«Con mezzo core non posso stare a battermi.»
«Che intendi dire?»
«Se amici non hai, debb'io curarmene?»
Dura cosa è il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio
mi staccai, e dissi: «Chi mi tocca, ardito lo stimerò! Solo
compiango dover morire per mano amica: non speravo così.»
«Venite avanti tutt'e due; saranno qualche centinaia di nemici
di più stesi morti — Val più due valorosi che uno.» E la lancia
me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.
È semplicemente sublime!
*
* *
Mettendoti sotto gli occhi il processo esteriore dei fatti, ho notato,
via via, come in margine, quello, interiore, delle mie idee.
Non è parso anche a te di assistere al graduale svolgimento di un
unico fenomeno che dalla semplice sensazione passato ad invadere
l'immaginazione e da questo penetrato, a poco a poco, nel dominio più
elevato delle facoltà della mente, vi abbia risvegliato e messo in
moto energie sopite e ignorate, di miracolosa apparenza? Non ti si
è presentato spontaneamente dinanzi il concetto di una strettissima
analogia tra lo stato normale e l'anormale, tra il sonno e il
sonnambulismo provocato, tra lo stato magnetico e lo spiritico, fra
questi due e lo stato ordinario delle nostre facoltà intellettuali?
Certamente analogia non vuol dire identità; ma la differenza non
può neanche significare che un fenomeno esca dal circuito dei fatti
naturali tanto da doversi attribuire ad un agente fuori di noi.
La nostra ignoranza intorno alle funzioni del sistema nervoso e del
sistema psichico che gli corrisponde ci impone di essere circospetti.
Tu rideresti certamente di un medico che volesse attribuire i fenomeni
della gran nevrosi isterica al vecchio intervento del diavolo. Le
_demoniache_ di una volta oggi non vengono più bruciate ma condotte
negli ospedali o rinchiuse nelle Case di salute; e la Chiesa cattolica
non fiata. Tu rideresti egualmente del tuo medico se ricorresse
all'azione di forze ignote, tutt'altre che quelle del magnetizzatore
e della magnetizzata, per spiegarti i fenomeni sorprendentissimi del
sonnambulismo provocato. O perchè, domando io, non dobbiamo trattare
alla stessa stregua coloro che, pur riconoscendo gl'intimissimi
legami tra il sonnambulismo provocato e i fenomeni dello spiritismo,
s'inalberano poi all'ipotesi che questi, con la loro base anzi radice
in quegli altri, possano esserne semplicemente una varietà, sebbene
molto distinta e più straordinaria?
Ammettendo che la scienza, o meglio, che certi scienziati si siano
affrettati a conchiudere troppo presto colle loro recise negazioni, non
devesi pure ammettere che gli spiritualisti e i credenti spiritisti si
siano affrettati troppo presto anch'essi conchiudendo affermativamente?
A me pare di sì.
E mi pare più giusto il convenire che con tutto il meraviglioso
progresso delle nostre cognizioni positive, nel presente anno di
grazia mille ottocento ottantaquattro, noi ci troviamo, di faccia a
molti fenomeni naturali, nella stessissima condizione dei poveri
selvaggi al cospetto di altri fenomeni spiegabilissimi per noi e per
essi ancora un mistero. Però noi, selvaggi della civiltà, ammaestrati
dalla storia, dovremmo condurci assai diversamente di quelle misere
creature poste dalla loro cattiva sorte nei più bassi gradini della
gran scala umana. Invece, forse per una severa legge dello spirito,
procediamo alla stessa guisa.
Inoltre, siamo avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati
e non scienziati; tanto i materialisti presi dalla paura di vedersi
forzati, _dai fatti_, ad ammettere l'esistenza di un _qualcosa_ non
semplicemente materia; quanto gli spiritualisti atterriti dall'idea di
veder quel _qualcosa_, dagli onori di puro spirito immortale, degradato
alle condizioni di un che nè tutto spirito come essi l'intendono,
nè tutto materia come l'intendono quegli altri. E il curioso è che,
stringi, stringi, nè gli uni sanno nulla di positivo, di veramente
scientifico, intorno al loro spirito immortale, nè gli altri nulla di
positivo, di veramente scientifico intorno alla costituzione della loro
materia!
Sì, siamo ancora avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti,
scienziati e non scienziati. A seconda delle nostre idee preconcette,
la verità ci fa paura e le andiamo incontro fino a un certo punto,
fin dove ci torna comoda, fin dove colla nuda e cruda attestazione del
fatto non ci mette alle strette di dover confessare umilmente la nostra
grande ignoranza. Se così non fosse, non avremmo ora la cocciutaggine
della scienza nel negare fatti evidentissimi che saltano agli occhi da
ogni parte, nè l'altra di attribuire risolutamente tali fatti a cause
supernaturali, come se fossero già stati esauriti tutti i possibili
mezzi di esame per annodarli alla gran catena dei fenomeni del mondo
inorganico e dell'organico, dato che siano due mondi e non uno solo,
solissimo.
Claudio Bernard, nelle conversazioni e dalla cattedra, ripeteva sempre:
_un fait morbide n'est que l'exagération d'un fait normal_.
Tolto via quel _morbide_, che qui non c'entra, non parrà ardito
l'affermare che i fatti eccezionali, sorprendenti, miracolosi, siano
soltanto l'esagerazione di fatti normali.
