_Cormons, 24 settembre._
Per qualche tempo, nei primi mesi della guerra, l'attenzione del
pubblico s'appuntò specialmente su Tolmino; più tardi si volse a
Gorizia, aspettandone con indicibile ansia l'occupazione.
Tolmino e Gorizia non sono più tenute dagli austriaci, ma non sono
ancora occupate dai nostri. Ed è necessario che il pubblico si persuada
che l'occupazione delle città, se si presta, con le entrate sonore
delle truppe vittoriose tra le popolazioni liberate, a belli entusiasmi
poetici e a vive commozioni d'amor patrio, ha militarmente un valore
molto relativo. La conquista d'una altura modesta, operata da pochi
reparti di alpini, è quasi sempre infinitamente più travagliosa,
eroica ed efficace della entrata di reggimenti a bandiere spiegate in
una città festante. Passò inosservata ad una gran parte del pubblico
l'occupazione della quota 383, ma il pubblico si commosse leggendo,
i primi giorni della guerra, che i soldati erano entrati a Cormons o
a Cervignano. È un errore che qualche meditazione sulle relazioni di
questa modernissima forma di guerra deve rapidamente sgombrare dalle
menti degli italiani.
Sorgendo su di un gomito dell'Isonzo, con la concavità verso la nostra
invasione, Tolmino con le sue difese naturali costituiva per gli
austriaci un eccellente testa di ponte. Ivi finiscono, dopo essersi
congiunte a Baca, le due strade, una ferroviaria e una rotabile, che
portano alla Sava.
Le difese naturali della posizione sono, sulla sponda sinistra, il
Mrzli, il Vodil, il Triglaf, il Kavala; sulla destra Santa Maria e
Santa Lucia, che si congiungono al lungo costone del Kolovrat. Da
questa testa di ponte gli austriaci avrebbero potuto scendere, per le
vie della Borna e del Corizza e per valle del Natisone, oppure per la
via dell'Iudrio, sino al Tagliamento.
Ma le nostre operazioni contro Tolmino, da ovest ci hanno portato,
presso subito il Kolovrat, a contatto con le estreme difese delle cime
di Santa Lucia e di Santa Maria, mentre dal lato settentrionale, come
s'è già detto, stiamo stringendo la cima del Mrzli e siamo a mezza
costa del Vodil.
L'intera posizione di Tolmino non potrà essere presa fintantochè le
nostre artiglierie non avranno avuta ragione delle difese della riva
sinistra. Ma lo svaloramento della testa di ponte austriaca, che anche
da questa parte ha salvato l'Italia dall'invasione (e ora anche qui,
come dappertutto, la seconda e la terza linea sono fortificate in modo
che sarebbe follia ogni nuova offensiva su di esse), è stata conquista
d'incredibile valore.
Lo stesso può dirsi di Gorizia.
A sud di Tolmino, l'Isonzo piega bruscamente e scende in direzione
di sud-ovest fino a Plava; ivi con un altro gomito cambia nuovamente
direzione, e scende verso sud-est al monte San Gabriele e al monte
Sabotino, al di sotto dei quali s'apre la piana di Gorizia.
Al nord di Gorizia, Monte Sabotino, Monte Santo, Monte San Gabriele, la
Podgora, costituivano formidabili minacce; al sud di Gorizia il Carso
spiega le sue forze, che il valore e la saggezza dell'esercito Italiano
vanno mano mano vincendo, come han vinto quelle prime. Il valore e
la saggezza mirano, nella guerra moderna, alle cime; l'attenzione del
pubblico deve seguirli con fede.
* * *
Ho nominato il Sabotino ed il Carso. È utile che cerchiamo una visione
panoramica, e riassumiamo qualche lineamento storico, della regione
che essi comprendono, e che costituisce la parte inferiore del medio
Isonzo.
