Cadore

_Venadoro, 4 settembre._

Una lunga fila di muli sale su per una strada rocciosa tra gli abeti.

Un anno fa questa strada era un sentiero praticabile alle capre e ai

cacciatori di montagna: oggi è una comoda mulattiera, su per la quale

anche il più timoroso borghese della città può avventurarsi sicuro,

a cavallo di uno dei muli capuani cui la guerra ha dato convegno in

questa valle. Similmente erano un anno fa strette mulattiere alcune

delle strade che ieri abbiamo potuto percorrere in automobile. La

guerra, oltre il resto, lascerà dietro sè un inestimabile beneficio

a tutti questi luoghi, sotto forma di strade, di comunicazioni,

di riallacciamenti, di ricoveri, di utili impianti di ogni sorta,

destinati a rimanere stabili.

Sale la lunga fila dei muli. Se un osservatorio austriaco potesse

scorgerla, si maraviglierebbe di non riconoscere in essa nè una colonna

di munizioni, nè un trasporto di pezzi o di rifornimenti, nè altra

sorte di salmeria. Tutti quei muli sono inforcati da uomini, che non

vestono la divisa. I primi due sono ufficiali dello stato maggiore; ma

tutti gli altri — e la fila è lunga — sono borghesi.

È la stampa, che dà la scalata alla guerra.

Giunta a un alto ripiano circondato di rialzi rocciosi, la stampa

scende. Poi a piccoli gruppi — perchè cominciano sentieri esposti in

parte all'osservazione dei nemici — si arrampica, come può, verso le

cime più alte. Com'è igienico vedere tutte le lotte elettorali d'ieri

affratellate in questa comune fatica e in questa concorde avidità

d'immergersi nel grande fatto nazionale che le ha improvvisamente

scompigliate e sommerse!

Ora non c'è più traccia di politica intorno a noi. E nemmeno d'alberi

o di prati. Siamo avvolti in un giallore di rocce, abbagliati da

un biancore di nevi che rifulgono al sole. Il cielo è limpidissimo

e sgombro. Il silenzio della montagna è sottolineato dalla voce

intermittente di cannoni, lontani e vicini, nostri e altrui, profondi e

acuti: e tutte quelle voci insistono in echeggiamenti lunghi, smorzati,

varii: alcuni sembrano fendere l'aria come lame aguzze, altri pare

che rotolino attorno attorno remoti come sul cerchio d'un orizzonte

lontano e invisibile nascosto ai nostri sguardi dalle rocce vicine,

che s'addensano sempre più strette intorno a noi e alla nostra ansia di

arrivare più su, “dove si vede....”

* * *

Si vede.

Ma prima di guardare con noi, si compiaccia il lettore di riepilogare

dai bollettini e dalle notizie la cronaca della nostra avanzata in

questo settore, cioè nella regione orientale del Cadore. (In realtà

i geografi chiamano Cadore soltanto la regione a est del Boite: ma

accetto la toponomastica dei bollettini, che chiamano Cadore anche

questa parte del Bellunese).

Il 24 di maggio, occupazione di tutti i passi di confine. Il 26

liberiamo la Forcella di Lavaredo. Il 29 il passo Tre Croci, e Cortina

d'Ampezzo con la sua conca. Il 30 monte Belvedere, che segna il limite

occidentale del Cadore, e da cui si domina, verso il Trentino, Val

Cismon e Fiera di Primiero.

[Illustrazione: Cartina.]

Poi i comunicati tacciono fino al 9 giugno, giorno del “vittorioso

combattimento” intorno al Sompauses, e dell'avviamento verso il

Passo Falzarego. Il 14 le nostre artiglierie danneggiano gravemente

la forte opera austriaca dei Tre Sassi, il 16 occupiamo l'Albergo

di Falzarego e il Sasso di Stria. Le tre settimane che seguono sono

impiegate in lavori di rafforzamento delle posizioni occupate e delle

relative retrovie: il 10 di luglio riprendiamo l'avanzata, aprendo

il fuoco verso il forte Corte nell'alto Cordevole, la più importante

delle posizioni fortificate austriache, in quanto impacciava la nostra

occupazione di quel Col di Lana, che è in questo momento uno dei centri

della lenta azione quotidiana d'artiglieria in cui si riassume per ora

la guerra nel Cadore.

