Poichè il consiglio — _Va fuori, o stranier_... — datogli con
tanto entusiasmo dal soldato che partiva per la guerra collimava
perfettamente con le intenzioni della signora Eva, Pierino Balla
fu l'indomani mattina, mettendo giù il piede dal montatoio dello
_sleeping-car_, fuori d'Italia. Si trovò tra gente tranquilla, tra
gente svizzera non provvisoriamente ma definitivamente neutrale e che
accudiva ai proprii affari con moltiplicata energia; non perchè la
forza del carattere nazionale riuscisse a superare lo sconvolgimento
dell'ora terribile sino a permettere ai cittadini d'accudire
serenamente ai proprii negozii, ma perchè lo sconvolgimento aveva
meravigliosamente moltiplicato la possibilità di far degli affari così
come li fanno i neutrali: ossia con l'uno e con l'altro belligerante,
dal momento che essere veramente neutrale non vuol dire affatto, come
i lessici vorrebbero, non parteggiare nè per l'uno nè per l'altro, ma
vuol dire invece, come vuole ogni politica estera saggiamente intesa,
parteggiare simultaneamente per tutt'e due, con questa sola restrizione
mentale di evangelica opportunità: che la mano destra non deve sapere
quello che fa, ossia quello che dà e prende, la sinistra — e viceversa.
Nelle grandi tempeste domina solo l'istinto della conservazione. Le
riflessioni su gli eventi attraversati e su le azioni compiute per
superare quelli eventi non vengono che più tardi, a calma ristabilita.
Così Pierino che nel primo momento, uscendo dalla furia della gente
accalcantesi quasi a stritolarlo nell'atrio dell'albergo, aveva accolto
l'annunzio della partenza datogli imperiosamente da sua moglie come la
scelta dell'unica via possibile di uscita da una situazione sempre più
minacciosamente difficile, adesso, nel raccoglimento del grande albergo
svizzero dove tutto appariva inverosimilmente lontano, sentiva che
quella partenza era stata tanto precipitosa da rassomigliare più che ad
una partenza ad una fuga. Se qualcuno gli domandava da dove venivano,
Pierino rispondeva che venivano da Roma, che erano partiti per più
quieti orizzonti allo scoppiare della guerra. Sapeva di adoperare, col
verbo partire, un verbo generosamente eufemistico, ma agli eufemismi
era oramai abituato. E sapeva, in certi suoi momenti di lucidità, che
il peggiore eufemismo di tutti era quello che, così per chiamare lui
senza un soldo come per chiamare Eva ricca a milioni, usava due parole
che tendevano a creare una certa parità di valori morali e materiali:
marito e moglie.
La gente, come osserva anche una canzonetta del dolce paese natìo
di Pierino Balla, vuol sapere troppe cose. Ed è proprio quando
ogni discrezione sarebbe consigliabile che la gente formula, con
inconsapevole malizia, le più indiscrete domande. Così molti, nel
vederlo tanto giovane, nel saperlo italiano, nel ricordare che da
pochi giorni anche l'Italia era in guerra, gli domandavano come mai
egli non fosse soldato. Pierino rispondeva con un rossore che diceva
il perchè vero e con due parole che dicevano il perchè falso. Le
due parole erano: «Terza categoria». E sùbito Pierino aggiungeva che
le terze categorie non erano state ancora chiamate, che il governo
si era limitato a chiamar sotto le armi, per istruirle, solo le
classi più giovani e che il momento dei più anziani — ed egli era,
con un sospiro, purtroppo, dei più anziani — non sarebbe venuto che
più tardi, molto più tardi. Aggiungeva però, solo entro sè stesso,
che, riformato com'era per deficienza toracica, poteva sperare che
pur venendo il momento della sua classe e della sua terza categoria
il momento suo non sarebbe venuto mai. Era di terza categoria, era
riformato, era in Isvizzera: non poteva essere più al sicuro di così.
