Le cronache profane delle più galanti alcove e dei più ardenti amanti
raccontano le disavventure di eserciti che rinunziano alla vittoria
proprio davanti alla fortezza che si arrende e rinunziano quanto
più fu lungo l'assedio e più desiderata e pregustata la vittoria.
La sera in cui dalla sua vettura di seconda classe sbarcò sotto le
massicce tettoie e tra gli ascensorini della Sudbanhoff, Pierino Balla,
viaggiatore improvvisato, si trovò su per giù nella situazione poco
brillante di quelli eserciti esausti proprio al momento di cogliere
la palma del tanto sospirato trionfo. Un _autotaxi_ lo trascinava
rapidamente per le prime vie della metropoli e già Pierino sentiva
andarsene tutta la sua forza d'amore. Quella, Vienna? Una grande città
come un'altra. Quei grossi palazzi nuovi gli ricordavano i grossi
palazzi nuovi del Tritone di Roma e del Rettifilo di Napoli e quei
tigli — eran poi tigli? — che fiancheggiavano la strada non erano
in nulla diversi dai piccoli alberelli magrolini e cittadini — eran
platani, ontani? non ci aveva mai badato — che fiancheggiavano a Roma
via Nazionale e sotto i quali, disegnanti a terra nel riflesso della
luce elettrica un merletto d'ombre e di luci, se n'era tornato tante
sere a casa, uscendo dal Costanzi e fischiettandosi i suoi cari, i
suoi dolci valzer viennesi. Donne bionde, se si guardava attorno,
non ne vedeva per quella _strasse_ più di quanto ne incontrasse a
Roma, pel Corso, all'ora del ritorno dal Pincio, nel tepore delle
belle giornate. Nè c'era musica attorno a lui oltre lo strombettìo
delle automobili e lo scampanìo dei tram. Era questa, Vienna? Ed era
questa la sua musica? E dov'erano i suoi valzer? Ebbe la tentazione
di interrogare lo _chauffeur_ e di domandargli se per caso non avesse
sbagliato, se non fosse sceso dal treno, prima di toccare Vienna,
a Klangenfurt o a Gratz, per esempio. Ma si contenne. Che diamine!
Era Vienna, ma una Vienna che non rassomigliava affatto all'idea
canterina e ballerina ch'egli se n'era fatta a Roma, da lontano.
Guardava attorno, disperatamente, oltre le vetrine dei caffè, per
vedere se scorgesse nell'interno i palchetti bianchi delle orchestre
e i dòlmanì rossi e le chiome bionde delle «dame viennesi». Ma che le
«dame viennesi» fossero per Vienna solo un genere d'esportazione come
le «ciociare», le pittoresche ed irreperibili «ciociare», per Roma?
Pure riuscì a trovarle, poco più tardi, finalmente, le «dame viennesi».
Disceso all'albergo, mutato d'abito rapidamente, non sapendo ancora
orizzontarsi, aveva deciso di prendere in _hôtel_ il suo primo pranzo
viennese, di mangiare lì, religiosamente, il suo primo autentico panino
di Vienna. Entrato nella sala da pranzo il cuore gli diede un balzo.
