Si darebbe il concerto?
Loris tornava a dubitare. Per decidersi s'impose una prova, invocando
che gli inservienti dei palchi venissero a spazzolarli. Sarebbe stato un
grande pericolo, se colui incaricato della loro fila avesse avuto l'idea
di guardare anche nel contropalco, dove avrebbero dovuto nascondersi, ma
almeno sarebbero usciti dal dubbio. Questo esperimento gli parve una
condizione fatta al destino, accettando un aumento di pericolo per
sottrarsi all'irritazione della sua incertezza. Ma gli inservienti
scopettavano sempre i palchi prima di ogni rappresentazione?
Intanto il teatro era sempre sommerso nella stessa ombra gelida.
A che ora si sarebbero accesi i caloriferi, se vi fosse spettacolo?
Quella sarebbe stata la vera prova; ma in quella stagione autunnale i
caloriferi non sarebbero stati accesi che tardi. Allora si mise a
giuocarellare con un bottone del divano, divertendosi a tagliarne il
filo colle unghie; il filo teneva duro.
Tornò a girare nel corridoio, fermandosi sulla cima della scala e
trovando in questa ritmica intensione di pericolo come un sollievo. Poi
il bisogno di un rischio più vero lo vinse, e venne alla finestra per
schiuderne i vetri, e spiare sulla piazza. Quando lo ebbe fatto, si
sentì più calmo.
Il giorno scemava, anche fuori del teatro, in un crepuscolo
piovigginoso. Loris tremò che non nevicasse nella notte, perchè Lemm da
solo non sarebbe riuscito a stendere il filo. Allora si mise a scrutare
il tempo; dirimpetto al teatro le case erano così alte, che
intercettavano ogni orizzonte. Non poteva guardare che in su. Si era
ingannato; quei toni plumbei del tramonto non annunziavano la neve. A
poco a poco si fecero più trasparenti, e il cielo si purificò.
Dietro le sue spalle, nella sala, l'ombra si era addensata.
Se fra due ore i caloriferi non venivano accesi, il concerto era
rimandato chi sa a quando.
Allora una serenità tragica gli si fece nella coscienza. Comunque
fallisse il suo attentato, altri lo riprenderebbe, perchè dopo tanto
sangue di scaramuccie era impossibile non scoppiasse la guerra. Egli
perirebbe come un precursore, ma la sua anima col suo nome passerebbe
nell'anima del popolo; e nei libri, nelle veglie, per le steppe e per le
case, si parlerebbe di lui. Gli amici che non avevano osato seguirlo,
rivelando il disegno della sua guerra lo innalzerebbero a condottiero
ideale della rivoluzione. Adesso si persuadeva che un simile attentato
non poteva riuscire.
Quando guardò l'orologio erano le sette; il concerto era rimandato.
Olga rantolava lievemente.
Cominciò la notte. Nell'aria, sempre più fredda, l'ombra e il silenzio
diventavano così profondi, che il pensiero non poteva più interrogarli.
D'altronde a che pro? Tutto s'acqueta nel silenzio e nell'ombra; la vita
è appena un tremito della superficie, sotto la quale l'ombra e il
silenzio custodiscono i segreti dell'infinito. Le generazioni, passate
nella storia, adesso erano inutili come i viventi, che vi
tramonterebbero; la felicità da lui voluta per le generazioni future
sarebbe stata la suprema delle ingiustizie per le generazioni morte.
Il suo disegno si discioglieva nella tenebra come un fumo.
Olga gli dormiva vicino, forse precipitata anch'essa in un letargo fuori
di sè medesima. Si ricordò le _Tre Morti_ di Tolstoi, e sentì che la più
grande era la più semplice, quella dell'albero; rientrare
insensibilmente nella terra, dalla quale si è usciti. La gola gli
bruciava. Aveva le labbra secche, la pelle arsiccia malgrado la rapidità
improvvisa di piccoli sudori, che gliela bagnavano gelandola. Era la
fame colle sue smanie nervose e l'esaltamento della fantasia.
La sua volontà si raddrizzò ancora; bisognava lottare, era assurdo
credere a quel cattivo contrattempo. Il concerto si darebbe domani sera.
Quasi quasi destò Olga per riprendere la conversazione riaccettando ora
quello, che gli aveva offerto con tanta passione; sarebbe stata una
maniera, non peggiore di un'altra, per passare la notte. Ma in quella
superba chiaroveggenza, che gli riduceva al minimo il pericolo del
concerto rimandato, comprese che, accettando l'amore di Olga, ne
rimarrebbe imbarazzato per l'avvenire.
— Che cosa pensano i condannati a morte l'ultima notte, nella solitudine
buia della segreta? si chiedeva Loris. Sentono essi il tempo e lo spazio
diversamente dagli altri uomini, avendone già dinanzi il limite fisso?
La morte, come pena, non è che la pena del pensiero costretto a
discendere nella morte. Loris si trovava dinanzi alla morte, senza che
il silenzio di quell'ombra gli permettesse una distrazione.