Sua moglie non si stancava di ripeterlo e Pierino non si stancava di
sentirselo ripetere. Non gli pareva possibile che, quando milioni e
milioni di suoi connazionali correvano il rischio di pagar con la vita
il diritto della loro patria a farsi un po' più grande, egli potesse
cavarsela, beniamino degli dei di guerra, a così buon mercato. Aveva
vagamente paura che il diavolo, raffigurato nelle precise circostanze
del ministro della Guerra, potesse da un momento all'altro giuocargli
un brutto tiro. Già alcuni giornali arrabbiatamente interventisti
cominciavano a strillare per convincere il governo dell'assoluta
necessità morale e materiale di procedere il più sollecitamente
possibile a una rivisita dei riformati.
Il giorno in cui lesse per la prima volta una notizia in proposito
nei giornali italiani era con sua moglie che lavorava a misurar metri
di flanella destinati a decine e decine di gilè per i bravi soldati
del fronte austriaco nel Trentino, «dove c'è sempre la neve e dove,
poveretti, dovevano aver tanto freddo». Appena letta la notizia Pierino
si levò giacca e gilè di fronte ad Eva che lo guardava sbalordita. Le
tolse anche di mano il metro, un metro di fettuccia, che Pierino si
passò attorno al torace per misurar di questo lo sviluppo attuale.
A veder se il torace fosse cresciuto non aveva, a dire il vero,
pensato mai. Ma, adesso, era il caso di preoccuparsene seriamente.
Stringeva, stringeva, Pierino, stringeva quel povero metro a fettuccia
perchè potesse segnare quanti meno centimetri era possibile. Ma,
desolato, senza fiato, guardava e riguardava: erano, implacabilmente,
ottantasette. A calcolare il volume della camicia e della maglia si
potevano a rigore togliere cinque, sei o sette centimetri. Ma anche
togliendo ne rimanevano sempre ottanta: proprio quel che occorreva
per essere soldato. Poichè infatti quel benedetto diavolo, quel
benedett'uomo, cioè, del ministro della Guerra, per mettere insieme
quanti più soldati era possibile, aveva ribassato da ottanta a
settantanove i centimetri di petto richiesti per il fantaccino. E lì,
lì rimaneva Pierino, guardandosi e riguardandosi quell'ottantasette
sul quale l'unghia del suo pollice s'era fermata. «Sono ottanta, sai,
disse alla moglie quando potè riprender fiato, sono ottanta, capisci?»
Eva non sapeva e non capiva gran che. E poichè Pierino s'affannava a
ripetere che erano ottanta, che erano almeno ottanta Eva lo guardava
esterrefatta interrogando: «Ottanta?» E Pierino, con un fil di voce:
«Ottanta: proprio così. Erano settantasei prima, quando ti ho sposata.
Ora ne occorrono settantanove ed io ne ho uno di più».
Eva in fondo era fiera che suo marito le dovesse quei tre centimetri di
maggiore sviluppo toracico, ma, Pierino non la pensava così e, pur di
risparmiarsi quei tre centimetri di torace in più avrebbe rinunziato
anche volentieri a tre chilometri di quella felicità coniugale che
Eva aveva saputo dargli. «Ma tu sei riformato!...» diceva Eva per
rassicurarlo. E Pierino rispondeva: «Sì, ma pare che rivisitino anche
i riformati...» Eva lo rassicurava... Non c'era questo pericolo:
l'Italia non era la Francia, l'Italia aveva molti uomini, l'Italia
era largamente prolifica. L'Austria aveva, è vero, dovuto ricorrere
ai riformati, ma l'Austria, santo Dio, combatteva una guerra enorme,
contro tre nemici, su tre fronti. In Italia, invece, la cosa era molto
diversa: un fronte solo e non un nemico, ma neppure una metà di nemico,
addirittura un terzo di nemico... Poichè Eva, anche rassicurando
Pierino, non perdeva l'occasione di dir qualche cosa di molto amabile
per l'Italia, per dimostrarle una volta di più che le alleanze,
le quali tanto più sono doppie quanto più sono triplici, servono a
tener desti da una parte e dall'altra delle frontiere i più cordiali
sentimenti di simpatia. Ma poi, vedendosi Pierino mortificato davanti,
invece di continuare a dir cose amabili all'Italia, ricominciava a
dirne a lui... «E sta allegro, gli diceva, non c'è pericolo...». Poi
un'idea, evidentemente molto buffa, le attraversava il cervello: «Tu
alla guerra! esclamava. Oh, che ridere!» E giù a ridere, infatti, per
un quarto d'ora.
