XXIII.

Lalla e il Vharè s'erano data l'intesa di ricongiungersi a Borghignano

nella prima domenica di giugno. In quella sera, per solennizzare la

festa solita dello Statuto era stato disposto un gran concerto di

beneficenza al teatro dell'opera. Lalla vi sarebbe intervenuta,

Giacomo pure, e così si sarebbero incontrati naturalmente, senza che

Giacomo dovesse correre il rischio di aspettare due o tre giorni per

non destar sospetti, con una visita troppo sollecita in casa Della

Valle.

Era la prima volta che accadeva al Vharè di fare un viaggio per

celebrare la festa dello Statuto e per assistere ad un concerto di

beneficenza. Egli, per altro, quantunque fosse il primo a riderne in

cuor suo, godeva assai tutte quelle sensazioni intime e misteriose:

gli pareva di ritornare giovine e di ricominciar allora la vita con

una nuova provvista di poesia. La _diva_, infatti, che si era accorta

del suo raffreddamento, aveva accettata una scrittura per l'estero, e

Giacomo ne sentì più sollievo che dispiacere; le cose lunghe diventano

serpi, e quell'amore filarmonico durava da tre anni, il che vuol dire

nove stagioni d'opera all'incirca, e col repertorio limitato del

contratto, egli ormai aveva fatto un'indigestione di _Preziosille_ e

di _Azucene!_... Poi la nuova passioncella di Giacomo era piena di

tirannie gelose e prepotenti. L'amore schietto, sincero, che gli si

donava con prodigalità spensierata, lo aveva sempre lasciato libero,

padrone di sè; invece quella voluttà, avara, paurosa, piena di

reticenze e di restrizioni, lo preoccupava e lo dominava

continuamente. Giacomo di Vharè non aveva un'idea esatta dell'onore e

nemmeno della virtù; perciò confondeva la civetteria degli

atteggiamenti ingenui e fanciulleschi cogli scrupoli del dovere e

della verecondia.

In buona fede, egli pensava fra sè e sè che gli avveniva allora, per

la prima volta, di amare una donna e di poterla stimare: e quell'uomo

cinico, beffardo, corrotto, che al mondo aveva una sola religione

sincera, un solo affetto che non fosse una colpa, la memoria di sua

madre, per la prima volta, accanto a quella memoria santa e adorata,

collocava un'altra immagine di donna: la figuretta gentile della cara

_bambina_.

La presenza del marchese di Vharè al gran concerto di Borghignano non fu

l'avvenimento meno importante di quella memorabile serata. I commenti

furono innumerevoli, variate e fantastiche le interpretazioni. Gli uni

assicuravano che il marchese, rovinato completamente, era venuto a

Borghignano per la liquidazione definitiva del suo patrimonio; gli altri

giuravano invece ch'egli aveva vinto a Monte Carlo somme favolose, e che

appunto tornava in patria, sempre amante delle novità, per pagare i

propri debiti. Chi lo faceva ammogliato segretamente colla diva Soleil, e

chi lo fidanzava ad un'americana arcimilionaria, la quale voleva metter

su casa a Borghignano, per darvi grandi pranzi e grandi feste nel

carnevale.

Tutti, però, gli furono d'attorno, con dimostrazioni di simpatia e di

rispetto; e fra le strette di mano e le larghe scappellate, i--buoni

provinciali--lo squadravano da capo a piedi, con una maraviglia

curiosa e pettegola. Il maggiore dei fratelli Tangoloni de Lastafarda,

che ci teneva molto a darsi l'aria del _viveur_ consumato nelle orgie

e nelle bische, mentre, invece, tutta la sua dissipazione si riduceva

nella perdita di qualche partita al _bigliardo_ od al _tresette_, lo

prese sotto il braccio e lo accompagnò nel palchetto dei _nobili_,

affettando con lui una dimestichezza da compagnone, e l'_erre_

aristocratica. Lì dentro, non gli lasciarono prender fiato, ma in due

o tre, toltogli di mano il cappello, a viva forza lo trascinarono nel

camerino, dove, tutti insieme, gli offrirono thè, vino, dolci e

sigari. Fortunatamente, a sollevarlo da quello zelo soverchio, capitò

in buon punto il presidente del teatro, un vecchietto lindo, lindo,

tinto e profumato come una saponetta, che volle condurlo sul momento a

visitare i ristauri del palcoscenico, e la nuova _rampa_ del gaz,

fatta costrurre apposta sul disegno di quella della _Scala_ di Milano.

Quel buon vecchietto vagheggiava un'idea ch'era ad un tempo il sogno

della sua vita e l'orgoglio della sua carica: ottenere, per una

stagione d'opera, la diva Soleil al teatro di Borghignano. Per questo

motivo faceva la corte al Vharè, e sentiva per lui un misto di invidia

e d'ammirazione.

Quando ritornò nel camerino dei _nobili_, il Vharè cominciò a lodare

le innovazioni del palcoscenico, la ricchezza dell'illuminazione, la

bellezza e il buon gusto delle signore di Borghignano, e notò che i

cori erano meno stonati dei cori dell'Apollo.--Insomma, voi altri qui

a Borghignano--concluse--sapete far le cose per bene. Si direbbe di

essere in una piccola capitale!...--Allora ricominciò l'assalto col

vino, coi sigari e col thè. Giacomo ebbe anche l'amabilità di trovare

il thè delicato e il vino squisito. Il direttore-economo del

palchetto, sensibilissimo agli elogi, si fece avanti, per raccontargli

che il vino lo aveva comperato all'ingrosso, tenendolo in serbo per le

varie occasioni; che lo aveva pagata un _franco_ e cinquanta al litro,

mentre Tangoloni de Lastafarda, quando era economo lui, prendeva del

_Bordeaux_ nazionale, a due lire la bottiglia, che invece di cavare la

sete, bruciava la gola. I giovani bontemponi a questa scappata

sghignazzarono; il marchese (lo chiamavano tutti marchese, anche i più

accaniti nel contrastare a Giacomo l'autenticità del titolo) sorrise

appena, vedendo che lo scherzo non era stato bene accolto dal

Tangoloni; poi, continuando a parlare colla sua verbosità facile ed

elegante di teatri, di politica, di Monte Carlo, si avviò nel

palchetto, seguito sempre dalla brigatella, e colla scusa di voler

sentire l'_Ave Maria_ di Gounod, che l'orchestra aveva appena

incominciata, si mise a _filare_ con Lalla. Il Tangoloni e gli altri,

approfittarono del momento per esaminarlo di sottecchi, studiandone il

taglio dell'abito e il nodo della cravatta. Il Vharè portava i capelli

corti, all'_inglese_; e il giorno dopo il parrucchiere dei _lions_ di

Borghignano aveva da tagliare una decina di zazzere!...

Giacomo si sentiva di buon umore, ed era contento di Borghignano ed

anche di quei giovanotti. Pareva che la duchessina, dal suo palchetto,

diffondesse una luce che gli tingeva tutto color di rosa. Egli l'aveva

veduta subito, appena entrato in teatro; ma, per un senso quasi di

timidità, in lui affatto nuovo, aspettò qualche momento prima di

fissarla col cannocchiale.

