A MOSCA CIECA SUI QUATTRO CANTONI

Il coraggio d'un buon soldato è quello di resistere alla prima

fucilata come quello d'un autore drammatico è nel superare il primo

fiasco e quello d'un marito troppo docile è nel dire la prima parola

di ribellione. Così, dalla sera in cui Pierino, forte dell'erudizione

fattasi sul vecchio Larousse dell'albergo, osò discutere la personalità

di Guglielmo Tell, Eva ebbe la sorpresa di trovarsi di fronte un altro

uomo. Questo uomo cominciò a farle intendere, prima velatamente,

poi apertamente, ch'egli non condivideva affatto, per l'affare

del cambiamento di nazionalità, le impazienze di sua moglie e del

consigliere Faber. Da quest'affermazione derivò, a fil di logica e

come naturale spiegazione, che se non condivideva la loro impazienza

di fargli cambiar di patria non condivideva, evidentemente, neppure

la loro persuasione dell'assoluta necessità di cambiarla. Da questa

spiegazione derivò, sempre a filo di strettissima logica, ch'era forse

il caso di sospendere tra Berna e Roma negoziati che l'oggetto del

negozio aveva sempre meno l'intenzione di far condurre a termine.

E, una sera, poichè Eva apriva con un gesto di malumore una nuova

lettera inconcludente del consigliere Faber, Pierino si piantò

dinanzi a sua moglie, incastrò nell'occhio la caramella e, tutto d'un

fiato, così come si getta in acqua chi ha paura dell'acqua, tenne,

velocissimamente, il seguente discorso:

— Mia cara Eva, io ti prego di non darti più pensiero per me e di

dire al consigliere Faber di non darsene neppure lui. Tutto sommato

mi sono persuaso che val meglio lasciar correre le cose per la loro

china naturale. Io vorrei compiacerti in tutto, e tu lo sai. Sono il

più docile, il più ubbidiente, il più remissivo fra i mariti di questa

terra. Non ti ho mai dato un solo dispiacere. Non ti ho mai detto di

no. Ho vissuto sotto una legge, savia certo come la tua, ma indiscussa

e indiscutibile. Ho accettato ogni tua idea così come si accetta il

dogma: ad occhi chiusi. Mi son fatto condurre per mano come si fa

condurre un bambino incapace di far due passi da solo. Credevo che

anche questa volta di camminare da solo non fosse il caso, ma sento

invece che oramai il mio passo è sicuro, è sostenuto, è fiancheggiato

da quello di altri trentacinque milioni d'italiani. Marcio adesso

anch'io nelle file e il passo di tutti è il passo mio. Non mi sento

più solo. T'ho già detto la mia opinione su Guglielmo Tell. T'ho già

detto come io mi senta per la prima volta legato a tanta brava e grande

gente del mio paese, di cui mi trovo ad essere un po' orgoglioso, di

cui mi pare d'essere un po' figlio. Questa rinunzia che tu proponi mi

sembra, del resto, inutile. Per ora di richiamare i riformati non si

parla già più. L'Italia, l'hai detto tu stessa, è piena d'uomini. Il

nemico che abbiamo davanti, anche questo l'hai detto tu, non richiede

da parte nostra un grande sforzo poichè noi non abbiamo da combattere

un nemico, ma una metà di nemico e nemmeno una metà ma appena un

terzo di nemico. Quindi, non mi richiameranno. Ed io resterò accanto

a te, Eva mia, docile, felice e riconoscente, fino alle nostre nozze

d'argento, fino alle nostre nozze d'oro. Del resto — leggi stasera il

_Berner Tageblatt_ — la pace è forse più vicina di quanto si crede.

Siamo alla fine di questo triste periodo. Potremo finalmente vivere

tranquilli, come vorremo, dove potremo. Abbi dunque la cortesia di dire

al consigliere Faber di lasciare in pace me e Guglielmo Tell, poichè se

Guglielmo Tell non vuole ancora saperne di me io oramai non voglio più

saperne di lui.