In fondo alla sala, su un palchetto bianco stile Secessione, le «dame
viennesi» — dòlmanì rossi, capelli d'oro — accordavano in una serie
confusa di brevi pizzicati e di lunghe arcate, i loro violini e i loro
violoncelli. Per quanto il _maître d'hôtel_ già gli avesse scelto il
tavolino e indicato con un inchino il posto assegnatogli, Pierino Balla
traversò difilato l'ampia sala e andò a sedersi a un tavolino proprio
lì, sotto l'orchestra, posto in modo che le spalle di Pierino seduto
s'appoggiavano proprio al palchetto Secessione delle «dame.» Il _maître
d'hôtel_ era accorso ad inseguirlo e garbato avvertiva:
— _Peut-être ici la musique dérangera trop monsieur..._
Disturbarlo, la musica? E la musica viennese? Ma se non era venuto
che per questa... Quando ebbe ordinato il pranzo a prezzo fisso
per non andare incontro a troppe sorprese, Pierino Balla si preparò
ad ascoltare con mistico raccoglimento i valzer viennesi, i valzer
viennesi suonati sul luogo dalle più autentiche dame viennesi che
un innamorato del color locale potesse mai desiderare. Ma alle prime
note dell'orchestrina ebbe una prima delusione e rimase con in aria
il cucchiaio pieno di quel _potage printanier_ dove c'era di tutto a
tal segno che non sapeva assolutamente più di niente. L'orchestrina
non aveva attaccato un valzer di Fall o di Lehar, ma una canzonetta
napoletana: _O sole mio_. Tuttavia Pierino se ne sentì in fondo
lusingato nel suo amor proprio nazionale e sperò, per il valzer, nel
secondo pezzo. Senonchè, a canzone finita, lo aspettava la seconda
delusione e più forte assai della prima. Questa lo colse mentre gustava
con prudenza di cittadino di città di mare diffidente pel pesce delle
città di terra, un _loup de mer sauce tartare_ e fu sul punto di
mandargli una lisca per traverso. Una «dama viennese» aveva infatti
detto alla sua vicina nel più puro italiano di questo mondo:
— Dàmmi un ventaglio... Che caldo stasera!
E l'altra le aveva risposto col più gentile accento di Santa Lucia
facendosi vento con un foglio di musica:
— _Mamma mia... E ccà se more!..._
Le guardò esterrefatto. Italiane? Napoletane? Non credeva ai suoi
occhi ed ai suoi orecchi. Si sturò questi, si stropicciò quelli. Era
viaggiatore fresco ed inesperto, Pierino, e non sapeva ancora che,
se come afferma il proverbio l'abito non basta a fare il monaco, il
dòlmano rosso per lo più basta a fare la «dama viennese».
Fu così mortificato Pierino che quella sera, non uscì nemmeno
dall'albergo e si chiuse in camera. Si coricò nel letto alla tedesca
dopo aver manifestato alla _femme de chambre_ una meraviglia, che la
faceva ridere, di non trovare lenzuola come nei letti all'italiana.
Guardò la bonne, diffidente: era bionda, parlava tedesco. Ma c'era da
fidarsi? Non era anche lei almeno di Trieste? Interrogò: era ungherese.
Era napoletano anche in questo, Pierino Balla: che quando finalmente,
per disgraziato accidente, aveva qualche cosa da fare, vi si gettava
dentro a capofitto per uscirne fuori al più presto possibile. Lo stesso
giorno in cui Franz Lehar l'aveva senza volerlo spedito d'ufficio a
Vienna, Pierino aveva comperato due manualetti di conversazione in
francese ed in tedesco. Durante due giorni e più di viaggio non aveva
avuto altra lettura e, rincantucciato nel suo scompartimento, aveva
masticato senza interruzione parolacce tedesche e paroline francesi con
pazienza da benedettino. E fra le vocali mute delle paroline francesi
e i battaglioni di consonanti senza vocali delle parolacce tedesche
dimenticava l'italiano senza riuscire ad imparare nè il francese nè il
tedesco. Continuò a letto, quella sera, la lettura dei suoi manualetti
e la mattina dopo, al _bureau_ dell'albergo, col manualetto aperto
in mano su cui gettava di tanto in tanto occhiatine senza parere,
volle esperimentare i progressi che aveva fatti. Chiese l'indirizzo
del maestro Kramer e si fece spiegare l'ubicazione della _strasse_
in cui il maestro Kramer abitava. La _fraülein_ che gli rispondeva si
sentì autorizzata da quelle sue quattro o cinque parole di tedesco a
scaricargliene addosso quattro o cinquecento, a massima velocità; e
Pierino, con un sorriso ebete e rassegnato, aspettava che il diluvio
gutturale passasse senza ch'ei fosse riuscito a sapere in che via
abitava il grande maestro nè dove fosse la via in cui il grande maestro
abitava. La signorina del _bureau_ era bionda e parlava tedesco come
solo uno studio condotto fin dall'infanzia per la precisa esecuzione
dei suoni più sgradevoli può permettere a gola di parlarlo. Finito
il diluvio e data un'occhiatina al manualetto, Pierino s'arrischiò
a chiedere alla signorina se almeno lei era di Vienna: e si sentì
rispondere con aria fiera e con cipiglio irritato che no, che era di
Praga, che era boema.
