L'irredentismo italiano, poichè non era un valzer, aveva sempre
lasciato Pierino Balla perfettamente indifferente. Aveva una vaga
idea della questione. Cadore, Carnia, Alpi Giulie, eran per lui
indicazioni incerte, che non si collegavano nel suo spirito geografico
e patriottico a nulla di molto preciso. Sapeva, sì, che erano lassù,
a destra per chi guardava una carta d'Italia; ma se gli avessero dato
l'incarico di segnarne l'ubicazione sopra una carta muta avrebbe dovuto
dire: indovinala grillo e affidarsi alla benignità del caso.
Del Trentino aveva un'idea un po' più chiara perchè nel periodo di
una lunga indisposizione, durante la quale non aveva potuto andare a
teatro, gli era capitato di leggere una serie d'articoli dell'onorevole
Federzoni sul lago di Garda e annessi e connessi. Immaginava così il
Trentino come un'immensa scalinata di montagne sempre più alte che dal
«Gardesee» si spingeva su su a quel Brennero che per lui era l'estremo
limite delle sue conoscenze geografiche come l'estrema Thule era per
gli antichi Romani del grande Impero. Dell'irredentismo in generale e
in particolare poco sapeva. Non credeva che il problema avrebbe mai
potuto turbare i rapporti fra la sua cara Austria e la sua diletta
Italia, poichè durante decine e decine d'anni tutt'i ministri degli
Esteri della Consulta e della Ballplatz avevano potuto, non ostante
quella questione, incontrarsi periodicamente ad Abbazia per diramare
di comune accordo i più rassicuranti comunicati ufficiali. Tutto
l'irredentismo non aveva per lui che due manifestazioni ugualmente
periodiche ed egualmente inoffensive: un discorso del D'Annunzio ogni
tanto in cui il poeta chiamava l'Adriatico «l'amarissimo Adriatico»
e la rielezione di legislatura in legislatura dell'on. Barzilai,
triestino, a deputato del quinto collegio di Roma. C'era anche, a dire
il vero, il nome di Guglielmo Oberdan che tornava periodicamente su i
giornali. Ma anche quel nome, come Cadore o Carnia, non evocava nel suo
spirito nulla di preciso oltre una vaga idea di dimostrazioni proibite
e di questurini in movimento. E c'era infine un singolare fenomeno
d'agorafobia — paura delle piazze — per cui gli studenti romani non
potevano mai passare in piazza Colonna, sotto il palazzo Chigi dove
aveva sede l'ambasciata d'Austria, senza essere vittime di una nuova
crisi nevrastenica che si manifestava con grida di «Viva Trento e
Trieste» e si calmava sùbito con tre squilli di tromba.
In queste condizioni di spirito gli sarebbe stato assolutamente
impossibile prevedere ciò che il destino gli preparava facendolo
incontrare a Vienna, nella più dolce sera del Prater, con gli occhi
azzurri — azzurri come il Danubio è azzurro non già sotto i ponti di
Vienna o di Budapest ma nel valzer famoso — con gli occhi azzurri della
signorina Eva Kramer. Di nulla sospettando Pierino Balla s'affidò alle
apparenze benigne della sorte. Non erano trascorsi quindici giorni che
già, per lettera, sotto dettatura della signorina Kramer, egli chiedeva
al maestro Kramer che gli venisse concesso l'onore di avere nella sua
mano di sposo la mano di sposa della sua cara figliuola. E non era
trascorso un mese e mezzo che la signorina Kramer e Pierino Balla,
una mattina, alla Sudbanhoff, salivano in uno _sleeping-car_ diretto
a Pontafel e da Pontafel in Italia. C'erano alla stazione molti amici
a salutarli, tutti gentili, tutti carichi di fiori. Ma il più gentile
di tutti, di tutti il più affettuoso, fra tutti il più infiorato, era