Così dicendo Pierino, si sentiva guardato da Eva con gli stessi

occhi coi quali il barone Burian doveva aver letto la dichiarazione

di guerra italiana dopo aver passato sette mesi a credere che della

guerra il barone Sonnino non volesse affatto sapere. Ma di fronte

all'incontrastabile evidenza dei fatti si persuadono così i ministri

increduli come le mogli dispotiche, anche se austriaci o austriache.

Ma, se un primo colpo di cannone stabilisce per un ministro degli

Esteri un argomento perentorio sul quale è per lo meno inutile

continuare a discutere, una prima levata di scudi d'un marito troppo

docile verso una moglie troppo autoritaria non disarma quest'ultima

dell'illusione di poter nuovamente ridurre a più miti consigli il

marito ribelle. Così Eva si levò e, piantatasi a sua volta dinanzi

a Pierino ch'era piantato quasi spavaldo dinanzi a lei, cominciò un

discorso, più che parlato sibilato fra i denti, e che suonava press'a

poco così:

— Pierino mio, l'aria della Svizzera non giova evidentemente ai

tuoi nervi e quando i tuoi nervi non sono a posto, ragazzo mio, il

tuo equilibrio mentale dà seriamente da pensare. Tu dici, figliuolo

caro, certe cose che non stanno nè in cielo nè in terra e che possono

suonare solamente su le labbra d'un italiano, poichè voi soli siete

avvezzi a pensare che si possa impunemente venir meno, quando ciò possa

farvi comodo, così ad un trattato d'alleanza in vigore da trent'anni

come ad un regime matrimoniale accettato oramai quasi da un anno. Ma

tu dimentichi, piccino mio, che io non sono donna da ricevere da te

lezioni di opportunità e il fatto che tu possa credere il contrario

mi prova che, quanto più tu pensi d'aver imparato a camminare da solo,

più tu hai bisogno d'essere sorretto nel cèrcine della mia volontà. Io

ti ho detto e ti ripeto che ti ho sposato in tempo di pace, che ti ho

sposato quand'eravamo alleati e che non posso tollerare, nè per il mio

sentimento di donna, nè per la mia dignità d'austriaca, di vederti far

causa comune coi nostri nemici. E se da una parte non voglio che un

marito che amo esponga la sua vita in una guerra assurda e mostruosa

per una causa ingiusta e per un paese che non è il mio, dall'altra non

potrei tollerare che anche tu, mio marito, armato d'un fucile, sparassi

su soldati austriaci tra i quali possono essere i miei fratelli, i miei

cugini, i miei amici e, alla prossima leva in massa, probabilmente

anche mio padre. Io nutro, ragazzo mio, — e tu lo sai — profondi

sentimenti patriottici. Per sapere come si debba amare il proprio paese

e come alla sua causa si debba fare ogni sacrificio non ho bisogno,

in verità, delle lezioni di nessuno. Ho due fratelli ufficiali e

appartengo ad una famiglia di soldati....

Pierino cercò, a quest'uscita, di raccapezzarsi. Cercò invano, nella

storia della famiglia Kramer, un generale, un ufficiale subalterno

e magari un semplice soldato che fosse stato ad Austerlitz o, per

lo meno, a Sadowa. Ma tuttavia, poichè Eva parlava energicamente

dell'onore d'appartenere a una famiglia eccellente per le sue virtù

militari, Pierino, ch'era un po' tardo, trovò la spiegazione ricordando

che il maestro Kramer, prima d'essere stato operettista di grido, era

stato capo musica d'una banda militare. Se di militare in tutto questo

non c'era che l'uniforme del capo musica anche questo poco bastava,

quando non si voglia pretender troppo, alla gloria militare d'una

famiglia come quella di sua moglie.

