Noi prestiamo a tutti gli uomini quella profondità d'ideali e quella
gravità di preoccupazioni morali che sono in realtà, e per fortuna,
solamente l'appannaggio di alcuni rari e privilegiati esemplari
d'umanità sedicente superiore. Noi crediamo che la maggior parte degli
uomini d'una certa levatura intellettuale che incontriamo per via,
al caffè, al teatro, non vadano a dormire senza essersi proposta,
ogni sera, una lunga fila di punti interrogativi d'ordine sociale,
religioso, morale, politico o sentimentale. Non possiamo ammettere che
un uomo abbia l'orizzonte della sua vita chiuso in una collezione di
francobolli o fra le pianticelle d'un erbario e ci sembra inverosimile
che i grandi principii dell'ottantanove lascino perfettamente
indifferente un uomo che s'appassiona invece a raccogliere monete fuori
corso o autografi di uomini celebri ancora in corso. Amar la patria, la
società, l'umanità ci sembra dovere e necessità d'ogni cuore portato a
una funzione più nobile di quella di segnare il passo alla vita animale
che cammina. C'è gente, invece, che ha limitato i suoi amori e li ha
limitati intensificandoli. Ed è gente non sempre peggiore di quella che
invece li moltiplica diminuendoli.
Aveva amato due cose al mondo, per esempio, Pierino Balla: sua madre
e il valzer. Sua madre, la sua vecchia mamma vedova e sola, se ne
rimaneva ormai laggiù raccomandata alla premura di qualche amico,
nella sua casettina di Sorrento fra cielo e mare. Ma il valzer era
sempre con lui, in lui, nel suo orecchio, su le sue labbra, nel suo
cuore, nel suo cervello, nel suo passo che anche per via salterellava
un poco come quello d'un tenore su un palcoscenico. Li amava tutti, li
sapeva tutti: vecchi valzer spagnuoli suonanti di nàcchere e procaci
d'anche formose sotto gli scialli ondeggianti, vecchi valzer francesi
incipriati di leggiadria, valzer italiani bonarii e cordiali, giovani
valzer viennesi tra melanconici e voluttuosi, tra spensierati e
sentimentali, fatti di giravolte e di capriole ma pieni di chiaro di
luna e tutti azzurri di riflessi danubiani. Li sapeva tutti a memoria;
gli bastava sentirli una volta sola per ficcarseli, lì, inamovibili,
nel cervello; e, senza saper di musica, suonando a orecchio, dovunque
scovava un pianoforte, li ritrovava, li rispolverava uno per uno,
tutt'i giorni. Non badava, per questo, dove fosse e in che momento
fosse. Alla vista d'un pianoforte smarriva ogni senso di opportunità
e di luogo, di convenienza e d'educazione; a tal segno che un giorno,
recatosi in casa d'un suo amico morto improvvisamente e tragicamente
per prendere d'accordo con la famiglia le disposizioni pei funerali,
aveva accolto l'entrata in salotto della vedova desolata col più
indiavolato _refrain_ d'un valzer di Walteufel. In casa, per via, al
lavoro, a letto, fischiettava valzer su valzer. Agli esami di laurea,
svolgendo una tesi di diritto canonico, tra una domanda e l'altra
dei professori, intercalava a bassa voce un ritornello della _Casta
Susanna_ o della _Vedova allegra_. E, apolitico per eccellenza, la
politica estera italiana gli era diventata improvvisamente simpatica da
quando un grande diplomatico tedesco l'aveva definita la «politica dei
giri di valzer». Politica per me, aveva detto, e per la prima volta in
vita sua, cittadino elettore, fischiettandosi il valzer di Franzi nel
_Sogno di un valzer_, era andato a votare. «Pierino Balla e canta», lo
chiamavano gli amici. E cantava, infatti, con grazia, con una vocina da
tenorino di operette che gli avrebbe fatto far fortuna se egli avesse
osato, figlio d'un magistrato napoletano, nipote di un colonnello
borbonico, salire in palcoscenico dalla platea dove ogni sera sentiva
e risentiva, ostinato e paziente, la centesima rappresentazione di
un'operetta di Parigi o di Vienna.