La ricerca del maestro Kramer gli costò trenta corone d'automobile
e un fiero mal di capo tanto s'era scervellato a compulsare avanti
e indietro le pagine del manualetto di conversazione per riuscire a
spiegarsi con _chauffeurs_ e passanti, portinai e cameriere. Quando e
come Dio volle riuscì a scovare il domicilio del maestro Kramer e in
questo una piccola governante, bionda anche lei, carina, dagli zigomi
assai pronunziati, dai grandi occhi azzurri; e la piccola governante,
quando sentì che Pierino Balla parlava tedesco assai male, si mise a
parlare assai bene francese per spiegargli che quel giorno il maestro
Kramer era assolutamente irreperibile poichè proprio quella sera, al
teatro _An der Wien_, doveva aver luogo la prima rappresentazione
della sua nuovissimo operetta: _Il valzer dei valzer_. La piccola
governante, vedendo Pierino desolato, gli consigliò di cercare il
maestro a teatro all'ora della rappresentazione e, con bei modi e un
francese parlato così chiaramente che anche lui lo capiva, gli fornì
tutte le indicazioni necessarie con una cortesia di cui Pierino non
potè non ringraziarla manifestandole anche la sua meraviglia di trovare
una viennese che parlava il francese _comme une vraie parisienne_. Ma
la piccola governante ebbe un ultimo sorriso e, richiudendo la porta
dell'appartamento del maestro Kramer con un bell'inchino della sua
testolina bionda, spiegò:
— Non sono viennese, signore. _Je suis polonaise._
I tedeschi non ammettono che il piacere del teatro li debba mandare a
letto ad ore troppo avanzate nè che li possa costringere a pranzare
alla svelta come dobbiamo invece far noi quando una _prémière_ ci
raduna in un teatro. I tedeschi dànno la precedenza ai piaceri del
teatro su quelli della digestione. Noi distruggiamo invece questi
per quelli. Ed è così che si spiega come tante produzioni teatrali ci
riescano assolutamente indigeste e come il pubblico italiano dia prova
sovente a teatro d'una deplorevole intolleranza. Il teatro viennese è
aperitivo e quello italiano dovrebbe essere digestivo. Tra la fortuna
costante degli autori tedeschi e l'ostinata avversità che accompagna
di solito gli autori italiani non c'è che l'ostacolo di un pranzo
non digerito. Così, alle sei di sera, Pierino Balla prendeva posto
all'_Ander Wien_ in un'ultima poltroncina aggiunta che miracolosamente
aveva potuto procurarsi ed ascoltò in estasi i valzer nuovissimi
del maestro Kramer e associò i suoi applausi italiani disordinati
ed impetuosi a quelli militarizzati, disciplinati, che dalle mani
degli spettatori viennesi suonavano ad ogni fin d'atto, come il passo
cadenzato d'un reggimento in marcia.
Trovò il maestro Kramer in palcoscenico tra il primo ed il secondo
atto del _Valzer dei valzer_, circondato da una folla di ammiratori e
di ammiratrici tra i quali Pierino riuscì a fatica, a furia di _bitte_
e di _pardon_, ad aprirsi un varco per consegnare al maestro Kramer
la letterina di presentazione che Franz Lehar gli aveva consegnata a
Roma. Non appena ebbe letto, il maestro gli stese le mani e, colossale,
attirò a sè il piccolo giovane italiano con tanta violenza di subitanei
affetti che Pierino ebbe paura di andare a sbattere il naso contro
quella montagna d'adipe e di vestiti.
— Oh, _meine liebe_ — esclamava il maestro Kramer scuotendogli e
riscuotendogli le mani fino a spezzargli le braccia — oh, _meine liebe
freund Lehar_, il mio caro Franz... E la bella Italia... il benvenuto,
_mein herr_...
E, senza transizione, come se Pierino non fosse venuto a Vienna che per
questo, aggiunse:
— Vi voglio presentare a mia figlia... a mia figlia Eva...