— Ma se io sarei pronta a sacrificare con gioia mio marito, riprendeva

intanto la signora Eva, alla grandezza e alla gloria del mio augusto

Imperatore e Re, non intendo affatto di sacrificarlo, io austriaca, a

un ministro italiano, alla politica di rivalità personale d'un signor

Salandra qualunque. D'altra parte non intendo neppure di rendermi

ridicola agli occhi del consigliere Faber, rinunziando a quello che

avevamo sollecitato, proprio quando quello che avevamo sollecitato

sta per esserci accordato. Se mancar di parola, ragazzo mio, è

machiavellica sapienza della politica italiana, la donna austriaca,

come l'imperial regio governo del mio amato paese, quando ha detto non

si disdice. Le pratiche iniziate con tanta amabilità dal consigliere

Faber seguiranno dunque il loro corso normale. E nel frattempo, ragazzo

mio, tu mi farai il piacere di non parlarmi più di queste cose. Tu sei,

Pierino, un fanciullo, un bravo, buono, ubbidiente fanciullo. Io, che

pur senza avere più anni di te ho di te più senno, sento l'assoluto

dovere di guidarti come meglio so e posso. Tra il tuo governo ed il

mio, tra il mio esercito ed il tuo, tra il tuo Re ed il mio Imperatore,

fra gli Alleati e gli Imperi Centrali tu, marito mio, hai il preciso,

indeclinabile dovere di rimanere neutrale. Ed il miglior mezzo

d'essere neutrale è quello di cessare d'essere italiano senza per

altro diventare austriaco. La Svizzera libera e neutrale concilia gli

inconciliabili e smussa con un mezzo termine gli angoli dolorosi della

nostra situazione coniugale. Detto questo non ho altro da aggiungere.

Ti auguro per ora la buona notte e miglior consiglio, piccino mio, per

domani.

E si allontanò, fiera, arcigna e solenne, come un monarca dispotico

che ha parlato al suo popolo. Ma poichè i popoli a lungo dominati

conservano a lungo l'abito della schiavitù e, dopo una rivoluzione

abortita ritornano in ceppi docilmente per riprender fiato e coraggio,

Pierino, ribellatosi una sera, non osò ribellarsi l'indomani. Come i

cristiani perseguitati si rifugiò nelle misteriose catacombe della

sua più profonda coscienza, e, rassegnato in apparenza, continuava

in sostanza il suo movimento sedizioso. Quanto più Eva, a vederlo,

poteva crederlo rassegnato a farsi svizzero, più Pierino, a sentirsi,

si riconosceva fermamente deciso a rimanere italiano. Alle parti

belligeranti l'indugio delle pratiche fra Berna e Roma forniva

l'opportunità di un armistizio silenzioso. E Pierino sperava che

durante quell'armistizio la provvidenza divina, mossa a pietà dal suo

tormento, avrebbe trovato il modo di districare l'indiavolata matassa

della sua vita politica e coniugale.