l'_herr major_ Hampfel, accompagnato da una _frau_ la cui età l'avrebbe
designata più per esser la moglie d'un generale a riposo che quella
d'un maggiore in piena attività di servizio. Ad Eva ed a lui l'_herr
major_ Hampfel aveva ripetutamente stretto la mano ed aveva più volte
confermato che si sarebbero presto ritrovati a Roma poichè entro
un mese, o due tutt'al più, avrebbe dovuto raggiungere il suo posto
d'_attachè_ militare all'Ambasciata d'Italia. Ed il _major_ Hampfel,
che era stato a Roma in viaggio di nozze ed anche per compiere,
approfittando della buona occasione, alcuni suoi specialissimi studii
di carattere militare, si affannava a dare ad Eva tutte le indicazioni
che potevano esserle utili. Sentiva, Pierino, la tentazione di dire
ad Hampfel che risparmiasse il fiato poichè Eva poteva contare, per
gli orientamenti necessarii, su la sua discreta competenza di italiano
e più che di italiano addirittura di napoletano romanizzato. Ma il
galateo avverte che le persone bene educate devono avere sempre una
parola di meno e Pierino, anche per ingenita timidità, era molto bene
educato. Non capiva però come l'_herr major_ Hampfel non s'accorgesse
che tutte quelle prolisse spiegazioni erano superflue nè perchè
mettesse nel darle una così grande insistenza. Non osservò, Pierino,
che le spiegazioni romane dell'_herr major_ Hampfel cominciavano
sempre con poche parole di francese o d'italiano e finivano poi in un
diluvio di parole tedesche. E anche se l'avesse osservato, Pierino, che
non sapeva il tedesco, non avrebbe potuto rendersi conto che quelle
indicazioni su Roma, che parlavan di Roma finchè erano in francese o
in italiano, quando diventavano conversazione in tedesco non parlavano
più che di Vienna. E quando finalmente il treno si mosse, di tra le
voci di saluto di Kramer e degli amici, si levava ancora la bella voce
baritonale dell'_herr major_ Hampfel:
— _Aufwiedersehen!... Aufwiedersehen!..._
Ed Eva spenzolata dal finestrino, agitando il fazzoletto, con gli occhi
lacrimosi, gridava ad Hampfel:
— A Roma! A Roma!
E l'_herr major_ a sua volta:
— A Roma! A Roma!
E Pierino era commosso e lusingato. Con che accento parlavan di
Roma quelli austriaci! E come poteva non esser sicura per l'Italia
l'amicizia di un grande popolo che amava Roma a quel modo?...
Perchè Pierino non era precisamente nazionalista ma era indubbiamente
patriota. Entrato in Italia, trascorsa la prima notte di matrimonio
in un alberghetto di confine metà austriaco e metà italiano e che
però sembrava fatto apposta per il caso loro, Pierino condusse la
sua sposa a Milano e a Venezia, a Genova e a Pisa, prima di prendere
la via di Roma. E, con lo stesso ardore con cui un garibaldino può
mostrare ai nipoti su la camicia rossa le vecchie medaglie delle guerre
dell'indipendenza, Pierino mostrava ad Eva i piccioni di piazza San
Marco e il caffè Cova a Milano, il traffico del porto di Genova e la
torre pendente di Pisa. Eva dimostrava per quelle diverse bellezze
italiane — cieli azzurri e caffè eleganti, vecchie chiese ed alberghi
moderni, torri illustri e cartoline illustrate di paesaggi napoletani
e siciliani — lo stesso irrefrenabile entusiasmo che Pierino aveva per
i valzer del repertorio viennese. E, se Eva era fiera dei suoi valzer,
Pierino era fiero delle sue cartoline illustrate. Nel giovanissimo
_ménage_ italo-austriaco ognuno portava l'orgoglio più che legittimo
delle rispettive glorie nazionali.