Poi, dopo una pausa, stringendogli un braccio da stritolarglielo e
avviandosi verso la porticina del palcoscenico:
— A mia figlia Eva che ama molto gli Italiani...
Era carina, Eva; e s'ella amava gli Italiani, tutti gli Italiani
non avrebbero fatto per amar lei la minima difficoltà. Non tardò a
persuadersene, Pierino, quando in un palchetto di proscenio si trovò
seduto accanto a lei e alla graziosa governante galiziana che l'aveva
ricevuto al mattino. Kramer, appena presentato il giovane italiano alla
figlia italianofila, era ritornato a raccogliere in palcoscenico gli
allori del suo trionfo. Cortese, deferente e niente affatto invadente,
Pierino lasciò del tutto alla signorina Eva la cura di sostenere la
conversazione e si limitò ad inserire tra i suoi denti bianchissimi e i
suoi baffetti d'ebano un sorrisetto cerimonioso che a qualunque parola
di Eva diceva sempre, docilmente, di sì. Alcune amiche di Eva vennero,
nell'_entr'acte_, a interrompere il discorso di lei e il sorriso di
lui. Eran tutte carine, tutte bionde e parlavan tutte tedesco, talchè
Pierino non capiva nulla e non sorrideva più temendo di dire con quel
sorriso di sì quand'era forse invece il caso di dir di no. Quando
la prima se ne riandò Pierino chiese ad Eva: «E' viennese, è vero?»
Ed Eva: «No. E' morava. Provincie tedesche». Quando se ne riandò la
seconda Pierino richiese ad Eva: «Ma questa è proprio viennese, non
è vero?» Ed Eva: «No. E' rumena. Di Czernowitz». E quando fu la volta
della terza, più bionda che mai, vestita di rosso, più che mai «dama
viennese», Pierino trionfò: «Ma questa sì, è di Vienna. L'ha scritto
in viso». Ed Eva «C'è scritto una bugia. E' czeca. Di Troppau». Con un
fil di voce Pierino osò domandare: «Ma lei sì, lei almeno è viennese,
signorina...» Ed Eva con una bella risata squillante: «L'ho scritto
in faccia anch'io? Come legge male lei... Io son rutena, come mio
padre...»
Perchè Pierino non fosse minacciato da una improvvisa meningite sotto
tanto sforzo etnografico e geografico cominciò opportunamente il
secondo atto ed Eva invitò il giovane italiano a restare a sentirlo,
lì, in palco, accanto a lei. Vide Pierino la giovane signorina rutena
e la giovane accompagnatrice polacca comporsi a severa e contrita
attenzione come si trattasse d'ascoltar Wagner a Bayreuth. Egli stesso,
che pure adorava i valzer, li ascoltava di solito con più italiana
leggerezza. Per la prima volta in vita sua un valzer, il valzer dei
valzer, tant'era suonato e danzato con gravità sacerdotale, chiamò uno
sbadiglio su le sue labbra. Lo nascose garbatamente in quell'ombra
da cui guardava estatico la bella signorina Eva, la signorina Eva,
cioè, che a prima vista sembrava bella ma che a guardarla meglio era
solo piacente perchè nel suo viso c'erano tutti gli stili come nella
carta geografica del suo paese ci son tutte le razze: fronte greca,
naso napoleonico, labbra ebraiche, occhi chiari cristianissimi, zigomi
slavi, capelli biondi slavati più svizzeri che viennesi. Era elegante,
aggraziata, con una piccola grinta un po' ringhiosa che contrastava con
l'urbanità più che affabile delle sue parole. Nè grande nè piccina, era
una piacente mediocrità femminile che poteva passare anche inosservata
se si fosse chiamata semplicemente Mayer o Muller ma che, chiamandosi
Kramer, essendo la figlia del celebre maestro Kramer, avendo certo per
dote un bel milioncino di corone e una villa in Carinzia di cui ella
aveva già parlato al giovane visitatore, non poteva certamente lasciare
nessun cuore maschile indifferente. Durante l'intero atto ella e la
giovane polacca non interruppero che tre volte il silenzio per guardare
verso un gruppo d'ufficiali ch'era in un palco e per brontolare in
tedesco parole nervose e precipitose nelle quali Pierino non raccolse
che queste, chiare ed oscure insieme: _herr major Hampfel_. E lo vide,
Pierino, il _major_ Hampfel quando, alla fine dell'atto, tornata la
luce, scoppiati gli applausi, il bell'ufficiale si levò in piedi e
dalla sua barcaccia s'inchinò alla signorina Eva la quale credette
opportuno di spiegare a Pierino:
— Il maggiore Hampfel, degli usseri... marito della mia più cara
amica... prossimo ad essere destinato come _attachè_ militare alla
nostra ambasciata di Roma.