Lalla, seduta in faccia a Prospero Anatolio, voltava le spalle

all'orchestra: tutta bianca, avvolta nei veli e nelle trine, spiccava

dal palchetto, come sul fondo scuro d'un quadro. Senza adornamenti al

collo e alle orecchie, senza un nastro, senza un fiore, senza neppure

una gemma nel caratteristico disordine dei capelli biondi, volgeva

attorno quei suoi occhi cangianti, come il colore del mare, con una

tranquillità soave. Eppure quantunque il giro del suo sguardo avesse

una meta prefissa, non si fermava punto al palchetto del Vharè, ma

passava via lentamente, per ritornare un'altra volta, rifatto un altro

giro, coll'orbita determinata di una stella. Quando vide Giacomo

apparire nella _barcaccia_ dei nobili, con quell'aria elegante che lo

faceva somigliare ad un principe che viaggiava incognito, Lalla non

arrossì, non si turbò affatto, non si lasciò sfuggire dagli occhi uno

di quei lampi fugaci che tradiscono l'amore, ma adagio adagio,

cominciò a giocherellare col ventaglio chiuso, segnale convenuto per

avvertirlo di non andarla a salutare in palco quella sera: poi lo aprì

e lo richiuse tre volte, indicandogli con quest'altro avviso che

l'indomani lo aspettava a casa; tutto ciò, ella fece, senza mutare

d'una linea il suo atteggiamento raccolto, composto, sempre colla

testina bassa, con alcun che di verginale e d'immensamente dolce

nell'aspetto. Ella sembrava un essere etereo, vaghissimo, che non

respirasse dalla bocca socchiusa l'aria calda, pesante della sala, ma

solo quella musica divina dell'_Ave Maria_ che le alitava intorno

mesta come un lamento, appassionata come una preghiera.

Il Vharè, che dopo il primo cenno del ventaglio si era fatto un po'

pensieroso, al secondo si tranquillò di nuovo. Certo Lalla, potendolo

ricevere in casa il giorno dopo, preferiva quella visita ai saluti

diplomatici in teatro; e siccome egli capiva bene, che non avrebbe

potuto visitarla la sera in palco e l'indomani subito in casa, senza

commettere un'imprudenza, così l'approvò contento, col cuore in gioia.

Vicino al palchetto della contessa Della Valle c'era quello della

duchessa d'Eleda, La mamma, lo dicevano tutti, si conservava bene, ed

era ancora bella, più bella della figliuola, la quale, in compenso,

era generalmente più simpatica. Maria, pallidissima, era di

un'eleganza severa, matronale:--se pure destava l'ammirazione,

fermava, agghiacciandolo, qualunque desiderio.

--La d'Eleda è sempre uno splendore!--esclamò ad un tratto il Vharè.

--Sfido io,--rispose un socio della _barcaccia_, che ci teneva a fare

il freddurista--si conserva nel ghiaccio!

--Io però preferisco la Della Valle,--interruppe un terzo;--non è una

bellezza come sua madre, ma è assai più _piccante_.

--Voi, caro Vharè, dovete averla conosciuta a Roma?

--Sì, andavo da lei, il sabato sera.

--Aveva parecchi adoratori, dicono?

--Abbastanza, perchè non si potesse sospettare di nessuno.

--Guardate la duchessa, com'è pallida,--osservò il più giovane dei

Lastafarda.--Ho paura che sia vero ciò che mi ha raccontato mio

fratello.

--E che cosa ti ha raccontato?...

--Che ha un principio di mal sottile.

--Se lo ha davvero, è tanto sottile che non si vede,--sghignazzò il

freddurista dopo di averla fissata anche lui col cannocchiale.

Il Vharè guardò nuovamente Maria; ma non era più tanto pallida: vicino

a lei discorreva, seduto, il conte Giorgio Della Valle. Giacomo,

vedendolo appena, non pensò ad altro, si alzò, e salutati e

ringraziati gli amici della _barcaccia_, andò diffilato verso il palco

della d'Eleda.

Da uomo pratico, non voleva che gli scappasse l'occasione

d'incontrarsi con Giorgio in un terreno neutro e così di rompere il

ghiaccio, per il suo ritorno inaspettato.

La duchessa accolse il Vharè colla cortesia un po' fredda che le era

abituale; Giorgio, invece, gli dimostrò una sostenutezza molto

significante; ma, tuttavia, il Vharè non si perdette d'animo; cominciò

a discorrere di Gounod, di Borghignano, della _crisi_ ministeriale,

rivolgendosi ora a Prospero Anatolio, ora alla duchessa, senza mai

parlare direttamente con Giorgio, per non essere costretto a notare la

sua freddezza.

Solamente quando Giorgio si alzò per congedarsi, egli lo pregò di

presentare i suoi omaggi alla contessa Della Valle.

Giorgio gli rispose con un grazie, con un leggero inchino, e uscì.

Intanto, Prospero Anatolio che alle prime parole del Vharè sulla

_crisi_ ministeriale si era sprofondato, sospirando, ne' più gravi

pensieri, non ebbe agio di notare il contegno di suo genero, e

Maria... povera Maria!... era così commossa, da non capire quello che

le dicevano gli altri, e quasi, da non sapere nemmeno ciò che agli

altri rispondeva lei stessa. Il cuore le batteva forte, con violenza

dolorosa; brividi ghiacciati le correvano per le ossa, mentre una

fiamma calda le bruciava la faccia. La sala del teatro, che pareva un

vasto selciato di teste, e la curva dei palchetti luccicanti come

punti bianchi, gialli, verdi, le giravano d'attorno con vertigine

affannosa.

Il malumore del conte Della Valle, quantunque dagli altri due

inavvertito, a Giacomo, in sulle prime, riempì l'animo di dubbi e

d'inquietudini; ma poi pensò, che se fossero successe novità, Lalla

non gli avrebbe certo fatto segno di andare da lei l'indomani, e per

questo si acquetò interamente. Terminato lo spettacolo, senza

aspettare l'uscita della duchessina dal teatro, si avviò verso casa:

un quartierino mobiliato ch'egli teneva a pigione, e che durante le

sue lunghe assenze affidava alla custodia d'un vecchio servitore di

sua madre.

L'indomani, alle due, il marchese di Vharè domandava al portiere dei

Della Valle, se la contessa era in casa, e se poteva riceverlo.

--È in casa di certo, ma non so se riceve.

--Andate a vedere.

Il portiere uscì nella corte e suonò un campanello, che fece spuntare

la testa d'un servitore alla vetrata della galleria del primo piano.

--La padrona riceve?--gli gridò il portiere.

--Non so. Bisogna domandarlo ad Andrea.

Il portiere andò in cerca di Andrea, il quale ne chiese alla cameriera

e finalmente, dopo un quarto d'ora, il Vharè fu accompagnato e

introdotto dalla contessa.

--Se ogni volta che io vengo da lei--pensava Giacomo nel salire le

scale--si mette sossopra tutta la casa, sarà più prudente che venga

lei da me!...

Passò per un lungo quartiere, dove le sale dai mobili e dagli arazzi

antichi si succedevano le une alle altre, larghe, alte, silenziose. I

vetri delle finestre e le gelosie ermeticamente chiuse, le tendine

calate, impedivano all'occhio del visitatore di notare i capolavori

d'arte colà dentro raccolti.