La dichiarazione di guerra tra Germania e Austria da una parte e
Francia e Russia dall'altra li sorprese una sera, a Napoli, nell'_hall_
di un grande albergo, in estasi dinanzi ad una tarantella sorrentina
riesumata tre volte alla settimana, dalle vecchie tradizioni locali, ad
uso e consumo dei _touristes_ amanti di color locale. Nel giornale che
leggevano insieme febbrilmente Pierino corse sùbito a vedere che cosa
faceva l'Italia ed ebbe la consolazione — poichè il suo spirito era
pacifico ed umanitario ed al suo cuore di buon figliuolo la carneficina
della guerra faceva spavento — ebbe la consolazione di veder che
l'Italia rimaneva neutrale. Da parte sua Eva non fu molto commossa
dal terribile annunzio: apparteneva ella ad una schiatta guerriera ed
ella aveva sùbito trovato, come un giornalista viennese o berlinese,
prima ancora di leggere i giornali di Berlino o di Vienna, l'alibi
della innocenza tedesca: terribile flagello la guerra, ma l'Austria
non l'aveva voluta: l'avevan voluta la Serbia e la Russia. Del resto la
guerra avrebbe avuto breve durata.
Eva pontificò sùbito fra i clienti neutrali dell'_hôtel_: la Serbia
sarà sùbito rimessa al suo posto con uno scappellotto e l'occupazione
di Belgrado al primo colpo di cannone. Sùbito dopo, sgominato il
piccolo nemico del sud, l'intero esercito austro-ungarico — sette
od otto milioni di uomini, signori e signore! — avrebbe saldato la
partita, in un sol giro di carte, col nemico del Nord, con la Russia
che ha molti uomini ma non può armarli, che ha smisurati territorii ma
limitatissime ferrovie e quindi l'assoluta impossibilità di una rapida
e intera mobilitazione. Dall'altra parte intanto la Germania avrebbe
pensato a dare alla tracotanza francese la lezione che si meritava e se
Guglielmo I aveva nel '70 impiegato qualche mese per arrivare a Parigi,
nel 1914 l'Imperatore Guglielmo II se la sarebbe sbrigata in due
settimane. E lì, davanti a un gruppo di italiani attoniti, di neutrali
soggiogati dalla visione guerriera della strapotenza austro-tedesca,
Eva Kramer risolveva la guerra in quattro e quattr'otto, come se
manovrasse su un tavolino due eserciti di soldatini di piombo. Poi
cadde dal tono eroico al tono elegiaco: aveva due fratelli, uno
avvocato di grido, l'altro gran medico, tutt'e due militari, ufficiali,
degli usseri il primo, d'artiglieria il secondo. Poveri ragazzi!
Avevano l'uno e l'altro moglie e figliuoli. Ma, con spartana fermezza,
Eva concluse che queste erano le necessarie abnegazioni della guerra
e che occorreva nell'ora della prova aver coraggio e speranza. Tanta
meravigliosa energia rapì d'entusiasmo il suo piccolo pubblico ed Eva
approfittò di quel momento propizio per levarsi e ritirarsi, scortata
da Pierino, nel suo appartamento, allontanandosi con dietro una scìa
d'ammirazioni e d'approvazioni. «Che donne, sentiva dire, queste
tedesche.... Tutte d'un pezzo!». Sentiva anche Pierino e rialzava
fiero la fronte, nell'orgoglio d'avere una moglie solida e ferma a quel
modo, una moglie infrangibile, come le più belle bambole tedesche dei
_bazars_ di Norimberga.
In ascensore Eva domandò: «E Hampfel?». Pierino, che non aveva
chiaramente compreso la domanda, non seppe che cosa rispondere e
per prendere tempo e capire meglio rinnovò a sua volta il punto
interrogativo: «Già, e Hampfel?». Ma sua moglie chiarì la domanda:
«Andrà alla guerra anche lui?». Pierino si strinse nelle spalle strette
e attillate dello _smoking_ e timidamente, senza prendere posizione,
mormorò: «È soldato....». Ma Eva rispose: «No, non è soldato,
Hampfel.... Ora è diplomatico e per i diplomatici c'è l'esenzione. Io
dico che raggiungerà egualmente la sua destinazione a Roma....» Parve a
Pierino di vedere negli occhi della moglie il desiderio, l'ordine quasi
di un consenso e, docile, approvò: «Dico anch'io così....».