Chi salga su una delle piccole colline, regolari, dolci, foltissime
d'alberi, che da nord di Cormons stendono una cortina di verde verso
l'Iudrio, può scorgere panoramicamente tutto il terreno della nostra
conquista sul medio Isonzo. Alla nostra estrema destra le alture
di Medea, onde comincia il Carso: e del Carso si vede il Monte San
Michele, s'intravede il Vallone, che domina Doberdò.
[Illustrazione: Cartina.]
Tra il Carso e le alture di Monte Fortin s'insinua l'Isonzo, di cui
scorgiamo tratti verdissimi, smeraldini, come la piana di Gorizia:
ivi s'intravedono i resti arsi di Lucinico, e dietro vi occhieggiano
le prime case di Gorizia, sprazzi bianchi fuor da tuffi di verde. Da
Lucinico comincia la salita di Podgora, più mite da questa parte: verso
l'Isonzo è un dirupo a precipizio. Pogdora appare di qui un'altura
rotonda, rossastra, mediocre. La gloria che in poche settimane ha
recinto il suo nome, ci pare in contrasto con questo suo aspetto
modesto. Ma ci accorgiamo subito che quel colore rossiccio che la
investe tutta, sulla cima e sul giro dei fianchi, è l'effetto delle
innumerevoli granate che vi sono scoppiate sopra nella lotta accanita
per quella importantissima tra le posizioni che dominano Gorizia e le
sue sorti. Prima era foltissima di ciuffi verdi e morbidi, ondeggianti
al vento. E in mezzo a quel verde ora distrutto, furono appostamenti,
accampamenti, trincee, uomini. Salutiamo.
Il rimanente dello scenario a sinistra, ha un aspetto men dolce,
più complicato, più serio. Da Medana, il cui campanile riquadrato fa
quasi da centro, s'irradia una serie di costoni, lunghi, ondulati,
grigio-azzurri, che si sperdono nella lontananza annebbiata del cielo;
i costoni di Vipulzano, di Cerovo, di San Floriano: e subito dietro
l'ultimo, le alture di Oslavjia e di Pevma. Sabotino, San Gabriele,
Monte Santo, dominano e chiudono l'orizzonte.
Le truppe che ora operano in questo settore, si trovavano, prima della
guerra, nella piana d'Udine, tra Codroipo e Palmanova. Il 21 fu fatto
loro fare un piccolo spostamento in avanti perchè non perdessero il
collegamento con le truppe che avrebbero operato alla loro sinistra.
Scoppiata la guerra, alle 4 di mattina del 24 varcarono il confine dal
ponte di Vicinale alla linea di Cervignano.
[Illustrazione: Cartina.]
Il primo obiettivo nostro era la linea che va dal Monte San Giorgio,
per il torrente Versa (confluente dell'Iudrio) al Monte Quarin:
obiettivo raggiunto in breve quasi senza resistenza. Affermatesi sul
terreno, le truppe dovettero sostare per non rimanere isolate da quelle
che operavano alla sinistra, e la cui avanzata era più faticosa. Il 5
di giugno venne l'ordine di procedere verso l'obiettivo finale, ch'era
l'Isonzo e le alture alla sinistra di esso. Così i nostri poterono
affermarsi sulla linea che ora solidamente mantengono, dalle alture di
San Floriano, per il pendìo di Podgora, fino a Lucinico, e di qui al
Fortin, onde muove l'avanzata sul Carso.
Le ragioni della nuova sosta nelle operazioni di questo settore sono
evidenti. Davanti a reparti che costituiscono l'ala destra di questa
operazione, il terreno era tutto piano: era necessario prendere qualche
altura. Allora, per impegnare truppe avversarie — e specialmente
l'artiglieria — furono fatte azioni dimostrative contro le alture
di Oslavjia, di Pevma e di Podgora; azioni che, sebbene avessero
intenzioni semplicemente dimostrative, ci guadagnarono tutte qualche
punta importante, o perchè fornita di osservatorii, o perchè insidiosa.