E, con un sospiro, Eva aggiunse:
— Beato lui che vivrà a Roma... Adoro Roma. Il Foro... L'Excelsior...
Bellezze uniche al mondo!
E, squadrando Pierino come per misurarne l'altezza morale e materiale:
— Siatene fiero, signore.
Era fiero, sì, Pierino, di sentirsi dire da Eva tante cose carine su
l'Italia così piacevole pei turisti, su gli italiani così garbati e
così gentili con tutti, che cantano tutti così bene, che amano tanto la
musica viennese.
— So che la musica di mio padre, disse Eva, è popolarissima in
Italia... E vedete come amo l'Italia io... Mastico anche un po'
d'italiano quasi passabilmente... Ho avuto una istitutrice triestina.
— Ah sì? Di Trieste?, esclamò Pierino con nobile slancio patriottico.
— Di Triest! corresse con prudenza politica Eva.
Durante il terzo atto Pierino sentì ancora le due signorine brontolare
in tedesco e ancora non riuscì che ad afferrare due o tre volte le
parole chiare ed oscure insieme: _herr major Hampfel_. Poi, quando la
rappresentazione fu finita, Kramer tornò nel palco con un gruppo di
attrici e di amici e mentre Eva indossava il mantello disse:
— Andiamo tutti a cena al Prater.
Poi, voltosi a Pierino, gli disse in un italiano a modo suo:
— Voi ci farà il piacere di _soupare_ con noialtri.
Senza farselo dire due volte Pierino corse al guardaroba a ritirare
il suo soprabito. Anche là una bella ragazza bionda, in una specie di
divisa fra il portinaio e l'ammiraglio, serviva il pubblico con grazia
tutta viennese. Distratto, ed anche perchè in tedesco non trovava la
parola, quando fu per pagare Pierino le domandò:
— Quanto?
Sentì la bella ragazza viennese rispondergli in italiano:
— Una corona, signore, e la sua buona grazia.
E mentre cercava nel suo portamonete la corona e la buona grazia,
Pierino non potè non esclamare:
— Come? Lei non è viennese?
E la guardarobiera con un bel sorriso chiaro di casa nostra:
— _Mi no, sior... Mi son de Trento!_
Li sentì e li risentì finalmente, Pierino, i suoi cari valzer di
Vienna, durante quella cena al Prater, suonati e risuonati da decine
di orchestrine di «dame» autentiche o no e di zigani artificiali o
naturali poste al centro di tutti i _restaurants_ che punteggiavano
di architetture elettriche le dolci ombre del bel parco viennese.