Pel corridoio, raggiungendo le loro camere, Eva ebbe bisogno ancora
di rafforzare il suo rassicurante convincimento: «Io dico che,
specialmente adesso, non possono lasciare l'Ambasciata di Roma
senza _attachè_ militare.... È vero che l'Italia è neutrale, ma
anche i neutri van sorvegliati....». E il _major_ Hampfel fu così
la transizione per passare dalla questione europea alla questione
italiana. Su questa Eva non aveva ancòra fermato il suo pensiero. Ma
ce lo fermò appena giunta in camera e, piantatasi di fronte al marito,
gli aprì gli occhi negli occhi e gli sparò a bruciapelo la prima
revolverata polemica:
— Ma, a proposito, perchè l'Italia è neutrale?
Pierino, che si stava già sfilando lo _smoking_, rimase con mezzo
braccio nella manica e mezzo fuori. Pin, pan.... Seguì la seconda
revolverata:
— Non c'è la Triplice Alleanza?
Pierino stimò opportuno rinfilare la manica e riprendere un
atteggiamento corretto. Venivano sul tappeto gravi questioni
diplomatiche e conveniva accoglierle in abito da cerimonia. Pin, pan,
pan.... Terzo colpo di revolver:
— Non mi rispondi?... Come? Eravamo in tre e a far la guerra non siamo
più che in due?
Pierino si strinse nelle spalle:
— Ma....
L'enigmatica risposta non persuase Eva Kramer.
— Ma un corno, mio caro....
E poi, senza pausa:
— Chi è questo di San Giuliano?
Pierino fu lieto di potersi precipitare a fornire una risposta precisa:
— È il ministro degli Esteri, disse.
— Grazie tante, questo lo so, ribattè Eva. Io ti domando che uomo è.
— Abbastanza giovane, molto distinto.
— Politicamente.
— Sai, è senatore e al Senato i partiti politici non son chiaramente
segnati come alla Camera.
— Ti domando di dove è.
— Ah, siciliano!
— Ma di dove politicamente, ti ripeto... Di che gruppo, di che
tendenza.... Triplicista, antitriplicista?
— Triplicista, diamine... In Italia siamo tutti triplicisti.
— Ma come la pensa?
— Su questo non posso risponderti.... Sai, è ministro. E i ministri i
loro pensieri non li comunicano a me.
Eva scosse le spalle e s'allontanò per la camera, con una smorfietta
sprezzante, sino alla finestra a guardare il mare e Posillipo sotto la
luna d'estate.
— Non sei un gran politico, tu?... Pure sei del paese di Machiavelli,
di Cavour....
E aggiunse, senza misurar le distanze:
— E di Giolitti!
Tizio richiamò Caio. Il nome di Giolitti suggerì un'altra domanda:
— E Salandra?
Pierino assunse un'aria profonda:
— _Homo novus!_
— Che vuol dire?
— Lo chiaman così nei giornali.
Si persuase Eva che in fatto di informazioni precise non c'era modo di
cavar proprio nulla da Pierino. Tornò quindi alla questione generale.
— Ma, insomma, come potete non far la guerra, voi italiani?
Pierino fu ebete e perentorio:
— Non la facciamo.
— È certo?
— Lo dice la _Stefani_.
— Chi è la _Stefani_?
— Il Governo, spiegò Pierino nel suo solito stato d'idee poco chiare.
L'agenzia ufficiale.
— Ho capito: la _Reuter_.
L'ignoranza politica di Pierino si rivelò intera:
— Non la _Reuter_, la _Stefani_....
— _Reuter_ o _Stefani_ è la stessa cosa, ribattè Eva.
E Pierino, non persuaso ma docile, stringendosi ancora nelle spalle:
— Sarà....
