IL «VALZER DELLA MORTE»

C'è gente che non riesce a sopprimere ma riesce almeno a ritardare

i dispiaceri e per cui una situazione finanziaria non è allarmante

se non quando il fallimento è già dichiarato, per cui un malato non

è grave se non quando è già bell'e morto. Appartenevano a questa

felice categoria di persone anche il _ménage_ Kramer — Balla o

Balla — Kramer che dir si voglia e gli altri cinque o sei _ménages_

italo-austriaci o italo-tedeschi che facevan loro corona ogni giorno

al Grand Hôtel, all'ora del tè, all'ora di pranzo e la sera dopo

pranzo. Le mogli austriache fidavano, per aver ragione di ritardare

il grosso dispiacere che si preparava, in quattro cose: nell'abilità

del barone Macchio, nella bacchetta magica del principe di Bulow,

nell'onnipotenza dittatoriale dell'onorevole Giolitti e sopratutto nel

profondo, irremovibile amor della pace che caratterizzava questa bella

e cara Italia così ricca di canzoni e così povera di cannoni. I mariti

italiani delle mogli austriache avevano, per il loro ottimismo, due

soli punti d'appoggio invece di quattro, poichè sapevano che Giolitti

cadeva purtroppo ogni giorno più in disgrazia e che ogni giorno più

l'Italia pensava, almeno per il momento, con marcata preferenza, ai

cannoni che non alle canzoni. Rimanevano tuttavia, a sostenerli, i due

puntelli diplomatici: l'abilità del barone Macchio, incommensurabile

nel senso che non si può misurare ciò che non si conosce, e la

bacchetta magica del principe di Bulow che aveva operati ben altri

miracoli di quello di far rimanere ancora l'Italia neutrale. Pierino

parlava per tutti: «Sentite.... Sarà.... Ma finchè Bulow sarà a Roma,

io alla guerra non ci credo...» E un'altra sera: «Ma vi par possibile

che un uomo come Bulow veniva a giuocare qui la partita finale della

sua gloriosa carriera senza aver prima partita vinta in mano?...»

Poi c'erano le piccole speranze supplementari degli altri mariti: «Ho

notizie certe, sapete. Il Re la guerra non la vuole assolutamente....»

E un'altra volta: «E i socialisti ufficiali? Vi pare che un governo

possa affrontare l'incognita della mobilitazione sotto la minaccia

dei socialisti ufficiali e del _Worwaerths_?...» Una moglie tedesca

interrompeva il marito: «Il _Worwaerths_?...» E il marito che s'era

sbagliato, tant'era oramai l'abitudine di pensar tedesco: «Oh, scusa,

cara, volevo dire l'_Avanti_!»

Tutt'i fisiologi hanno osservato il fenomeno per cui nelle malattie

mortali un miglioramento sensibilissimo si pronuncia poche ore

prima della morte. E' l'ultima reazione della vita, è la suprema

resistenza del temperamento contro il male, l'ultima breve vittoria

dei bacterii tutori della vita contro l'orda crescente dei bacterii

preparatori della morte. Questa miglioria sensibilissima si produsse

anche nell'animo del _ménage_ Kramer-Balla e degli altri _ménages_

italo-austriaci o italo-tedeschi. Il Re non aveva presenziato

la cerimonia allo Scoglio di Quarta: buon segno. La maggioranza

giolittiana s'agitava burrascosamente in una crisi di neutralismo

aperto dopo un lungo travaglio di neutralismo larvato: ottimo sintomo.