Aveva ventotto anni e non faceva ancora null'altro che cantare o
fischiettare valzer. Aveva trascinato avanti gli studii all'Università
di Napoli, lentamente, faticosamente, sino a ventisei anni, poichè
ancora nessun ministro della Pubblica Istruzione s'era deciso a
stabilire nei regolamenti che i professori di scienze delle finanze
o di diritto romano interrogassero i candidati sul repertorio di
Offembach e su la dinastia degli Strauss. Poi, presa la laurea, era
venuto a Roma a cercare un'occupazione, un lavoro, una posizione.
Aveva cercato tutto ciò il giorno nei caffè, la sera nei _restaurants_
eleganti e nei teatri d'operette. E non aveva trovato altra occupazione
che quella di sentir valzer e valzer, altro lavoro che quello di
mandarli a memoria e di ritrovarli al pianoforte il giorno dopo, altra
posizione che quella di starsene sdraiato in una poltrona a sentire
cantare Emma Vecla o Gea della Garisenda, a veder piroettare le
deliziose _soubrettes_ ungheresi tipo Csillag e tipo Tonci. Passavano
i mesi e passavano gli anni. Dei suoi autori prediletti cresceva,
ad ogni stagione, il repertorio. Passavano anche dalle sue tasche in
quelle altrui — poco alla volta in verità, perchè non era prodigo che
di canzoni — le poche migliaia di lire che una paterna assicurazione
su la vita gli aveva lasciate per aiutarlo a finire i suoi studii e a
trovare anche lui, come tutti gli altri, qualche cosa da fare a questo
mondo. Per la carriera d'avvocato non si sentiva inclinazione. Per
quella di magistrato paventava la relegazione in una piccola città
di provincia dove il teatro non funzionasse tutto l'anno. Rimaneva
l'amministrazione, e l'amministrazione centrale naturalmente, con
la certezza di rimanere a Roma dove per tutt'i dodici mesi dell'anno
tre o quattro compagnie offrivano sempre almeno un paio di _Conti di
Lussemburgo_ per sera. Ma aspettava. C'era ancora qualche biglietto
da mille — cinque o sei — da ritirare alla banca; e aspettava. C'era
oggi un concorso al Ministero della Guerra? Ma ci sarebbe stato un mese
dopo un concorso a quello della Marina. Tanto Pierino Balla non aveva
preferenze. Aveva solo preferenze musicali. Nel suo amore universale
per tutt'i valzer presenti passati e futuri del nostro mondo ballerino,
a poco a poco era giunto a scegliere, a prediligere. Amava Offembach,
amava Lecocq, ma adorava Leo Fall e Lehar. L'operetta viennese, coi
suoi valzer a ripetizione, coi suoi quartetti, terzetti e duetti che
finiscon tutti a balletti, era la sua passione. Conosceva tutto il
repertorio dell'_An der Wien_ e del _Volkstheater_, nota per nota,
cadenza per cadenza. Il valzerino a bocca chiusa della _Principessa
dei Dollari_, come l'aveva sentito cantare una sera con bell'aria
dongiovannesca e sprezzante dal tenore Walter Grant, non l'aveva
fatto dormire tre giorni. Appena una bella donna fermava per via il
suo sguardo doveva lottare contro la tentazione di andarle davanti
e di mettersi a girare intorno a lei, lì, sul marciapiede, con la
mano sinistra sul fianco, la mano destra distesa a un gesto _balancè_
che non dice nè si nè no, l'aria arrogante, il labbro sdegnoso, lo
sguardo spavaldo, cantandole il delizioso valzeretto a bocca chiusa del
giovane aristocratico francese e rovinato insensibile ai fascini della
miliardaria americana. Tutta la vita per lui era questo: situazioni di
operette viennesi che dal palcoscenico avrebbe voluto riportare nella
sua piccola vita d'ogni giorno. E quando usciva da un salotto quasi
gli accadeva di meravigliarsi che non dovesse uscirne su un passo
di _can-can_ con la padrona di casa, come nell'operetta della sera
prima dopo il gran duetto sentimentale del second'atto. Una sera, in
un'operetta nuova, scoprì un meraviglioso verso caduto, in un felice
stato di grazia e di geniale incoscienza, dal lirismo d'un Victor Hugo
librettista d'operette e sentì il brivido di una rivelazione:
_La vita non è che un valzer....._
Lo sapeva da un pezzo. Ma non aveva saputo mai trovare una forma
così sintetica, così espressiva e così profonda per il suo pensiero.