Un altro di tali centri è la Tofana, la cui insellatura è presa il

9 di luglio con un'ardita scalata degli alpini; cinque giorni dopo

(seguo sempre i comunicati) “un reparto di fanteria, inerpicatosi per

un canalone ritenuto inaccessibile, riusciva a occupare di sorpresa

la cima di Falzarego”, e l'azione vittoriosa continua per altri due

giorni con la conquista di tutta la linea occidentale che da essa cima

giunge alle pendici del Col di Lana. Il 23 si completa l'occupazione

del forcellone della Tofana. Il 28 si prende il costone di Agai, che

dal Col di Lana scende su Pieve di Livinallongo; il 25 di agosto si

parla ancora di un rafforzamento della nostra avanzata su Col di Lana

all'estrema sinistra e il 9 si annunzia il nostro sicuro possesso di

Cima Undici all'estrema destra della linea che da nord-est a sud-ovest

segna l'andamento del nostro fronte in questo settore: tra la valle

del Cismon cioè, e la valle del Boite che si continua nella strada che

scende a Toblacco e alla Drava.

* * *

È possibile che il lettore trovi oltremodo aridi e muti gli spogli che

vengo facendo dai bollettini del Comando Supremo: nomi quasi tutti poco

noti o addirittura ignoti fino a poco tempo fa, e date.[5]

Ma io presumo, scrivendo, di dirigermi a lettori che nelle notizie

d'una guerra così nostra, così di ognuno di noi tutti, cerchi qualcosa

di più che qualche macchia di colore, qualche brivido, qualche diletto

sentimentale di episodii. Presumo che delle notizie ufficiali della

guerra ogni buon italiano abbia fatto, da tre mesi in qua, la sua più

intenta lettura quotidiana, e ch'egli sappia oramai destreggiarsi tra

le centinaia di cartine particolareggiate con le quali gli è stata

facilitata l'intelligenza di quest'intrico di valli e di monti, e delle

operazioni militari che vi si compiono.

[Illustrazione: Cartina.]

Quei nomi allora non saranno per lui muti; ed egli potrà seguirmi

mentre, lasciata ogni rotabile e ogni mulattiera, lo guido su tra il

giallore delle rocce e il biancore delle nevi, e varcato il Nuvolau, lo

faccio sdraiare presso di me su di una falda del monte Averau, a 2648

metri d'altezza: sdraiare, chè se stesse ritto parecchi osservatori

austriaci, un po' da tutte le parti, lo scorgerebbero subito e

tirerebbero su di lui come su di un camoscio.

Di là scorgiamo magnificamente tutta la posizione nostra ed altrui, e

possiamo immediatamente mettere un profilo, un colore, una fisionomia,

su quei nomi aridi e muti.

Ecco, là in faccia, a ingombrare tutto il centro dello sfondo, la

Tofana; violacea, striata di giallo, sfumata di grigio. Si presenta,

da destra a sinistra, come una scala di tre gradini: ma tre gradini

scoscesi, aguzzi come denti di fiera. E noi ci stiamo aggrappando là

sopra. Davanti ad essa corre la valle Costeana, o di Andraz, o strada

delle Dolomiti: va da Cortina d'Ampezzo, di cui scorgiamo a destra

le prime case, ad arco lento verso ovest, passando sotto cime nostre

e sotto cime ancora vive di fuoco contro di noi. In basso, in quella

che di qui può chiamarsi una valle, ma è un furioso attorcigliamento

di rocce scabre e asciutte a più di duemila metri d'altezza, cinque di

queste rocce hanno un aspetto valterscottianamente romanzesco di torri

dirute, ancor diritta la più alta, abbattute o pendenti verso terra

le altre: ed è quello Cinque Torri. A sinistra della Tofana, ad arco,

nel lontano, si profilano vagamente posizioni ancora austriache, come

il Settsass, il Cherz, Col di Lana, e posizioni già fatte nostre, come

il Sasso di Stria. Un arco più vicino continua la Tofana col Castello

ove i nemici hanno collocato tra i crepacci tiratori scelti che mirano

verso noi, all'uomo, quasi infallibilmente, e col Col di Bois, già

tutto nostro, di cui scorgiamo gli attendamenti. In fondo a destra

domina il monte Cristallo, poderoso, striato obliquamente da rughe di

neve; più là, più svelto, il Cristallino.