Le visite di Bulow e di Macchio alla Consulta si facevano sempre

più fitte: presagio eccellente. Una sera Pierino, all'ora di pranzo,

scendendo tutto lucido e incravattato e impomatato e incaramellato e

profumato e levigato nel suo _smoking_ irreprensibile tagliato e cucito

dal primo sarto di Vienna, corse incontro a sua moglie e ai suoi amici,

col viso giubilante, annunziando da lontano con le mani nell'aria

ch'era messaggero — messaggero, cioè, no, chè questo era il nome d'un

troppo odiato giornale interventista — ch'era foriero di una grande

notizia e che aveva su le labbra sorridenti, se è possibile esprimersi

così, la chiave della situazione. «Grandi notizie!» disse quando fu

vicino alla moglie, alle altre mogli e agli altri mariti: «Grandi

notizie: la guerra non si fa... Sono stato al _garage_....» Gli altri

lo guardarono diffidenti, chè è lecito anche a persone intelligenti non

vedere a prima vista quale stretto nesso sia possibile tra una guerra

che si fa o non si fa e la visita d'un giovane signore al _garage_

dov'è custodita la sua automobile per pagare un conto d'olio extradenso

e di benzina 710-720. Ma Pierino spiegava: «Sono stato al _garage_.

Accanto alla nostra vettura era una nuova _limousine_, bellissima, di

marca tedesca, una Mercedes. Ho chiesto di chi fosse, perchè sugli

sportelli avevo veduto la corona principesca. E figuratevi la mia

meraviglia quando mi son sentito rispondere ch'era del principe di

Bulow. L'ha mandata per far ridipingere la carrozzeria. Che volete? Mi

s'è gonfiato il cuore come un mantice... La guerra, è certo, non si

fa più. Vi pare possibile che l'ambasciatore farebbe ridipingere la

sua automobile se sapesse di doversene andare?...» Qualcuno, timido,

per essere rassicurato, obbiettò: «Può darsi che sia costretto ad

andarsene senza che ora sappia di doversene andare. Sempre così, nella

vita: quand'uno meno se lo aspetta...» Ma Pierino scosse le spalle

e, con un sorriso superiore d'uomo bene informato e che non teme

smentite, esclamò: «E il colore?» Gli altri lo guardarono un'altra

volta sbalorditi: «Che c'entra il colore? Quale colore?» E Pierino,

trionfante: «Il colore della carrozzeria, cari miei! Era nera con

ruote gialle: colori austriaci, colori insomma tedeschi. E ora sapete

come Bulow ha dato ordine di ridipingerla? Verdone e ruote bianche....

E su gli sportelli, cari miei, su gli sportelli anche una leggera

filettatura rossa. Colori italiani, cari amici, colori italiani: il

rosso è poco, appena un filo, su lo sportello, ma anche quel poco

basta a far la bandiera.... Volete prove più prove di queste?» E,

dopo una pausa, preparando l'effetto: «Cari miei, si vede che Bulow

già prevede il giorno in cui, concluso l'accordo, uscirà trionfante

per le vie di Roma, con quell'automobile. Quell'automobile, per me,

è più rassicurante ancora di tutte le argomentazioni di Cirmeni: dice

chiaro e tondo che la Triplice sarà rinnovata». E abbassando la voce,

perchè le sue parole diventavano sempre più gravi pei destini d'Europa,

Pierino aggiunse ancora: «Io ho voluto anche sapere chi avesse scelto

quei colori per l'automobile. Pensavo potesse essere la principessa,

che è italiana. Ma mi hanno assicurato che il verde, il bianco e anche

il rosso erano stati scelti, a Villa Malta, proprio stamattina, dal

principe in persona, sul campionario dove ci son le vernici di tutt'i

colori...».

Pranzarono di buonumore, quella sera. Anzi i cinque o sei _ménages_

lasciarono i tavolinetti a due posti e s'adunarono a una grande tavola

centrale ch'era stata preparata per un pranzo, rimandato all'ultima

ora, d'ufficiali inglesi e francesi in missione in Italia e invitati

dai loro commilitoni italiani.