Uscendo alle dieci precise, a _diese uhr_, dai cinquanta teatri della
metropoli, Vienna elegante e mondana affluiva al Prater, a piedi,
in vettura, in cento automobili rombanti e scintillanti, discendendo
lungo i quattro chilometri dell'Hauptallee tra i tigli odoranti, le
aiuole fiorite e i pali della luce elettrica tutti adorni di fiori
come nel fasto capriccioso d'una primavera artificiale. Luci rosse,
azzurre, gialle, bianche, balenavan qua e là disegnando nel verde
notturno le sagome dei _restaurants_ e delle birrerie, dei caroselli
e dei circhi equestri del Wurstelprater. Seduto con belle signore
fiorenti e giovani signori eleganti ad un tavolino _en plein air_
del _restaurant_ più accorsato, tra il maestro Kramer che gli parlava
di musica e la signorina Eva che con gli occhi languidi e lo sguardo
lontano aveva l'aria di sospirare d'amore, Pierino viveva la sua dolce
sera viennese come nel dormiveglia d'un mezzo Sonno. Sentì ancora due
o tre volte tornare nella conversazione metà tedesca e metà francese
il nome dell'_herr major Hampfel_. Chi poco parla — e Pierino era
muto assolutamente — ha luogo più degli altri di osservare; e due o
tre volte infatti notò che, quando la gente nominava l'_herr major
Hampfel_ il maestro Kramer si oscurava in volto, come se quella
sera non gli avessero metodicamente applaudito alla tedesca il suo
_Valzer dei valzer_, ma come se gliel'avessero invece genialmente ed
estemporaneamente fischiato all'italiana. E poichè la natura gli aveva
dato due occhi e, benigna, glieli aveva accordati eccellenti tutt'e
due, mentre col sinistro osservava il malumore del maestro, col destro
Pierino seguiva il linguaggio muto di Eva la quale, non appena l'_herr
major_ era nominato, cercava gli occhi della signorina galiziana ed
intavolava così un linguaggio cifrato impossibile a comprendersi.
Intanto i valzer seguivano ai valzer, nuovi e nuovissimi, vecchi
e vecchissimi e, in estasi, Pierino si lasciava cullare da loro,
guardando le stelle e i lampioncini, i dòlmanì delle dame viennesi e
gli alamari d'oro degli zigani e lasciando squagliare nel suo piattino
la fetta di spumone all'italiana che un cameriere _gentleman_ più
dei _gentlemen_ che serviva vi aveva delicatamente deposto. Sentì in
quell'estasi un'altra musica italo-austriaca, poichè la vocina della
signorina Eva gli susurrava all'orecchio con pronunzia prettamente
austriaca parole approssimativamente italiane:
— Vedete, qui, davanti a noi, questi viali oscuri che si perdono
nell'ombra? E' il centro, il cuore del Prater, non ridotto a giardino
ma tenuto a bosco. E', di notte, l'angolo caro agli innamorati.
Ci andò pochi minuti dopo a passeggiare anche lui nel cuore del
Prater, con la signorina Eva mollemente appoggiata al suo braccio.
S'era levata da tavola, gli aveva chiesto una sigaretta, una sigaretta
italiana — che gli Italiani chiamano chi sa perchè _Macedonia_ mentre
su la Macedonia, avvertì la signorina Eva, l'Austria ha gli occhi ben
spalancati — e, accesa la sigaretta, gli aveva detto con un sorriso
che, _volapück_ universale, gli aveva fatto capire più di un intero
vocabolario:
— Voglio far vedere anche a voi il cantuccio degli innamorati.
Pei viali sempre più oscuri, sempre più remoti, Pierino sentiva il
dolce peso del braccio della signorina Eva farsi sempre più grave
sul suo braccio destro. Ella taceva e fumava. Ai riflessi multicolori
che penetravan fra gli alberi i capelli d'oro di lei s'accendevano di
scintille. E ad un tratto ella disse fermandosi di colpo e guardandolo
bene in viso:
— Voi dovete amare l'amore. Siete Italiano.
E senza aspettare la risposta, che del resto Pierino cercava
disperatamente senza trovarla, aggiunse riprendendo la via:
— Voi Italiani siete i primi innamorati del mondo.
Pierino credette doveroso d'inchinarsi leggermente ringraziando a nome
di tutt'i suoi connazionali e sentì che Eva proseguiva:
— Avete tutti il Vesuvio nel cuore e negli occhi e una canzone su le
labbra.
Trovò Pierino la risposta che gli parve straordinaria:
— Come voi viennesi avete tutte nel cuore e su le labbra il più dolce
dei valzer!
La signorina Eva rideva:
— Che cosa credete che Dio abbia inventato prima: il valzer o l'amore?
Pierino ebbe un lampo di genio:
— Dal valzer, rispose, nacque l'amore e dall'amore nacque il valzer,
signorina.
Eva rise ancora. Poi, quando un'orchestra vicina ma nascosta tra gli
alberi sospirò dai violini il più appassionato valzer del repertorio,
il _Sei tu, felicità_... di Lehar, ella disse con un sospiro:
— Ah, il mio valzer...