A Giacomo pareva di attraversare un androne buio, interminabile,

spirante un'auretta fresca e profumata. D'un tratto il servo si fermò,

e sollevando con la mano la tenda di una portiera, inchinandosi fe'

cenno al Vharè di accomodarsi in un salottino dove c'era ancora più

buio che nelle altre sale. Giacomo entrò, ma poi si fermò su due

piedi, aspettando che gli occhi si abituassero nell'oscurità. Allora

un'onda odorosa lo avvolse, e mentre udiva ancora il passo del

servitore battere chiaro e secco, a mano a mano che si allontanava,

sul pavimento intarsiato delle sale, sentì dappresso il fruscìo di una

veste e proprio di contro a sè distinse la bianca personcina di Lalla

che, allungate le braccia, gli allacciava il collo, fissandolo

amorosamente, il capo arrovesciato, mentre i capelli le cadevano sul

volto, sulle spalle, e coprivano le mani di Giacomo, che la tenevano

sollevata.

Così, avvinti l'uno all'altra, Lalla camminando all'indietro, Giacomo

accompagnandola un po' curvo, strascicando co' piedi, per ischivare le

vesti, si avvicinarono ad un piccolo canapè e vi caddero insieme, a

sedere.

--Finalmente sei qui!...--disse Lalla con un filo di voce insinuante,

chinando, abbandonando il capo sul petto di Giacomo, che senza dir

nulla, respirava appena, colla bocca immersa nei capelli biondi

odorosi.

Tacquero lungamente: lei tranquilla, felice, fremendo dal corpicciuolo

esile, flessuoso, scosse di voluttà, compendiate in un lungo sospiro;

Giacomo pallido, commosso, fatto timido e rispettoso da un abbandono

così ingenuo e così sicuro.

Fu Lalla a parlare per la prima: Giacomo le rispondeva soltanto con

monosillabi, quasi inintelligibili. Quello della cara bambina era un

discorrere sommesso e appassionato; era un'anima che traboccava tutta

in un'altra anima.

Intanto, la vista abituandosi là dentro a poco a poco, vi si

diradavano le tenebre. Già si distinguevano benissimo alcune

pianticelle di gardenie, poste sopra due sgabelli dorati, di fianco

all'uscio, che lentamente chinavano la testina bianca, per udire che

cosa mai si dicevano quei due, così a bassa voce. Si scorgevano i

tulipani, di cui era fitto un panierino, collocato fra le tende nel

vano della finestra, allungare il collo; i garofani sbocciare dalla

curiosità; le azalèe, raccolte in una coppa di bronzo sopra una

colonnetta, in uno degli angoli del salotto, aprire, per ascoltar

meglio, i loro petali vermigli, mentre da una coppa intarsiata, che

pendeva giù dal soffitto, una campanula indiscreta si abbassava

allungandosi, più delle altre, per intendere quel linguaggio

nuovissimo, che, nel silenzio profondo della stanzetta, mormorava

misteriosamente come le note di un'armonia lontana. Ma tutti quei

fiori freschi e fragranti, testimoni e complici ad un tempo di quelle

ebrezze, non riuscivano a capir nulla. Soltanto un giglio il quale

aveva perduto un simbolico candore dell'innocenza, per farsi rosso

come il mantello del diavolo, pettegolo, sfacciato, ghignando e

mostrando dalla bocca enorme spalancata la sua linguetta viperina,

contava ad un mazzo di petunie che que' due, seduti là, così vicini,

facevano all'amore.

--Come ti voglio bene, Nino mio!--diceva Lalla.--Ho pensato sempre a

te, sai, continuamente, in tutti questi giorni. Quando ti allontani da

me, mi sembra che tu ti porti via la mia anima, qui dentro, in questo

taschino, sul cuore;--e Lalla scherzava colle dita in un taschino del

_gilet_ di Giacomo.--Allora me ne vado tutta sola nella mia camera, e

sto per ore ed ore sdraiata in una poltrona, fingendo di dormire per

non essere seccata. Ma non dormo affatto, sai, no; chiudo gli occhi

per vederti. Se tu sapessi come ti vedo bene, col tuo bel viso serio e

pallido; come ti vedo bene certe volte, col tuo sorriso cattivo, ma

che a poco a poco diventa dolce, melanconico, diventa carino carino...

così, come adesso!... Mi piaci tanto così, e mi sento tanto felice,

perchè mi sembra di essere io quella che ti fa diventare più

buono.--Che cosa sono io, per te?... Dimmelo. Giacomo la guardava

sorridendo, e taceva sempre.

--Ditelo subito, subito!--E Lalla aggrottava le ciglia in tono

imperativo, con una grazietta incantevole.

--Sei il mio angelo.

--Non hai detto--angelo--alle altre?... mai?... _mai_, Nino mio?

--No... ma...

--Che cosa _ma?_

--Volevo dire che... lo saresti un po' più, se tu lo fossi un po'

meno. Mi spiego?

--Sta zittino... subito!... non si dicono queste brutte cose!--Le

pareti hanno le orecchie e gli occhi, qui dentro: badaci.

--Ascolta, cara! l'appartamento è così lungo... mezz'ora prima si

sentirebbe camminare sui _parquets_, se capitasse qualcuno.

--Se capitassero visite!... Ma la Giulia? il papà, che è in casa

nostra tutto il giorno? la mamma? (se lo sapesse, sai, colla sua

severa morale, Dio Dio che spavento!...) e Giorgio?... Possono entrare

improvvisamente da una porticina segreta, che ti farò vedere nella

stanza qui appresso. E... ci sta bene, pare, quella porticina, se no,

lei non avrebbe giudizio!

--A proposito di... di tuo marito: ieri sera ci siamo incontrati, nel

palco della duchessa, e l'ho trovato molto sostenuto con me. Che

cos'ha?

--Non gli sei simpatico, te l'ho detto, e, siamo giusti, non ha tutti

i torti. Non gli sei simpatico, no, no, no! Ti tollera per un riguardo

alla mamma, dice lui, ma, in fondo, credo che gli manchi il coraggio

d'impormi di metterti alla porta. Oggi è andato in campagna, tornerà

stasera e, spero, non saprà che sei venuto, così potrai ritornare più

presto. Volevano che ci andassi anch'io in campagna; ma mi sentivo

poco bene--per andare in campagna, s'intende!--Non ho detto bugie

però, sai, la testa mi doleva davvero,--Quando iersera a teatro t'ho

fatto segno col ventaglio di venir qui, sei stato contento?... Sì?...

davvero davvero?... Fosti ben poco gentile, sai: dovevi almeno

mandarmi un bacio, per ringraziarmi! Come sarebbero rimasti sorpresi,

di', se ti avessero veduto colla tua serietà diplomatica a mandarmi un

bacio dal palchetto!...--E Lalla, a questa idea, che le pareva molto

ridicola, rise di cuore, coll'allegria schietta di una bambina senza

pensieri e senza rimorsi.

--Ma se... se non... se quell'altro non c'è?... Allora?...--Giacomo,

distratto, non ascoltava bene ciò che Lalla gli diceva.

--C'è la Giulia, t'ho detto, e poi, da un momento all'altro, aspetto

la mamma; anzi c'è da stupirsi che non sia ancora venuta. A proposito,

dimmi la verità, ma _la verità vera_, non t'è mai saltato in mente di

far la corte alla mamma?

--No, mai.

--Giura!

--Giuro.

--Che bel _fiascone_ avresti fatto!--E Lalla, battendo il palmo della

manina sulla bocca aperta si pose a dirgli la baia.

--Lo credo; ma non ho mai pensato di tentare.

--Perchè?...

--Perchè... non so, è una bella donna, pure...

--Oh! certo, più bella di me, non è vero?

--Tu mi piaci molto di più!

--Perchè ti piaccio di più?