La decorazione della tavola, con una serie d'innumerevoli vasettini

allineati tutt'in fila, incrociava una serie di bandierine italiane

con garofanetti bianchi e rossi e foglie di verdura e una serie di

bandierine francesi con _bluets_, piccoli geranii e roselline bianche;

e, in mezzo alla tavola, un vaso più grande conteneva garofani rossi e

piccole azzurre azalee e su queste certe striscioline di margheritine

italiane in modo che, volendo, si poteva anche avere una vaga

reminiscenza della bandiera inglese. Nemmeno se quella fosse stata

la sera della pace universale una decorazione floreale come quella

sarebbe apparsa tollerabile alle esuberanze patriottiche delle signore

austriache e tedesche e alle cautele coniugali e nazionali dei loro

mariti italiani. D'altra parte non c'erano altre tavole libere, nè

senza provocare un piccolo scandalo di cattivo gusto era possibile far

smontare quella decorazione preparata per il pranzo degli ufficiali

francesi, inglesi e italiani. Per fortuna Eva Kramer adocchiò in

un angolo della sala un bel girasole e ordinò sùbito a un _commis_

di portarlo nel bel mezzo della loro tavola perchè fra tanti colori

d'alleati o di presunti alleati ci fosse anche, su la loro tavola, un

po' di giallo austro-tedesco.