Per queste profonde divinazioni dell'anima umana e del nostro umano
destino, già non ci sono che i poeti, i grandi poeti. «Che verso, che
bellezza!... La vita non è che un valzer...».
E «Pierino Balla e canta» ne fece il suo motto e lo fece stampare
di traverso, con inchiostro viola del pensiero, su la sua carta da
lettere. Da quel giorno il valzer diventò per lui uno scopo, un fine,
una missione. Andava ad ascoltarli con la gravità mistica con cui
si assiste ad un rito. Faceva propaganda fra i suoi amici in favore
dell'operetta viennese. Parlava d'arte e di politica a proposito di
_Eva_ e di Franz Lehar. Dal coro dei parigini:
_Nell'aria di Parigi_
_c'è molta seduzion..._
giungeva al coro della politica europea e della Triplice Alleanza per
dimostrare che:
_Nell'aria di Vienna_
_c'è molta protezion...._
per gli Italiani finalmente veramente amici d'un popolo con cui è
facile, diamine, intendersi, visto che gli uni e gli altri amiamo
la musica leggera e che un valzer viennese ed una canzonetta di
Piedigrotta non possono ispirare ai ministri degli esteri di due Stati
così soavi che i sentimenti della più cordiale tenerezza reciproca.
Quando i manifesti teatrali preannunziavano una nuova operetta
viennese — o ungherese — «Pierino Balla e canta» mobilizzava otto
giorni prima tutt'i suoi amici. S'incaricava lui di comperare i posti,
di distribuire i libretti e, pei più poveri o i più restii, faceva
lui addirittura le spese: «Creare fra i due popoli questi cordiali
rapporti artistici, è servire il mio paese...» diceva. E gli amici gli
rispondevano: «Sì, Pierino, e ti faranno cavaliere.» Uno aggiungeva:
«Della Corona d'Italia...» Pierino non sdegnava, da buon italiano,
l'offerta. Ma all'offerta aggiungeva con un sorriso e una luce negli
occhi: «E dell'Aquila Nera!»
E quando usciva dal teatro e non era ancòra sazio di valzer e di
Vienna, correva col tram da Faraglia o al Moderno poichè faceva ancora
in tempo a sentir l'ultimo valzer delle orchestrine di quel caffè. Le
«dame viennesi» lo mandavano in visibilio anche se erano di Frascati
e se le parrucche bionde erano posticcie. Sentiva suonare _Sulle rive
del Danubio_ con beatitudine, con voluttà, gli occhi fissi al soffitto,
fischiettando attorno al pomo del bastone appoggiato su le labbra. E
all'amico che lo accompagnava sospirava di tanto in tanto con l'anima
sognante: «Senti... senti... C'è tutta Vienna!» E, finalmente, andava
a casa. Saliva le scale a tempo di valzer, si svestiva cantarellando
e ballonzolando _Laggiù nel silente giardino_, spegneva il lume
fischiettando — _Amorin, tesorin_ — e allungandosi solo nel suo letto
di scapolo si addormentava sognando il Prater.
Ma, poichè non è concesso agli uomini che d'esser felici
provvisoriamente, i più bei sogni hanno un risveglio. Addormentatosi
una sera sognando il Prater, s'era svegliato una mattina con una
lettera della mamma e il giornale che la padrona di casa gli portava
col caffè ed egli apriva sùbito, indifferente alle notizie europee ma
impaziente di correre in quinta pagina alla colonna dei teatri. Tanto
la lettera della mamma quanto la lettura del giornale gli diedero
quella mattina il consiglio di ricordarsi che il peculio paterno era
agli sgoccioli e che per un paio di settimane era forse il caso di
pensare che la vita, sì, non è che un valzer, ma che tuttavia questo
valzer bisogna avere il modo di suonarlo. Fulmineo nelle sue decisioni,
con quello stesso coraggio della disperazione che spinge un uomo a
buttarsi a fiume tutto d'un colpo anzichè scendervi poco alla volta
per affogare gradatamente, Pierino Balla, letto sul giornale che
un concorso per vice-segretario di terza classe a duemila lire era
bandito dal Ministero delle Poste si vestì in fretta, raccolse i suoi
documenti e i suoi titoli di studio, redasse una domanda in regola e
corse a depositare il plico in via del Seminario. Pochi giorni dopo
si presentava agli esami. E poichè aveva imparato lentamente ma aveva
imparato, poichè non era uno sciocco per quanto gli piacesse — la
vita non è che un valzer! — di sembrarlo, gli esami li diede bene e
riuscì tra i primi. S'era a maggio e a luglio doveva prendere servizio,
riscuotere le prime centocinquantadue lire del suo stipendio mensile.
