in una cellula

speciale, l'effluvio poetico delle cose, o non lo colse per primo. Ma il

nuovo e il vivo abbonda. E così mi rivolgeva nella mente, come un uomo

pio sussurra un'orazione per scacciare un brutto pensiero, i tanti

luoghi coi quali il poeta della mia giovinezza, della giovinezza di

tutti, destava in me i palpiti nuovi nel riconoscere le vecchie cose.

Ripensavo le sue notti. Ecco una notte tormentata dalla tempesta: a un

tratto non più lampi, non più tuoni, non più vento: buio e silenzio.

Un'altra: una notte buia: la luna sorge dal mare e illumina un campo di

battaglia tutto ancora vibrante del fracasso del giorno: gli uccelli

dormono, e appena rosseggerà il tetto della capanna, gorgheggeranno come

al solito. Un'altra ancora: una notte illuminata: la luna tramonta,

spariscono le mille ombre “e una oscurità la valle e il monte imbruna„,

e il carrettiere saluta con un melanconico stornello l'ultimo raggio.

Oh! i canti e i rumori notturni! il fanciullo che non può dormire e

sente un canto “per li sentieri Lontanando morire a poco a poco„ o,

mentre sospira il mattino, sente, portato dal vento, il suono dell'ora!

Nessuno in Italia, prima e dopo il Leopardi, rappresentò così bene

l'estasi d'una notte estiva:

allora

Che, tacito, seduto in verde zolla,

Delle sere io solea passar gran parte

Mirando il cielo, ed ascoltando il canto

Della rana rimota alla campagna!

E la lucciola errava appo le siepi

E in su l'aiuole, sussurrando al vento

I viali odorati, ed i cipressi

Là nella selva: e sotto al patrio tetto

Sonavan voci alterne e le tranquille

Opre dei servi.

E nessuno meglio sentì la poesia d'un risvegliarsi in campagna al

picchierellare sui vetri della pioggia mattutina; e nessuno meglio

espresse il riprendere della vita dopo un temporale: lo schiamazzar di

galline, il grido dell'erbaiuolo, che s'era messo al coperto, il

rumoroso spalancarsi delle finestre, che erano state chiuse, e in ultimo

il tintinnìo dei sonagli e lo stridere delle ruote d'un viaggiatore che

riprende il suo viaggio; e nessuno dirà meglio mai la sensazione d'un

canto di donna, udito di notte, in una passeggiata, dentro una casa

serrata, a cui ci si soffermò per caso; o di giorno, nel maggio odoroso,

misto al cadenzato rumore delle calcole e del pettine. Un grande poeta,

o cingallegre che fate sentire lo stridìo assiduo delle vostre piccole

lime, in questo dolce sabato sera! un grande poeta, sebbene egli forse

non distinguesse i vostri squilli dallo spincionare del fringuello, a

cui assomigliano! Così pensavo, e venne il suono delle ore dalla torre

del borgo, e io pensai all'altra torre, la torre antica del Passero

solitario. Era proprio alle mie spalle. La primavera brillava nell'aria,

sebbene non esultasse ancora per li campi: qualche belato, qualche

muggito si udiva: dei passerotti saltabeccavano sul tetto della chiesa

di Sant'Agostino, che ora è una prigione; le cingallegre stridevano

sempre. Il Passero solitario però non faceva più il nido nella torre, di

cui fu abbattuta la “vetta„: mi dissero che più tardi ne avrei sentito i

sospiri d'un gufo. Più tardi: ora il sole dirimpetto, facendo lustrare e

avvampare tutti i vetri delle case,

tra lontani monti

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Giacomo Leopardi (1798-1837) La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 6 / 13 题