Così al telefono come al _restaurant_, così nelle tornate parlamentari
come nelle discussioni private, chi meno ottiene risposta dalla
signorina o dal cameriere, dal ministro o dall'interlocutore, più si
ostina a domandare. L'insistenza è una delle più naturali abitudini
dello spirito dell'uomo e solo così si spiegano la popolarità e
la fortuna che accompagnano il giuoco del lotto e l'estrazione di
qualsiasi lotteria. In una testa tedesca questa virtù dell'uomo
civilizzato diventa ancora più accentuata e l'insistenza cambia
nome, e prende quello di caparbietà. In una testa come quella
dell'ex-signorina Kramer questo difetto tedesco diventava ancor
più accentuato, e la caparbietà cambiava nome, e prendeva quello di
testardaggine. Così, per quanto Pierino eludesse le domande precise,
svicolasse nei mezzi termini, battesse la campagna fra il sì ed il no,
sua moglie non si dava per vinta. Prima a Napoli, poi a Roma quando
furono installati al Grand Hôtel in attesa di cercare un villino
nei quartieri eleganti, Eva Kramer, mattina e sera, sera e mattina,
assediava suo marito con innumerevoli batterie di punti interrogativi.
Perchè l'Italia s'era dichiarata neutrale? Che paese era mai questo
che al momento del pericolo abbandonava gli amici e dimenticava la
parola data? E che cosa erano dunque questi italiani, cantastorie e
menestrelli, che gridavano per le vie di volere Trento e Trieste —
a Eva Kramer era capitato un giorno di dover sentire anche questo!
— e gridavano di voler l'una e l'altra dopo aver cercato per trenta
anni, in un'alleanza, il più comodo alibi per eliminare il pericolo
ed eludere il dovere di andarsele a pigliare? A furia di stringersi
nelle spalle Pierino s'assottigliava in modo da far pietà. I suoi
valzer erano muti al riguardo delle curiosità di sua moglie. Le dava
ragione perchè non trovava argomenti per darle torto. Nè i giornali
potevano illuminarlo. Non usciva che con sua moglie e in albergo non
erano ammessi che i giornali graditi al barone Macchio e al principe di
Bulow. In questi Pierino cercava invano: non vi trovava che gli stessi
punti interrogativi di sua moglie. Diventava per lui un'ossessione.
Avrebbe voluto fermare per via il primo passante e domandargli: «Scusi,
perchè l'Italia è rimasta neutrale?», così come si può domandare, se
avvenga di aver dimenticato l'orologio a casa: «Scusi, sa dirmi che ora
è?». Tentò, un giorno che era rimasto solo nell'_hall_ dell'albergo
ad aspettar sua moglie che era salita a mutar vestito. Chiese dei
sigari ad un cameriere rasato, pelato, levigato, roseo e tondo come
una pallina di bigliardo, che era assai cerimonioso e sembrava molto
affabile. Per propiziarselo, non prese il resto delle cinque lire con
cui aveva pagato cinque sigari trabucos.... E, mentre il cameriere
gli tendeva l'accenditoio, Pierino sospirò, tanto per cominciare:
«Ah, questa benedetta guerra....» E il cameriere, spegnendo con lo
stesso soffio la fiamma della candela e l'entusiasmo di Pierino:
«Ah, _oui, monsieur_. Parto domani, richiamato alle armi.... _Je suis
allemand...._»
Fu ancora peggio più tardi, quando Giolitti cominciò a parlar di
«parecchio» e Salandra di «sacro egoismo», quando i giornali, anche
quelli cari alla politica tedesca e più triplicisti della Triplice,
tanto da nascere proprio quando la Triplice moriva, cominciarono
a parlare di negoziati e di trattative a Londra e a Vienna, di
concessioni da una parte e dall'altra. Ad ogni nuova notizia in
proposito Eva gli si piantava davanti col giornale in mano, impugnato
come se fosse una bandiera austriaca sotto forma di giornale italiano,
e cominciava la filippica:
— Ma come? Dopo aver stracciato un trattato scientemente firmato
(queste cacofonie provavano che Eva, per quanto figliuola d'un
delizioso musicista, non aveva il minimo senso dell'armonia nella prosa
italiana) questi italiani avrebbero anche osato d'impugnare le armi,
fedifraghi non solo ma briganti addirittura, contro gli amici di ieri
impegnati a tener fronte per mare e per terra a mezzo orbe terracqueo?
