Appressamento alla guerra Pag. 11
Dallo Stelvio all'Aprica 19
Un duello di artiglieria 35
Terra redenta 43
La via di Trento 55
Giulietta e la guerra 65
Tre valli 73
Cadore 83
Due conche 99
Ospedale di cavalli 115
Silenzi e fragori 123
Ancora attorno al Freikofel 137
Il silenzio di Malborghetto 145
La città senza bandiere 157
Alto Isonzo 173
Medio Isonzo 187
Il Carso 201
Da Gradisca al mare 215
Appressamento alla guerra.
_Brescia, 14 agosto._
_ANDAR A VEDERE LA GUERRA...._ È un'idea, anzi una frase, che mette i
brividi.
È una frase, non un'idea. Una pura frase vuota di senso. La guerra non
è una cosa che _SI VA A VEDERE_.
Ma appressarsi, accostarsi in qualche modo alla guerra, non per
entrarvi nel mezzo per viverla per morirvi; così, per sentirne qualche
riflesso men lontano; lasciarla distinta, così, là, in faccia a noi,
nel panorama; e noi qua, più vicini ch'è possibile, ma non tanto, non
dentro; noi ed essa; la cosa e la persona: la persona mette davanti
alla cosa un suo specchio, e poi in quello specchio, in quel pezzo di
specchio stinto, che le trema tra le mani, vi fa vedere la guerra,
la sua la vostra guerra.... È una cosa che dà i brividi; ha del
grottesco, del crudele, del puerile; è un mezzo sogno, piuttosto penoso
e stridulo; mette in un disagio ineffabile la logica e la passione dei
nostri poveri cervelli e dei nostri cuori anelanti di traboccare.
Andiamo a mettere uno specchio davanti alla guerra?... Forse non ne
avremo mai un senso più preciso, improvviso e avvolgente, di quello
che dà, nell'alba, usciti da poco dalle città e dalle campagne il
cui dovere e il cui eroismo è continuare in apparente tranquillità la
vita di prima, l'accorgersi che si entra nella zona sacra alla grande
avventura, perchè gli ingressi delle libere strade son guardate dai
primi uomini della guerra, e perchè procedendo tra due distese di mèssi
e di lavoro pacifico si raggiungono lunghe file di carri militari,
guidati da soldati silenziosi, che guardano con occhi strani e vaghi
verso il settentrione e l'oriente.
* * *
Lo troveremo forse, il senso dell'appressamento alla guerra, più
preciso e concitato, entrando in un villaggio di fuoco e d'acciaio,
dove ogni ora del giorno e della notte si fucinano le armi e i
proiettili: la metallurgica della vittoria d'Italia.
Trent'anni sono erano tre piccole costruzioni isolate tra il silenzio
dei campi: poi crebbe e prese l'aspetto di un grande stabilimento,
irto di camini fumosi: oggi è un intero paese. L'ultima crescita fu
prodigiosamente rapida. Un anno fa lo stabilimento copriva quattro
chilometri quadrati, e vi lavoravano mille e settecento operai; oggi
l'estensione è raddoppiata, e gli operai sono circa quattromila, e non
bastano ancora. Ogni giorno aumenta il numero dei chilometri e degli
uomini. Presto ai lavori più leggieri saranno adoperate anche le donne.
È una tradizione regionale. Ho percorsa in altri tempi una di queste
valli minori: in ognuno dei paesetti che si specchiano nel torrente
che la corre, si fabbricano armi, da secoli. Anche dove non hanno se
non ordigni preistorici, date a quegli uomini un pezzo di ferro, ve ne
faranno un magnifico pugnale.
Se dicessi la quantità della produzione giornaliera di armi automatiche
e di proiettili di questo solo stabilimento sarebbero numeri da mettere
spavento. Specialmente ai nemici....
Ma visitando una fabbrica d'armi come questa, non si pensa ai nemici.
Non vien fatto di ricordare l'impiego di questa produzione, gli effetti
di questa causa, tanto la vita del paese di fiamma e di ferro appare
piena, organica, in sè compiuta e perfetta.
I sensi sono completamente afferrati, scossi e dominati dallo
spettacolo nuovo e strano, e non lasciano luogo alla riflessione.
Entrando nei primi cortili, tutto quel cumulo di rame e d'ottone,
dischi verghe cilindri, tutto quel colore barbagliante, gialli di sole,
rosei di pampini ancor pallidi del primissimo autunno, pare una festa:
è un'inquietudine tutta sensuale; sono gli occhi soli, che s'ubriacano
di colore vivo.