Pochine, in verità. Ma potevan bastare. L'allegria arrotonda i bilanci
più magri. E la vita non è che un valzer.
La vita però è anche una tessitrice che annoda e intesse
misteriosamente e capricciosamente i suoi fili. Quando una mattina
Pierino Balla uscì di casa e si fermò, come era sempre suo primo
pensiero, all'angolo della strada di casa sua per vedere uno ad uno,
meticolosamente, i manifesti teatrali, non un'ombra di presentimento
sfiorò la sua anima ballerina e leggera dinanzi a quel gran
manifesto d'un teatro che chi sa mai perchè in bianco rosso e verde,
preannunziava la prima rappresentazione di una nuova operetta viennese
di Franz Lehar. Sentì, Pierino, un gran tuffo al cuore e vide tutto
rosso, ma non perchè una voce segreta l'avesse avvertito che quel
manifesto decideva della sua vita. Il tuffo al cuore gli era stato
dato dal solo fatto di aver letto sott'il titolo della nuova operetta
che l'autore venuto espressamente a Roma, che Franz Lehar in persona
ne avrebbe diretto l'esecuzione. Quando si riebbe, il primo pensiero
di Pierino Balla fu di correre al teatro e di prenotare, e di pagare,
e di portarsi via lo scontrino — non si sa mai: una sbadataggine del
botteghino — che gli dava il diritto d'occupare quattro sere dopo la
prima poltrona di prima fila, lì, a destra del direttore d'orchestra,
del _Kappelmeister_, a un metro da Franz Lehar, così vicino a lui che
avrebbe potuto buscarsi un raffreddore all'aria sollevata dalle falde
della marsina agitata dal celebre maestro nei momenti a scatti del
direttore d'orchestra. Non prese un raffreddore quella sera, Pierino
Balla, perchè il maestro, da buon tedesco composto ed equilibrato, non
si sbracciava a dirigere come Mascagni ed anche perchè invece che in
marsina dirigeva in _smoking_ e lo _smoking_ non ha falde che possano
far vento. Ma se non prese un'infreddatura prese per Franz Lehar una
cotta che gli fece traversare tutte le ansie e ricorrere a tutte le
astuzie d'un innamorato che vuol trovare il modo di giungere a toccare
il cuore della sua bella che non lo conosce e che ancora non si è
accorta di lui.
Le idee più luminose sboccian talvolta nei cervelli più oscurati
dalla passione, per legge di contrasto e perchè al buio anche un
fiammifero acceso può far l'effetto di un lampo di genio. Così Pierino
Balla scambiò senza modestia per un lampo di genio il fiammiferino
di un'ideuccia che gli spuntò nel cervello quando, la mattina dopo
il trionfo della nuova operetta, si sentì eccitato dall'irresistibile
desiderio di conoscere personalmente il grand'uomo della sua piccola
musica e fu convinto che sarebbe stato veramente perdere una occasione
più unica che rara lasciare che Franz Lehar fosse venuto a Roma, perchè
lui, Pierino Balla, studiasse accuratamente alle spalle il panno e il
taglio del suo _smoking_ viennese senza per altro riuscire a stringere
la mano che aveva scritto i valzer più affascinanti di questo mondo.
Non c'era tra i suoi amici un cane — neppure un cantante — che avesse
potuto aprirgli la via ad una presentazione regolare. D'altra parte
a presentarsi così, senza una qualsiasi introduzione, all'albergo
dov'era disceso il famoso musicista c'era il rischio d'essere preso
per un postulante importuno e d'esser messo garbatamente alla porta.