E c'erano dimostrazioni per le vie? Naturalissimo. L'oro francese....
La Massoneria.... Ma contro la corruzione della piazza che diceva la
Camera, che faceva il Governo, che pensava il Re? E se tutti fossero
stati così sconsigliati da volere la guerra contro gli austro-tedeschi,
che sarebbe accaduto? Avrebbe Pierino preso un fucile e sparato contro
il _major_ Hampfel, contro i suoi cognati, magari in caso di leva in
massa contro suo suocero, per chiudere ai soldati austriaci la via
di Milano o, peggio ancora e orribile a dirsi, per aprire ai soldati
italiani la via di Vienna?
A questi ultimi punti interrogativi Pierino esultava. Traeva di tasca
il suo foglio di congedo assoluto. Non solo era soldato di terza
categoria, ma anche nella terza categoria era riformato per deficienza
toracica. «Ma ti possono rivedere. Il torace è cresciuto» obbiettava
Eva. Ma Pierino era rassicurato e rassicurante: «Non c'è pericolo. Non
rivedrebbero i riformati.... Abbiamo tanti uomini, noi.... Non siamo
mica la Francia.... Noi facciamo figliuoli...» E si guardava attorno
con fierezza, come se avesse lì, sul tappeto, un paio di dozzine di
rampolli.... Ma rispondere agli altri punti interrogativi era più
difficile. E poichè non sapeva come giustificar quella corrente che
si formava nel paese si mise a negare addirittura che la corrente ci
fosse. E una sera diceva ad Eva:
— Mia cara Eva, puoi dormire i tuoi sonni tranquilli. Siamo neutrali,
è vero, purtroppo è vero, ma non per questo non rimaniamo, se non
proprio alleati, certo vostri sinceri amici. Ad allearci di nuovo
penseremo poi, dopo la guerra, quando voi avrete vinto, poichè voi non
potete che vincere — e l'Italia lo sa. Che vuoi, mia cara? Noi italiani
siamo fatti così. Alleati in pace, ma in guerra no. Non potevamo fare
altrimenti. Siamo piccini, noi, Giolitti ci ha traditi, i cannoni non
li abbiamo, i soldati sono nudi come Dio li ha fatti, le finanze sono
esauste e la guerra, la nostra guerricciola di Libia, che voi tanto
buoni ci avete permesso di fare, ci ha addirittura sfiancati. Ah, lo
dicono tutti! Se fossimo stati forti, se avessimo avuto un esercito, se
l'Inghilterra avesse potuto non bombardarci le nostre città marittime,
saremmo stati con voi e San Giuliano allora o adesso Sonnino avrebbero
già mandato i nostri bei bersaglieri — carini, è vero, con quelle
piume?... — a coprirsi di gloria, di gloria prussiana al posto che i
vostri Stati Maggiori, bontà loro, avevano già assegnato ai nostri due
milioncini di uomini.... Ma non è stato possibile e dobbiamo rimanere
così, a guardare.... Non credere a quelli che strepitano per far la
guerra. Son gli scamiciati dei giornali democratici cui nessuno dà
retta, son gli sbarbatelli delle scuole che cantano l'Inno di Mameli
tanto per esercitare i polmoni nell'età dello sviluppo!...
E un'altra sera diceva ad Eva:
— Noi siamo gente seria, cara, che sappiamo fare i nostri calcoli
e i nostri affari, che sappiamo che cosa valga la Germania e quanto
l'amicizia dell'Austria serva a garentire il nostro avvenire.... Ma
tu sul serio ci credi alla storiella di Trieste e di Trento? Si vede
proprio che sei austriaca.... In Italia, non ci crede nessuno.... Ma
se i trentini e i triestini devono a voi la loro prosperità, il loro
benessere presente, passato e futuro.... Con noi — l'ho letto ieri
in un giornale che ti ho messo da parte — Trieste non diventerebbe
che un'anticamera di Venezia. E ti par mai possibile che chi sta
comodamente in salotto preferisca d'andare in anticamera solo perchè
il salotto è tapezzato di giallo e di nero, mentre l'anticamera è
tapezzata di bianco rosso e verde?... Io dico sì.... Ma un po' di senso
comune....