Se è vero che non s'ama la patria che da lontano, Pierino doveva
cominciare a persuadersi che, andandosene al Capo Nord, avrebbe finito
per amar l'Italia di sviscerato amore. Gli era bastato di varcare
appena la frontiera e di rifugiarsi in quella cittadina svizzera per
sentire che la mattina appena desto, la lettura dei giornali italiani
gli era indispensabile. E non leggeva la cronaca dei teatri — dove,
del resto, non si rappresentavano più operette austriache poichè queste
erano state sostituite, non già da operette italiane, ma, con cortesia
pei nuovi alleati, da operette tutte francesi — non leggeva la cronaca
dei teatri, ma il comunicato di Cadorna. Ogni giorno quei comunicati
annunziavano che la prima avanzata si svolgeva felicissimamente e che
le bandiere austriache su le cittadine di confine cadevano una dopo
l'altra al soffio d'un po' d'aria smossa dai pennacchi dei bersaglieri.
Quando leggeva nelle grosse lettere dei titoli su sei colonne che
la bandiera italiana sventolava un po' più in là del confine, che
gli alpini scalavano vittoriosamente montagne inaccessibili, che i
bersaglieri sfondavano i reticolati come fossero di carta velina, che
dovunque la bella ondata grigioverde passava, prorompeva, incalzava,
travolgeva, Pierino si sentiva un po' di batticuore. Poi, quando dal
gabinetto da bagno entrava sua moglie, Pierino atteggiava a compunzione
il volto troppo sorridente. Se questa gli domandava che notizie ci
fossero su i giornali Pierino le rispondeva che c'era poco di nuovo:
qualche paesello di frontiera occupato, qualche sfondamento di truppe
di copertura, incertezze del primo momento, episodii fortunati certo,
ma episodii solamente. Si vestiva in fretta e scendeva a prendere il
caffè e latte nella sala del _restaurant_. Gli ritornavano allora gli
spiriti e, con questi, anche lo spirito patriottico. Lo serviva infatti
un cameriere francese che, a sua volta, gli chiedeva notizie. Di
fronte all'alleato il volto di Pierino ritrovava il sorriso, i successi
ridiventavano successi, le bandiere italiane risventolavano. E quando
il cameriere francese esclamava compiaciuto: «_Ils vont bien, les
Italiens!_...» Pierino, raddrizzandosi, impettito e fiero come se fosse
il Generalissimo, rispondeva:
— Sì, andiamo benissimo!...
Lui non andava in nessun posto, ma gli altri andavano per lui e, in
fondo, era la stessa cosa... E se il cameriere francese, brandendo
minacciosamente la caffettiera contro la Germania intera, aggiungeva
con supremo disgusto: «_Ah, ces Boches!_» Pierino si guardava attorno
per vedere se Eva non veniva ancora a raggiungerlo e, approfittando
del libero lucido intervallo, brandendo anche lui in atto di sfida il
coltellino con cui spalmava il burro su le fette di pane abbrustolito,
si sentiva per un momento più alleato che impero centrale e ripeteva a
sua volta:
— _Ces sales Boches!_
Ma un bel giorno Eva apparve costernata. Costernata dapprima, poi
sùbito risoluta. Era apparsa davanti a Pierino che, sdraiato su un
divano, serviva l'Italia in pace e in letizia leggendo una lettera di
Barzini dal fronte, era apparsa davanti a lui con un giornale italiano
stretto nervosamente in una mano. E aveva vibrato il colpo, senza
pietà:
— Si chiaman sul serio i riformati anche da voi... Già ne rivedon tre
classi...
Pierino non si mosse. Le anime timide hanno, di fronte al pericolo
inevitabile, di queste fermezze, poichè quando le gambe si piegano chi
stava seduto o sdraiato non riesce a mettersi in piedi e rimane quindi
come stava: molti stoicismi non sono fatti che di questa impossibilità
di non essere stoici.