Tale fu l'opera compiuta dalle truppe di questo settore in tre mesi
di vita faticosissima di trincea; dopo i quali il fronte si trovò
notevolmente allargato; e oggi va dalla cresta del Sabotino, come
abbiamo detto, fino a Monte Fortin. Cioè: dalla cresta del Sabotino
scende a Podzabotino, pel costone di San Floriano e per Fabrisu, fino
al bivio formato dalle due strade che conducono una da San Floriano e
l'altra da Fabrisu, all'Osteria al Ponte.
Da quel bivio si attacca la linea che sta davanti a Podgora. Il detto
fronte comprende Lucinico, e scende, in riva all'Isonzo, fino a Monte
Fortin.
* * *
Ora, la guerra è siffatamente concatenata lungo tutto il fronte, che
per potere dal Sabotino al Fortin rettificare così la nostra linea
strategica e rispondere all'uguale rettificazione che, di là da
Gorizia, si viene operando sul Carso, fu necessario di assicurarsi
d'un punto più a nord; cioè di stabilire una forte testa di ponte di là
dall'arco dell'Isonzo che s'incunea intorno al villaggio di Plava.
Dell'operazione audace, metodica, sanguinosa e gloriosissima, con
cui, tra l'8 e il 18 di giugno, fu passato l'Isonzo a Plava e nella
profonda insenatura che ivi il fiume disegna fu gettata la formidabile
testa di ponte, centro, verso nord e verso sud, di tutte le operazioni
che interessano i nostri eserciti orientali — i comunicati di Cadorna
davano un primo annuncio così:
“Lungo la linea Isonzo, nei giorni 7 e 8, proseguirono operazioni
intese a ricacciare il nemico da posizioni dominanti che ancora occupa
sulla riva destra dell'Isonzo, e a stabilire solide teste di ponte. Il
nemico oppose tenace resistenza, favorito da condizioni del terreno
reso fortissimo dall'arte e difficile a percorrersi per numerose
interruzioni di ponti e strade, nonchè per estese inondazioni lungo il
basso corso del fiume. Dovunque le nostre truppe hanno combattuto con
slancio e tenacia, guadagnando importanti posizioni”.
Il giorno 12:
“Sul medio Isonzo reparti delle nostre truppe sono riusciti nella
notte dal 9 al 10 ad irrompere di viva forza sulla sinistra del fiume
presso Plava, vivamente contrastati dall'avversario, che dovette
però ripiegare di fronte ai nostri reiterati, impetuosi assalti,
abbandonando sul campo numerosi morti”.
E finalmente il comunicato del 19 giugno esponeva con rara diffusione
di particolari i lineamenti dell'impresa portata a felicissimo termine.
“Vi esisteva un ponte che fu rotto dal nemico. Con grande sforzo ed
ardimento, stabiliti i passaggi nella notte, le nostre truppe all'alba
del 16 iniziarono l'attacco; questo procedette tutto il giorno con
lentezza a causa della resistenza del nemico e delle grandi difficoltà
del terreno, accresciute da rilevanti ostacoli artificiali: solidi
trinceramenti, protetti da profondi reticolati di grosso fil di ferro,
rafforzati da spranghe e da ferri a T; numerose artiglierie di grosso
calibro anche da 305, dissimulate in punti dominanti e difficili a
controbattersi; tuttavia, appoggiate dal fuoco delle batterie, le
nostre truppe riuscivano, con ripetuti assalti all'arma bianca, ad
affacciarsi verso sera al ciglio delle prime posizioni nemiche”.
Ora mette veramente conto di parafrasare alquanto l'esposizione
ufficiale, sulla scorta delle notizie che abbiamo potuto raccogliere
da testimoni e partecipi del fatto, e con l'aiuto che una visione
panoramica del campo ci porge. E giova risalire alcuni giorni più
addietro di quelli cui si riferisce il comunicato.