— Ed anche il mio, sospirò a sua volta Pierino.
Lo ascoltarono rallentando il passo, lo canterellarono a fior di
labbra stralunando gli occhi in su, verso le stelle. E il dolce peso
del braccio di Eva si faceva sempre più dolce ma sempre più grave.
Sospiravano i violini la dolce melodia:
_Sei tu, felicità,_
_passata a me vicino..._
— Quante cose..., mormorò ancora Eva. Quante cose dice questo valzer...
Non sentiamo tutti, in certi momenti, che forse la felicità ci passa
vicino e che non sappiamo arrestarla e dirle come il nostro Goethe
all'attimo fuggente: «Fermati, sei bella...»
— E' vero... E' vero..., mormorò Pierino che di Goethe conosceva appena
il _Mefistofele_ di Boito.
— La vita è così, continuava Eva. Si va, si viene, si arriva, si parte,
ci si incontra... E poi... E poi un giorno, forse, ci si sospira:
_Sei tu, felicità,_
_passata a me vicino..._
E canticchiava, coi violini delle «dame viennesi».
— E' il mio valzer, il mio valzer! ridisse poi quando la sua vocina
non potè raggiungere l'acuto. Ricordo la prima sera che Lehar lo suonò
a casa nostra... Se ci ripenso, mi sento ancora gli occhi umidi di
lacrime... Ah, la vita...
Poi, senza transizione:
— Siete ricco, voi?
— No, signorina, rispose Pierino; e, temendo di far fare brutta figura
agli Italiani: — Era ricco mio padre. Ma poi, la vita...
— Lavorate? Siete avvocato?
— Sì, signorina.
— Avete molte cause?
— Comincio adesso.
La signorina Eva lo incoraggiò:
— Si capisce. Ma farete fortuna. Tutti si deve cominciare... Anche mio
padre era suonatore di contrabasso in un teatro di provincia... Quando
si è giovani... E poi voi Italiani siete tutti oratori!
Ma la signorina Eva non aveva esaurito ancora le sue domande:
— Siete fidanzato?
— No, signorina.
— Avete allora un'amante?
— No, signorina.
E Pierino, cortese, si credette in dovere di diventar rosso per lei.
E più diventò rosso, anche per sè, quando sentì il peso del braccio
di lei sul suo braccio farsi più grave e sempre più lungo, sempre
più lungo. E, poichè temeva di far sfigurare gli Italiani, Pierino si
credette in obbligo di rispondere a quel peso con una piccola stretta,
leggera, che poteva anche sembrare involontaria, ma che volontariamente
invece gli fu sùbito restituita.
— Rimarrete a Vienna qualche tempo? chiese a voce bassa la signorina
Eva...
— Oh sì, signorina... E come potrei ripartire?
Non chiese la signorina Eva ulteriori spiegazioni. Mormorò solamente:
— Potremo rivederci spesso, così...
E poichè il valzer di Lehar riprendeva, tornando indietro verso
le illuminazioni dei _restaurants_ e appoggiandosi al braccio di
Pierino come se fosse tanto stanca, tanto stanca, ella ricominciò a
cantarellare con gli occhi fissi lassù alle stelle del carro di Boote:
_Sei tu, felicità,_
_passata a me vicino..._
Poi, scoppiando a ridere, esclamò:
— Il mio valzer... Il «nostro» valzer...
E, lasciato il braccio di Pierino, giunta al confine tra il bosco
d'amore e il Prater mondano, corse via verso la tavola di suo padre e
dei suoi amici...
L'oscurità concilia, dicono, i più profondi pensieri e Pierino non
pensava infatti profondamente che al buio. Così quella sera, quando fu
a letto ed ebbe spenta la luce elettrica, questo pensiero gli apparve
come una rivelazione: «Ma se in tre ore ho fatto già tanta strada, io
in trenta giorni me la sposo...» Non poteva veramente aspettare un
mese perchè il suo tavolino di vice-segretario di terza classe alle
Poste lo attendeva. Ma se ne rideva di quelle centocinquantadue lire
se il valzer di Lehar, se quel delizioso _Sei tu, felicità_... doveva
regalargli il milioncino della signorina Kramer e la villa in Carinzia.