Ma la divina provvidenza sceglie talvolta le vie più inverosimili per

giungere ai più benefici effetti. Mentre poi doveva alla fine, come si

vedrà, risolvere l'angosciosa situazione in cui Pierino si dibatteva

nel modo più impreveduto, sembrava dapprima che si divertisse, invece,

a complicarla ancor più di quanto era già complicata. Tre giorni

dopo, infatti, l'infelice tentativo d'evasione dalla sua prigione

coniugale, Pierino riceveva da Eva l'annunzio che verso sera sarebbe

giunto all'albergo il suo fratello minore, il luogotenente Federico

Kramer, giovane ed aitante ufficiale d'artiglieria che, presso Gorizia,

era stato due volte ferito alla gamba sinistra e al braccio destro e

che, definitivamente riformato dopo due mesi d'ospedale a Lubiana,

raggiungeva in Svizzera, per una settimana, la sua buona e molto

amata sorella. Bel ragazzo, il luogotenente Federico! Pierino doveva

convenirne. Non l'aveva visto che una volta in carne ed ossa il giorno

del suo matrimonio, e più volte al giorno in fotografia sul tavolino da

notte di sua moglie. Chiuso nell'azzurra divisa, coi bei capelli biondi

pettinati alla foggia dell'Imperatore di Germania cui rassomigliava

anche per la forma del viso, la sagoma dei mustacchi e il colore e

l'espressione degli occhi, il giovane luogotenente era considerato uno

dei più bravi e brillanti ufficiali dell'esercito austro-ungarico. Un

avvenire splendido — così almeno assicurava Eva — s'apriva dinanzi a

lui. Quest'avvenire era oramai spezzato per sempre. Le schegge delle

granate italiane cadute su Gorizia avevano paralizzato per sempre il

movimento della gamba sinistra e, per minaccia di cancrena, avevano

reso necessaria l'amputazione del braccio destro al giovane, bello,

felice e brillante ufficiale. Pierino, che aveva buon cuore, sentiva

questo cuore stretto stretto, piccolo piccolo, mentre in fondo alla

scalinata dell'albergo vedeva, la stessa sera, scendere dall'automobile

nelle braccia dell'amata sorella l'ufficiale mutilato. Quando lo

vide salire a stento le scale, appoggiandosi col solo braccio che gli

rimaneva al braccio della sorella e trascinando di scalino in scalino

la sua povera gamba quasi morta, Pierino ebbe una profonda pietà. Ma

il cognato gli sorrideva e gli stendeva, aperta, leale, di sopra il

braccio della sorella, una mano affettuosa. Aveva il sorriso d'un buon

ragazzo cordiale e tenero su le labbra e negli occhi. E Pierino si

mise a sorridere a sua volta, ma d'un sorriso che la commozione faceva

ebete. Sorrise ancora così per tutt'il pranzo vedendo l'ufficiale

servirsi e mangiare a stento, dover sempre ricorrere per versarsi del

vino, per spezzare il pane, alla cortese pietà degli altri. Più che

di sè il giovane ufficiale mutilato parlava di Pierino. Domandava la

situazione militare di lui, s'informava della possibilità che anche

lui fosse chiamato a servire. Pierino, con la gola secca, la voce

velata, aveva risposto a monosillabi. Ma adesso Eva aveva preso a

spiegare: e spiegava l'affare dei riformati, e spiegava lo sviluppo

post-matrimoniale del torace di Pierino, e spiegava la decisione

presa di comune accordo — e della resistenza di Pierino non parlava

neppure, o perchè non credeva opportuno tenerne conto o perchè non le

sembrava neppure che di così poca cosa valesse la pena di occuparsi —

spiegava la decisione presa di cambiare nazionalità. E spiegava ancora

gl'inconvenienti che Pierino avrebbe rappresentati per lei rimanendo

italiano e i vantaggi che il farsi svizzero era per rappresentare

per Pierino. Mentre Eva parlava, mentre Pierino intimidito taceva, il

giovane ufficiale mutilato guardava fisso il cognato. Lo guardava —

così almeno a Pierino sembrava — con un po' di disprezzo e un po' di

pietà, con un po' anche di umiliante simpatia. Sembrava che, mentre

lo approvava di essere così docile e remissivo per far felice sua

sorella, gli rimproverasse contemporaneamente d'essere così remissivo

e così docile a totale profitto della incolumità della sua attillata

personcina. E quando, più tardi, evocando ricordi della guerra, il

luogotenente Federico ebbe ad esclamare: «Ci son bravi soldati fra

gl'italiani...» Pierino credette di leggere nel muto sorriso che seguì

a quella esclamazione: «Ma non sei di quelli tu, poltroncino mio bello,

che mentre gli altri fanno la guerra giuochi a mosca cieca tra la tua

patria vera e la tua patria posticcia sul lago dei Quattro Cantoni!»