Conobbe, quella sera, Pierino, la gloria dei grandi profeti e di

_madame_ de Thèbes. Un amico, verso le undici, raggiungendoli nel

_foyer_ del Grand Hôtel mentre tutti a una voce riesaminavano per

l'ennesima volta gl'inestimabili beni d'una rinnovata amicizia

italo-austro-tedesca, portò la notizia, l'inaspettata notizia: «Il

Gabinetto Salandra era dimissionario». La scena, anzi, era stata

drammaticissima: Salandra era stato sempre incerto fra la guerra e la

pace, più incline forse, per pacifico temperamento di meridionale,

verso questa che verso quella. Il mezzo sangue inglese di Sonnino

era invece causa di tutto: voleva la guerra a qualunque costo e per

quanto Bulow e Macchio s'affannassero a portare alla Consulta ogni

mattina nuovi doni territoriali, economici e politici, Sonnino, col suo

mutismo scontroso, riduceva quei poveri ambasciatori a domandarsi che

cosa altro potevano ancora offrirgli se non addirittura Vienna e la

nomina di Francesco Giuseppe, bell'anima, a prefetto della centesima

provincia del Regno d'Italia. Ma il Re messo in guardia da Bulow,

il quale era andato a Palazzo senza tanti complimenti e aveva aperto

la porta di Sua Maestà senza neppure farsi annunziare per dirgli che

Sonnino, venduto o almeno affittato allo straniero, non gli aveva detto

che cosa realmente lui e Macchio offrivano con tenerissimo cuore alla

bella e cara Italia, il Re, aveva posto a Salandra il dilemma: «O via

Sonnino, o via io!» Tra Sonnino e Salandra, in un Consiglio di Ministri

ch'era stato terrificante, erano corse parole gravi e vie di fatto

fortunatamente leggere. Dopo di che Salandra era tornato dal Sovrano e

gli aveva detto: «Poichè Sonnino non vuole a nessun costo andarsene,

Maestà, ce ne andiamo tutti...» Fin qui le notizie certe, sicure,

di fonte indiscutibile! «E ora?» domandavano, raggianti, le signore

austriache e tedesche. «E ora, rispondevano i mariti con l'aria di chi

si è tolto finalmente un grave peso di sopra lo stomaco, ora, diamine,

torna Giolitti e l'accordo è firmato in quarantott'ore!» Volle, per

tanta gioia, Eva Kramer-Balla, che si stappassero alcune bottiglie di

sciampagna, di marca francese, purtroppo poichè i gas tedeschi sono

più utilmente adoperati per la guerra che non per il vino. E con un

brindisi alla vittoria austro-tedesca e alla neutralità italiana, la

pace coniugale dei sei _ménages_ italo-austriaci fu patriotticamente

sugellata dalla ceralacca di belle labbra femminili che col loro

carminio naturale o artificiale invitavano a imprimervi sopra, in

un bacio, il dolce bollo dell'autorità maritale. Eva Kramer fece di

più: non solo offrì la ceralacca ma volle che vi fosse impresso, lì,

d'innanzi a tutti, il sigillo addirittura. E quando fu bene impresso

disse a Pierino in tedesco: «_Ich liebe!_» che val quanto dire in

italiano: «Ti amo!» E l'amato giovane andava in giro per il gruppo dei

_ménages_ italo-austriaci: «Ve l'avevo detto io?... La verniciatura...

Ve lo avevo detto io? Il colore dell'automobile...» Che se non ci

avesse pensato lui a ricordare le sua profezia nessuno se ne sarebbe

dato premura. La gloria dei profondi profeti, dei grandi scrittori

e dei più famosi tenori è purtroppo fatta così: devono annaffiarsela

personalmente tutt'i giorni. Guai al profeta, guai allo scrittore, guai

al tenore che dieci o venti volte al giorno non ferma gli amici per

istrada esclamando con un sorriso: «Eh? Come son grande?»

Le grandi gioie ripugnano all'immobilità. L'uomo veramente felice

s'agita, si dimena, muove le braccia e le gambe, non può rimanere

nel luogo ove la felicità fu incontrata ed ha bisogno di portare

questa felicità in giro per il mondo, per la città, o almeno per la

casa, almeno per le stanze, cerca di farla vedere a tutti, di farla

invidiare, poichè, diceva un filosofo pessimista, non v'ha felicità

senza infelicità altrui, come non v'ha luce senza contrasto di ombre.

I cinque o sei _ménages_ italo-austriaci uscirono così dal Grand Hôtel

verso mezzanotte e saliti nelle loro automobili portarono la loro

felicità in giro per le vie di Roma deserte a quell'ora. Suonavano,

nel gran silenzio della città notturna, le grida dei rivenditori

di giornali che annunziavano le quinte edizioni con le dimissioni

di Salandra. Gli _chauffeurs_ avevano avuto ordine di discendere al

Corso e al Caffè Aragno, cuore e polmoni della vita romana, per le

vie Boncompagni e Ludovisi. Ma, giunti all'altezza di Villa Malta,

dovettero sostare dinanzi ai cordoni di soldati che sbarravano Capo le

Case per proteggere i sonni dell'ambasciatore tedesco. Un caporaletto

vietò il passaggio delle tre _limousines_ attraverso i soldati. Ma un

ufficiale, un bell'ufficiale dei bersaglieri, accorse alle leggere

proteste delle belle signore e diede ordine ai soldati di lasciar

libero il passaggio. Così il cordone s'aprì e i bersaglieri che

non dovevano fare la guerra fecero ala al corteo dei cinque o sei

_ménages_ italo-austriaci tripudianti d'amor patrio. E la gioia rende

così indulgenti che Eva Kramer-Balla, guardando il bell'ufficiale dei

bersaglieri, disse al marito suo e agli altri mariti italiani delle sue

connazionali: «Avete, in verità, dei gran bei soldati!».

Più giù, al Corso, trovarono un po' di gente: giornalisti, deputati,

nottambuli d'ogni qualità. Leggevano i giornali, discutevano ad alta

voce. Il caffè Aragno era chiuso poichè anche quella sera le contese

cortesi tra neutralisti e interventisti avevano mandato in frantumi una

grossa specchiera, lieta del resto di quella fine, tanto era da dieci

mesi stanca di riflettere il commovente spettacolo della concordia

dei popoli. Non discesero dalle automobili. Rimasero lì, a guardare,

ad ascoltare. Laggiù, in fondo, verso piazza Colonna, altri cordoni

di soldati, granatieri questi — gran bei soldati, gran bei soldati,

in verità! — proteggevano, inquadrando di baionette palazzo Chigi, i

sonni del barone Macchio. Sul marciapiede buio d'Aragno un deputato

siciliano, principe e socialista, tuonava focose invettive: «Faremo

i conti con tutti... Oramai siamo all'_aut aut_: o la guerra o la

rivoluzione!» Altri intorno a lui gridavano: — «Sì, sì, la rivoluzione,

la rivoluzione.....» — Altri ancora gridavano un po' più in là:

«Salandra non deve andarsene.... Giolitti non deve tornare...» E il

ritornello, basso, alto, vicino, lontano, insisteva: «La rivoluzione!

La rivoluzione!».

Alle Termopili eran solamente trecento ma bastarono a fare una bronzea

pagina della storia del mondo. Quei cinquanta nottambuli potevano

bastare a fare una rivoluzione da Aragno? Avevan l'aria di crederlo.

Eva, a guardarli, ne dubitava.... E Pierino, che nella sua gloria

di profeta e nella sua gioia di marito sentiva anche di diventar

spiritoso, disse: «E perchè no? Hanno anche questi Leonida con loro...»

Ma poichè i nomi di battesimo dei deputati italiani non sono ancora

materia obbligatoria di studio nelle scuole austro-tedesche le signore

guardarono interrogativamente Pierino il quale aggiunse, cortesemente,

per riparare le lacune della _Kultur_ germanica: «Già, Leonida

Bissolati....».

Tornò a casa, Eva Kramer, persuasa che la rivoluzione preannunziata dal

deputato siciliano sul marciapiede d'Aragno non prometteva di essere,

almeno fin dal primo momento, terribile quanto la rivoluzione francese.

E così dormì pacificamente la sua prima notte di neutralità finalmente

e dopo tante pene assicurata. Poichè v'ha un singolare piacere a

ricordarsi dei pericoli quando sono passati, Eva Kramer dovette, nel

tepore delle lenzuola, sognare i soldati d'Italia e il bel tenente dei

bersaglieri. Infatti Pierino che, senza badarci, nella gioia di quella

serata aveva bevuto una tazza di caffè la quale bastava a togliergli

il sonno almeno per due o tre ore, sentiva Eva nel sonno, con languidi

sospiri e voce commossa, ripetere dì tanto in tanto: «Bei soldati, in

verità, bei soldati!»

Le grandi felicità sono anche brevi. Il destino non assegna a ogni

cuore che una precisa razione di gioia e il cuore che la consuma in

grande quantità si condanna a subire un'implacabile legge: quella

che proporziona la durata al consumo. Dopo un solo giorno di bene

infatti, un pomeriggio, mentre prendevano il tè nel salotto di Eva

Kramer, i _ménages_ triplicisti furono chiamati alla finestra da uno

scalpiccìo di passi e da un basso coro di voci cavernose. Scendeva da

via Venti Settembre e si dirigeva verso Via Nazionale una forte colonna

d'uomini in prevalenza borghesi che marciavano a passo cadenzato

brontolando a coro e scandendo le sillabe: «Mor-te-a-Gio-lit-ti!

Mor-te-a-Gio-lit-ti!» E la stessa sera, mentre giuocavano a _poker_,

ricevettero altre notizie allarmanti: al Costanzi, dove si doveva

onestamente rappresentare un'inoffensiva _Figlia del Tamburo Maggiore_,

Gabriele d'Annunzio aveva denunziato da un palco all'ira popolare i

traditori della patria e aveva letto, applaudito anche dai carabinieri

di guardia, una sua ode contro Francesco Giuseppe. Fuori del teatro

intanto la folla gridava come ossessionata: «Guerra! Guerra!» e voleva

raggiungere la casa di Giolitti, levar dal suo letto e trascinare per

le vie il corpo dell'odiato Dittatore di ieri. Nelle vie attorno alla

casa dell'ex-presidente i dimostranti si battevano di su le barricate

dopo avere spento a sassate le lampade elettriche. E, ahimè, orribile

a dirsi, anche l'esercito passava alla rivoluzione. «In via Nazionale,

raccontava uno dei mariti esterrefatto, in via Nazionale, figuratevi,

un capitano di cavalleria è stato invitato da un commissario di polizia

a caricare i dimostranti... Ma il capitano ha sfacciatamente rifiutato

affermando che i suoi uomini erano, sì, pronti a marciare contro il

nemico, ma non a caricare i fratelli...»