Ma Pierino era prudente e, nella prudenza, diffidente. Gli sembrò che
gli Dei gli fossero troppo clementi nel fargli trovare tre ore prima
il maestro Kramer e tre ore dopo una mogliettina d'oro bell'e pronta.
Lì, a occhi chiusi, si rivedeva davanti l'_herr major_ Hampfel ne
sentiva ripetere il nome, riudiva le parole di Eva: «Il marito della
mia migliore amica... Beato lui!... Verrà a Roma, _attachè_ militare
della nostra Ambasciata...» Rivide anche il malumore del maestro Kramer
all'udire quel nome ed il sorriso di complicità con cui la signorina
galiziana rispondeva agli sguardi interrogativi di Eva. Tutti questi
ricordi oculari ed auriculari turbavano un poco la gioia che gli
inondava il cuore... Se quel _major_ Hampfel... Se la signorina Eva...
Il marito della sua migliore amica... Ed il _major_ Hampfel veniva
a Roma... E Pierino era italiano e risiedeva proprio a Roma... Era,
intuito, intravveduto, accennato appena, il romanzo, l'intrigo, il
dramma, l'occasione propizia offerta dal caso per riparare a Roma ciò
che a Vienna s'era imprudentemente guastato... Ma Pierino, che era
ottimista, scosse quei pensieri neri e si disse: «Come siamo curiosi,
noi Italiani... Romantici tutti!.... Vediamo sùbito il dramma e il
romanzo anche dove c'è semplicemente l'idillio... Che vuol dire se
quest'idillio è stato troppo rapido?... L'ho forse inventato io stasera
il _coup de foudre_?»
E, per tornare a pensieri leggeri, aveva riacceso la luce elettrica
e, a piedi nudi, in camicia, era andato a porsi davanti all'armadio
a specchio. Che c'era poi di tanto strano in quel _coup de foudre_?
Non poteva egli sprigionar d'improvviso l'elettricità di un cuore
femminile? Era lì, nello specchio... Si guardava spassionatamente, come
si trattasse di un altro... Era, dopo tutto, un bel ragazzo... E non
c'era nulla, proprio nulla di strano...
— Avanti!
Sopra pensiero aveva risposto avanti... non riflettendo che così, in
camicia, non era in condizioni da ricever visite a quell'ora. Ma già
una graziosa cameriera bionda, che non era più l'ungherese della sera
prima, era entrata portando una bottiglia d'acqua che Pierino non
ricordava affatto d'aver richiesta. Anzi, poteva giurarlo...
— _Voilà l'eau, monsieur..._
E, premurosa, la camerierina si avvicinava a Pierino che aveva in
fretta reintegrato il suo letto, e versava l'acqua nel bicchiere, e
offriva il bicchiere e un sorriso quanto mai incoraggiante. E Pierino
ch'era italiano, Pierino che, come diceva Eva, aveva il Vesuvio nel
cuore accettò l'acqua, il sorriso e l'incoraggiamento. E la luce si
spense senza che Pierino si fosse accorto di spegnerla...
Quando la riaccese per permettere alla camerierina di rispondere a
un ostinato squillo di campanello nel corridoio, Pierino si sentì
completamente rassicurato nei suoi timori di poco prima per Eva Kramer
e per la sua troppo subitanea fortuna.
— Lo dicevo io? si disse sorridendo. Prima di tutto, è merito mio...
E poi... l'ho visto anche adesso... Son tutte così, queste viennesi:
ardenti, appassionate, di primo impeto...
E poichè la camerierina bionda tornava a riprendere la cuffietta
dimenticata scappando via:
— Tu sei viennese, è vero, carina?
E lei, augurandogli con un sorriso la buona notte, rispose:
— Io no. Son croata!
Croata?
«E dire» — pensò Pierino — «che i professori di Storia ci insegnavano
a scuola che i croati son gente tanto cattiva... Per le croate, perdio,
posso garantir io del contrario!...»