Gli uomini posti di fronte allo spettacolo della loro miseria morale

fanno come gli spettatori che a teatro si vedono riprodotti troppo

fedelmente nella commedia: si mettono a fischiare per darsi a credere

l'uno con l'altro di non essere affatto così. Ma poi, a casa, ci

ripensano e, spento il lume, nel proprio letto, con a fianco la loro

moglie o il sogno e il ricordo della moglie di un altro, convengono

fra loro che piuttosto che fischiare sarebbe stato più leale e più

ragionevole, onestamente — per modo di dire — riconoscersi. E Pierino

che, da principio, sotto lo sguardo un po' pietoso e un po' sprezzante

del luogotenente Federico aveva cominciato a fischiare mettendosi a

dire che era ora di finirla con la guerra, — con quella guerra, che,

stupida negli altri paesi, era addirittura pazzesca in Italia dove

nulla e nessuno l'aveva imposta se non una masnada di giornalisti

che mettevan su automobile con la pelle degli altri, un pugno di

giovincelli chiacchieroni che avevan mandato gli altri a far la guerra

dopo averla a gran voce reclamata per poi nascondersi nelle retrovie

e nella Croce Rossa, e un gruzzulo di framassoni che dall'alto delle

loro logge avevano agitato le bandiere del libero pensiero impedendo

a chiunque di liberamente pensare, — Pierino s'era poi persuaso che

tra quelli che la guerra l'avevano voluta anche troppo e quelli che

la guerra non l'avrebbero voluta niente affatto i primi erano ancora,

a rigor di logica, da preferirsi, imperocchè se i primi avevano fatto

qualche cosa per avere quello che volevano i secondi non avevano saputo

far proprio nulla per non avere quello che non avrebbero voluto.

Gl'interessi degli interventisti erano stati singolarmente favoriti

dal disinteressamento dei neutralisti, i quali avevano preso la loro

neutralità tanto alla lettera che erano stati neutrali non solo in

quanto riguardava ciò che si doveva andare a fare fuori di casa ma,

anche in quanto riguardava ciò che accadeva dentro casa. Egli stesso,

Pierino, che cosa aveva fatto per impedire che la guerra si facesse

se non leggere, trepidando di speranze conciliative, un gran giornale

dell'Alta Italia, un nuovo giornale dell'Italia centrale e un giornale

anche grande e sempre nuovo dell'Italia meridionale? L'aveva detto

e ripetuto anche lui, sorridendo di compassione dall'alto del suo

neutralismo deluso: la beatissima trinità che aveva trascinato l'Italia

alla guerra aveva tre nomi: Ricciotti Garibaldi, Gabriele D'Annunzio

e F. T. Marinetti: il passato remoto garibaldino, l'onnipresente

d'annunziano e il futuro del futurismo. Ma dov'era la trinità

neutralista? Quali nomi essa aveva, invisibile e irreperibile come

l'araba fenice, la quale, come dice il poeta in versi peregrini, «che

ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa»?

Dopo pranzo, nell'_hall_ dell'albergo, mentre Eva scriveva cartoline

illustrate — nevi neutralissime e _alpenstoks_ inoffensivi — alle

amiche di Vienna e di Roma, Pierino, ora silenzioso, a mano a mano più

mortificato, ascoltava parlare il luogotenente Federico. E se lo vedeva

davanti, tutto ardente d'entusiasmo, tutto raggiante di fede, come se

la guerra, l'assurda e mostruosa guerra, non gli fosse già costata

un braccio e una gamba. Non una parola di dolore per il sacrificio

compiuto era uscita dalle labbra del giovane ufficiale, il quale non

parlava nè con umiltà da vinto nè con burbanza da vincitore: parlava

da buon cittadino, da bel soldato e da bravo figliuolo. Che la patria

gli avesse chiesto di sacrificarle un braccio e una gamba non sembrava

a lui, per la vita mutilato, invalido per la vita, mostruoso e assurdo

come sembrava a Pierino, per la vita incolume e garantito contro ogni

morte più bellicosa di quella derivata da un brutto raffreddore o da

una cattiva indigestione. Tuttavia quell'uomo aveva trent'anni: la

vita intera gli era ancora davanti. Tuttavia quell'uomo era costretto

per la vita all'immobilità, all'inerzia, all'inutilità. Tuttavia

quell'uomo che s'era sacrificato alla sua patria così lietamente e

che del sacrificio era lieto non era che un austriaco, un austriaco

che non aveva nulla da riprendere, nessun morto da vendicare, nessuna

vergogna passata da cancellare come avrebbe invece avuto lui, Pierino,

lui italiano, se d'essere italiano avesse mai avuto l'abitudine di

ricordarsi. Sentiva, povero Pierino, che dieci, che cento, che mille

soldati italiani, usciti dalla ridotta o dalla trincea, avrebbero

volentieri stretto la mano di quel bravo soldato nemico e che non uno

di quei dieci, cento o mille soldati italiani avrebbe invece stretto

senza un po' di ribrezzo la sua bella manina accurata e inanellata di

piccolo «imboscato» in terra neutrale.

