Fieriva lo verno, aliquando di Diruta venio pedestramente allo
Todi mio, lo quale per lo amore che portaali tiraami forte.
Endo adunque velocemente in direzione di elio, ecco trovar no
meschino ch'io non rifiguravo, involto nelli luridissimi panni
sui, e di quivi vecchio fiato uscirne lo quale così favellommi:
«Potente, io son meschino, di lui pietà abbi.»
E dette parole non fur pronunziate facilmente ma in modo
serafico di vecchio; tanto che volendo lor iscrollar nol potei,
ma passati li miei belli abbigli entroronmi nello cuore e si
stanziarono ivi, cotalchè io voleva lo mio cammino proseguire,
e staffe mi diceano che no.
E lo serafico povero schiamazzava da lungi e trafiggeami
continovamente, tanto che fu mestiere ch'i' sostassi.
E lo mio spirto ribelle e schifo che facea? lottava forte
con le parole seggiate in nello mio core e ripetuto dicea:
«Vattene» e queste di restare, e supplicare per più di pace e
acconsentimento.
Superbioso allor udialo dir: «Sia lo tuo desire compiuto,
riconducoti allo tuo sito, ma tel dico, non più m'infastidiar,
ivi lascerotti!»
Ed ecco le staffe di virar e portar di bel nuovo lo perverso
sino allo senex piagnucoloso.
E suggerimmi dimonio: «Sullo scorpioso volto sputa e spregia.»
E parole di risonar uscendo dallo core e dire: «Non così sia.»
E il senex: «Potente io son meschino, fammi risonar moneta!» E
sì potente lo braccio venia allo scuffio che volendolo ritrarre
insistea, ed egli vinse, e risuonò moneta.
E parole di uscir, forte gridando al malvagioso spirto: «Dio te
dia pace, e rimeriti. Addio, addio!»
O che restommi in cor quando mi dipartio? «Potente, io son
meschino,» e ratti di fissar (costretti) gli ogi lo lurido
abbiglio, e volendo ellino ritrarre, sentii che chiodati erano,
ed ero sosto venti gambate lungi.
Ogi, ogi, sì potenti siete? Che allo chiodamento giugnereste lo
alterio? Me par così; che dopo poco novellamente faceami ombra
lo schifo.... amato! Sì, così io dico, che non mi parea più
lordo... E testa mia ove gisti? Gisti corporalmente carezzar
fortemente terra tua madre, e lo compagno spirto lasciotti.
Voglimi permettere che te lasci riposar, e di retro vada allo
tuo frater.
Ei vide uno palagio bello[63] che su nugole basaa, e molto era
alto: e meglio lui mirando vidi che due alati erano li suoi
custodi: diretro, sovra ed alli lati grandi erano gli alati. Per
poco agio ebbi di miralli, tanto fulgidi si erano.
Ogi miei, vedeste vui bene che lo palagio si[64] bellamente si
penzolava che ne ero stupido, e si sovente il ripetea che lo
aere ne era isgraffiato? Benedicilo rimembranza di ello, e fai
che ti veggia si bene che io t'esponga sulla pecora bianca ad
onore di te Eterno Iddio e vieni palagio! Non fusse altro che lo
contenuto che tu habbi, io ti lorderei se di te parlassi.
O contenuto vieni fuora, si che mirandoti osi specificarti!
Da' magnifici gradini donna venìa, pomposamente vestita[65];
e non si tosto gli alati vennono dallo balsamo di te presi e
fasciati, si buttorno in terra,[66] (che così io vidi) e tu,
farfalla, proseguisti su di ellino quale pedana di virtute
d'onde ti conducesti all'aperto, e le nubi di calor e lo cielo
tremar armonie. Spirito, veggesti tu?
Che disse bocca di gridare? Oreglie udirno lo sonoro rumor? Ogi
non si cecaro?
Dio era! e tu vegliasti alla scena stupenda, spettator iniquo?
Ove tu trovasti mani a por sugli ogi?
Ecco, tu loro togli, e miri lo sito del palagio a cercar la
bella persona, e nebbie erano che coronavano lo loco di amore,
per lo quale tuttavia conservo ricordanza stupenda.
Nebbie celatorie, io amo or voi, benchè crudeli fuste, e
domandavo di ardore pieno di rivegger la bella persona.
Ed ecco che, serve di ubbidienza, le nubi di squarciar, ed Ella
apparir non sontuosa giammai,[67] ma lurida vestita; e, pietoso
ciel! quanto mi deste forza a non indietreggiar, che la bella
mia fidanzata venia, aperti i membri bracci, e non movea di
lisca, che sprazzava meglio che non bragia percotuta. Ed io
miravo, udio come uomo che ogi non ha e nemmen oreglie.
Ecco Ella voltarsi e cennar, e non venire ma comparirmi uno uomo
molto bello e giovane, e donna di fissarlo.
Solo lo spirto libero può provar cose tali; come sola terra a
fiamma resiste. Lo apparito divenire lurido, di pulcro orrido.
Ei piegò i genui, e donna maiestosamente avanza ver ello. Spalle
felici e testa pure, vui primiere tocche fusti, e tu seconda
chiovata dalle labbra di lei! Ed io di avanzar di molto pauroso
e chieder lo bello dono. E..... mi cennò, ed io andai e fui
tocco e dalle braccia e dalle labbra.
Stante felice, che non durasti! Ed Ella che or chiamerò Povertà,
sfumò, e lo giovane, (che fisso per seguace di lei) seguilla.
Addio Visione! tu te ne ivi, e tornavo alla bestial dimora,
quando femmina m'apparia[68], intoppo lei copria qual monaci e
monachelle usan portar. Cenno mi fè colle digita ver lo cielo,
in mia vision stellato, e ricogliei lo bacio che gittavami.
Addio Visione! io torno alla mia bestia, ed ecco che in
ella entrato, facciomi alle buche ogi, e miro lo vecchio
piagnucolante chino sullo corpo mio, spento il quale credea,
ed or: — Fratello, che ti avvenne? — Ed io a lui: — Cotale
una cosa mi avvenne, onde dotti lo mio abbiglio bello e lo tuo
molto schifo prendo, che ho mutato stile, addovendo ire a mia
sirocchia Povertà, poscia che ella mi ha chiamato.
Allor fu visto Mastro Jacopone gir per le vie non più di
cremisino adorno, ma meglio di color marroncello tirante.
E ciò altra cagion non ebbe se non lo volere d'Iddio, che così
volle e fece.