— Te l'avevo detto? mormorò solamente Pierino con un filo di voce, quel
filo di voce che gli rimaneva.
Ora, di fronte a lui, Eva era già risoluta:
— Qui non c'è, caro, che una sola cosa da fare, disse. Ci tieni molto
tu ad essere italiano?
Nella paura d'offenderla Pierino non seppe che cosa rispondere. Eva
prese quel silenzio per un silenzio negativo e aggiunse:
— E allora c'è una cosa molto semplice da fare: cambia nazionalità.
Questa volta Pierino si mosse. Trovò almeno la forza di mettersi a
sedere e di spalancare tanto d'occhi.
— Non ti dico di farti austriaco: sarebbe pretender troppo. E poi,
c'è la guerra anche lì... E che guerra abbiamo noi!... Altro che la
vostra... Ma...
Sospeso, con gli occhi intenti, Pierino aspettava.
— Ma, riprendeva Eva, c'è la Svizzera... Bel paese, tranquillo,
neutrale, senza pericoli... Tu ti fai svizzero e ti riformi
definitivamente da te...
Pierino ascoltava allibito. Ma Eva gli mise al collo le belle braccia
nude e gli cadde a sedere su le ginocchia, gota contro gota, fiato
contro fiato, poi bocca contro bocca:
— Tanto, italiano o svizzero, io non ti amo forse lo stesso?
Poi, dopo un bacio, Eva aggiunse:
— Io so che non voglio darti alla patria. So che voglio tenerti per
me...
Più gentile della patria che gli chiedeva di morire, Eva, in fondo, non
voleva che farlo vivere. Solo Pierino balbettò:
— Ma non ti pare ripugnante...
Eva scrollò le spalle:
— Che sciocchezza!
E le parve che bastasse, le parve d'aver risposto a tutto. Ma Pierino
ancora esitava:
— Svizzero tu dici, farmi svizzero... Ma, vedi, quando si è italiani...
— Quando si è italiani?
Pierino osò la gran risposta:
— Sai, ecco, in fondo, ci si tiene... Sai, abbiamo nel nostro passato
tante glorie, tanti grandi uomini...
Eva non si trovò perduta ed esclamò:
— E qui non hanno, scusa, Guglielmo Tell?
Guglielmo Tell! Pierino non riusciva precisamente a identificarlo e
non sapeva se fosse un grande guerriero, un grande poeta o un grande
albergatore. Sapeva solo che era l'eroe di un'opera di Rossini, della
quale aveva sentito unicamente la sinfonia, a Roma, ai concerti del
Pincio e di piazza Colonna.
— Ah, già, è vero, rispose, Guglielmo Tell!
E tacque. E fece, in quel silenzio, il primo passo per diventarne
compatriotta.
Ma per sua fortuna non bastava un sol passo, chè se è possibile
cambiar di casa in un giorno non è possibile cambiar di patria in
una settimana. Eva lavorava, ordiva nelle penombre degli _halls_, dei
_dining-rooms_ e degli _smokings-rooms_ del grande albergo svizzero la
piccola trama politica che doveva condurre un figlio di Dante ad essere
concittadino di Guglielmo Tell. Se Eva lavorava in silenzio Pierino in
silenzio la lasciava lavorare. L'idea della grandezza di Guglielmo Tell
gli era, a dire il vero, entrata nel cervello assai più sollecitamente
che non quella dell'opportunità di adottarne la patria. Leggeva sempre
i giornali dell'antica patria lontana: portavano tutti l'eco del valore
di un esercito e della fermezza d'un popolo. Questo popolo che egli
aveva conosciuto indifferente, beffardo, diviso, ora era tutt'uno, una
sola gigantesca persona con un solo cuore e milioni milioni e milioni
di braccia. Leggeva nei giornali certe letterine di riformati delle
classi più anziane della sua che invocavano dal governo una revisione,
che imploravano dal governo, come una benedizione, di potersi andare
a far ammazzare anche loro. Lui invece se ne stava lì, quieto quieto,
in Isvizzera, a legger la guerra su i giornali, a giuocare a _tennis_
e a _poker_, ad aspettare al sicuro che la tempesta passasse. Quando