Non sempre le interruzioni giungono a proposito, ma ce ne son di

quelle, tuttavia, che sembrano mandate al punto giusto, con matematica

precisione, dalla suprema clemenza degli dei dell'opportunità. Così

Pierino, ad interrompere il discorso del luogotenente Federico il

quale a furia di parlare da uomo dinanzi a lui l'aveva costretto a

ravvoltolarsi come un gomitolo in un cantuccio del canapè, vide con un

sospiro di sollievo entrare nell'_hall_ un domestico il quale portava

ad Eva un telegramma. Vide sùbito dopo Eva levarsi giubilante e venire

col telegramma aperto verso il marito e verso il fratello esclamando

con una voce che a Pierino parve di non averla più udita dal giorno

della loro partenza in viaggio di nozze dalla Sudbanhoff di Vienna:

— Arriva il _major_ Hampfel, domani.... In permesso di convalescenza,

in attesa d'essere riformato anche lui, definitivamente....

Pierino, che s'aspettava di vedersi arrivare il giorno dopo anche

il _major_ Hampfel riformato e riformato definitivamente con qualche

arto di meno e qualche artrite di più, si vide invece venir davanti

un _major_ Hampfel più bello che mai, più prestante che mai, più

marziale che mai. Ma quando, per farsi udire da lui nell'augurargli

il benvenuto, dovette levare la voce fino al diapason di un boato

da trecentocinque — che Pierino non aveva mai sentito ma che gli era

facile immaginare — ritornando alle antiche simpatie il giovane marito

di Eva paragonò il maggiore austriaco al colonnello inglese della

_Donna Juanita_. Solo con Eva la conversazione del _major_ Hampfel

riusciva ancora ad avere qualche vivacità, poichè l'uno e l'altra si

parlavan tanto con gli occhi che adoperar la bocca e le orecchie non

era che una pura e pleonastica formalità. Così, attraverso Eva, Pierino

riuscì a sapere che una granata italiana aveva tolto al _major_ Hampfel

il piacere di poter sentire dopo quella arrivar tutte le altre. E,

sempre per il giuoco capriccioso delle associazioni d'idee, Pierino si

sentì tornare in mente le parole del vecchietto arzillo e attillato,

dopo la sinfonia del _Tell_: «Voi avete, signore, in Italia, grandi

musicisti e grandi soldati.»

Che cosa mai avessero da dirsi tanto sottovoce Eva ed il _major_

Hampfel, e proprio con quel senso di meno che serve appunto a percepire

il suono, Pierino non riusciva a capire. Se ad una conversazione di

Eva loquace col _major_ Hampfel sordo gli veniva fatto di avvicinarsi,

Pierino vedeva che i due interlocutori diventavano anche muti. Talchè

Pierino, tanto per far sì che troppe disgrazie non infierissero tutte

in un volta su gli organi del povero _major_ Hampfel, si riallontanava

e tornava dal luogotenente Federico, il quale continuava a parlargli

delle sue prodezze militari come ne parlano gli eroi modesti veramente:

con l'aria, cioè, di non accorgersi affatto del loro eroismo ma di

tenere moltissimo a vedere che di tanto eroismo si accorgono gli altri.

Poichè la modestia è la forma più raffinata dell'ambizione e il vero

modesto aspetta sempre che gli altri dican di lui tutt'il bene ch'egli

da solo non oserebbe mai manifestare.