--Perchè mi fai sentire nel cuore, nel sangue, ciò che non provo

affatto vicino ad una donna bellissima, anche più bella di te.

--Che cosa ti faccio, sentire, Nino?

--Sei terribile!... non credi, Lalla?

--Cattivo!...

--E la Giulia, dunque, anche qui come a Roma? Sempre fra i piedi.

--Sempre.

--Quando è arrivata?

--L'altro giorno.

--Che seccatura! Ci fosse almeno un cane che la sposasse!

--Adesso si tenta esplorando la provincia; ed io devo godermela a

tutto pasto.

--Perchè ti accomoda!

--Sei carino!... Sono io, vero, che comanda? Oh, se potessi fare a

modo mio, almeno un giorno!...--E Lalla sospirò con la rassegnazione

della vittima.

--Tu, per altro, avresti potuto liberartene con qualche scusa.

--Non sei contento di me?

--Niente affatto.--Così dicendo, Giacomo si alzò imbronciato,

lasciando Lalla sola sul canapè e andò a guardare alla finestra.

--Vedi, come sei?--mormorò Lalla, con una vocina piena di

lagrime.--Vedi come sei? Io mi ero fatta una festa pensando di stare

un'ora con te--io e te, soli, finalmente!--dopo tanti giorni che non

ci vedevamo; ho preparato quest'ora, tutta nostra, con mille noie, con

mille artifizi, che tu bene sai quanto mi costino, col mio

carattere... Ero così contenta, così allegra, e tu adesso... guasti

tutto! Ma, per altro, mi vendicherò, non dubitare! Avevo una bella

cosa da dirti, e invece, non te la dirò, ecco, perchè sei proprio

cattivo, cattivo, cattivo!

Giacomo non potè resistere,--con Lalla non sapeva lottare--e allora,

pensando che per una volta nella vita si può essere anche ragazzi, a

prezzo di tante e così nuove seduzioni, ritornò a sedersi vicino a

lei.

--Sentiamo.

--No.

--Che _cos'ha_ da dirmi?

--Nulla.--Adesso era Lalla che faceva il muso; un musino incantevole.

--Parla, andiamo; sarò buono, sono buono; a costo di essere.... un

imbecille!

--No... No!... Vada... Vada all'estero, raggiunga _la diva_; quella

non ha scrupoli, e non lo rende ridicolo!

--Perdonami!.... Ti domando; perdono!... Che hai da dirmi?...--Lalla

tenne ancora il musino, per un momento, ma poi fissò Giacomo, sorrise,

gli si avvicinò di nuovo e passando un braccio sotto quello di lui,

colla testina bassa, gli disse pianino pianino, giocando con una mano

colla catenella dell'orologio del Vharè:

--Mi confesso, non è vero?...

--Sì... sì...

--Ebbene... quando ti ho lasciato a Roma ho pensato fra me: adesso

bisogna fare un esperimento... Sai bene?... il rimorso...

--E che hai pensato?

--Ho pensato: se in questi giorni sento di poter vivere

sopportabilmente, senza di lui, se riesco qualche volta a

dimenticarlo, a non averlo sempre così vivo dinanzi agli occhi,

allora... allora quando egli arriva a Borghignano, non mi lascio più

vedere.

--Brava; benissimo!

--Mi confesso, dunque devo dire tutta la verità.--Allora pregherò

Giorgio di condurmi via l'estate senza dir dove; Giacomo pure mi

dimenticherà, ed io potrò ritornare buona, potrò ascoltare i consigli

della mamma e potrò vivere senza rimorsi. Pur troppo invece...

--Invece?...

--Invece ho capito che...

--Che cosa?

--Ho capito di volerti più bene... di quanto credevo! Giacomo la serrò

stretta sul cuore: Lalla si allungò, quasi strisciando, e gli baciò la

bocca.

Erano i primi baci ch'ella gli dava; ma adesso non aveva paura di lui,

sapeva di dominarlo bene e ci si arrischiava. Di più, Lalla, sentiva

ancora sulla propria bocca il contatto delle labbra viscide di Pier

Luigi e le pareva, così, di cancellare quell'impressione disgustosa.

In quei giorni si era anche facilmente persuasa che il bacio non era

poi questo gran peccato, se uno zio non si peritava di darne alla

moglie di suo nipote.

Cominciarono gli addii: Giacomo sarebbe ritornato tre giorni dopo, se

_quell'altro_ non ne avesse saputo nulla: già lei, onde prevenire le

domande, si era abituata a contargli sempre chi c'era stato a farle

visita; e perciò, anche se ne dimenticava qualcuno, non era questo--un

mentire!

Prima che il Vharè se ne andasse, prima di mandarlo via ebbe un altro

trasporto di tenerezza e di abbandono:

--Vedi, Nino,--gli diceva,--se tu lascerai che io ti ami sempre così,

senza voler urtare contro certe mie idee, allora ti vorrò ancora più

bene, e te ne sarò riconoscente con tutta l'anima!... Di', Nino, non

siamo più tranquilli, più contenti, più felici?... Il poter pensare

l'uno all'altro senza arrossire, è pure una gran consolazione, sai? E

poi, per me, vedi, c'è un'altra cosa che mi consola, che è una grande

parte del mio amore, quella di non essere costretta a rinnegarlo

dinanzi a Dio! Se tu sapessi la gioia che io provo quando prego per te

e se... se invece... capisci?... allora non potrei più pregare e certo

qualche grande sventura ci colpirebbe, forse... sarebbe tutto

scoperto... e non potrei vederti mai più!... E tu?... Tu non preghi,

non è vero?...

Giacomo sorrise, ma si sentiva un po' commosso.

--Tu non pregheresti nemmeno per me?... Tu non credi?... Cattivo! Come

sarei beata, orgogliosa, se un giorno potessi riuscire a farti

credere!

Il marchese di Vharè uscì da quella casa ringiovanito. Gli pareva che

gli fosse tornata la gioventù del cuore, e si sentiva la coscienza

soddisfatta per aver risparmiata quella donna.--Aveva tanto candore e

gli era tanto cara!... Certo che... un giorno o l'altro... non voleva

essere ridicolo; ma perchè si sarebbe affrettato a distruggere tutto

l'incanto di quell'abbandono lento del cuore e dei sensi che, a poco a

poco, avrebbero vinta la ragione... e il timore?... Alla fine poi non

poteva lamentarsi; progressi ne avevano fatti!...

Era proprio vero che la duchessina a Borghignano amava molto di più, o

amava meglio, il Vharè, di quanto non lo amasse a Roma. Ma se a Roma

il marchese di Vharè non rappresentava che un episodio della vita

elegante di Lalla, a Borghignano, invece, ne formava l'argomento

principale. In quella sua vita quieta tranquilla, senza distrazioni,

Lalla ricordava Giacomo più spesso, lo vedeva in quel mondo meschino,

_lillipuziano_, apparire ancora più diverso e più attraente degli

altri. Per tutto ciò, ella gli voleva anche più bene o, per lo meno,

credeva di volergliene di più. E poi, a Borghignano, la duchessina si

annoiava, e quando una donna sbadiglia, il diavolo, dice un proverbio

spagnuolo, le entra per la bocca e le va diritto sino al cuore.

