_Verona, 25 agosto._
Quante Giuliette a Verona!
Hanno la frangetta sulla fronte, e quattordici anni, e un farsettino
nero senza maniche sopra il giubbetto bianco. Così camminano per le vie
di Teodorico e di Cangrande, zona di guerra.
Ma Giulietta non sa che è zona di guerra. Crede che tutti questi
soldati siano venuti qua per veder lei. E anche quelli che son venuti
per vedere i soldati. Non sa che è zona di guerra. Incontra Romeo,
nelle strade di Teodorico e di Cangrande, e lo fa salire al suo balcone
prima che la lodola canti fuori di tono e scambi gli occhi col rospo.
Non sa che c'è la guerra. I reggimenti via via sono chiamati sul
fronte. Ma Giulietta incontra ancora Romeo, e lo fa salire al balcone
a sentir l'usignolo che canta del melograno.
Di giorno cammina, coi passetti brevi e le calzine rade e la vestina
corta. Guarda i soldati, e quelli che son venuti a vedere i soldati,
senza bisogno di alzare i grandi occhi bruni; li guarda attraverso le
ciglia, che sono due frange morbide e nere, lunghe come la frangetta
dei capelli sulla fronte. E guardando così, chiama Romeo. La notte le
scolte di sulle torri non sorvegliano già l'arrivo degli aereoplani
dalle montagne del nord, ma vigilano l'amore di Giulietta, che s'è
tolta il farsettino nero, e anche la camiciola bianca.
Giulietta prende il gelato sotto i portici.
Giulietta non legge i comunicati di Cadorna.
Giulietta non ha visto che nei foderi bruniti c'è la sciabola arrotata.
Giulietta non sa che Verona è zona di guerra.
* * *
Giulietta voleva che la portassi a Milano, e poi anche a Roma.
Ho trovato un pretesto; le ho detto:
— A Milano c'è la guerra. E anche a Roma. —
Ha sollevato la frangia lunga e morbida delle ciglia, e i suoi occhi
hanno balenato ne' miei un nero sguardo di maraviglia.
— C'è la guerra?!
— A Milano c'è la guerra. Anche a Roma. In quelle città, Giulietta, le
bande suonano delle marce militari. E anche le orchestrine dei caffè
suonano tante marce militari e tanti inni patriottici. Allora la gente
si leva in piedi, e applaude, e grida: “Viva la guerra!” Passa per la
strada un soldato ferito e tutti gli corrono dietro per acclamarlo: il
cameriere ti versa il gelato sulla sottana nuova per correre in fretta
anche lui a gridare: “Viva l'esercito!” E quando torni a casa, che è
sera, per aspettare Romeo, tutti per la strada ti urtano perchè stanno
leggendo il giornale uscito allora con il comunicato di Cadorna. E se
al teatro o al caffè non ti alzi in piedi al suono della Marcia Reale,
ti insultano e ti gridano “spia”. Perchè tutti hanno negli occhi la
guerra e non vedono che hai le ciglia lunghe e il gonnellino corto,
le calze tanto bianche e gli occhi tanto neri, Giulietta. A Milano e a
Roma c'è la guerra; non è il paese per te, Giulietta.
— Hai ragione. Ci andremo tra qualche giorno, quando la guerra sarà
finita. Ora è meglio restare a Verona, dove non c'è la guerra. —
* * *
Allora le ho additato l'Arena, roggia nel sole, merlata al sommo
di soldati che camminavano lenti sul ciglio facendo la scolta. E a
Giulietta piacquero molto i soldati visti così camminare radi e lenti
al sommo dell'anfiteatro rosso, nello sfondo sfolgorante del cielo. Li
trovò più carini di quelli che camminavano in piazza.
L'ho condotta a visitare la tomba della Giulietta di Romeo Montecchio.
Per arrivarvi, dovemmo accettare la compagnia d'un soldato
d'artiglieria che era di guardia all'entrata della Fiera dei cavalli.
Egli ci fece attraversare immensi cortili tutti pieni di cavalli
da guerra, di paglia, di soldati; intorno intorno gli edifici sono
diventati una grande caserma, in un tetto c'è una toppa chiara di
tegole fresche dove una bomba era caduta dal cielo a far guasto. In
un angolo di tutto quell'apparato di guerra, si rannicchia la tomba di
Giulietta antica.
Ora Giulietta nuova passò indifferente in mezzo ai cavalli, alla
paglia, ai soldati, allo strame e al fragore di caserma; ma quando fu
dentro, nell'angolo grigio e verde, così fuori del mondo, ov'è l'arca
pudica degli amanti, pianse tutte le sue poche lacrime. Poi le ciglia
nere ribevvero le lacrime di perla: Giulietta alzò il piccolo capo e lo
scosse per ricomporre i capelli; corse alla parete a leggere i nomi che
v'erano scritti; tuffò le piccole mani brune nell'arca scompigliando
gli strati dei biglietti di visita anneriti e accartocciati, accumulati
là dentro dall'ingenuità provinciale dei visitatori stranieri: compose
in bell'ordine sopra lo strato i mazzolini e le ghirlande di fiori
appassiti che s'erano mescolati ai biglietti; colse una foglia d'edera
e se l'appuntò al petto: poi si fece raccontare la storia della
Capuleta e del Montecchio.
— Dunque a Verona, allora, c'era la guerra? —
E siamo saliti in una carrozza, che molto lentamente cominciò a
camminare sobbalzando sui ciottoli, a girare al largo intorno alla
città; io additava, passando, a Giulietta le opere militari, i
bastioni, i forti, i carrozzoni guidati da soldati, i camions carichi
di munizioni, i grandi cavalli di forza che parevano esprimere guerra
da ognuno dei muscoli tesi; e Giulietta si stringeva al mio braccio,
e sentivo che il suo braccio pensava a quello di Giulietta antica
prima di uscire sul balcone a mostrare a Romeo le strisce invidiose
dell'aurora rosseggianti all'oriente.
Così arrivammo a San Zeno, ch'era il tramonto, e i marmi della facciata
parevano fusi d'oro antico e d'avorio e di miele. Ma Giulietta, calando
sugli occhi neri la cortina fitta delle ciglia, mi susurrò:
— Entriamo. Là non ci vedrà nessuno, e non mi parlerai di non so che
guerra. —
Invece ci vide subito il custode della chiesa, e si mise ai nostri
fianchi e cominciò a parlarci d'arte.
— Questi capitelli sono d'ordine corinzio. Il fonte battesimale, in un
solo blocco di marmo, è dell'undicesimo secolo. Invece gli affreschi di
destra sono del dodicesimo.
— E quelle di che secolo sono? — domandò Giulietta.
E additava due maravigliose chiazze gialle e purpuree che il sole
occidente penetrando dritto dalle vetrate aveva scagliato sul marmo in
cima all'altare di fondo. Il custode guardò Giulietta, e s'interruppe
costernato.
* * *
Sul ponte di Castello Vecchio la salutai, lasciandole un ammonimento:
— Ricordati, amorosa Giulietta, che lassù, nei paesi del nord,
Margherita fa le calze di lana per i soldati che faranno la guerra
d'inverno. —
Giulietta rabbrividì, e rispose:
— Come dev'essere noioso un paese dove si fa la guerra, e anche
d'inverno! —
* * *
Per sentire la guerra bisogna starne lontani, o andarvi molto da
presso. Un giorno di dimora in Verona acquartierata mi ha fatto quasi
dimenticare la guerra. Forse tra due giorni, in Vallarsa o in Val
Sugana, la ritroveremo.