alla sera rientrava in camera sua, tutto attillato nello _smoking_
di taglio perfetto, il monocolo all'occhio, il garofano rosso
all'occhiello, un garbato sbadiglio sul labbro dietro il paraventino
beneducato d'una mano curata e inanellata, quando nella bella camera
luminosa dell'_hôtel_ più _confortable_ si stendeva beatamente per
otto ore di sonno, per dieci ore di riposo, sul più morbido letto di
piume che mai albergatore svizzero avesse fatto confezionare per la
delizia della sua ricca clientela, Pierino, se chiudeva gli occhi, se
spegneva la luce, se allungava le gambe su la fresca carezza d'una
biancheria da letto di prima qualità, vedeva una trincea sotto il
vento e sotto la pioggia, dove, dopo una giornata di combattimento,
avendo sfidata oggi dieci volte la morte, pronti a sfidarla dieci
volte ancora domani, giovani come lui, italiani come lui, avvezzi come
lui ad ogni quiete e ad ogni benessere, passavano la notte seduti su
un sasso, col fucile tra le ginocchia, il berretto su gli occhi, le
gambe affondate fino a metà nel fango. Che faceva quella gente lassù,
su quei monti dove lo sverno liquefaceva i ghiacciai, su le rive di
quel fiume che gonfio d'acque primaverili si tingeva di sangue, e di
sangue italiano, per poi continuar la sua corsa e portare quell'acqua
e quel sangue sino al mare, sino al mare italiano? Serviva un ideale,
quella gente, ubbidiva a una legge irresistibile e istintiva pari a
quella che c'impone di difender la madre, d'onorarla, di servirla. Eran
milioni, quei soldatini grigio-verde, arco di ferro e di fuoco dallo
Stelvio al mare. Ma da quella massa alcune figure, figure cognite di
amici, di compagni, di parenti, si staccavano, si precisavano. C'erano
tutti; nessuno mancava. Pierino li ravvisava ad uno ad uno, questo
di sentinella lassù tra le nevi, quello alla testa di una compagnia
all'assalto, questo accanto al suo cannone rombante, quell'altro
inerpicantesi coi suoi alpini di roccia in roccia, di balza in balza,
mira di mille fucili, miracolosamente incolume sotto il fuoco di
mille fucili. Erano gli amici antichi, quelli dei vecchi teatri, delle
_premières_ delle operette viennesi, quelli delle lunghe discussioni
al caffè. Adesso eran tutti lì, al fuoco. Egli solo non c'era. E di
tanto in tanto — egli lo vedeva, lo sentiva... — gli amici, gli antichi
amici, si accorgevano che lui non c'era. Uno mormorava il suo nome,
altri lo ripetevano. Gli sguardi si cercavano, s'incontravano, poi
parlavano e rispondevano i sorrisi: «Pierino?» E sorridevano. «Dove
sarà?» E sorridevano. «Fra le braccia della sua moglietta bicipite...»
E sorridevano. Uno concludeva per tutti, con un po' di bontà, con un
po' di disprezzo: «Povero Pierino!...» E, ancora, tutti sorridevano.
Dov'era Pierino? Ora seguiva docilmente di casa in casa, di salotto
in salotto, di ufficio in ufficio, sua moglie sempre più fermamente
decisa a salvargli vita natural durante la pelle facendogli prendere
la concittadinanza di Guglielmo Tell. Le anime temperate come quella
di Pierino, se possono esser capaci di una lenta evoluzione, hanno
l'orrore e il terrore del nuovo e non escono da un'abitudine se non
prendendone inavvertitamente un'altra. Così Pierino, non ostante i suoi
dubbii, non ostante le sue meditazioni e le sue visioni notturne, non
ostante i sorrisi — un po' di bontà, un po' di disprezzo — dei suoi
compagni in trincea, non osava ribellarsi alla volontà di sua moglie la
quale, come si sa, non gli consentiva mai di avere un'opinione. Fabio
il Temporeggiatore è il grande patrono dei timidi e degli indecisi.