Io potrei facilmente ridurre questa lettera alle proporzioni di un
grosso volume, registrando una serie di fatti autentici, indiscutibili,
nei quali le ordinarie facoltà del nostro organismo sonosi elevate ad
una potenza eccezionalissima, da rasentare il sonnambulismo provocato,
lo spiritismo ed anche il miracolo, senza che per ciò si tratti di
fenomeni precisamente magnetici, spiritici o di miracoli religiosi.
Mi contento di rimandarti a un libro curioso, divertente e scritto,
nello stesso tempo, con vero intendimento scientifico. Esso non ha la
stolta pretesa di aver risoluto l'intrigatissimo problema dei fenomeni
spiritici; ma, senza dubbio, ha il merito di averlo proposto con
coraggiosa franchezza, con ammirabile nettezza, e di aver additato la
via per cui dovrà indirizzarsi la ricerca della soluzione avvenire.
Esso s'intitola: _Essai sur l'Humanité postume et le Spiritisme_ e n'è
autore il signor Adolfo d'Assier, un positivista comtiano[73].
Ripeto: analogia non vuol dire identità: esagerazione già implica
sproporzione di qualità e di misura. Quando la semplice sensazione
magnetica invade l'immaginazione, è diventata quasi un'altra cosa;
quando il fenomeno passa il limite dell'immaginazione e si accampa
nelle facoltà più elevate dell'intelligenza è penetrato in una regione
dove nessun fisiologo può ridurlo ad una special forma di movimento
molecolare senza sconfinare dalla propria giurisdizione veramente
scientifica.
Oh, non ti figurare che la mia leggerezza e la mia vanità di curioso
e di dilettante siano per essere così eccessive da spingermi dentro il
ginepraio di così ardui problemi.
Io aspetterò, fiducioso, come te e tutti i nostri pari, i responsi
della nuova psicologia a cui lavora così tenacemente la filosofia
scientifica moderna; e aspetterò che il prossimo libro del mio
Pietro Siciliani contenga questo importantissimo capitolo scritto con
quella serena imparzialità che gli viene dal giusto punto di vista
in cui il suo positivismo critico l'ha posto, egualmente distante
dalle dommatiche affermazioni dei positivisti del materialismo e dei
metafisici dell'idealismo.
Intanto, nè Tu nè il Siciliani, spero, giudicherete che io vada oltre
la mia ristrettissima competenza, stendendo la mano a uno solo dei
tanti spinosi problemi spiritici, quello delle _communicazioni_ in
forma artistica.
Se sono arrivato al mio problema imitando il _bonhomme_ Lafontaine,
che nell'andare all'Accademia prendeva sempre la via più lunga; se
ho sentito il bisogno di largamente giustificare la mia posizione di
osservatore dilettante, descrivendo a grandi tratti tutto il cammino da
me percorso, vuol dire che ho piena coscienza del mio limite e che non
intendo passarlo.
Con le _communicazioni_ in forma artistica mi è parso di trovarmi
in casa mia, perchè i riscontri dello stato normale coll'anormale
ho potuto praticarli non solamente con più faciltà ma con maggiore
esattezza, il doppio esperimento essendo, in questo caso, fino a un
certo punto, assolutamente personale. Avrò male apprezzato i resultati
della mia piccola inchiesta? Non vorrà dir nulla. Rimarranno sempre i
fatti che hanno un valore da per loro stessi.
Per ciò ho vinto la giusta repugnanza di parlare in pubblico della
mia povera persona. Non si tratta, ho detto da me da me, di questioni
puramente letterarie, ma di osservazioni psicologiche, di esperimenti
stavo per dire _in anima vili_; ed ogni fenomeno umano accuratamente
osservato ha molto valore per la scienza, qualunque possa essere,
grande o meschino, il soggetto nel quale, per un concorso di favorevoli
circostanze, è venuto a prodursi.
Così possa sembrare non senza importanza anche agli altri il conoscere
qualcuno degli svariatissimi modi con cui l'interessante fenomeno della
opera d'arte può manifestarsi nel mondo!
*
* *
Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell'opera di arte in
maggior quantità che non pel passato, c'è sempre un punto, nell'atto
della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa
incoscienza.
Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado,
nell'elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l'agevola, la
mette in moto; ma l'atto, ma il vero punto della creazione si avvolge
infine, come in ogni altro fenomeno vitale, nelle misteriose oscurità
dell'incoscienza.
Le preparazioni, i processi possono variare all'infinito. Tra il
Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima
e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del
parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta
la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima
conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una
novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e
alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa, _flanant_,
alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a poco a poco,
dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con
piena libertà d'arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c'è, chi
non lo vede? un'enormissima differenza di messa in opera e di processo.
Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di
nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato,
riescono a quella che io chiamerò l'_allucinazione artistica_, alla
incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi
psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa
caso.
Il valore, la vitalità dell'opera di arte dipende dalla maggiore o
minor preparazione tecnica che nella concezione di essa interviene.
L'arte, come forma e nient'altro che forma, ha un proprio organismo
che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa
crescenza, e non sta nell'arbitrio dell'artista l'accettarne o il
rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non
sta allo scienziato l'accettare o rifiutare il materiale della scienza
raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione
di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta
dal complesso delle facoltà dell'artista, rimarrà, forse per sempre, un
fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, per questo,
un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?