Tra le conversazioni di Eva con il _major_ Hampfel e i lunghi monologhi

del luogotenente Federico scorrevano giorni e serate. Queste serate

avevano una durata diversa per il _major_ Hampfel ed Eva e per il

luogotenente Federico e Pierino. Alle dieci, dopo un breve giro di

_poker_ o una rapida partita di bigliardo, il _major_ Hampfel chiedeva

il permesso di ritirarsi. Per giustificare questo suo precoce bisogno

di riposo e scagionare da una malignità possibile i suoi quarantacinque

anni, il _major_ Hampfel ripeteva ogni sera di dovere in quel periodo

di sosta rimettersi in pari con tutto il sonno arretrato in tante

notti di trincea continuamente interrotte dalle «mandolinate» a

suon di cannoni di quei diavoli d'italiani. Quasi avesse deciso di

collaborare con lui a ristabilire al più presto quell'equilibrio di

bilancio tra le ore di sonno e le ore di lavoro che è particolarmente

raccomandabile ai quadragenarii vicini ad essere quinquagenarii, cinque

minuti dopo l'uscita del _major_ Hampfel anche Eva piegava il casco

o il farsetto in lavorazione, avvolgeva la lana attorno al panciuto

gomitolo, trafiggeva il ventre lanoso con due uncinetti incrociati e,

con un sorriso, stendeva al bacio di suo fratello e di suo marito la

bella mano inanellata così fine, così esangue, così allungata che ogni

sera, a tavola, il _major_ Hampfel, vedendola maneggiare con grazia

aristocratica forchette e coltelli, non poteva astenersi dal chiamarla

una mano da arciduchessa. Il sonno del _major_ Hampfel stava ad Eva

tanto a cuore che ogni sera, raggiunto il terzo piano, percorsa la metà

del gran corridoio centrale dell'albergo, la bella mano da arciduchessa

picchiava con le nocche di due dita alla porta del bel maggiore mentre

due labbra sorridendo al legno bianco di _ripolin_ d'una porta chiusa,

mormoravano il più affettuoso: _Gutte nacht_ che sia mai possibile

desiderare per aver popolata di teneri sogni una notte di solitario

riposo. Un _Gutte nacht_ tenero e marziale insieme rispondeva da dietro

la porta che sùbito si socchiudeva per mostrare nel breve rettangolo

illuminato un _major_ Hampfel in pijama roseo che si inchinava alla

dolce amica e deponeva cerimoniosamente su la mano da arciduchessa il

più rispettoso bacio.

La camera a mezzogiorno che occupava il _major_ Hampfel era quella

che Pierino aveva occupata durante il primo periodo del suo soggiorno

neutralista nella Svizzera neutrale. Giunto il caro maggiore non era

stato possibile trovargli una stanza a mezzogiorno nè a quello nè agli

altri piani. Invitato da Eva ad essere cortese con un bravo soldato che

aveva fatto il suo dovere e che doveva perciò essere sacro in ogni suo

desiderio, Pierino aveva offerto al _major_ Hampfel di cedergli la sua

camera, poichè incontrastabilmente un soldato austriaco in permesso

di convalescenza ha maggior bisogno d'avere il sole fin sul suo

capezzale che non un italiano di terza categoria e, per giunta, anche

riformato. Così Pierino era disceso di un piano ed aveva continuato

a dormire i più placidi sonni in una stanza a settentrione. Di tanto

in tanto, a notte alta, saliva al piano di sopra prima di mettersi

a letto e, passando in punta di piedi per non disturbarne i sonni

dinanzi alla camera del _major_ Hampfel, andava a bussare a quella di

Eva, egualmente esposta a mezzogiorno, per chiederle timidamente se

mai avesse bisogno di nulla e sempre nella speranza, di sera in sera

delusa, che Eva fosse per rispondergli di sì, che quella sera aveva

veramente bisogno di qualche cosa. Ma Eva, sia che avesse limitato

i suoi bisogni, sia che avesse a questi provveduto altrimenti,

aveva sempre una risposta negativa per il povero Pierino il quale,

mortificato, se ne tornava ogni sera giù al piano di sotto, nella sua

stanza a settentrione; e, di sera in sera, volgeva uno sguardo sempre

meno indifferente alla piccola cameriera in cuffia bianca che veniva a

portargli la bottiglia di acqua fresca e a chiedergli — anche lei! — se

mai avesse bisogno di qualche cosa.

Ma Pierino, che era docile con sua moglie anche in questo, rispondeva

sempre alla cuffietta bianca e al sorriso che la illuminava:

— _Dancke schön..._ Non ho bisogno di nulla.

E, come se nulla fosse, s'addormentava.

Il "Damo viennese": Romanzo · 第 19 / 27 题