La notte fu lunga. Non potendo dormire, Loris tornò alla finestra. La
sua coscienza, attratta dalla vita notturna della città, vi si obliò
lentamente. Per lunghe ore i suoi occhi seguirono i passi di tutti i
viandanti; i suoi orecchi si tesero dietro il rumore sordo delle
carrozze, che si allontanavano per tutte le vie; contò più volte le
finestre illuminate, assistè con una specie di trepidazione al loro
spegnersi, e, quando tutto fu nell'ombra, il suo pensiero vi oscillò
inconsapevole. La stanchezza stessa lo cullava. Giù in fondo al cuore,
sotto ombre anche più dense, gli passavano, come pellegrini curvi,
melanconie di altri tempi; mentre il suo sguardo, fiso sui fiaccheri
allineati poco lungi dal grande caffè del teatro, vedeva nei loro occhi
di fiamma illuminarsi e sparire qualche paesaggio primaverile della sua
giovinezza. Stando in piedi appoggiato al muro, malgrado il freddo che
ne radiava, si assopì; nessuno passava più, solo le guardie ripetevano
il proprio giro come lugubri fantasmi attraverso un sogno. Sull'ultimo
fiacchero rimasto all'angolo della via, il cocchiere a cassetta aveva
reclinato la testa nel sonno. Mosca dormiva enorme nelle tenebre, senza
un respiro, in una tranquillità di pietra. Poi l'ombra, già più tenue in
alto, si diradò ancora facendosi quasi trasparente dinanzi all'azzurro
immutabile del cielo; sui tetti, giù per le gronde, per le facciate
delle case, dai ciottoli delle strade, rimbalzarono labili chiarori.
Quindi l'ombra si assottigliò ancora, si macchiò di pallori lontani,
lacerata da improvvise vivezze, finchè il bianco vi si fuse, vi dilagò,
la sommerse.
Loris incantato vi si abbandonava.
La vita era ricominciata. La popolazione operaia del mattino invadeva
già le strade a passi frettolosi, fra uno strepito di carrette, un
cozzare di voci, un urto, un'onda di gruppi, che sboccavano e
dileguavano a tutti gli angoli. Loris più stanco si lasciava ballottare
mentalmente da quella folla, già allegra della fatica che l'attendeva, e
rinfrescata, dopo una notte forse immonda, dall'aria del mattino. Era
come uno di quegli ubbriachi sorpresi dall'alba, vacillanti per le
strade, e che non ricordano più nulla.
Se qualcuno l'avesse scoperto in quel momento, non avrebbe opposto
resistenza.
I primi raggi del sole batterono sui tetti, scivolando per le cantonate
in mezzo alle strade, ad accendervi come dei braceri multicolori. Mosca
si levava dal sonno sotto il sole; tutto sorrideva, le sue cupole, i
suoi giardini, le sue case, le sue strade formicolanti e sonore, il fumo
de' suoi camini tremolante ai soffi della brezza come un segnale, e
dileguante nell'azzurro senza macchia.
Loris trovò Olga seduta nel palco, che lo aspettava.
— Il concerto non si darà più, ella disse.
— Forse!
— Allora? e nella sua voce rauca v'era come uno squillo di trionfo.
Loris indovinò la tragica gioia del suo amore, e rispose con fredda
ironia:
— Aspetteremo che cominci la grande stagione invernale.
E si distese sul divano per dormire.
Olga lo covava con uno sguardo ardente. Dal momento che il concerto era
stato rimandato, ella lo immaginava soppresso; voleva che fosse così,
tutto era perduto. Fra un mese, o non avrebbero più avuto la forza di
uscire o, tentandolo, la loro fisonomia scheletrale li avrebbe scoperti.
Era la morte sicura, dopo un'agonia lunga quanto una luna di miele. Olga
ne delirava di orgoglio, perchè Loris avrebbe dovuto amarla come l'unica
donna capace di congiungere la propria passione alla sua idea.
Associandosi all'impresa di Loris, ella aveva fatto anticipatamente
getto della vita in quell'immenso attentato, del quale sentiva la logica
pur ricusandosi alla sua atrocità; quindi ora s'abbandonava con gioia ad
una morte innocente, che le farebbe finalmente trovare l'amore.
Era sicura di vincere.
Lasciò Loris sforzarsi invano a dormire, sorvegliandolo con una
tenerezza di madre. Era suo, quel divano minato sarebbe il loro letto di
nozze.
Tutto il mattino passò così; non si parlavano, ma non uno dei loro moti
poteva loro reciprocamente sfuggire. S'intendevano silenziosamente,
stringendosi in una lotta, nella quale Olga invocava la morte come un
trionfo, e Loris resisteva sempre più debolmente. Nel teatro, sommerso
dal medesimo crepuscolo, i loro occhi si abituavano a discernere molti
particolari; non sentivano più così vivamente il freddo, la fame stessa
diminuiva gli spasimi delle contrazioni allo stomaco. Solo un bruciore
di sete, insistente, crescente, toglieva loro d'obliare la catastrofe.
Nè l'uno nè l'altra potevano parlare; quegli che lo facesse prima si
sarebbe arreso all'altro.
E in quella sorveglianza appassionata, nella quale il tempo passava
rapidamente, Olga si sentiva crescere di amore e di potenza. Le sue
fibre di donna palpitavano, il sangue le correva più caldo al cuore, il
rossore delle ore più sensuali della sua giovinezza cogli studenti
tornava a colorarle le gote. Le pareva già di essere sotto una coltrice,
stirandosi voluttuosamente.
Loris scese precipitosamente dal divano, uscì dal palco.
— Tornerai... ella mormorò nel pensiero pigliando quella subita fuga per
un'ultima resistenza.
Dopo cinque minuti Loris rientrò:
— Hanno già acceso i caloriferi.
Olga non potè rispondere.
La sera, sulle otto e mezzo quasi, uscirono inavvertiti fra la folla,
che entrava. Lemm li aspettava dinanzi alla porta del teatro.
— Ebbene? domandò slanciandosi imprudentemente verso di loro.
Loris respirò fortemente:
— Ho fame.