L'impressione si trasmuta di colpo, affacciandosi a uno degli
immensi stanzoni bassi e quadrati dove si lavorano i bossoli. Nero
a perdita d'occhio, rigidità di linee diritte e d'angoli retti, in
una prospettiva di travature orizzontali e verticali. Con qualche
esitazione si avventura il passo in quella foresta, con qualche
lentezza l'occhio comincia a scorgere disegni vari nell'intrico
uniforme, ad accorgersi che quella rigidità è piena di movimento, a
scoprire la curva delle ruote, la morbidezza delle cinghie, e tutte
le velocità le trasmutazioni gli avvivamenti di quel paesaggio strano,
ch'era apparso da principio una morta fantasia cerebrale, che vediamo
ora ne' suoi cicli perpetui di vita creante, mobile e intenso come la
vita di una terra fertile osservata nel suo più profondo. Ma una natura
maravigliosamente rapida nell'opera di creazione e di trasformazione
senza posa. Una trave di metallo morto, inerte: ed ecco passa in un
forno da cui escono vampe candide; qualche cosa la lancia fuori, a
terra; una tenaglia l'afferra, la pone davanti a una sega meccanica:
e noi seguiamo uno di quei pezzi, ancora rovente; non ha tempo di
cominciare a imbrunire ed è già sotto una pressa idraulica che ne
ha fatto un cilindro; e passa in un'altra macchina mostruosa che lo
perfora, e in un'altra che ne regola il calibro, sempre sprizzando
vampate rosse e scintille bianche, e intanto dietro quello altri di
macchina in macchina già ne hanno inseguito il cammino, quasi più
rapidi del nostro sguardo e del nostro passo; perchè abbiamo appena
finito di attraversare la serie e già vediamo disposti a terra quei
pezzi, che non sono più pezzi di ferro, sono bossoli di granate e di
shrapnells. Stanno freddandosi.
Dall'ultimo al primo, mentre freddano, è una curiosa scala di
colori in gradazione lentissima dal candido al vermiglio al rosso al
paonazzo al violaceo al bruno. Shrapnells e granate di ogni calibro,
pistole e fucili automatici, mitragliatrici, nascono in questo modo
rapidissimamente e si compongono, fioriscono, sotto il lavoro preciso
e continuo dei forni, dei torni, delle seghe, delle presse, delle
trafile, delle pompe, dei trapani, delle fresatrici, delle limatrici.
Se possiamo fermarci a esaminare partitamente qualcuna delle operazioni
più sottili della lunga serie, la nostra maraviglia si rinnova
di fronte alla finitezza di lavoro che l'ingegno umano ha saputo
raggiungere per mezzo dell'automatismo apparentemente più bruto. Penso
al tornio che incontro alla verga incandescente porge e spinge uno dopo
l'altro, di fronte e di fianco, quattro cinque sei coltelli e scalpelli
di taglio diverso, onde il pezzo n'esce complesso e rifinito come per
il più paziente lavoro di una mano destra, vigilata continuamente da un
pensiero attento e preciso.
Un'altra ragione di maraviglia è osservare come questo lavoro di
produzione quotidiana ed enorme non abbia nulla di febbrile. È come la
nostra storia di questi giorni, di quest'anno. I posteri li chiameranno
giorni di ansia e di febbre, e non sono tali, perchè il fervore degli
uomini forti e delle azioni grandi è stranamente calmo e misurato ne'
suoi atti esteriori.
* * *
Ma più maraviglioso ancora si è, che uscendo dal luogo ove abbiamo
visto nascere i più formidabili strumenti di distruzione, ci accorgiamo
di non aver mai avuto pur un momento sotto gli occhi l'immagine della
distruzione e della morte. Neppure sporgendoci sopra le lunghe fosse
ove si fa la prova delle mitragliatrici, ove si vedono vertiginosamente
vuotarsi i caricatori crivellando le tavole del bersaglio, non abbiamo
pensato agli uomini che saranno al luogo di quelle tavole.
Ho detto già come l'impressione di questo luogo e di questo lavoro
sia quello d'un mondo e d'una natura, compiuti nel loro organismo e
nella continuità della loro creazione. Il mondo produce vite, e poi
altre vite e altre vite ancora, e il contemplarne l'opera ci appaga,
e solo nei momenti della tarda riflessione l'uomo si domanda lo scopo
di quelle vite nel perpetuo, e solo per una specie d'ozio vano tenta
di pensare il creato come una causa. Nello stesso modo, solo ritornati
nella strada silenziosa, allontanati dal paese di fuoco e di ferro,
ricordiamo com'esso abbia uno scopo, e preciso e formidabilmente
immediato e vitale.
Ma è un tardo atto di riflessione. Non è ancora un sentimento. La
guerra è ancora lontana. Il viaggio nel paese delle armi non è ancora
un appressamento alla guerra.