E fu allora che Pierino Balla ebbe l'idea. Entrò all'albergo, studiò
su la lista dei viaggiatori la posizione topografica della stanza
occupata dal musicista. Compiuta questa ricognizione strategica chiese
una camera per sè; e, quindi, accompagnato dal segretario, trovò
tanto a ridire su ogni stanza che gli proponevano che, girato mezzo
albergo, finì col capitare proprio nella camera attigua a quella del
musicista. Immediatamente si disse musicista anche lui, spiegò di
doversi trattenere a Roma per un soggiorno non breve e chiese che un
pianoforte fosse messo nella sua camera. E il pianoforte cinque minuti
dopo raggiungeva il viaggiatore. Era proprio lì, a portata di mano:
era quello che il direttore dell'albergo aveva creduto di dover far
mettere nella camera preparata per l'autore della _Vedova allegra_ e
che l'autore della _Vedova allegra_ aveva fatto immediatamente riportar
via.
Avuto il pianoforte Pierino Balla incominciò a farne quello che faceva
di ogni pianoforte che gli capitava a tiro: lo pestò e lo ripestò senza
riposo. Un pezzo dopo l'altro, un valzer dietro l'altro, ripassò a
memoria tutto il repertorio del musicista viennese, dal _Conte_ alla
_Vedova_, da _Eva_ alla _Figlia del Brigante_. Scese a far colazione
e poi, risalito in fretta, ricominciò, a pestare: _Conte_ e _Vedova_,
_Eva_ e _Brigante_. Ridiscese per il pranzo, risalì e ricominciò,
infaticabile: _Vedova e Conte_, _Brigante_ ed _Eva_. Quando le dita
non ressero più tanto i polpastrelli erano gonfii a furia di pestare,
uscì a prendere una boccata d'aria. Ma a mezzanotte era già di nuovo
in camera sua e giù di nuovo a pestare, fresco e tranquillo come se non
avesse già pestato tutto il giorno: e via da capo _Brigante_ ed _Eva_,
_Vedova_ e _Conte_. Il maestro era lì, a due passi. L'aveva sentito
entrare nella camera accanto, chiudere le finestre, sbadigliare,
sternutire, soffiarsi il naso, uscire un momento di camera e poi
rientrare per una necessità che era facile immaginare. Aveva poi
sentito due scarpe cadere una dopo l'altra sul pavimento di legno, un
letto scricchiolare sotto il peso di un corpo che vi si distendeva, la
chiavetta della luce elettrica scattare con un piccolo colpo secco.
Ora il maestro era tra le lenzuola. E Pierino Balla ricominciò con
più foga di prima il settimino della _Vedova_, il gran valzer dei
_Conte_, il coro dei parigini in _Eva_ e il delizioso piccolo valzer
della _Figlia_ modulato lento lento come una ninna-nanna: «_Bimba,
sii buonina_...» Doveva il maestro sentirsi lusingato di quell'omaggio
d'un ignoto ammiratore e non poteva il giorno dopo, così lusingato nel
suo amor proprio, non chiedere di conoscere quell'ignoto che conosceva
il suo repertorio anche meglio di lui. Da quell'omaggio d'ammirazione
non poteva nascere tra il maestro e l'ammiratore che un'affettuosa
amicizia. E già Pierino la pregustava, e tanto ne era sicuro che, per
quanto le tre fossero già suonate all'orologio d'una chiesa vicina,
ricominciava per l'ennesima volta a strimpellare con tanto di pedale:
_È scabroso la donna studiar..._
Ma una voce suonò nella stanza vicina, d'improvviso:
— _Zum Teufel diese schrekliche Musik!_
Pierino diede un balzo su la sedia e, con le mani staccate di botto
dalla tastiera, spezzò a metà le note di _disperazion_. Ebbe allora
l'incertezza che sola conoscono i grandi capitani. Dar battaglia o
rifiutarsi di continuare a suonare e smettere? Pierino e Franz Lehar
hanno parlato in tedesco. Che cosa hanno detto? Quelle parole volevano
dire: «Mio ignoto ammiratore, voi siete molto gentile» o volevano dire:
«Mio signor vicino, mi avete rotto le scatole?» Pierino non sapeva il
tedesco ma inclinava piuttosto verso la seconda traduzione, poichè se
le parole gli erano sfuggite il tono gli era sembrato quale neppure
in tedesco, per quanto la lingua sia dura ed aspra, si adopera per
dire a qualcuno: «Grazie, caro, vi sono molto grato!» Nell'incertezza
Pierino credette miglior consiglio astenersi dall'insistere; talchè
richiuse cautamente il pianoforte, in punta di piedi girò per la camera
spogliandosi e si coricò leggermente, come una piuma, perchè il letto
non scricchiolasse. Quando fu anche lui fra le lenzuola ricordò che il
gran Condè alla vigilia di una battaglia soleva dormire saporitamente.