Il valore, la vitalità di un'opera di arte dipende anche dalla
maggiore o minor quantità di impressioni immediate che noi vi facciamo
intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente
coscienti. La più gran parte, accumulate indirettamente, per la via
dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si
svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il
pungolo di un'eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.
L'artista procede, in questa circostanza, come i _soggetti_ del
sonnambulismo provocato, ed ha la sua particolare allucinazione; la
quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o
massimi, d'intensità e non per la intima sua natura.
Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio
noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate
sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre più confacenti
al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra
personalità; e il Mosso potrebbe dirci l'equivalente trasformazione
in calore di questi diversi movimenti. La perfetta oggettività della
ben riuscita opera d'arte non ha altra origine; talchè l'artista non
fotografa neppure quand'egli stesso crede di soltanto fotografare.
Interpretare, integrare, compire i dati più immediati della realtà
con altri più complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni
inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, più remoti e non
meno efficaci, condensati in esso dall'eredità; ecco le operazioni
concorrenti alla produzione dell'opera di arte, ed ecco la chiave di
oro che può, forse, aprircene i meravigliosi segreti.
Due o trecento personaggi della _Comèdie Humaine_ hanno tale e tanta
evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale.
L'_allucinazione_ dell'artista si è lì così prodigiosamente condensata
e solidificata nella forma, che l'impressione della lettura non solo
eguaglia l'impressione diretta ma talvolta la vince, perchè nell'opera
di arte c'è come un concentramento di raggi in cui l'eccitata
immaginazione dell'artista fa l'ufficio di lente.
L'allucinazione spiritica, nel produrre le _communicazioni_, passa
gradatamente, come l'artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza.
Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di
me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro
della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi.
E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene
avvertita egualmente da tutti i _mediums_ scriventi, potrei rispondere
che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quel
_nisus_ nervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di
una felice disposizione dell'organismo, l'eccitamento può occorrere in
proporzioni minori.
L'allucinazione artistica, per la intensità e per la durata, differisce
notevolmente da quella delle sonnambule e dei _mediums_.
Noi ignoriamo quali energie entrino più particolarmente in funzione, e
in quanta misura, sia nell'una che nell'altra; ma questo non impedisce
di riconoscere la identità nella differenza e la somiglianza nella
diversità che corre fra le due specie di fenomeni in discorso.
Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come
di persone reali, impensierito delle difficoltà di un matrimonio,
attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?
Il Dickens non scriveva al Forster: _terminata la seconda parte_ (delle
_Chimes_, campane) _nel concepire ciò che doveva accadere nella terza
ho provato tant'agitazione, tanto dolore, come se la cosa fosse stata
reale, che ho dovuto chiudermi in camera per nascondere i miei poveri
occhi, gonfi e rossi al punto di dover essere ridicoli?_
E gli esempi potrebbero facilissimamente venir ridotti a migliaia.
Per restringermi, come mi son proposto, alla mia personale
osservazione, eccoti un caso di allucinazione artistica, che chiamerò
complicata perchè intrecciasi stranamente colla quasi allucinazione
sonnambolica o spiritica che vogliasi dire. Questa complicazione ha
poi, secondo me, impedito all'opera di arte di condensarsi nella forma
e venire alla luce.
Nella Galleria dell'Accademia di San Luca in Roma c'è un _ritratto
d'ignota_, del Van-Dick, una bella testa dalla fronte liscia, dagli
occhi vivissimi, dalla carnagione bianca e fina, dalle labbra sottili
e semi aperte a un sorriso. Incastrata in un gran collare di merletto,
ha l'apparenza di una testa staccata dal busto messa in un vassoio
di argento finissimamente cesellato. Gli scuri capelli tirati in su
torreggiano sulla fronte circondati da un piccolo diadema di pietre
preziose legate in oro; quattro file di perle, fermate da una borchia
d'oro, con un ciondolo, le pendono sul seno.
Nell'ottobre del 1875 questo ritratto trovavasi nella prima sala,
un po' in alto, accosto alla finestra, quasi di faccia all'uscio di
entrata.
Ne rimasi come affascinato. Stetti a guardarlo lungamente, senza
staccarne gli occhi un istante... Chi era colei? Una gran dama, di
certo; si capiva dall'abbigliamento. Ma quella sua carnagione di
un pallore di avorio; ma quella pelle che mi pareva mostrasse nella
maturità lo stato verginale del corpo — una pelle _non usata_ e già
diventata un po' rigida —; ma quelli sguardi che si fissavano così
intentamente nei miei, quasi animantisi a poco a poco, per interni
fulgori prodotti dalla simpatica insistenza con cui la guardavo;
ma quel mezzo sorriso, di una mitezza triste, che si accordava così
bene con l'aria un po' fredda dell'aspetto; tutto, tutto mi faceva
intravedere, a traverso la nebbia di due secoli, una pietosa storia
di intime sofferenze, eroicamente sopportate nella glaciale solitudine
del suo palazzo o del suo castello; la storia d'una passione repressa,
non sapevo se per volontaria fierezza della propria condizione o per
contrasti di famiglia.
E mi sentivo commosso da un compatimento grande verso quella bella
figura di donna che mi pareva quasi sdegnata di vedersi lì, in mostra;
offesa ogni giorno della sbadata curiosità dei visitatori, ed ora
impressionata dall'insolita compassione con cui uno sconosciuto si
sforzava di carpirle il più intimo segreto della sua vita.