— Lo dico anch'io...., rispondeva Eva riconciliata. Ma con questi
esaltati!
— Son pochi, ribatteva Pierino.
— Lo so. E aggiungerò: fortunatamente per voi!
I francesi dicono: _qui se rassemble s'assemble_. La stessa cosa dicono
gli italiani, con veste più plebea: «Chi s'assomiglia, si piglia!»
Son verità di sapienza latina, ma controllabili anche su nature
tedesche, poichè nell'_hall_ del Grand Hôtel tre o quattro coppie di
mogli austriache o tedesche e di mariti italiani s'erano annusate,
riconosciute, avvicinate, alleate in una lega offensiva e difensiva.
Una sera un amico disse a Pierino, dopo averlo invitato ad attraversar
la strada e ad andare a prendere un tè da Latour e dopo essersi sentito
rispondere che non poteva assolutamente allontanarsi dall'albergo:
— Ah, già, è vero.... Tu sei della compagnia dei mariti col _von_...
Capiva poco, Pierino, ma quella la capì. Tentò di essere impertinente e
di ribattere, ma non trovò che questo:
— E tu?
— Ah, io sono, fece l'amico, di una compagnia molto più divertente:
quella di «Moglie e buoi dei paesi tuoi!».
«Paesi tuoi.... Paesi tuoi...», brontolava Pierino. O perchè se nel
matrimonio la moglie prendeva il nome del marito, questo, per rendere
l'attenzione, non poteva prendere il paese della moglie? L'essere
umano non è legato a vita al proprio nome, quando nasce donna. Perchè
dovrebbe essere legato a vita al proprio paese, quando nasce uomo?
In fondo, a poco a poco si sentiva diventare viennese sul serio, per
virtù anche di quei fenomeni di mimetismo che nella vita coniugale
modificano a poco a poco il coniuge più malleabile sullo stampo di
quello più resistente. Perdeva lentamente i suoi connotati nazionali
e questa perdita progressiva non gli toglieva nè un'oncia d'appetito
nè un minuto di sonno. Perdeva a poco a poco il suo nome senza che la
sua posta andasse per questo smarrita. Aveva osservato questa seconda
perdita a poco alla volta su i biglietti da visita di sua moglie, i
quali all'indomani del matrimonio dicevano: «_Madame_ Balla»; due
mesi dopo: «_Madame_ Balla-Kramer» e quattro mesi dopo: «_Madame_
Kramer-Balla». Dinanzi alla meraviglia che Pierino, tuttavia senza
fiatare, aveva manifestato per quest'ultima redazione, la signora
Eva aveva creduto opportuno rendere responsabile la sbadataggine
del litografo. Aveva cambiato biglietti; ma l'errore era accaduto lo
stesso. Aveva cambiato litografo; peggio che mai. Era un'invincibile
idiosincrasia dei litografi, di tutti i litografi romani, i quali
se potevano ammettere che Kramer balla non potevano assolutamente
riconoscere che balla Kramer. E che fosse veramente la signora
Kramer a far ballare il marito come voleva, si persuase Pierino, un
giorno, quando il suo sguardo cadde su un biglietto da visita che
Eva aveva estratto dal suo portafoglio e passato al marito perchè lo
rimettesse allo _chauffeur_. C'era scritto su non più solo: «_Madame_
Kramer-Balla» ma addirittura: «_Monsieur et Madame_ Kramer-Balla».
E si sentì, Pierino, più viennese, più irreparabilmente e docilmente
viennese che mai, nel ritrovarsi così molto più Kramer e molto meno
Balla di quanto fosse stato fino allora agli effetti, del resto
puramente convenzionali, dello Stato Civile.
Ma si sentiva anche, di tanto in tanto, ancòra un po' italiano.