Quando ebbero commentato gli avvenimenti, quando ebbero veduto le vie

sfollarsi e gli squadroni di cavalleria tornare in caserma — oh, dopo

tutto, dopo tutto soldati come tutti gli altri e niente, proprio niente

d'eccezionale... — Pierino Balla italiano _malgrè lui_, ritrovatosi

solo in camera da letto con sua moglie dovette fare i conti con Eva

Kramer austriaca _malgrè tout_. «Ma insomma che succede? Che cosa

fate? Che fa il Re? Che fa la Camera? Dove si va?» Pierino tentò di

essere ancora rassicurante: «Non t'allarmare. Vedrai...» E la moglie:

«Vedrò?... Che cosa altro devo vedere?... Ah sì? Ti pare ancora che

non basti?... Entrano nella Camera, assalgono per via e su i tramvai

gli ex-ministri, assediano la casa di Giolitti, fanno le barricate...

Che altro devo vedere? In Austria, a quest'ora, quanti avrebbero già

pagate care queste buffonate!...» Pierino tentò di spiegare: «Sai, in

Austria, voi avete la forca...» Ed Eva saltò su inviperita: «Vorresti

forse farcene rimprovero?» E Pierino, impaurito e docile: «Ma no,

cara, lodarvene...» Ma Eva Kramer, nell'impeto, commise una _gaffe_:

«L'avete avuta anche voi, in Italia...» E Pierino, senza volerlo, ebbe

una risposta felice: «Sì, cara, ma era la vostra.» Eva, intanto, s'era

svestita e avvolta in una rosea camicia da notte di seta s'introduceva

fra le lenzuola. Con cinque parole concluse le sue impressioni di

quella sera: «È la rivoluzione sul serio!...». Non seppe, Pierino, se

era il caso di illuderla ancora o di prepararla pian piano agli eventi.

Nel dubbio accese una sigaretta e infilò il pigiama. Poi, quando fu

a letto, credette doveroso allungare verso la camicia di seta di sua

moglie — qui si parla del contenente per il contenuto — un tentativo

d'abbraccio. Ma fu violentemente respinto da un piede ribelle che

rimise debitamente le cose al loro posto: l'Austria da una parte,

imbronciata, e l'Italia, mortificata, dall'altra.

Poichè i popoli dormono da più di un anno, ogni notte, le loro otto

o nove ore filate su lo spettacolo della più tremenda guerra della

storia, Eva Kramer non poteva non dormire dieci ore su lo spettacolo

— semplice prova generale, del resto — d'una rivoluzioncella da

nulla, d'una rivoluzioncella da ridere, d'una rivoluzioncella

insomma italiana, ed era detto tutto. Del resto, col coraggio della

disperazione, a mano a mano che gli eventi precipitavano, Eva Kramer

se ne infischiava sempre più. Tanto che l'indomani, nel pomeriggio,

la notizia del nuovo incarico a Salandra la lasciò perfettamente

tranquilla a discuter di vestiti dalla sua sarta dove la notizia,

col sopraggiungere di Pierino trafelato e commosso, gli era stata

cautamente somministrata. Nè meno tranquilla la lasciarono gli

avvenimenti successivi: la convocazione della Camera, l'annunzio che

il barone e il principe preparavano i bauli, le voci di mobilitazione

generale che correvano di ora in ora. Era la guerra? Proprio la guerra?