Lalla era di gusto fine, delicato; aveva il temperamento e i nervi

aristocratici; per ciò, la corruzione profonda, ma raffinata, del

marchese di Vharè, si rivestiva agli occhi suoi di nuove attrattive al

confronto delle marachelle democratiche e trivialucce dei

giovani--provinciali--di Borghignano, le quali consistevano

nell'andare a cena colle coriste e le ballerine sudice e sbilenche,

nell'ubriacarsi rumorosamente col vino da fiasco o colla birra, nel

rovinarsi, a poco a poco, ai tavolini delle trattorie e colle carte

nostrane, senza il lusso e l'effetto drammatico di una bella

catastrofe rumorosa.

A Borghignano il fior fiore dell'aristocrazia mascolina era

rappresentato dai fratelli Tangoloni de Lastafarda, che godevano molto

credito ed erano molto invidiati perchè si vestivano a Milano, perchè

avevano amici a Milano, perchè partivano per... o arrivavano da

Milano, ogni altro giorno. Erano sempre insieme, questi due. vestivano

collo stesso _taglio_ e colle stesse stoffe dello stesso colore,

all'inglese, ed erano cretini, tutti e due, alla Nazionale. Il più

giovane certo, aspettando il suo turno, faceva intanto da _moretto_ al

maggiore. Il maggiore dei Tangoloni diceva una qualche spiritosaggine?

Il minore correva a ripeterla nei salotti e nei palchetti. Il maggiore

faceva la corte ad una signora?... Il minore, in segretezza,

spifferava la gran notizia a tutta Borghignano, e spesse volte, per

l'onore della famiglia, aggiungeva di suo. Tangoloni seniore parlava

col prefetto? Allora Tangoloni _iuniore_ andava raccontando al club e

al caffè:--mio fratello discorrendo col prefetto lo ha consigliato

a...--oppure:--il prefetto, trovandosi con mio fratello, gli ha

confidato che...--e così via, di seguito. Del resto i Lastafarda erano

ricchi, di buona nobiltà, e a Borghignano _dittatoreggiavano_ senza

accordare punto costituzioni; e il novellino, che stava lì lì,

titubante e desioso per ispiccare il primo volo nel bel mondo, doveva

sottostare al noviziato, entrare nel seguito dei Lastafarda ed

aspettare che uno dei due fratelli lo prendesse a braccetto

trattandolo col--tu:--fatto, codesto, col quale a Borghignano, dalla

mattina alla sera, si passava dalla plebe all'aristocrazia, dalla

gente ordinaria alla _compagnia dei nobili_.

Un altro astro di primo ordine era rappresentato dal marchese di

Toscolano, nobile come Bajardo, spiantato come San Quintino; costui

non aveva che una passione, ma sfrenata, quella dei cavalli. Passione

divisa, del resto, da tutta l'aristocrazia genuina o assimilata di

Borghignano, che sapeva a memoria la vita ed i miracoli di tutte le

rozze sfiancate che passavano sotto i _brum_. Il marchese di Toscolano

aveva un cavallo solo, in scuderia, e gli aveva messo nome

_Adamastor_, mentre sarebbe stato meglio battezzarlo Bortolo o

Pasquale, per la sua andatura lenta e monotona, che gli dava l'aria

pacifica e rassegnata d'un vecchio impiegatuccio a milletrecento, che

trotterella, curvo e striminzito, da casa all'ufficio.

Il Toscolano non faceva nient'altro, in tutto il giorno, che visitare

le varie scuderie degli amici, e così, qualche volta, dalla corte

passava al _piano nobile_ a salutare le signore, sempre con gli sproni

agli stivali, i calzoni scamosciati, lo scudiscio in mano e,

tutt'intorno, un puzzo da mozzare il fiato.

Il marchese aveva poi un'abitudine, che ingenerava molta confusione: i

cavalli, i cocchieri e le signore chiamava soltanto col nome di

battesimo: Adamastor, Dirce, Vandalo, Fanny, Sandro, Cecco, Toni;

l'Ippolita, la Jenny, la Norina.

Un altro bell'originale era Gianni Rebaldi, un omaccione sulla

cinquantina, con una gran zazzera bionda, ritinta, spaccone scempiato,

e sussurrone fastidioso, coll'aggiunta di una velleità seccante,

quella di ostinarsi, col mezzo secolo in groppa, a voler fare il

ganimede e il giovinottino che cerca moglie.

Gianni Rebaldi aveva trascorso a Bologna la prima e la seconda

gioventù, divorandosi tutto il patrimonio fino alle ultime briciole e,

adesso, a Borghignano, coll'aiuto delle signore, ripristinava, per suo

proprio conto una specie di _diritto d'asilo_. Egli sfuggiva dalle

persecuzioni dei creditori insediandosi, per mezze giornate, in un

salotto o in un altro, discorrendo delle avventure di Bologna, delle

feste di Bologna, delle signore di Bologna, tutto di Bologna,

accapigliandosi sovente coi due Lastafarda, i quali pretendevano,

invece, che a Milano, soltanto a Milano, vi fosse tutto il bello e

tutto il buono del mondo.

Attorno a costoro, qualche avvocatino sentimentale e senza clienti,

qualche piccolo vice-segretario di prefettura, qualche ufficialetto

dilettante di musica, e i gran _lions_ di Borghignano c'erano tutti.

Si può immaginare dal quadro il bel divertimento di Lalla!... Essa

sentiva come un sollievo, come un'eco della vita elegante di Pegli e

di Roma, abbandonandosi alla passioncella pel Vharè; e mentre

aspettava ansiosamente il suo arrivo, aveva intanto scritto lei alla

Giulia, quantunque al Vharè avesse lasciato credere il contrario,

perchè venisse subito a tenerle compagnia a Borghignano. Lalla capiva

già che il marchese Giacomo sarebbe stato molto più forte a

Borghignano di quanto non lo fosse stato a Roma, e perciò aveva

chiesto il ritorno della Giulia, nella quale ella avrebbe avuto un

pretesto sempre pronto da adoperare all'occorrenza, una salvaguardia,

una inconscia e potente alleata.

Poi, anche in casa, la vita di Lalla sarebbe stata troppo monotona

senza il soccorso del brio e delle effervescenze della Giulia. L'amore

profondo di Giorgio, tenero, rispettoso, era sempre uguale, senza

burrasche, senza le seduzioni dell'ignoto e dell'impreveduto. Prospero

Anatolio, che colla Giulia faceva l'amabile e l'accompagnava in

carrozza al passeggio, con Lalla diventava serio, tanto per far

credere che, in politica, lui aveva più peso di suo marito, e le

riferiva, parola per parola, le interminabili discussioni del

Consiglio Comunale, e i discorsoni ch'egli preparava e teneva in serbo

per l'apertura del Senato. Maria, malaticcia, melanconica, aveva

sempre pronto qualche buon consiglio od una qualche opportuna

rimostranza. Discorreva a lungo colla figlia de' suoi affetti, de'

suoi doveri e del suo avvenire; ma quanto era spontanea l'effusione di

Maria, altrettanto Lalla l'ascoltava sommessa in apparenza, con un

raccoglimento forzato che, il più delle volte, nascondeva a stento uno

sbadiglio: uno sbadiglio leggero, che poteva anche passare per un

sorriso. Così per tutto questo, il Vharè tornava carissimo a Lalla che

otteneva da quell'idillio coll'avvenente marchese distrazioni nuove e

piacevoli, che alleggerivano la noia delle lunghe giornate. In un modo

o nell'altro, riuscivano a vedersi ed a parlarsi frequentemente.