Era dunque necessario anzitutto di passare il fiume, e di passarlo
precisamente nel punto ove la curva ne è più rientrante; in quel punto
esisteva un ponte e, infilato dalla strada che scende dal Corada,
sboccava precisamente su Plava, al fondo di una stretta gola, tra
pendii dirupati e ripidissimi, propizi a nascondere insidie d'ogni
genere nei folti boschi che li coprono. E ivi il fiume scorre profondo
e rapidissimo.
Ma il ponte era stato distrutto dal nemico nella sua prima ritirata.
Allora nel far della notte del giorno 8, i nostri soldati mossero
dal Corada e, fasciati gli zoccoli dei cavalli e dei muli e le ruote
dei traini, scesero a valle tra il più profondo silenzio. Giunsero
alla riva del fiume nel cuor della notte, i pontieri cominciarono con
prodigiosa celerità la costruzione del ponte, per la quale s'erano
portati tutti i materiali necessari: un battaglione di fanteria aveva
accompagnato i pontieri e stava pronto sulla riva per proteggere
l'operazione da ogni possibile offesa.
La notte passò senza offese e senza allarmi. Ma dieci metri di ponte
mancavano ancora ai quaranta necessarii, quando l'alba rivelò al nemico
l'opera cui i nostri erano intenti: e sull'opera cominciarono a piovere
le granate che scoppiavano sulla riva o nel fiume, gli shrapnells che
esplodendo in aria coprivano i lavoratori d'una grandine di palle. I
danni non furono gravi; soltanto le prime barche del ponte incompiuto
furono affondate da alcune schegge di granata. Ma il fuoco si faceva
sempre più intenso, la fucileria s'aggiunse al tiro dei cannoni, e la
fanteria nostra non poteva più pensare alla protezione del lavoro.
Ostinarsi a continuarlo subito sarebbe stato uno sciupìo inutile di
forze. Allora l'operazione fu sospesa, i pontieri e gli zappatori
si ritirarono sulla riva destra del fiume, e s'unirono alla fanteria
nella guardia del luogo, perchè quanto era già stato compiuto non fosse
totalmente distrutto.
Il rimanente della giornata passò abbastanza tranquillo. Venuta la
notte, che per fortuna era scurissima, furono anzitutto mandati
di là dal fiume, per barca, duecento soldati con l'incarico di
respingere le pattuglie nemiche che v'erano scese: vi arrivarono
infatti, si precipitarono di sorpresa sulla guardia nemica, e la
fecero prigioniera. Venuta l'alba mentre i pontieri continuavano la
gettata del ponte, i duecento soldati si spinsero avanti e investirono
audacemente gli avamposti nemici, che non se li aspettavano; li tennero
così impegnati per tutto il giorno in una mischia furiosissima, senza
mai dare indietro di un passo, fin che il ponte fu compiuto, e due
battaglioni di fanteria poterono passare il fiume e attaccare l'altura
che domina Plava, e che non ha nome; la segnano le carte militari
con l'indicazione di quota 383, e con questa indicazione la ricorderà
sempre la storia.
* * *
Intanto il nemico dal sommo dell'altura contrattacca: i nostri due
battaglioni respingono il contrattacco e si raccolgono sulla cresta.
Il nemico contrattacca nuovamente dai fianchi, e quelli dei nostri
ch'erano più in alto sono costretti a ripiegare, per non trovarsi
isolati e inutilmente distrutti. Intanto altri soldati scendono dal
Corada e passano il fiume.
Mezza giornata di vigile riposo, e nelle prime ore pomeridiane del
12 due reggimenti, e alcuni battaglioni cominciano a salire l'altura
per un pendìo ripido e sdrucciolevole. Uno dei due reggimenti presso
Palieno ingaggia una viva lotta di fucileria contro il nemico, intanto
l'altro, che rappresenta il fianco sinistro dell'azione, si lancia
alla baionetta in non meno di sette attacchi formidabili, i quali, con
effetto dimostrativo, sforzano l'attenzione del nemico a distogliersi
dalla nostra ala destra. Allora questa riesce ad avanzare, sotto gli
shrapnells e contro il fuoco delle mitragliatrici. L'artiglieria ch'è
al sommo allunga i tiri.