Questo non era ancora assolutamente sicuro. «Del resto, diceva Eva al

marito ridendo d'un sorriso sforzato e nervoso, del resto hai voluto la

guerra contro di noi? E goditela, la guerra! Contro di noi, vedrai, ti

romperai le corna...» Pierino osò obiettare che la guerra, lui, proprio

lui non l'aveva affatto voluta, e che aveva la coscienza tranquilla.

«E in quanto alle corna, aggiunse poi scherzando, non so se posso

rompermele, poichè so, adorata, di non averle...» Eva corresse: «Che

sciocco! Si capisce che non parlo di te. Parlo a te per un artificio

rettorico...» Pierino sorrise riconoscente; ma, tanto sono bizzarre ed

inesplicabili le associazioni di idee, l'artificio rettorico richiamò

al suo pensiero l'imagine dell'_herr major_ Hampfel, con le braccia

tutte piene di fiori, sul marciapiede della Sudbanhoff.

Ma una sera Eva Kramer tornò all'albergo in uno straordinario stato di

sovreccitazione lieta, che si manifestava in sorrisi e in sgambetti, in

strizzatine d'occhi e in buffetti ch'ella somministrava copiosamente al

naso di Pierino che raccoglieva, docile, senza capire. Era in camera,

Pierino, a infilarsi lo _smoking_. Ora con un po' di smalto di fabbrica

tedesca — _made in Germany_ — si lustrava meticolosamente le unghie e

le faceva lucide da potercisi specchiare dentro comodamente per radersi

la barba. Eva si svestiva e si rivestiva in fretta, gettando di qua e

di là bluse e sottovesti, lanciando ora uno scarpino su l'immacolato

sparato di Pierino, girandogli ora una calza di seta intorno al collo.

E ogni tanto, passandogli accanto, mentre egli rimaneva impalato

in mezzo alla stanza a lustrare a lustrare e a lustrare, via una

piroetta e giù un buffetto. «Sei allegra, cara....» mormorò finalmente

Pierino senza osar domandare perchè, dato che fra i coniugi, nei

riguardi di Eva, vigevano il protocollo e l'etichetta delle Corti

per cui un suddito non può interrogare un sovrano ma può solo, se dal

sovrano interrogato, rispondere. Senonchè i sovrani sono alle volte

condiscendenti per soddisfare le mute curiosità dei sudditi rispettosi

e ligi al cerimoniale. Così anche Eva volse uno sguardo affettuoso al

suo suddito marito e, piantandoglisi davanti tutt'inguantata in una

_combination_ carnicina, elargì la spiegazione del suo straordinario

buonumore: «Senti, disse al marito, me ne dispiace tanto per te che

sei italiano, ma Bulow vi ha dato una buona lezione. E voi avete un

proverbio adatto e al caso dovreste ricordarvene: a buon intenditor...»

Pierino era, nella vita coniugale, uomo di poche parole. Se sua moglie

non parlava, egli, per rispetto, non osava interrogare. Se sua moglie

parlava egli, per prudenza, evitava d'interloquire. Era, così, diviso

fra due timori: quello di mancar di rispetto e quello di mancare di

spirito. Sua moglie amava parlare, come suol dirsi in musica, per

«sincopati». Le idee non le uscivano dalle labbra, solitamente, una

dopo l'altra, una nell'altra. Uscivano a spizzichi, ad intervalli,

con larghe pause. Talchè Pierino non sapeva mai quando un'idea era

finita e quando era il caso di far vedere che aveva capito. Gli era

accaduto una volta di esclamare: «Giustissimo!» quando ancora Eva,

nel sincopato, era all'a e bi del suo ragionamento e doveva giungere

sino alla zeta. A quell'esclamazione Eva era saltata su inviperita:

«Giustissimo? Giustissimo che cosa? Se non ho ancora parlato? Se non

sai ancora che cosa volevo dire? Perchè mi approvi senza ascoltarmi?