Fece quindi come il gran Condè e, voltosi su un fianco, sospirandosi
ancora a mezza voce il _Ninfa del bosco_ della _Vedova_, sentì che
dalla stanza vicina un musicista che russava poco musicalmente gli
offriva un impreveduto accompagnamento di contrabbasso.
La mattina dopo, quando il cameriere gli portò il caffè e il segretario
dell'albergo chiese di essere ricevuto, il gran Condè non tardò a
persuadersi che aveva perduto la battaglia. Il segretario avvertiva il
cliente del numero 139 che doveva astenersi dal suonare il pianoforte
dopo la mezzanotte poichè il cliente del numero 140 s'era vivamente
lamentato di non aver potuto chiudere occhio fino alle quattro del
mattino ed aveva persino minacciato di cambiare albergo. Timido e
riguardoso, arrossendo e balbettando, Pierino Balla promise di non
toccare più un tasto dopo suonata l'ora del coprifuoco, ma, con ardita
decisione, colse l'occasione che gli si offriva e chiese al segretario
di poter presentare di persona le sue scuse all'illustre autore della
_Vedova allegra_. Ma quando il segretario fu per uscire e per andare a
chiedere al numero 140 se era disposto a ricevere la visita e le scuse
del numero 139, Pierino Balla fu preso da un'angosciosa preoccupazione
e, trattenendo il segretario per la falda del soprabito, sospirò con un
filo di voce:
— Ma parla solo tedesco?
— Parla anche un po' francese.
Pierino Balla chiamò a raccolta il suo piccolo vocabolario francese con
pronunzia napoletana, contò su le dita i vocaboli che in quel momento
gli occorrevano e quando fu al numero 140, in presenza del celebre
maestro, ebbe la sgradita sorpresa di osservare che nel breve tratto di
corridoio dalla sua stanza alla stanza del maestro, per quanto fossero
così pochi, li aveva perduti tutti dal primo all'ultimo. Mormorò
quindi le sue scuse in italiano e vide con giubilo che, su venti
parole italiane, due o tre non erano per il maestro un impenetrabile
mistero. Così, ritrovando un po' di calma, ritrovò anche una dozzina
di parole francesi e con queste, improvvisando un'alleanza verbale
franco-italiana in cui l'Italia aveva la parte del leone, potè dire al
maestro la sua ammirazione, la sua idolatria, la gioia che provava a
conoscerlo e a stringergli la mano. Da parte sua il maestro, allargando
l'alleanza verbale sino a far entrare a fianco dell'Italia e della
Francia anche l'Austria e l'Ungheria, si disse lusingato di vedere che
quel giovane signore conosceva così bene tutta la sua produzione e gli
strinse ripetutamente la mano, pronunziando in tedesco certe parolacce
in ung e in zum che sembravano scapaccioni ma che dovevano essere
complimenti a giudicare dal sorriso che le accompagnava.
— _Vous êtes musicien?..._, domandò poi Franz Lehar.
— _Non, je suis..._, rispose Pierino Balla toccandosi ripetutamente gli
orecchi davanti al maestro che spalancava, sbalordito, tanto d'occhi.