Fantasticavo così da più di un'ora, quando il custode venne a dirmi:
Signore, si chiude.
Poco dopo, all'aria aperta, tra le meraviglie del Foro inondato di
sole, avevo già dimenticato quel ritratto d'ignota e la mia poetica
fantasticheria.
Tornato a casa verso la mezzanotte, chiuso il portone e fatto qualche
passo nell'andito, al buio, intanto che frugo in tasca per lo scatolino
dei cerini, sento o mi par di sentire l'alito caldo di un respiro umano
sulla guancia destra..! Accendo in fretta un fiammifero.... Non scorgo
anima viva.
Rido di me stesso e comincio a montar le scale; ma, all'improvviso,
eccomi assalito da un inesplicabile senso di paura... Mi sembra che una
persona invisibile monti le scale dietro di me.
Questa volta non posso ridere. Salto i gradini a quattro a quattro e
richiudo prestamente l'uscio, quasi volessi impedire l'entrata.... a
chi? Non lo sapevo neppur io in quel momento. Se non che in camera,
mi si presentava subito alla memoria quella bianca e fredda figura
d'ignota dipinta dal Van-Dick.
— Un bel soggetto di novella fantastica! pensavo nello spogliarmi per
andar a letto.
E la tela di essa mi si spiegava nell'immaginazione coi più minuti
particolari: la visita all'Accademia; la sensazione del soffio caldo
sulla faccia provata nell'andito, al buio; poi l'apparizione, da
prima indistinta, indi un po' più chiara, sebbene sempre vaporosa,
dell'Ignota che veniva per ringraziarmi di quel sentimento di simpatia
dimostratole la mattina. Avevo paura; non osavo risponderle. Dopo,
la paura gradatamente diminuiva; la figura di lei diventava sempre
più visibile. E la sera tornavo a casa più presto per rivederla, per
intrattenermi con lei....
— Sì, un bel soggetto di novella fantastica!... Ma la chiusa?
Non la trovavo. E mi addormentai nel cercarla.
Durante la giornata, distratto dagli affari, non mi rammentavo più
della Ignota, nè del soggetto del mio lavoro; ma ogni notte, appena
entrato in camera, la fantasticata allucinazione della novella
diventava quasi una realtà. Sentivo in quello stanzone di via Ripetta
la presenza della Ignota. Negli angoli dove l'ombra era più densa, la
figura di lei mi pareva si disegnasse ondeggiante, come formata da una
leggierissima nebbiolina azzurrognola.
Per qualche momento avevo paura, proprio paura.... (Una notte ci mancò
poco non andassi di là, a svegliare Ulisse Barbieri che forse sognava
un dramma sanguinoso o una ricca caccia colla civetta pel giorno
seguente)... poi riprendevo il tessuto della mia novella, dal punto
dove l'avevo lasciato la sera avanti.
.... La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La
sua gratitudine era già diventata amore bell'e buono e non me lo
nascondeva. Però quel mio terrore di lei la rendeva molto triste: Ah!
il mondo di là non era poi così distaccato da questo dov'ella aveva
tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perchè dunque la facevo
soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perchè non la riamavo
un pochino?... Le rispondevo di sì; ma ella mi leggeva nell'animo la
mia forte repugnanza per l'affetto di una morta, di uno spirito! E
intanto l'apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano
posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le
sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di
dolcissimo ribrezzo...
— Un bel soggetto di novella fantastica! Sì... Ma la chiusa? La
catastrofe?
E mi addormentavo nel cercarla.
E così ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz'ora in uno stato
strano, nè di completa realtà nè di allucinazione completa; talchè,
a volte, non sapevo più distinguere se fosse l'idea della mia novella
che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell'idea fosse
la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed
attore nel punto stesso.
— Ma la chiusa? la chiusa?
.... Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere
oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo più resisterle.
Però ella mi appariva, di volta in volta, più mesta, d'una mestizia di
profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! — Ora
potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l'avrei distinta da
un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi
baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava più
all'orecchio così fioca come se giungesse da immensa distanza. — Perchè
sei così trista? — Non mi ami!... Non puoi amarmi! — Oh, no t'inganni!
Io t'amo!... T'amo!.. — Me lo dici per pietà!... Grazie! Addio, addio!
Non ci vedremo più! — E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda
alle mie preghiere, ora che l'amavo davvero, ora che avevo le lagrime
agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell'addio!...
— Oh!... La chiusa era trovata!
Lo crederai? Questa novella non mi è riuscito di scriverla nè allora
nè dopo. Tutte le volte che l'ho tentato, la forma non mi è mai parsa
così leggiera, così trasparente, vorrei dire così impalpabile come la
richiederebbe il soggetto.
I miei amici, Giorgio Arcoleo — in quel tempo non ancora professore di
diritto costituzionale ma già facondissimo parlatore — Ruggiero Mascari
— uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini
della letteratura — Francesco Giunta — un amabile scettico che, dopo
aver studiato avvocatura, fa per poltroneria il professore di belle
lettere molto meglio di tant'altri che vi si addicono di proposito —
tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata
insieme sul Vomero, all'ombra del gran pergolato, quando nel raccontare
ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se
novella, o allucinazione, o realtà spiritica, mi tremava, un po' dalla
commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perchè quel fantasma di
donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma
e renderlo visibile agli occhi altrui[74].