Giacomo in casa non le poteva fare più di due visite alla settimana, e

soltanto, ma ben di rado, quando il conte Della Valle andava in

campagna, oppure era in seduta al Consiglio Provinciale, ne

arrischiava una terza. Adesso era Giorgio che domandava alla moglie se

aveva avuta la visita del Vharè, e quando gli aveva detto di sì, egli

s'imbronciava, ma senza fiatare, ciò che faceva sorridere e divertiva

Lalla moltissimo.

Invece il marchese Giacomo si faceva assiduo in casa d'Eleda, dove

incontrava Lalla senza destar sospetti e dove, accattivatosi Prospero,

lusingandolo nella sua vanità d'uomo di Stato, vi era ricevuto

benissimo. Poi, Lalla e Giacomo combinavano d'accordo visite e ritrovi

presso qualche comune conoscente, e non si peritavano nemmeno di

commettere l'imprudenza, che più tardi dovettero pagare ben cara, di

fissar convegni per istrada, e di fare insieme un breve tratto di via.

Una volta Giacomo si arrischiò di proporre all'amica una rapida volata

nel suo piccolo quartierino--sicuro per ogni verso;--ma Lalla rispose

subito che--quella cosa lì, non l'avrebbe mai fatta.

Oltre agli incontri, ai ritrovi, agli appuntamenti, c'era anche

l'aiuto del teatro, quand'era aperto, del caffè nelle sere di musica,

delle riunioni private, dei concerti; e tutto questo complicatissimo

orario veniva combinato, diretto ed anche modificato all'occorrenza,

da uno scambio, da un andirivieni continuo di libri che servivano pel

solito sistema di corrispondenza che Lalla aveva già usato, la prima

volta, col Frascolini, e che adesso aveva insegnato lei,

l'innocentina, a quel suo don Giovanni, tanto vecchio del mestiere.

Di mandar lettere non si fidava, e diceva al Vharè, sovente, tanto per

scusarsi:--quando mi metto allo scrittoio e comincio a scriverti, mi

sento presa da una soggezione strana che mi turba, mi confonde, mi fa

perdere le idee e le parole. Tu hai tanto ingegno! Tu sai tante cose,

ed io, invece, non sono altro che una povera... ignorantina!

Certi rispetti al passato, il--pudore delle memorie--essa non lo

sentiva affatto. Un giorno, rovistando a caso in uno scrignotto, le

era corso fra le mani l'anellino di Sandro, e Lalla, anche un po' per

liberarsene lo affidò _in deposito_ al Vharè, facendogli credere che

lo aveva ricevuto in dono, per la sua prima comunione, dalla zia di

Genova; la famosa marchesa vecchia e sorda.

L'ascetismo poetico, non solo durava vivo in quell'idillio

sentimentale, ma cresceva sempre d'intensità. Adesso il Vharè era

costretto a tenersi chiusa nel portafoglio una piccola medaglina

benedetta; e tutte le volte che erano soli nel salotto, Lalla gli

toglieva con una carezza il portafoglio di tasca, lo apriva, ne

frugava i segreti, levava la medaglina, la baciava, e voleva, colle

sue moine, che la baciasse anche lui, cosa che il Vharè non rifiutava

di fare, dopo però di avere imposto a Lalla, ed ottenuto, qualche

dolce compenso. Quindi, finite le divozioni, essa gli riponeva il

portafoglio nella tasca dell'abito, e si fermava qualche momento colla

mano sul petto di Giacomo, per sentirne i battiti del cuore. Un giorno

ch'ella lesse in un libro di preghiere, tradotto dallo spagnuolo,

un'_Ave Maria_ in versi, inspirata e gentile, volle, ad ogni costo,

che il Vharè l'imparasse a memoria: se lo fece inginocchiare dinanzi,

sorridendo voluttuosa, le mani nei capelli di lui, che la teneva

abbracciata per la vita e baciandogli la bocca, gli occhi, la fronte,

gliela fece ripetere tante volte, finchè Giacomo la potè dire da solo.

Lalla s'era messa in mente d'essere come una specie di piccolo

missionario, che sperava, riconducendo la pecorella smarrita al buon

pastore, di scusare, e quasi di rendere meritorie le sue scappate. Si

sa bene, se alle volte doveva pur sottomettersi e doveva cedere,

concedendo qualche piccolo premio a quel peccatore così difficile da

convertire, anche Domeneddio avrebbe dovuto chiudere un occhio e forse

tutt'e due... per il trionfo della fede. _Il fine giustifica i mezzi_;

tuttavia la duchessina non avrebbe sempre potuto cantar vittoria se

anche la Provvidenza non l'avesse aiutata.

Erano diversi giorni che il Vharè si faceva vedere imbronciato.--Così

non la può durare--borbottò con l'amica.--Sento, capisco, non mi

volete bene.--Lalla protestava; si stringeva nelle spalle sospirando,

gemendo, spremendo qualche lacrimetta dagli occhi bellissimi e... non

si andava più in là.

Che fare?...

Il Vharè cominciava ad essere seccato, arrabbiato, nervoso:

--Era tempo di concludere, ormai, o di finirla.

Ma faceva i conti senza l'astuzia finissima di Lalla, ed

insensibilmente le si era troppo legato per poterla lasciare.

Stavano così le cose, quando la _Prefettessa_ di Borghignano,

nell'occasione del proprio onomastico, offrì alle varie notabilità del

Comune e della Provincia, una serata di gala.

A Borghignano, l'aristocrazia affettava di non intervenire ai

ricevimenti pubblici del Prefetto, prima di tutto perchè il Prefetto

rappresentava un Governo di _sinistra_, e i Lastafarda avevano

riferito che anche a Milano la nobiltà, quella pura, non si lasciava

vedere in simili riunioni, e poi perchè, naturalmente, vi era ammesso

_un po' di tutto_. L'aristocrazia di Borghignano era un'aristocrazia

spiantata, che teneva molto al sangue e ai titoli, anche per il resto

che se n'era ito, e con una invidia assaettata, odiava i _nuovi

ricchi_, i quali, se avevano lasciati i blasoni al loro posto, s'erano

impadroniti delle ville più grasse e dei palazzi più splendidi. Così

. . . . la rancida

Muffa Patricia

credeva di vendicarsi contro le sopraffazioni del denaro, sfoggiando

un'alterigia altrettanto impertinente quanto ridicola. Dal Prefetto

dunque i _corpi santi_, come si chiamavano le matrone meglio

inquartate, non comparivano affatto; soltanto i loro mariti, per

convenienza e per curiosità, vi facevano una fugace apparizione,

tenendosi appartati e cuciti sempre insieme, alle falde, gli uni cogli

altri, temendo quasi di perdersi in quel _bailamme_, silenziosi, duri,

impettiti, come i congiurati nel _Ballo in maschera_. Lalla, figlia

del senatore e moglie del deputato di Borghignano, non poteva

rifiutare l'invito, e poi aveva troppo ingegno e troppo spirito per

patire simili bizze; tuttavia non volendo correre il rischio di

_restar sola_, condusse la Giulia con sè.