Temporeggiava come il grande capitano anche Pierino. Rimandava di
giorno in giorno la necessità d'aver coraggio o il coraggio della
necessità. Ogni sera si riprometteva di dire a sua moglie che, tutto
sommato, voleva rimaner quello che era e che di diventare svizzero
non voleva saperne. Ma ogni mattina rimandava al giorno dopo il
supremo eroismo d'avere per la prima volta nella sua vita coniugale
un'opinione. Andando avanti così, sapeva benissimo a che cosa era
legato il suo destino: a una gara di rapidità tra la vecchia patria
che doveva decidersi a rivedere anche i riformati della sua classe e la
presunta patria nuova che doveva affrettarsi a significargli in carta
bollata il più patriottico e ospitale benvenuto in terra elvetica. Se
faceva prima l'Italia l'onore era salvo, sua moglie aveva perduto la
partita e gli amici della trincea avrebbero un giorno o l'altro veduto
capitar lassù, su le Alpi, in uniforme grigio-verde, anche lui. Ma
se faceva prima la Svizzera l'onore era perduto pur essendo salva la
pelle, sua moglie trionfava definitivamente e gli amici della trincea
avrebbero potuto continuare a sorridere — un po' di bontà, un po' di
disprezzo — chè tanto non l'avrebbero riveduto mai più. Così, con due
diverse ansie, egli vedeva ogni mattina entrare in camera sua prima il
cameriere coi giornali d'Italia e poi sua moglie con le lettere della
prima posta mattutina. Ma le mattine passavano, una dopo l'altra, una
come l'altra. E se Roma non si decideva a richiamare altre classi di
riformati oltre le tre leve più recenti, Berna aveva l'aria di non aver
proprio nessuna fretta di dare a Guglielmo Tell un connazionale di più.
Certi fatti, certe coincidenze, si ripetono nella vita umana sino ad
assumere un aspetto d'irresistibile destino, sino a poter rappresentare
il fato sospeso ad ogni passo sul capo degli eroi dell'antica tragedia
greca. Il fato di Pierino Balla si chiamava musica. Se la musica gli
aveva fatto trovare e prender moglie, la musica gli fece conservare
all'ultimo momento una patria che un momento prima stava per perdere.
Era domenica e dall'albergo eran discesi, all'ora della passeggiata,
in città. La signora Kramer-Balla aveva lasciato suo marito su la
porta di un cinematografo dandogli appuntamento per due ore più tardi
dinanzi ai tavolini del più elegante caffè. Doveva andare, aveva detto,
a sbrigar due o tre faccende, sempre per quell'interminabile affare del
cambiamento di nazionalità sollecitato da Pierino. «Vedi, aveva detto
stringendogli la mano, vedi: lavoro per te, per il tuo bene. Tra pochi
giorni sarai svizzero e saremo tutti tranquilli». Poi allontanandosi
aveva aggiunto: «Oramai ci siamo. Il consigliere Faber mi ha assicurato
che adesso è questione di ore...» E Pierino, tanto per dir qualche
cosa: «Sai, cara, non ti dar troppa pena per me... Ora più, ora
meno...»
Evidentemente Pierino, per quanto non volesse saperne, cominciava ad
essere un po' svizzero dal momento che di quello che doveva diventare
il suo paese vedeva già più i difetti che le buone qualità: il che
è proprio del più istintivo e più logico nazionalismo. Così Pierino
trascurava di riconoscere alla Svizzera il merito di essere un
paese dove chi ha paura della guerra può andare a vivere in pace,
ma osservava già a denti stretti o a mascelle larghe, a seconda che
dovesse reprimere uno sbadiglio o che vi si abbandonasse, osservava già
che tanta pace era evidentemente pace, ma una pace di un'insopportabile
e mortificante monotonia. Già, in quel paese sotto le nuvole, chiuso
tra le montagne, lui, Pierino, napoletano, uomo dei liberi orizzonti,
dei mari di smeraldo e dei cieli di zaffiro, non ci si poteva vedere.