E tutto ciò è territorio di conquista, già preso o da prendere, coi

cannoni e coi fucili, con le mani e coi denti. Il nostro e il loro si

mescolano, s'incuneano. La nostra occupazione è un lento addentellarsi

continuo di queste due linee frastagliatissime: un addentellarsi, che

porta insensibilmente e irresistibilmente più in là la nostra linea.

Dietro le spalle ci protegge il Porè poderosamente.

* * *

La conquista del Porè fu l'opera eroica di una sola notte, la prima

di guerra; fa parte di quell'occupazione che il secondo comunicato del

comando annunciava con la rapida menzione: “In Cadore vennero occupati

tutti i passi di confine”. Non si potrebbe essere più semplici, nudi

e modesti. Invece l'occupazione del Porè fu uno degli episodi più

arditi di tutta la nostra guerra. Fu una sorpresa del primo giorno,

delle prime ore. Al momento della dichiarazione di guerra il nemico

poteva credere che i paesi più bassi, di qua dal nostro confine

d'allora, fossero quasi sguarniti di soldati, perchè questi erano

stati trattenuti tutti silenziosamente nelle retrovie. Ma appena

scoccata la mezzanotte della guerra, furono lanciati. E rapidi e cauti

avanzarono, cominciarono a salire su per le pendici del Porè, intorno

intorno, raggiunsero le prime trincee e le conquistarono di colpo,

poi si sfrenarono coll'impeto vertiginoso con cui avrebbero in pianura

potuto eseguire una carica di cavalleria. Di mano in mano che il monte

austriaco si veniva svegliando tutt'attorno verso la cima, si vedeva

addosso gl'italiani, se ne sentiva schiacciare, li vedeva procedere

avanti, in su. Quando l'alba spuntava, anche la cima del monte si

svegliava; tutto il monte era desto, ma tutto era già nostro. E segnava

di colpo un nostro confine mille volte più vantaggioso di quello di

poche ore innanzi. Dal Porè l'avanzata potè cominciare e irradiarsi

attorno in modo più regolare, gli attacchi diretti poterono essere

preparati dalle azioni dell'artiglieria.

In modo più regolare. Ma, naturalmente, meno rapido, e anche più

pericoloso. Ho detto già che alture nostre e alture austriache si

mescolano e si stringono da presso, in tutta la regione, in modo

raccapricciante. Ebbene, le cime che son nostre dovettero essere prese

tutte così, come il Porè, con un'ascensione alpina per i picchi, come

lo stringersi di un nodo scorsoio d'uomini armati, nodo che mentre

si stringe scivola in su, fino alla vetta, e quivi si lega in un

groppo indissolubile. E la mescolanza e il contatto stretto non è solo

tra cima e cima, è anche in uno stesso monte, tra questa e quella

parte, tra il basso e l'alto, tra un costone e un crepaccio, tra un

valico e un picco. Immaginate un monte che a metà un burrone divida

profondamente in due parti: — ficcati entro quel burrone sono italiani,

che con artiglierie mobili battono la cima; inerpicati alla cima sono

austriaci, che fanno rotolare granate entro quel burrone. Così alla

Tofana. E immaginate un altro monte che fino a metà sia coperto dagli

ultimi boschi, e da ivi in su nudo e scabro: tutti quei boschi sono

appostamenti d'italiani, tutto quello scabro sono file di trincee

austriache. E l'Italia grado grado esce dal bosco e procede nello

scabro, prende le trincee una dopo l'altra, le volta per offendere

all'insù, le afforza. Così al Col di Lana.