— Ma scrivi la tua novella proprio come l'hai raccontata! mi diceva
parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch'era stato ad ascoltarmi con
grande interesse.
Inutile! Quella novella _vissuta_ è rimasta sempre ribelle a
qualunque forma letteraria, cioè superiore; e dimostra che non sempre
giova l'esser pieno d'un soggetto perchè _la mano risponda_, come
Michelangelo direbbe.
Il caso, se non m'inganno, è caratteristico molto. Le due
allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e la sonnambolica o
spiritica, vi s'intrecciano ed innestano l'una nell'altra da render
difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del
come non parlo.
Intanto, mentre il ricordo, l'impressione, la _forma ideale_ della
novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l'effetto dell'opera
d'arte che provocolla oramai non è più lo stesso. Ho riveduto, dopo
quasi otto anni, quel _ritratto d'ignota_: la magìa di esso è sparita.
Forse perchè situato in un'altra stanza, con altra luce, in un posto
così basso da poter essere osservato da vicino? Forse perchè lo stato
dell'animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?
E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione
di scrivere la mia novella si faceva sentire più forte, e più forte,
egualmente, l'impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di
scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta
d'una sensazione immediata!... Ahimè, il pennello del Van-Dick non
rinnovava il miracolo del 1875!
*
* *
Avviene non di rado che l'opera d'arte sgorghi fuor dell'immaginazione
così intimamente compenetrata colla forma, così completamente forma,
senza preparazioni od elaborazioni di sorta, che la quasi incoscienza
del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.
Un'incoscienza _sui generis_. Non c'è propriamente un vero sviluppo,
una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi
personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bensì una specie di
fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello
spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L'analogia
delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche è
spiccatissima.
Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del
1881 una fiaba popolare, _La Reginotta_. E dicevo al bambino: _mi ero
incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non
ci riuscivo. C'è voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai
poemi e alle tragedie, non è possibile rifarle_. — Com'è che, parecchi
mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un'altra
fiaba tutta di mia invenzione, _Spera di sole_, alla quale non avevo
pensato neppur un momento?
_C'era una volta...._ E la fiaba era venuta fuori quasi sotto
dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo,
per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno
letterario così insolito per me, fosse tornato a ripetersi.
Tu sai che io amo rimugginare lungamente un'opera d'arte, per averla
nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la
prima parola, possa sapere precisamente quale dovrà esserne l'ultima.
Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente
il quinto, l'ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il
quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla
carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza
neppur sapere quel che dovrebbero mettervi. La profonda convinzione che
un'opera d'arte sia un organismo, non solamente m'impedisce di fare
questi maravigliosi _tours de force_, ma mi arresta per giorni, per
settimane, per mesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente
a quell'insieme, ripugnante a quell'organismo. Mi è impossibile di
spiccare un salto a piè pari, di lasciare una parola in bianco o un
periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi,
miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza
del valore di una transizione, di uno scorcio, tal'altra per una
speciale agilità della mente che trova subito la correzione, la frase
da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.
Perciò io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno
spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:
_C'era una volta....._ i miei fantastici personaggi si mettevano
in moto, s'impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime
avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per
nulla.
Spesso mi andavo domandando, con curiosità bambinesca, in che modo
il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi
disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la
Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani:
brava la Reginotta, bravo il Reuccio!
_Vissi più settimane soltanto con essi_ (coi personaggi delle mie
fiabe) _ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi è già
convinto che la realtà sia il vero regno dell'arte. Se un importuno
fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei
risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel
capo; avevo _Serpentina_ in pericolo, o la _Reginotta_ che mi moriva di
languore per _Ranocchino_, o il _Re_ che faceva la terza prova di star
sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata
fanciulla_.
E scrivendo così nella prefazione del mio libro non adoperavo un
artificio rettorico ma dicevo la schietta verità.
Capisco bene, Amico mio, che non c'è da gridare al miracolo.
Una discreta cognizione della forma artistica delle fiabe; un
mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d'altronde
ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari;
la speciale condizione di quel loro mondo così estraneo ad ogni legge
di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare
il mio còmpito artistico, quantunque veramente nulla sia più difficile
del facile e nulla più complicato, nella esecuzione, dell'apparente
semplicità in letteratura.
Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneità del fenomeno
non perde il suo valore per questo.
Il caso seguente è più complesso. La sensazione vi si trasforma
lentamente in allucinazione letteraria, e nel passaggio si assimila
altre consimili impressioni della realtà per poi produrre un effetto
inatteso.
Si tratta d'un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume
di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo
Stendhal riceveva, senza che l'autore l'avesse fatto a posta, una calda
riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato
della realtà vi si rivestiva d'une infinité de petits cristaux
mobiles et ebluissants; e l'autore, imitando i minatori di Hallein
che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l'air est
perfaictement sec, d'offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs,
presentava il suo ramoscello ai lettori, invitandoli a discendere con
lui nelle profonde miniere della passione amorosa.
Però, la cristallizzazione dell'ultima branca del suo ramoscello non
parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo
servì, con uno di quegli incontri che producono il famoso _coup de
foudre_. _Il faudrait changer ce mot ridicule_, dice lo Stendhal;
_cependant la chose existe_.