Vecchia abitudine difficile a sradicarsi, piccola aspirazione segreta
del prigioniero che adora la sua prigione e il suo carceriere ma
che tuttavia, nei giorni di bel tempo, anela un po' di azzurro non
ritagliato a quadratini dalle inferriate.... Coincidevano, questi
aneliti, con certe giornate di tempesta che scuotevano Roma d'un
singolare vento d'entusiasmo. L'Austria concedeva tanto poco che
anche tra quel poco del «nulla» di Burian e il poco del «parecchio»
di Giolitti, c'era un abisso. D'Annunzio parlava dai quattro punti
cardinali della città, dovunque c'era una finestra o un balcone.
Giolitti rimaneva in casa per forza maggiore. Salandra si dimetteva e
due giorni dopo ritornava al potere. Non era ancòra la guerra, ma era
già, lo dicevano anche i giornali triplicisti, il popolo che voleva
la guerra. E proprio quel giorno, mentre, verso sera, nella loro
automobile, _monsieur et madame_ Kramer-Balla tornavano all'albergo,
una dimostrazione saliva al Quirinale cantando inni patriottici,
agitando bandiere, acclamando al Re, all'Esercito, alla guerra. Venendo
su da Magnanapoli, l'automobile di Eva e di Pierino aveva infilato
via Venti Settembre; ma poco dopo aveva dovuto arrestarsi poichè
era venuta proprio a dar di cozzo nella dimostrazione che saliva
al Quirinale. Non ostante i ripetuti e nervosi ordini telefonici
di Eva, lo _chauffeur_ aveva dovuto farsi da un lato della via ad
aspettar che la folla passasse. Senza fiatare, con la piccola grinta
chiusa come una serratura di sicurezza, Eva s'era rincantucciata nel
suo angolo, volgendo le spalle al corteo e con gli occhi fissi sul
panorama poco suggestivo dell'intonaco giallo d'un palazzo. Pierino
guardava dall'altra parte fuori dai cristalli. Passava gente e gente,
gente seria e gente allegra, gente vecchia e gente giovane, gente
ricca e gente povera. Passavano bandiere italiane, francesi, inglesi,
russe, belghe. Echeggiavano inni su inni: l'inno Nazionale, quello di
Garibaldi, quello di Mameli. _Monsieur_ Kramer-Balla ritrovava, sott'il
marito, un po' di Pierino Balla senza moglie. Non osava mostrarlo,
ma si sentiva intenerire. Per la prima volta Roma gli sembrava, se
non più bella di Vienna, almeno quasi bella come Vienna. Per la prima
volta, all'udire quei canti, ammetteva che ci potesse essere un po' di
musica bella anche al di fuori dei valzer viennesi. Per la prima volta,
confusamente, in fondo a sè stesso, sentiva un po' di solidarietà
con tutta quella gente che passava, che urlava, che acclamava, che
s'esaltava. Guardò l'orologio posto nella vettura dinanzi a lui: eran
lì da venti minuti. Eva continuava a studiar l'intonaco, a sinistra; a
destra, il corteo continuava a sfilare. Ce ne fu ancora per mezz'ora.
E ancora bandiere, e ancora canti, e ancora gente, gente seria e gente
allegra, gente vecchia e gente giovane, gente povera e gente ricca. E
finalmente, quando la folla cominciò un po' a diradare, lo _chauffeur_
rimise la mano su le leve, diede due o tre segnali di tromba per farsi
largo. Solo allora, mentre la _limousine_ si muoveva strombettando
tra la folla più rada, Eva degnò volgere su questa uno sguardo
commiserevole e, con un tono di profondo disprezzo, lasciò cadere dalle
labbra sottili e chiuse due sole parole:
— Quattro straccioni!
Pierino riguardò l'orologio. Erano stati fermi cinquanta minuti a veder
passare gente e calcolando un paio di migliaia di persone al minuto....
Non osò tuttavia contraddire sua moglie, e, conciliativo come sempre,
mentre l'automobile riprendeva la corsa per la via libera verso il
Grand Hôtel, osò riflettere, esclusivamente per suo uso e consumo,
ancora mezzo austriaco:
— Saran straccioni.... Non dico di no....
E aggiungere, già mezzo italiano:
— Ma eran però più di quattro!