Le trincee avverse sono a cento, a ottanta, a cinquanta metri una

dall'altra. E italiani ed austriaci hanno, intorno intorno, cime loro,

occupate da batterie loro: e ognuna batte con precisione verso quel

colle, contro l'ultima e la prima trincea: cinquanta metri più su

battono le nostre, cinquanta metri più sotto battono le loro, e là,

sulla costa infernale, ogni trincea mentre combatte è continuamente

disturbata, scompigliata, guasta dalle granate e dagli shrapnells che

piovono di lontano, d'ogni parte, imprevedibili, come se il cielo e

l'aria stessa si facessero posti d'offesa contro il nostro eroismo. Ma

l'eroismo è infaticabile, fanatico, fatale. Al Fedaia una batteria si

mantenne per due mesi in una conca del raggio di cento metri, sempre

sotto la pioggia rovente ed esplodente. Sul Col di Lana una batteria

uscendo dal bosco di Salesei giunse, di notte, trascinandosi dietro i

pezzi, a cinquanta metri dalla cima. Furono scorti all'alba: cominciò

il duello terribile, che non poteva essere che a morte; e quelli della

nostra batteria, sempre sparando, morirono tutti, uno per uno; l'ultimo

rimasto era un sergente che anche accortosi di essere solo non dette

segno di resa, ma continuò, ferito, spossato, sanguinante, a sparare,

finchè morì, come gli altri, abbracciato al suo pezzo. Ma intanto,

sotto, i soldati che occupavano il bosco avevano potuto avanzare e

conquistare un largo tratto di trincee, da cui nessuno ci smosse più.

E tutto questo è il poema che il comunicato del 29 luglio riassume con

le parole: “le nostre truppe occupano il costone che dal Col di Lana

scende sulla borgata di Pieve di Livinallongo”.

A questi miracoli d'ardore e di eroico disprezzo della vita, gli

austriaci resistono, bisogna riconoscerlo, con tenacia e con abilità;

ma a lungo andare ogni loro resistenza finisce col cedere, un po'

dappertutto. E allora si ritirano. Alcuni si ritirano restringendosi

sempre più verso i culmini, ove li aspetta la morte o la prigionìa;

altri fuggono, per la via delle Dolomiti, verso l'ovest. Fuggiti,

quando vedono che la loro fuga anche da questa parte è immediatamente

seguìta dall'occupazione e dal rafforzamento degli italiani,

cannoneggiano, al di sopra e dietro di questi, i paesi che s'accorgono

d'aver perduto per sempre: li cannoneggiano con granate incendiarie,

che lasciano tutta la strada della loro fuga e del nostro procedere

segnata dagli scheletri fumanti di quelli che furono villaggi e

cittadine ridenti già molto curate e frequentate da loro come luoghi di

villeggiatura e di preparazione militare. Tali erano Salesei, Franza,

Pieve di Livinallongo e il castello di Buckenstein: tutti paesi ai

piedi del Col di Lana, e rispondenti ai costoni che dalla cima di

esso scendono a valle: tutti campi, oggi, di lotta e di martirio.

Buckenstein fu ritrovo favorito di caccia per i principi austriaci;

andandovi passavano per Pieve, si trattenevano qualche notte nel Grand

Hôtel di Pieve. Ora il castello, e l'Hôtel, e i paesi interi, sono

mozziconi di case nere. Un piccolo particolare curioso. Partendo da

Pieve gli austriaci ebbero cura di bere prima tutte le bottiglie che

erano nell'albergo: operazione che dovè essere eseguita in gran fretta,

perchè i vetri vuoti furono trovati tutti gettati alla rinfusa e ancora

avvolti nelle loro custodie di paglia. Inoltre, temendo forse che il

campanile di Pieve potesse servirci da osservatorio, ne sbarrarono

tutte le finestre con lastre di metallo, e poi di lontano ogni tanto lo

cannoneggiarono, fin che si decisero a incendiarlo.