In una giornata sanguinosissima si riesce così, non tanto a procedere
innanzi, quanto a logorare la forza radunata dal nemico sull'altura.
Nei due giorni seguenti si gettano altri ponti e arrivano rinforzi
sulla sinistra del fiume. All'alba del 15 tre reggimenti iniziano
il secondo attacco alla quota 383, ed è quello di cui parla il
comunicato che ho riprodotto. E fecero allora stretta conoscenza con
le difese del nemico! Trinceramenti solidamente protetti, reticolati
il cui filo di ferro era rafforzato da ferri a T e da due spranghe,
attaccati a pali di ferro cementati nel terreno: in punti dominanti
e quasi irraggiungibili artiglierie abilmente dissimulate e d'ogni
calibro: v'era anche un 305. Ma buone batterie sostengono i nostri, e
i nostri avanzano: il terreno li obbliga a una conversione che rende
difficili i collegamenti; non importa: avanzano a ogni modo, ognuno
per suo conto; la cima dovrà riunire tutti i vincitori. I soldati vanno
avanti, ognuno, di proprio conto, senza bisogno di comandi; si lanciano
all'arma che è la loro preferita, e in cui sono invincibili; l'arma
bianca. E verso sera riescono ad affacciarsi al ciglio delle prime
posizioni nemiche.
La notte dal 16 al 17, riposano nelle trincee conquistate, che
fiancheggiano il monte.
Quel riposo ingannò provvidenzialmente i nemici.
All'alba del giorno appresso essi fecero i loro conti: gli italiani
sono sulla cresta, che dalla cima scende verso sud-ovest, l'altro
reggimento certamente è distrutto. E poichè il nostro reggimento di
sinistra riprende l'attacco, essi lanciano tutte le forze rimaste
loro contro di esso. Ma l'altro reggimento non era distrutto: s'era
semplicemente riposato, e ora sopraggiunge inaspettato e impetuoso
contro il fianco del nemico, lo urtò, lo penetrò, lo sconquassò. Il
brevissimo tratto si sparse rapidissimamente di cadaveri d'austriaci;
gli altri s'arresero, tranne pochissimi che fuggirono precipitosamente
giù per la ripa settentrionale dell'altura.
Alle otto e mezzo del mattino del giorno 17, la quota 383 era nostra,
Plava era libera dal suo dominio, e l'altura occupata, scendente giù
con i suoi due costoni verso Palievo e verso l'Isonzo, costituiva
una solidissima testa di ponte, da cui potrà cominciare a irradiarsi
in tutti i sensi la nostra avanzata a ventaglio; portando di là
dall'Isonzo grandi contingenti, che possono essere impiegati sia contro
Tolmino sia contro Gorizia, oppure in una prosecuzione di azioni verso
oriente quando quei due capisaldi della difesa austriaca sul medio e
sul basso Isonzo fossero in nostro potere.
Anche di questa perdita, come di quelle delle posizioni su Plezzo e del
Monte Nero, apparve subito al nemico l'importanza, tanto ch'esso tentò
subito, in un attacco del 20, di riprenderla, e ritentò poi più volte,
specialmente di notte, anche con lancio di bombe a mano, specialmente
il 22 di giugno e il 17 di luglio, attacchi brevi, rapidamente
respinti, senza alcun risultato.
Anche attorno a Plava la nostra occupazione si è consolidata in
modo incrollabile, e rappresenta uno dei punti più importanti della
travagliosa rettifica di confine che è il compito e l'effetto di questo
primo periodo della nostra guerra.