Avvenne un dì ch'io fui dinanzi alli senori di giustizia
tradotto per essere stimo vanerello. Li quali senori mi dissono
spregievoli cose d'Iddio, per lo che io m'irai e sputai veneno;
onde ordinonno alli servi di prigione. Io li rimertai, me
stimando indegno di tale flagello.
Lo mio core molto balzaa nel mio dentro per gaudio, ufficio
il quale pregai rimettesse ad altra fiata dicendo: L'è grande
fortuna nostra, coricello mio, ma recoti sventura: lo martirio
sarà debile e non di durata. — Tacquesi allora.
Non era manco chiusa la imposta ch'io mi gittai bocconi rendendo
grazie alla somma boutade di Lui ed uscii a dimandare, se ella
cosa era ragionevole di cognizione intorno alla mala azione
delli stolti senori. Mi vennono meno i sensi, e caddi come
morto.
Aliquanto spazio stetti, indi apparire una luce cui vermucolo
lucente è sole. — Poi schiantossi la nube tutta e in nello buio
venire oltre me na meschina bestia, la quale parve ai miei ogi
ciuccio di color molto splendente.
Eragli in groppa no buio uomo che pareami di molto brutto; e
diretro lo ciuccio e lo uomo altri piedavano a lui in bruttezza
simili, e veniano per lo cammino finchè giunsono a uno fossato
cavato dinanzi me largo e profondo.
E fummi giudicato lo animale condurre lui lo uomo; e dubitando
quale sia cosa farebbono tanto che lo mio volere sarebbe di dir
loro: arresta! arresta!
Ma la favella non potea dir, ond'io tacqui, e che vidi?
Lo meschino ciuccio s'era sosto come di convenienza, ma lo
conduttore pingea la bestia siffattamente da gittarla entro, ed
ella non puntaa li piedi ma stava.
E colui di gridare aiuto al riuscimento; e vennono, e feciono,
ma la bestia non rimosse.
Poi di grado bruniro le nebbie e scomparimmi alla vista la scena
mala e stolta.
Ma io non entravo, onde alzando gli ogi ver le nubi vid'io
scritto:
«L'uomo senza Dio è cieco!»
E concepii e fui pieno.
Entrate anco voi, miei belli, e niuna cosa di mondo saravvi
pungolo se certi vi farete della maestà di detta scrittura.