E poichè, non ostante i gesti, il maestro non capiva, Pierino Balla
spiegò:
— _Je suis_ orecchiante... _Je joue avec les oreilles..._
La conversazione diventò cordiale. L'autore della _Vedova Allegra_
disse a Pierino Balla la sua simpatia per l'Italia e, per spiegarla,
spiegò che era ungherese e che naturalmente gli ungheresi... che sul
vecchio ceppo latino... che la razza magiara... e tante altre cose cui
Pierino rispondeva ripetendo a sazietà la sua ammirazione per Vienna e
per le operette viennesi. In una pausa il maestro gli domandò:
— _D'où venez-vous?_
Di dove veniva? Pierino Balla fu sul punto di dire che non veniva da
nessun posto, che veniva cioè da Roma. Ma ricordò a tempo che erano
in albergo e che gli alberghi non sono abituale domicilio che per i
viaggiatori. Ebbe tuttavia vergogna di confessare la sua infantile
trovata, il sotterfugio cui era ricorso per avvicinare il maestro del
suo cuore. E, dopo averci pensato un poco, rispose:
— _Je viens de Naples..._
— Ah, bella Napoli..., rispose il musicista con un sospiro cui Pierino
credette dover rispondere con una riverenza.
Ma le sue pene non erano ancora finite. E poichè ad un viaggiatore
non si chiede solamente donde venga ma anche dove vada, sùbito dopo si
sentì chiedere dove era diretto. Còlto così alla sprovveduta, Pierino
Balla non ebbe la prontezza di spirito di dire che andava semplicemente
a Frascati, ma balbettando ebbe l'imprudenza di rispondere:
— Vado... vado a Vienna!
— A Vienna?
Già il maestro gli stendeva le mani, gli offriva la prova della sua
simpatia:
— Sono molto dolente di non trovarmi a Vienna quando ci sarete voi...
Sarei stato felice di farvi da cicerone... Ma voi vi tratterrete
certamente... Almeno quindici giorni... un mese...
— Ecco... un mesetto...
— Benissimo... Tra quindici giorni vi sarò anch'io... Vi dò
appuntamento a Vienna, mio giovane amico... Ma intanto vi darò una
raccomandazione per il mio caro amico Kramer, il celebre maestro
Kramer... Conoscete Kramer, l'autore di tante celebri operette,
l'autore del _Soldato in gonnella_?
Pierino Balla non conosceva altri e sùbito l'irresistibile istinto
lo spinse a cantare il più recente valzer di Kramer, mentre il suo
interlocutore redigeva in tedesco il più misterioso biglietto di
presentazione che mai potesse a Pierino capitare.
— Andate da Kramer, Ringstrasse 41... Vi aprirà tutte le porte... E'
come se trovaste me stesso.
Il maestro era in piedi, gli consegnava la lettera, gli dava congedo.
— _Aufwieder sehen!..._ Oggi è il venti. Sarò a Vienna il 5 giugno. Vi
aspetto a colazione il giorno dopo.
E Pierino Balla, per mostrare che anche la sua ignoranza del tedesco
aveva qualche lacuna, si ritirava mormorando:
— _Danke..._ _Danke..._ Grazie... _Merci..._ _Danke schön..._
Quando fu fuori, scendendo le scale, ricapitolò gli avvenimenti. Aveva
accettato una colazione a Vienna: doveva dunque andare a Vienna, alla
città del suo sogno, alla sua patria d'elezione. Avrebbe consacrato
a questo pellegrinaggio sentimentale uno degli ultimi biglietti da
mille del suo piccolo peculio... Tanto, dal primo luglio, c'eran le
centocinquantadue lire... E poi, prima di chiudersi al Ministero delle
Poste, bisognava ancòra una volta ricordare che la vita non è che un
valzer...
Per istrada urtò un amico che lo prese per il braccio e lo fermò:
— Dove vai?
— A Vienna.
— Quando?
— Stasera.
— E perchè mai vai a Vienna?
— Non lo so.
L'amico gli lasciò il braccio, lo guardò sbalordito e gli disse:
— Bada, figliuolo, tu diventi matto...
Ma già Pierino Balla riprendeva la sua strada con la testa in aria,
ancòra coi piedi a Roma, già col cuore a Vienna, canticchiando a mezza
voce:
_Nell'aria di Vienna_
_c'è molta seduzion..._