Se vuoi far vedere che sei molto intelligente, fai invece la figura

di un imbecille... Se vuoi invece prendermi in giro, son donna io,

sappilo, da prendere in giro non uno ma dieci bamboccetti come te...».

In silenzio Pierino aveva firmato la ricevuta di quell'invettiva

con un sorriso ebete. L'aveva capita tutta in una volta perchè era

venuta fuori tutta d'un fiato. Eva Kramer, infatti, non aveva la

concatenazione immediata delle idee che quando si trattava di dire

impertinenze. Prova ne sia che se parlava dell'Italia e degli Italiani

argomentava sempre speditissimamente.

Così fu anche quella sera, dopo una prima ed unica pausa che aveva

avuto l'unico scopo di far posto ad un'omerica risata: risata che

avvolgeva Pierino, e dietro Pierino la stanza, e dietro la stanza tutta

Roma, e dietro tutta Roma l'Italia intera. «Ah sì, aggiunse poi, volete

farci la guerra? Già Bulow ve lo disse per Algesiras: l'Italia fa la

politica dei giri di valzer... E adesso siete al valzer dei valzer,

non a quello dell'operetta di mio padre, che è molto grazioso, ma a

quello della vostra guerra, che è tanto pericoloso quanto è stupido...

Volete fare la guerra, ballare, ballare il valzer con l'Intesa?...

Accomodatevi, cari. Ma ve lo ha detto ancora Bulow, che se ne intende:

_Divisi e senza testa, è il valzer della morte_... Non so dove e quando

l'abbia detto, ma è grande, è grande, è immenso! E ve l'hanno scritto

anche, oggi, su tutte le cantonate, a carbone, a lettere cubitali:

_Divisi e senza testa, è il valzer della morte_. E sotto c'è il nome

e cognome di Bulow... Non credevo ai miei occhi... Che cosa grande,

che cosa grande!... E che uomo, quel Bulow... Metternich e lui, non ha

avuto altri diplomatici, la Storia!...»

Ma era tardi e conveniva vestirsi. In due colpi, continuando a ridere,

canterellando quelle parole attribuite a Bulow su un'arietta famosa di

papà Kramer, Eva fu pronta. Si vide allora davanti, sempre impalato in

mezzo alla stanza, quel suo povero Pierino che non sapeva che dire.

Ne ebbe pietà. E poichè in fondo gli voleva bene, e poichè in fondo

Pierino era un buon figliuolo, e poichè in fondo e a modo suo Eva

era piena di cuore, gli mise le braccia al collo e argomentando con

eccezionale speditezza gli disse:

— Ma io ho torto di parlarti così, ho proprio torto di prendermela con

te se l'Italia ci fa la guerra... Tu che c'entri, povero amor mio?...

Tu sei, per fortuna, così poco italiano... E tu, tanto, dell'Italia te

ne infischi...

E, presolo per un braccio, lo trascinò fuori, per il corridoio,

nell'ascensore, verso la sala da pranzo. E per la prima volta,

poichè sua moglie gli aveva categoricamente affermato che dell'Italia

lui se ne infischiava, gli parve che no, no, non se ne infischiava

completamente, che anzi quella sera, in fondo in fondo a sè stesso...

Ma nell'ascensore sua moglie, in piedi dietro il piccolo _liftier_

impalato contro gli sportelli, accennava un passo di valzer, il

valzer di papà, e canterellava fra i denti con un sorriso prettamente

austriaco:

_Divisi e senza testa_

_è il valzer della morte...._

E poichè il _lift_ toccava il suolo e Pierino era lì, nel suo

cantuccio, piccolo e mortificato, Eva gli diede un ultimo buffetto sul

naso e gli mormorò sul viso, due volte:

— _Ich liebe! Ich liebe!_

Il "Damo viennese": Romanzo · 第 12 / 27 题