Questa paura era esagerata: per amore o per forza sarebbe intervenuta

alla festa anche la moglie del generale Calandrà, una baronessa

polacca, papista sfegatata e _arciduchina_ in fondo all'anima; secca

di corpo grulla di spirito e attempatuccia; rigonfia, a chiacchiere,

di principî e di morale; in pratica, spavento e arpia dei giovani

ufficiali d'ordinanza di suo marito, che li voleva scegliere sempre

lei, che li voleva sempre scapoli, assoggettandoli a servizi

straordinari, non contemplati dai regolamenti. Poi non avrebbe nemmeno

potuto mancare ad una festa data dal Prefetto la moglie del Presidente

del Tribunale, una piemontesona coll'_erre_, che nasceva dai Bertù di

Saint-Florin de la Baltea, sciocca, linfatica, schifiltosa e

pettegola, che girava attorno con un'aria balorda, che parea dire a

quel volgo in guanti bianchi:--_tireve-'n là, i veui pa

spörcheme_.--Maria no: Maria non si lasciò vedere nonostante le

sollecitazioni di Prospero, il quale voleva diventar popolare per le

solite elezioni del quinto dei consiglieri comunali. La duchessa

d'Eleda non aveva lena di muoversi, di affaticarsi. Tutte le sere le

veniva la febbre, e perciò era sempre più debole e più sofferente.

--Sarò stasera al ballo del Prefetto,--diceva _Le journal d'une

femme_, del Feuillet, mandato da Lalla a Giacomo.--Non so se vi potrò

venire,--rispose la _Conquête de Plassans_, rimandata dal marchese

alla duchessina. Il Vharè, certo, non voleva mancare alla festa, ma

rispose così per mostrarsi in collera.

L'appartamento del Prefetto, illuminato a spese della Provincia,

lasciava molto a desiderare in fatto di buon gusto: le sale parevano

quelle di un albergo, riempite, per l'occasione, col mobilio di tutta

la casa. Le stoffe dei canapè e delle seggiole erano differenti di

tessuto e di colore, forse in omaggio ai vari _partiti_ politici che

vi erano ospitati. Povero l'apparecchio, i servitori portavano i baffi

e si vedevano rinfagottati nelle livree stinte coi bottoni lustri.

Anche le signore, meno poche eccezioni, erano di una bellezza e di una

eleganza da far innamorare un pittore di pappagalli. Alcune, fra le

altre, mogli rispettabili di qualche consigliere comunale o

provinciale, o di qualche regio impiegato, s'erano messe intorno, per

fare del lusso, tutto il guardaroba, e il tesoro di famiglia, dalle

buccole di corallo al bel medaglione di lava del Vesuvio. Andavano

guernite con nastri a mille colori, che sulle tuniche chiare, di seta

greggia, o di _grenadine_ celeste, stonavano maledettamente, come il

pianoforte della sala da ballo, anche quello di proprietà della

Provincia. Di tanto in tanto si vedevano dondolare braccia nude,

secche e nere, che ricordavano le lingue affumicate; ma la maggioranza

era rappresentata dalle donne grasse, rigonfie, colle spalle nude

picchiettate da rosse bollicine che la cipria non riusciva a

nascondere, e con quel tutt'insieme di poco pulito, esalante un odore

di sudaticcio, che si potrebbe dire il profumo della fedeltà

coniugale, perchè, si sa, la donna, in generale, non si trascura... se

ha degli amanti.

Lalla, la Giulia, la Bertù e la generalessa, corteggiate da Gianni

Rebaldi, da qualche ufficiale di cavalleria e da due o tre piccoli

segretari di Prefettura, formavano un circolo a parte.

Lalla, nascondendo le risatine, dietro il ventaglio, si divertiva a

mettere la gente in caricatura, e la Bertù arricciava all'aria il naso

aquilino, sempre malcontenta di tutto e di tutti e toglieva

addirittura il respiro colle sue interrogazioni inconcludenti e

scipite. Parlava senza mai una battuta di pausa, come il _tè-tè-tè-tè_

monotono e stonato di una trombetta di legno. E voleva sapere se

quella signora vestita di verde era ricca, se quell'altra coll'abito

giallo aveva figliuoli, se questa in lilla andava d'accordo con suo

marito; domandava il nome e l'indirizzo e i prezzi delle sarte, delle

modiste, e discuteva sulle vesti, sulle acconciature e sui buoni

costumi, con un calore, che avrebbe fatto ridere, se però avesse

seccato meno. La sua vittima principale era la Giulia, che le

rispondeva distratta, essendo occupatissima nel tener vive, ad un

tempo, le speranze di quattro innamorati.

Il conte Della Valle discorreva di politica col Prefetto e

d'amministrazione col Presidente dei _Luoghi Pii_, mentre Prospero

Anatolio dava il braccio, accompagnandola in giro per le sale, alla

moglie di un celebre avvocato ultra democratico ch'era il _leader_

dell'opposizione municipale. E quando il duca passava con quel carico

vicino a Lalla e alla Giulia, evitava di guardarle.

Oh! parlava spedito, quella sera, Prospero Anatolio: l'avvocatessa non

poteva esercitare su di lui i fascini occulti che gli legavano la

lingua! Era un donnone colossale, colle spalle e colle braccia rosse e

rigonfie. In capo aveva un'acconciatura di penne bianche e di fiori

finti, con le fogliuzze d'oro; vestiva un abito di seta chiara, a

strie verdognole, guernito con bottoni d'acciaio brillantato. Al collo

portava una collana di perle false, nelle orecchie smeraldi di Murano,

in mezzo al petto, enorme e sformato, uno spillone di filagrana, con

una miniatura rappresentante la Piazzetta di S. Marco e la laguna.

Aveva la bocca grande, il labbro superiore ornato da due baffetti da

_matricolino_, i denti guasti e il naso a ballotta. Per farsi bionda,

essendo rossa di capelli, s'era coperta di cipria e ne aveva sul

collo, nelle orecchie, sulle braccia, tanto da infarinare la giubba di

Prospero Anatolio, che non poteva a meno di sentire una certa

ripugnanza scorgendo un cordoncino annerito dal sudore e dall'uso, il

cordoncino del corsè, che usciva fuori, di dietro, sulle spalle, fra

il candido fisciù dell'ampia scollatura, rivelatore indiscreto di

certi misteri che non destavano curiosità. Portava i guanti bianchi,

ad un bottone solo; le braccia erano coperte da braccialetti d'oro, di

tartaruga, di corallo e di _venturina_. Camminando, la fiera

avvocatessa, faceva il passo dell'angelo, sventolandosi con un

ventaglio di struzzo, che perdeva le piume, appeso ad una catenella di

_nickel_ legata attorno alla vita, e dimenandosi tronfia, per essere

al fianco del duca d'Eleda, pur non ascoltando altro che

distrattamente tutto ciò che Prospero Anatolio le diceva d'amabile,

occupatissima com'era ad osservare se _quelle altre_ la vedevano così

accoppiata, e se la vedevano tutte, e se, finalmente, crepavano di

rabbia!...

Tuttavia, la signora aveva una punta di amarezza, in mezzo alla sua

piena felicità: sapeva di non dover quel trionfo ai propri meriti

personali, ma invece... a suo marito!... Era costui un omiciattolo

scarno, gobbo e irrequieto, insaccato nella giubba logora e con un

dito sempre nel naso, forse per impedire alle idee di scappar fuori da

quella parte. Permaloso e aggressivo nella vita pubblica, era docile

assai con la moglie, la quale, per vanità, volendo sfoggiare in

pubblico il suo predominio su quel piccolo Robespierrino, si godeva a

mortificarlo con spostature e rispostacce che impacciavano abbastanza

il duca d'Eleda, non abituato a quelle beghe, ma che poi anche lo

vendicavano di quello sgorbio addottrinato, del quale aveva dovuto

inghiottire più di una volta, nelle sedute del Consiglio Comunale, le

demagogiche requisitorie.