«Sentivo tremare in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi
a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi
spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali
sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi.... Per
due settimane rifeci ogni giorno i viali dei Giardini pubblici ove
l'avevo incontrata. Aspettavo, delle ore, smanioso, agitato, come
se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la
magica virtù d'un violentissimo filtro, e fosse omai stretto ad essa
l'intiero destino della mia vita..... Sentivo sopratutto e vedevo con
lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere colle
parole, un'emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso,
un'essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la
presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto
un vestigio coll'orma dei suoi piedini; l'erba, le foglie delle piante
di fiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai
lembi della sua veste toccati mentr'ella passava; l'aria intiera n'era
impregnata; gli atomi luminosi, da lei spostati nell'andare, vibravano
ancora.»
Si era messo a notare, forse per uno sfogo, queste impressioni sulla
carta, certamente senza più rammentarsi dell'ultima novella del
suo volume che gli pareva non armonizzasse colla intonazione delle
altre; però, di mano in mano ch'egli avea proceduto in quella sincera
confessione del suo peccato di pensiero, il fantasma della persona
cercata con tanta smania e non più potuta rivedere gli si era confuso
nella mente col fresco ricordo di un'altra persona, velando questa
colla grazia gentile della sua bellissima figura. E così, fitta, per
due giorni, una vera ossessione lo aveva posseduto; e la creatura della
sua fantasia, più viva, più evidente d'una creatura reale, gli avea
ripetuto dentro, punto per punto, coi più minuti particolari, il lungo
processo d'una passione morta di sfinimento poco prima.
Col cuore sconvolto, col cervello in fiamme, egli avea lavorato dodici
ore al giorno, di seguito, levandosi dal tavolino soltanto per prendere
un boccone e rifarsi, con un pò di sonno, delle esauste forze; e
appena scritta, con mano tremante, l'ultima parola della sua novella,
era cascato colla testa sul manoscritto, mezzo svenuto; il sangue gli
turbinava nel cervello, in tutta la persona.... _e gli era parso di
morire_.
Poi si era destato da quello sbalordimento come da un grave e lungo
sonno. Stretto e tormentato, per più di quindici giorni, fra i
terribili artigli della sua fulminea passione, in certi momenti anche
atterrito di quella implacabile violenza, si era destato sereno,
tranquillo, completamente guarito. Aveva amato e posseduto, nella
sua allucinazione artistica, l'adorato fantasma; e quel processo di
passione così rapidamente ripetutosi nella sua immaginazione e nel suo
cuore, avea prodotto gli effetti della passione reale.
Tornò ai giardini pubblici per rintracciarvi quello che già gli pareva
un passato lontano. «Era la stessa stagione del nostro primo incontro;
la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e
qua e là fiorite. Il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi
tra le frondi agitate dal venticello della sera.
Ahimè! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano più
nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli
mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei
canali, torbide, verdastre, riflettevano gli oggetti con un tono di
colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle
ninfee, gracidavano una musica degna del posto, che ora mi sembrava
pretensionoso e volgare... E andando via rimuginavo:
— Ma è dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del
nostro spirito, uno scherzo, un'illusione?»
*
* *
Lo so; questa quasi incoscienza dell'allucinazione letteraria non è la
perfetta incoscienza delle sonnambule e dei _mediums_ scriventi.
«Gli artisti, dice il Richet, per sforzi che facciano, non giungeranno
mai a perdere la nozione della loro personalità; non cesseranno un
istante dal distinguersi dalle loro creazioni, non dimenticheranno
il loro _io_ e, malgrado la febbre dell'ispirazione, si vedranno
sempre seduti al loro tavolino occupati a fare un poema, un dramma, un
romanzo[75]».
Sta bene.
Nell'_obbiettivazione dei tipi_, com'egli la chiama, le sonnambule non
li concepiscono, li realizzano in loro. «Esse non assistono, come le
allucinate, da spettatrici, alle immagini che si muovono sotto i loro
occhi; somigliano piuttosto ad un attore che preso da subita follìa,
scambiata colla realtà l'azione di un dramma, si credesse trasformato,
corpo ed anima, nel personaggio da rappresentare[76].»
Sta benissimo. Ma la mezza allucinazione, l'allucinazione completa,
l'_obbiettivazione dei tipi_, per quanto differentissime tra loro, sono
forse così dissimili da non potersi ridurre ad uno stesso fenomeno in
diversi gradi d'intensità?
Io non ti ho nascosto la mia ammirazione pei documenti che pubblico.
Dubitando del mio giudizio, ho consultato e fatto consultare persone
assai più competenti e più imparziali di me.
Giosuè Carducci, lette sulle bozze di stampa le _Visioni di fra
Iacopone_, dettava a una gentile amica che gliele avea presentate in
mio nome[77]:
«Di Jacopone da Todi non rimangono prose altro che tradotte dal suo
latino. Difficile dunque giudicare delle prose in queste colonne
rappresentate. La lirica di Jacopone è mescolata di moltissime dizioni
e frasi umbre. Nulla di dialetto umbro nelle prose di queste bozze. In
queste colonne, anzi, molta affettazione di prosa antica del secolo
XIV, che il più delle volte non riesce bene. Ma l'invenzione delle
_visioni_ è molto felice e quasi corrispondente e in armonia ai tempi
mistici.»