* * *

Li abbiamo veduti, i paesi incendiati, da un osservatorio di

artiglieria che abbiamo raggiunto mediante un altro faticoso viaggio,

in parte a mulo e in parte a piedi, in un'altra mattinata di sole e di

cielo limpidissimo.

In materia di osservatorii, la natura complicata e intricatissima

di queste rocce ci favorisce maravigliosamente. I picchi e i costoni

apparentemente più lisci offrono spesso meandri invisibili nei quali

con poche tavole e poche zolle si stabilisce il più sicuro e il più

comodo rifugio d'osservazione, aperto a vedute amplissime delle

situazioni nemiche, impossibile a individuarsi. Abbiamo avuto la

fortuna di poter raggiungere e penetrare il principale di essi, donde

si comanda tutto il settore.

In un luogo come questo ci si sente veramente nel centro vivo della

guerra. Due picchi sono collegati uno all'altro mediante un passaggio

coperto, del quale non ci si avvede fin che non vi siamo entrati. La

voce del soldato che col megafono domanda notizie ad alcuni osservatori

avanzati, quella dell'ufficiale che da un centralino telefonico,

appollaiato nell'incavo di una rupe, riceve informazioni e trasmette

ordini, le indicazioni del colonnello, precise, recise, che in poche

parole matematiche distribuiscono l'azione a tutto il settore, il

fragore lungo che dalle batterie invisibili traduce rapidamente

nell'atto quegli ordini, — tutto ciò sgombra dall'animo ogni orrore

della guerra, e lo riempie come di uno stupore religioso; ci sembra

di assistere, al di fuori della vita, a non so qual vasto e solenne

fenomeno naturale, ultraumano. Ogni senso dell'individuo scompare: e

dell'individuo nostro, intendo, di noi che osserviamo, e di quello di

tutti coloro cui questo fenomeno porta la morte. La morte, la vita, il

valore d'ogni sensazione e d'ogni passione umana sfumano come per un

incantesimo dal petto di chi si trova improvvisamente avvolto da questa

atmosfera, che non è più neppure eroica, da questi atti, che hanno

qualche cosa di elementare, di secolare, di divino.

Mi scuote la parola del colonnello, una maschia figura di soldato

semplice e rude, pieno di gentilezza rapida e profonda, entusiasta de'

suoi soldati e del suo compito, innamorato de' suoi cannoni e dei pochi

fiori di roccia che spuntano qui attorno e che i soldati ogni mattino

gareggiano a raccogliere per offrirglieli.

M'invita a salire alla parte più alta della galleria, ad affacciarmi

alla fenditura da cui si dominano le posizioni avversarie.

Essendo salito di dietro le rupi, non immaginavo che quelle fossero

così vicine. È una maraviglia, per il profano, abituarsi subito,

aiutato da un potente cannocchiale, a distinguere così bene quello

che importa della vita di un sistema di trincee e di un accampamento

nemico. E dei nostri e dei loro, vedo trincee, accampamenti e

moti. Ma ora tutta l'intensità della mia attenzione si concentra

nel contemplare sul vivo l'effetto degli ordini matematici che il

colonnello ha diramati pochi minuti prima. I rombi del cannone, che

avevano accompagnato la mia salita in una confusione inestricabile

d'echi e di prolungamenti, ora mi pare che si delineino, si profilino

quasi visibilmente nello spazio luminoso che mi si apre dinanzi, e che

sgorgando dalle gole di questi monti, nostri da ieri, convergano là,

sui monti che saranno nostri domani.

