Come si rileva dal titolo, con queste pagine io ho voluto scrivere un
lavoro di storia e di dritto pubblico. Ho quindi mirato ad un triplice
scopo: 1) narrare accuratamente i vari casi, pei quali in Roma fu
votato il _s. c. u._; 2) ricostruire la situazione giuridica, che allo
stato romano imponeva tale misura eccezionale; 3) spiegarne la natura
particolare in relazione con la situazione politica e sociale del
tempo.
Però mentre non dubito che i due primi punti andranno esenti
da controversie e da attacchi più o meno ostili, non posso dire
altrettanto del terzo.
Per i più degli studiosi la storia deve limitarsi alla semplice
narrazione degli eventi, ed abborrire sdegnosamente da ogni sguardo
sintetico e generale, come, se così facendo, si fosse costretti ad
uscire dal campo della scienza per entrare indeprecabilmente in quello
della retorica e dell’ignoranza.
A me quindi non resta se non replicare che si tratta di una divergenza
teorica sul contenuto della nostra disciplina e che, per conto mio,
accetto l’opinione, che stimo più razionale e che venne formulata
magistralmente dal Bernheim[1].
Ma la difficoltà sta in ciò, che qualora, dopo aver narrato, si voglia
avere la precisa concezione del moto delle energie di una data società
in un dato periodo, occorre una dottrina del funzionamento della
società in genere, la quale ci guidi a connettere certi dati fatti con
certi altri ed a porli come loro causa od effetto.
La teoria direttiva, in tal caso, è l’ipotesi che spiega e che è tanto
meglio verificata dagli eventi storici, quanto più soddisfacentemente
li spiega.
Or bene tutto ciò non è che un _desideratum_, dappoichè la
_sociologia_, che soltanto ce la potrebbe offrire, un po’ per colpa
di coloro che ne trattano quotidianamente, un po’ per l’avversione
dei letterati e degli storici di professione a qualsiasi disciplina
teorica, suscita ancora troppi sorrisi e troppo scetticismo.
Ciò non ostante, io credo che non si possa deplorare abbastanza gli
effetti di una siffatta trascuranza, quando si osservi in che modo i
quotidiani libri di storia spiegano e giudicano i fatti storici.
Interi secoli di vita sociale sono considerati come un intrigo di
ambiziosi, di violenti e di corruttori. Quando non vi si sostituisca
la mano di Dio, è l’imperativo categorico del destino e del progresso,
ciò che guida gli eventi ed i popoli a determinate soluzioni. I partiti
e gli uomini avversi al governo e a date istituzioni non possono
non essere un sozzo reclutamento di facinorosi destinati ad aver
torto. Peggio ancora, se da questi fatti generali si scende ad esempi
concreti. Gli astiosi e parziali pettegolezzi di politica quotidiana,
registrati sulle fonti, che spesso sono tali a distanza di secoli,
inquinano e falsano la maggior parte dei nostri giudizi; nè, per
sottrarcene, basta la pratica della minuta storiografia.
Nella spiegazione quindi del fenomeno sociale da me studiato ho
cercato di tenermi lontano da codesto inconsapevole dilettantismo, ed
ho seguito l’unica ipotesi sociologica, che credo veramente seria,
contenuta nella concezione materialistica della storia, intesa —
s’intende — nella sua maniera più criticamente accettabile.
I lettori giudicheranno se io abbia violentato i fatti, e gli storici
di professione, se a me spetti di subire la scomunica.
Da questa ricerca infine mi si è insinuata sotto mano, senza che io me
ne avvedessi, una lezione di morale storica e politica. Rimesse sulle
prosaiche rotaie delle realtà, le misure eccezionali d’ogni tempo
e d’ogni luogo mi sono apparse tali quali il lettore le troverà, ed
il loro velo tradizionale di equità o di giustizia mi si è per via
miseramente dileguato.
_Historia magistra vitae_! sono stato più volte tentato di esclamare.
Ma — pur troppo — gli uomini determinano la loro condotta, non già in
base alle astratte nozioni della morale o delle teorie sociologiche,
ma sotto l’impulso decisivo di circostanze, bisogni, ed interessi
immediati, e le future sirti del gran mare della storia, di là da
incontrare, non ànno, per essi, somiglianza alcuna con le altre del
passato, di cui hanno imparato a conoscere la natura.
Ed anche ad ammaestrarci di tale verità può, a rigor di logica, essere
capace soltanto la concezione materialistica della storia.