Quando poteva, scappava al cinematografo. Vedeva altre genti, altri
paesi. Rivedeva anche, di tanto in tanto, l'Italia: la rivedeva, ma
senza, a prima vista, riconoscerla. Non gli pareva quella, tranquilla,
elegante, piena di folla, di affari, di piaceri, la capitale che
aveva lasciata una sera, la capitale convulsa, febbrile, teatro d'una
minacciosa guerra civile nel nome d'una libertà che non permetteva nè
ad una parte nè all'altra di avere una libera opinione. Rivedeva sul
bianco schermo i soldati, i soldati italiani. E, nel vederlo, anche i
connazionali del leggendario arciere svizzero applaudivano il piccolo
fantaccino grigio-verde che si copriva, con semplicità, di gloria.
E vedeva scene di partenze di reggimenti dalle città italiane per la
frontiera minacciata. Vedeva i bei reggimenti sfilare dietro le vecchie
bandiere, stretti in una duplice fascia di teste bianche di mamme, di
testoline bionde di bambini. E anche i bambini, anche le spose, anche
le mamme applaudivano i bei soldati che partivano per la guerra con
un bel sorriso su le labbra, con una rosa di maggio infilata nella
canna del fucile. E c'era un nome su tutti quei visi sorridenti, su
tutte quelle mani che applaudivano, su tutte quelle rose, su tutti
quei fucili. C'era un nome: Italia! Italia! Non così era partito lui,
una sera; di nascosto, come fuggendo, per raggiungere una frontiera
pacifica che nessun pericolo minacciava, per ubbidire alla volontà
imperiosa di una piccola donna straniera che voleva non solamente
mettere in salvo un marito dopo tutto anche amato a modo suo, ma anche
risparmiare al suo paese in guerra un nemico di più. Italia! Italia!
Italia! Non questa parola aveva egli udita quella sera fuggendo, ma il
grido d'un soldato, d'un soldato italiano che partiva per la guerra a
lui italiano che dalla guerra fuggiva: «Va fuori d'Italia, va fuori, o
stranier!» E fuori non solo era andato, ma fuori sarebbe forse rimasto
per sempre se il destino fosse per voler permettere a sua moglie
di cambiargli, dopo avergli cambiato già tante altre cose, anche la
patria.
Ma la musica doveva ancora una volta segnar la strada del suo destino.
Escì dal cinematografo che ancora quaranta minuti lo separavano
dall'ora fissata per l'appuntamento con sua moglie. Nel bel pomeriggio
domenicale c'era lì, sul piazzale, una banda che suonava tra i bei
palazzi in riva al lago e allo sbarcadero. Il vecchio melomane ch'egli
era si fermò ad ascoltare tra la folla. A un tratto gli strumenti
d'ottone brillarono al sole. Poi da un breve silenzio uscì un primo
clamore di tromba. E, meravigliosamente, una melodia gigantesca nel suo
immenso respiro salì dalla piazza, la riempì, salì nel cielo, riempì
il cielo. Pareva a Pierino estatico di conoscere già quella musica,
ma non riusciva a identificarla. La sua coltura musicale in fatto
di operette viennesi non aveva lacune, ma quella musica formidabile
che gli sconvolgeva il cuore non aveva in verità l'aria di esser
viennese e molto meno quella di essere operettistica. Nella fedeltà
ch'è propria dei grandi amori, Pierino, ch'era in procinto d'abiurare
la patria, sentiva che nulla al mondo, neppure la più potente forza
del mondo, neppure cioè la volontà di sua moglie, gli avrebbe potuto
far rinnegare il fascino delle operette viennesi. Ma doveva convenire
tuttavia che c'era in quella musica qualche cosa di più irresistibile
ancora del valzer del _Conte di Lussemburgo_ e del settimino della
_Vedova Allegra_. Tanto era vero che la gente su la piazza ascoltava
in silenzio, raccolta ed estatica come se fosse stata in una chiesa.
E, quando la meravigliosa onda di musica si spezzò, si chiuse e si
spense in un ultimo fragore, un applauso lungo, interminabile, partì
dalla folla. Anche Pierino si trovò ad applaudire, ad applaudire con un
impeto tale che mai aveva conosciuto l'eguale — è tutto dire — neppure
per applaudire Franz Lehar o Leo Fall.