Infatti, dopo un rombo lungo, che sembra eterno, ecco là, al punto

estremo d'una trincea segnata da una ruga più chiara nella roccia, come

uno sputo di fumo nero uscire dal suolo, e uno scoppio. Un altro rombo,

un altro sputo nero, ma all'estremità opposta della stessa trincea, e

via via, rombi, e scoppii, ed esplodere della terra nera lungo tutto

il percorso della trincea; e colpi che cadono, uno dopo l'altro, nello

stesso identico punto, a uguale distanza di tempo, con la esattezza

di uno strumento di precisione. Poi da un'altra batteria cominciano i

tiri a tempo, che vanno a esplodere nell'aria, proprio al di sopra del

bersaglio, in blocchi di fumo bianco, che s'allargano sfioccandosi di

grigio, che imbrunano dissolvendosi: e le esplosioni nere nella roccia

e le esplosioni bianche nell'aria si susseguono, si moltiplicano, si

confondono in una sola nuvola vasta che a poco a poco avvolge tutto il

cocuzzolo del monte e par fumigare da quello nel cielo.

* * *

L'uomo, anche in tempo di guerra, è un animale curioso. Mentre me

ne ritornavo dall'aver provato una delle più intense e religiose

impressioni di cui l'animo umano è capace, mi sorprese d'un tratto

una curiosità, molto naturale del resto. Ho visto come si mandano le

cannonate, che si allontanano. Ma non le ho viste arrivare, verso me,

quando si avvicinano.

Il caso mi ha favorito anche in questo. Scendevamo, a dorso di mulo,

giù per certi prati ripidi che scivolano fino al paese dove si riprende

la strada rotabile. E dietro noi, dietro le rocce che ci lasciavamo

alle spalle, il confuso rumore delle cannonate che ormai accompagna

tutto il nostro viaggio fu attraversato d'un tratto da un sibilo noto,

arrotato, strisciante, e da uno scoppio vicino. Ci voltiamo a tempo per

scorgere, sulla cima del monte da cui siamo scesi allora, dissolversi

la nuvola bianca d'uno shrapnell. Non tutta bianca, questa: ha il

margine inferiore come impregnato d'un rosso vivo. Dissolvendosi,

diventa un fumo nero che disegna per un momento l'immagine d'un abete

in vetta al monte, e scompare.

Forse cominciano a rispondere alle cannonate che abbiamo visto tirare

di lassù?

Aspettiamo. L'attesa è breve: un altro sibilo, e un altro fiorire di

nuvoletta bianca e rosa sul monte. Poi un terzo. Ed ecco dal sommo dei

prati che attraversiamo sbucano da ogni parte soldati, trascinando muli

e munizioni, dietro i ripari preparati per l'occorrenza. Tanto i muli

quanto i soldati sono allegrissimi.

I sibili e gli spennacchi bianchi e rosa continuano, regolari,

discreti. Continuando, si accostano sempre più, seguendo la cresta, al

nostro prato e al sentiero che la fiancheggia. Le ultime le vediamo

scoppiare nella rupe, da cui si staccano schegge e piovono sulla

strada. Aspettiamo ancora un poco, ma lo spettacolo non ricomincia.

E noi ci rendiamo perfettamente conto, e per l'impressione nostra e per

il viso lieto e i motti faceti dei soldati che commentano ogni arrivo,

che l'arrivo degli shrapnells, finchè non colgono in pieno, è per

l'appunto nulla più che uno spettacolo, e che la paura è una leggenda.

Ci allontaniamo di là a malincuore, nel silenzio sopravvenuto.

Cominciano le ipotesi su quel cannoneggiamento. Qualcuno crede che gli

austriaci abbiano individuata la batteria di lassù, altri preferiscono

supporre che abbiano avvistata la nostra colonna, e la salutino così.

È una supposizione un po' vanitosa.

In realtà, qualche volta essi tirano un po' a caso, in mezzo a questo

groviglio di alture, di strade, di coste e di villaggi.

Passando per un paesino, che non ha nessuna importanza nè militare nè

civile, vedemmo i segni di un bombardamento avvenuto la sera prima:

qualche vetro rotto, una buca in un prato.

E un ferito, uno solo. Una capretta giovane, nera, ha la testa

fasciata. Pascolava in quel prato, e una scheggia l'ha colpita alla

fronte, le ha quasi asportato uno dei corni appena spuntati. Mi guarda

con occhi malinconici, pieni di interrogazioni angosciose. Non ha

capito niente della guerra.

Dallo Stelvio al mare · 第 12 / 29 题