Alessandro di Ancona, che conosce fra Jacopone come pochissimi in
Italia, non rispondeva altrimenti ad un comune amico che l'avea
richiesto di un parere, e notava parecchie parole non dell'epoca:
_ufficio, ciuccio, puntaa li piedi, venio, portaali, tiraami lottava,
fulminando, si divertiano, livello, piazzavansi, li mezzi umani_.[78]
Letto l'episodio della battaglia delle Termopili, il Carducci diceva:
«Anche questa volta ammiro la trovata ch'è buona, e specialmente la
seconda parte è consentanea all'ambiente greco. Ma da principio c'è
un _lasciare all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere_, che è
uno stile tutto moderno e non bello. E quell'esclamare: _O figli di
Licurgo!_ per dire gli Spartani non è storico. Un antico avrebbe detto:
_o figli, o discendenti di Ercole_. Ma tutto insieme la _visione_ è ben
trovata ed è felice specialmente l'ultima parte.»
E aggiungeva che _gli pareva impossibile che un ragazzo quasi ignorante
potesse scrivere a quel modo di quelle cose_.
A me, invece, pare altrettanto impossibile quanto, per esempio, la
trasposizione dei sensi.
Il prof. Cesare Lombroso, nello scritto da me accennato, diceva:
Non è vero che nel sonnambulismo naturale e anche
nell'artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente
dalla cerchia fisiologica come la _lucidità profetica_ per dirla
in una parola, e la trasposizione dei sensi? È una domanda a cui
lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni
olimpici del capo che pei profani sono più schiaccianti di dieci
dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono
dir nulla.
Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei
occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le
dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.
E qui le narrerò come io, incredulissimo fino a pochi giorni
fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione.
Quell'egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore
(tutte cose rare a trovarsi anche divise) che è il professore
Scipione Giordano mi fece conoscere or non è molto una singolare
fanciulla, gentile d'aspetto come nell'anima, quattordicenne,
educata all'antica in una di quelle famiglie illustri per
ingegno e insieme per onestà, delle quali si va perdendo lo
stampo, e che esclude già a priori ogni simulazione, ogni
esagerazione. In quell'epoca e per causa della pubertà essa fu
ad un tratto colpita dall'isterismo, con tutta la sua forma
classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilità
di deglutire e, quel che più interessa, di sonnambulismo
intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva
completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso
grado d'acutezza colla punta del naso e col lobulo dell'orecchio
sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto
arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo
la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.
Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati
sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti.
Avvicinando, per esempio, un dito all'orecchio od al naso o
accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente
lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per
frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne
restava irritata: — _I veùle emborgneme_ (volete accecarmi)
gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato
nell'occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica
istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava
l'avambraccio a difendere il lobulo dell'orecchio e la pinna del
naso e restava così per dieci o dodici minuti.
Anche l'olfatto aveva trasposto; chè l'ammoniaca, l'assafetida
non destavano, cacciate sotto il naso, la più lieve reazione;
invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi
provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale.
Così, se l'odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi,
aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente
le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede
dell'odore e scuoteva rapidamente la testa.
Più tardi l'olfatto si trasportò al dorso del piede; ed allora,
quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a
sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva,
restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una
leggera dilazione delle pinne nasali.
Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io
l'abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a
una lunga serie di fatti del tutto analoghi. — Già nel 1808
Petetin (_Electricité animale_, Lyon, 1808) osservò otto donne
catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella
regione epigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.
Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ciò sembra doverci
trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra,
s'intravvede che una spiegazione può trovarsi di questo strano
fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala
della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei
quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere
la cerchia della sensibilità specifica, in quella generale
d'onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il
fenomeno non ci eleva al di sopra d'Adamo, ci fa discendere. Ed
è naturale, trattandosi d'un fatto essenzialmente morboso, che
ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilità
da uno all'altro membro collaterale del corpo che si può con
un metallo provocare nelle isteriche ed è legata dunque ad un
movimento molecolare.
Forse vi è qualche cosa di più; si avverte meglio lo svolgersi
successivo dei fenomeni della propria nervosi, perchè nella
eccitazione straordinaria dell'estasi sonnambolica noi
acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle
cui condizioni, come nell'ingranaggio d'un orologio, stanno
iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.
A proposito di un caso consimile il Prof. Achille de Giovanni, della
clinica psichiatrica di Padova, ha fatto delle belle osservazioni
che potrai leggere per intiero nella Gazzetta medica italiana.[79]
Per dare una scientifica spiegazione del fenomeno egli ricorre alle
_impressioni tattili incoscienti pregresse, coesistenti ad altrettante
percezioni visive ed immagazzinate nel cervello in istato di latenza_;
e conchiude: «Quando penso al meraviglioso e ricchissimo lavorio di
associazione ideo-sensoria, alla persistente incubazione e latenza
dei fenomeni psichici e sensoriali, alla mirabile reciprocità di
nessi genetici fra il cosciente e l'incosciente, dei quali fatti tutti
possiamo averne prove palmari anche in grossolane osservazioni su noi
stessi e sugli altri, e dei quali infine scrissero magistralmente e
con indirizzo eminentemente scientifico lo Spencer, il Bain, il Taine,
il Maudsley ecc. mi sento lusingato che il mio modo d'interpretazione
di alcuni fenomeni psicosensori dell'ipnotismo non poggi del tutto
sull'assurdo, sull'immaginoso, sul fantastico.»