Quando proviamo fortemente un'impressione il nostro primo bisogno
è quello di sentirla condivisa. Così Pierino si guardò attorno e ad
un vecchietto attillato e profumato che applaudiva come lui disse in
italiano: «Che musica! Che musica!» Il vecchietto sorrise, continuò a
batter le mani e rispose in francese al suo vicino: «_Ah, oui, quelle
musique_...» Poi, quand'ebbe finito di applaudire, il vecchietto si
volse ancora a Pierino e gli chiese: «_Vous êtes italien?_» Al che
Pierino non osò rispondere senza una breve meditazione. Ma la breve
meditazione lo portò a concludere che sì, che in fondo era ancora
italiano e che però poteva e doveva rispondere al vecchio signore
attillato e profumato: «_Oui, monsieur_». Vide allora il vecchio
signore stendergli con un largo gesto la mano esclamando: «_Je vous en
fais, monsieur, mes compliments. Vous avez des grands musiciens et des
grands soldats..._»
Pierino rimase interdetto. In quanto ai soldati sapeva benissimo che
cosa pensare: il vecchietto non alludeva certamente a lui. Ma quanto ai
maestri di musica non sapeva precisare in un nome e cognome l'elogio
generico del suo amabile ed affabile interlocutore. Per fortuna
affabilità ed amabilità sono loquaci e il vecchietto aggiunse ancora,
stringendo nuovamente la mano di Pierino: «_Ah, oui, quels musiciens...
Cette symphonie du_ «Guillaume Tell»... Che meraviglia questa sinfonia
del «_Guglielmo Tell_»... L'ho riudita con sbalordimento... E sono
felice, signore, di stringer la mano d'un compatriotta dell'immenso
Rossini».
E se ne andò lasciando muto e stralunato dietro di sè il compatriotta
di Rossini. Il quale compatriotta di Rossini ricominciò a pensare che
fra breve — questione di ore, avevan detto sua moglie e il consigliere
Faber — sarebbe diventato compatriotta di Guglielmo Tell. Gli sembrò,
dopo quella musica, che fosse veramente imperdonabile barattare con
Guglielmo Tell unico e solo, Rossini e tutti gli altri. Gli sembrò
di sentire che ad essere compatriotta di Rossini e di tutti gli altri
egli tenesse ed avesse sempre tenuto più di quello che avrebbe potuto
immaginare. Gli sembrò anche non esser poi tanto facile diventare
svizzeri quando si è italiani. Gli sembrò sopratutto che sua moglie
cominciasse veramente a pretendere un po' troppo da lui e che qualche
cosa, un po' di dignità, un po' di fierezza, si ridestasse finalmente
in fondo in fondo all'acqua stagnante della sua docilità coniugale.
E gli sembrò infine che fosse il caso di vagliare esattamente la
grandezza di Guglielmo Tell. Aveva, nei giorni passati, avuto la
curiosità di assumere informazioni sul glorioso personaggio e gli
sembrò che l'avere mirato giusto su una mela, anche se questa era posta
dalla ferocia d'un governatore di Alberto I sul capo innocente del
giovane figlio dell'arciere, non fosse poi gesta da non poter essere
emulata da un qualsiasi campione del Tiro a segno nazionale.
E poichè proprio in quel punto sua moglie lo raggiungeva e, con aria
scontenta, gli annunziava che era necessario aver pazienza ancora
qualche altro giorno per ottenere quella benedetta cittadinanza
svizzera, Pierino cominciò a pensare che fosse buona politica mettere
Guglielmo Tell in cattiva luce verso sua moglie. E poichè Eva,
vedendolo assorto, gli domandava a che cosa pensasse, Pierino rispose:
— Penso a Guglielmo Tell.
— A Guglielmo Tell? domandò Eva sorpresa.
— Sì, a Guglielmo Tell, rispose Pierino gravemente. E mi propongo un
caso di coscienza. Poichè tu sei austriaca conviene a me tuo marito,
di prendere la stessa cittadinanza d'un eroe che, all'alba del secolo
decimoquarto, contribuì a liberare la Svizzera proprio dal giogo
dell'Austria?...
E, volgendosi col più docile sorriso ad Eva che lo guardava sbalordita,
Pierino aggiunse:
— A questo, cara, ci scommetto, tu non avevi pensato!