È precisamente quello che vorrei dir io a proposito dei miei confronti
dello stato normale della produzione letteraria coll'altro che, per
intenderci, dobbiamo chiamare anormale. Siamo forse proprio sicuri
che non avvenga nell'incoscienza delle _communicazioni_ spiritiche un
fatto di _trasposizione intellettuale_ identica a quella dei sensi;
e che, in date circostanze, in date condizioni, presso particolari
organismi, la funzione del pensiero non si produca in tutt'altri
organi che il cervello? Se la punta del naso può _vedere_, se il lobo
dell'orecchio può leggere e distinguere i gradi del dinamometro,
o le lettere maiuscole dell'ottometro (questo nel caso riferito
dal prof. De Giovanni) perchè dovrà poi parerci _impossibile_ che
si _pensi_, mettiamo, col braccio o colla punta delle dita? Se ci
pare assurdo l'attribuire a cause sovrumane i meravigliosi fenomeni
dell'allucinazione, dell'_obbiettivazione_ dei tipi della perdita del
libero arbitrio, delle suggestioni che si svegliano nell'organismo
dopo un lungo e determinato tratto di tempo[80], perchè dobbiamo
esser ritrosi di attribuire il fenomeno della medianità scrivente
(_intuitiva_ o _meccanica_, non importa) a una causa perfettamente
naturale cioè, niente distinta dall'umano organismo?
Noi cominciamo appena ora ad intravedere i portenti dell'eredità
fisiologica e psicologica che si nascondono nel nostro corpo. L'azione
magnetica, lo stato, diciamo così, spiritico, risvegliate tutte queste
impressioni ereditarie latenti e liberatele dalla prepotenza delle
impressioni immediate, le fanno forse entrare coscientemente in azione?
Lo ignoriamo.
Ma se questo potesse venir chiarito con una serie di osservazioni
positive (e non mi pare punto difficile) molti dei più sorprendenti
fenomeni spiritici risulterebbero la cosa più naturale del mondo.
Visto che un semplice _passaggio_ magnetico può togliere la coscienza
della propria personalità, è da tentare se lo stesso mezzo non possa
servire ad una operazione opposta, cioè a levar via gl'ultimi strati di
impressioni fisiologiche e psicologiche e a mettere a nudo, o a poco a
poco, quello che ancora sussiste dentro di noi dei mondi fisiologici e
psicologici estinti.
Io credo fermamente che tali esperienze siano possibilissime e che
darebbero meravigliosi resultati.
Presentandosi una favorevole occasione, ho l'intenzione di provarmici.
Questo non significa voler rimanere sprofondati ad ogni costo nella
_morta gora_ del materialismo: significa soltanto voler essere cauti
per non mettere il piede in fallo.
Un gran fisiologo che, per fortuna, è anche un gran pensatore, il
Lotze, senza affermar nulla che sia contrario alle più rigorose
esigenze del metodo positivo e ai dati più solidi della scienza, dopo
aver conchiuso in favore dell'_esistenza dell'anima_ nelle piante,
nell'animale, e nell'uomo, collo stesso rigore ha detto: «Niente può
impedirci di affermare in una maniera generale che le anime siano
mortali; ma può anche accadere che un'anima peritura non perisca
nel corso del mondo, e che, in grazia dell'idea, goda un'esistenza
indefinita a cui, da per sè stessa, non avrebbe alcun diritto. Se nello
sviluppo della vita spirituale essa realizza un contenuto di tal valore
da meritar di sopravvivere nell'insieme del mondo, e rimarrà: se, al
contrario, nulla si produce in un'anima da esigere questa permanenza
spirituale, e noi dobbiamo credere che essa perirà. Naturalmente
si vorrà trarre da queste premesse la conchiusione che le anime
delle bestie siano mortali e quella dell'uomo immortale. Ma noi non
esamineremo se in tal modo non si accordi assai poco valore all'anima
delle bestie e troppo a quella dell'uomo[81].»
Tutti i fenomeni dello spiritismo, per fino le _apparizioni_, le
_materializzazioni_, le _fotografie dei morti_, non hanno finora
condotto a _resultati scientifici_ più diffinitivi di questi del Lotze.
Le nuove esperienze del Crookes, fatte con tale apparato scientifico
di mezzi e di testimoni da non lasciare nessun dubbio intorno alla loro
serietà, si limitano a _stabilire come fuor di controversia l'esistenza
d'una forza nuova dell'organismo umano che può chiamarsi_ FORZA
PSICHICA. Tu vedi bene che non si esce dall'_organismo umano_.[82]
Ma appunto per esser cauti e non mettere il piede in fallo, anche
accordando un valore reale a questo confronto di fatti di ordine
diverso, non dobbiamo trarne conseguenze che sorpassino la sfera di
essi fatti. Con fenomeni come quelli dello spiritismo, se non risulta
_avverato_ che si tratti di fenomeni sovrumani, non risulta neanco
_avverato_ che si tratti soltanto di fenomeni assolutamente naturali ed
umani, nel ristrettissimo senso che noi sogliamo dare a queste parole.
Chi sarà tanto presuntuoso da poter dire in questo momento: _Est, est!
Non, non?_
Ed ecco, caro Farina, perchè la mia lettera intestata con una timida
interrogazione di curioso, può, senza contraddirsi, finire allo stesso
modo, domandando: SPIRITISMO?