Il marchese di Vharè entrò l'ultimo: la festa era già cominciata da un

pezzo. Con un'aria di noia e di sonnolenza altrettanto di _buon

genere_, quanto era poco lusinghiera per la riunione, egli si guardò

attorno stringendo le palpebre in cerca della padrona di casa, e

quando l'ebbe veduta in un angolo, in fondo della sala, si avviò

diritto verso di lei e le strinse la mano con dimestichezza,

sorridendo appena, a fior di labbra, in un modo che voleva

dire:--Capisco che vi dovete seccare assai e vi compiango

sinceramente.--Poi passò vicino al Prefetto e gli fece un saluto

distratto, con un cenno del capo, come se già lo avesse veduto poco

prima; quindi si fermò un momento, cercando intorno cogli occhi e,

alla fine, quando ebbe scoperto le quattro signore appartate, mosse

adagio verso il gruppo, stringendosi coi gomiti per non urtare la

folla e strisciando leggero co' piedi, per evitare gli strascichi.

Giunto dinanzi all'eletto circolo s'inchinò tre volte, in tre tempi e,

sempre senza dire una parola, senza curarsi particolarmente di Lalla,

si adagiò, stirandosi, sopra uno sgabello vicino alla Giulia, le tolse

il ventaglio e cominciò a farsi vento, scompigliando l'esercito timido

dei piccoli adoratori e facendo subito allontanare Gianni Rebaldi, che

passò vicino alla Bertù.

La Saint-Florin de la Baltea si scagliò su Rebaldi. _té-té-té-té_, per

conoscere gli anni, le rendite e il casato del marchese Giacomo.

Gianni Rebaldi che lo odiava per invidia, quantunque ci mettesse molta

buona volontà, non riuscì a calunniarlo altro che a proposito degli

anni; ma il naso della Bertù ch'era rimasto indifferente

all'enumerazione dei debiti del Vharè fatta con l'accanimento di chi

non paga i propri, si arricciò quando sentì dire che quel marchesato

non era autentico e si contorse scandalizzata al racconto delle

audacie galanti del marchese, perchè la signora Bertù di Saint-Florin

de la Baltea era assai schifiltosa in fatto di morale.

La contessina Giulia era bellissima quella sera, e il Vharè si godeva

a farla ridere, per vedere i dentini bianchi apparire fra le labbra

umide e rosse. Lalla, un po' mortificata, osava appena di rivolgere,

colla sua voce più morbida, qualche paroletta a Giacomo, che le

rispondeva distratto, mostrandosi solo occupato della sua bella

vicina. Intanto colla Prefettessa, che passava e ripassava strizzando

l'occhio, facendo frequenti e rapide corse in quella piccola riunione,

prendendo viva parte ad ogni discorso che vi si faceva, mostrando

chiaro come col cuore fosse tutta lì in mezzo, quantunque i pesi della

rappresentanza la obbligassero altrove, si stava combinando un

_carrè_, per i primi _lancieri_; un _carrè_ a parte, fra loro sole,

composto dalla Bertù, dalla Calandrà, dalla Giulia e da Lalla. A poco

a poco anche il Prefetto, il Generale, il conte Della Valle e Prospero

Anatolio, che con bella maniera aveva deposto il carico avariato, si

accostarono al circolo, e allora, trovandosi tutt'insieme, come in

famiglia, respirarono più liberamente, cominciarono a ridere ed a

scherzare.

Giulia si alzò la prima, perchè si sentiva sete; il Vharè le offrì il

braccio e la condusse al _buffet_. Là s'intrattennero più del

necessario, discorrendo fra di loro soli, pianino; Giulia,

coll'intenzione di far risolvere, mediante lo stimolo della gelosia,

l'uno o l'altro dei suoi timidi pretendenti; Giacomo, recitando

apposta quella commediola perchè la Della Valle ne dovesse soffrire, e

siccome egli sapeva bene la sua parte, il gioco gli riusciva

pienamente. Infatti furono presto raggiunti dalla duchessina e da

Prospero Anatolio che, anche lui senza parere, non perdeva mai di

vista la Giulia, come fa un vecchio avaro col suo tesoro. Lalla era

nervosa e non si sentiva più tanto sicura, tanto padrona di sè.

L'ultima volta che s'era trovata col Vharè c'era stato un po' di

burrasca: Giorgio, proprio all'indomani della festa del Prefetto,

doveva andare in campagna, e il Vharè, avendolo saputo, voleva un

appuntamento; ma Lalla era stata risoluta a non volerlo concedere, e

da ciò la collera e i dispetti...

Dall'altra sala, frattanto, giungeva allegra la musica del _valzer_ e

il frastuono vivace, animato delle varie voci confuse col fruscìo

delle vesti. Giacomo fece un cenno alla contessina Giulia,

inchinandosi sorridendo: la fanciulla rispose accettando l'invito, gli

si appoggiò mollemente con una mano sulla spalla, e tutti e due,

stretti insieme, sparirono, travolti come da un'onda, in quel turbine

di colori e di luce, per ritornare poco dopo, Giulia al braccio del

Vharè, col volto acceso, il seno palpitante, spirando dal languido

atteggiamento di tutta la persona l'ebbrezza goduta in quella volata

rapida e voluttuosa.

Il duca Prospero non volle più saperne di simili corteggiamenti:

appena la vide, le mosse incontro, la prese lui con bel garbo sotto il

braccio e la ricondusse a sedere accanto alla Bertù. Lalla e il Vharè

rimasero così faccia a faccia, e come fossero soli, perchè in mezzo a

gente che non conoscevano e che non dava loro nessuna noia: tuttavia

un po' impacciati, per trovarsi giunti al momento desiderato e

aspettato con tanta ansietà.

--Cattivo!...--balbettò Lalla con un filo di voce. Giacomo la guardò

fissamente, senza parlare.

La musica del _valzer_ era finita, e adesso l'instancabile maestro

cominciava sul pianoforte i primi accordi che preludiano i _lancieri_,

mentre le coppie si univano, si avviavano chiacchierando al loro

posto.

--Li ha già impegnati questi _lanciers_, signora contessa?--domandò

Giacomo finalmente, con un leggero tremito nella voce.

Lalla alzò i grandi occhi sopra di lui con due lacrimone belle che li

rendevano ancor più dolci e insinuanti.

--Sì... con te!

Giacomo le offrì il braccio, e lei, nel passar di sotto colla mano,

trovò il destro di pungerlo forte, fin nelle carni, colle sue

unghiette di madreperla, così bene affilate. Il Vharè impallidì, poi

sorrise, premendo col suo braccio il braccio nudo della duchessina.

La pace era fatta.

Le coppie della Calandrà, della Bertù, della Giulia si erano già messe

di fronte: Lalla col suo bel cavaliere venne a compire il _carrè_, ma

quel _carrè_ non fu certo un modello di ordine, nè di compostezza:

Gianni Rebaldi, che non ballava, si divertiva a fare lo spiritoso, a

cacciarsi in mezzo alle coppie, così grosso e bracalone, durante i

_traversez_ e i _retraversez_, a imbrogliare un _demi-ronde_ o un

_tour de mains_, a dare indicazioni sbagliate colla voce fessa e

uggiosa, ridendo sgangheratamente quando riusciva a confondere tutta

la _figura_.

Le signore, tranne la Bertù che girava attorno severa, composta, colla

maestà ch'era fusa nel sangue dei Saint-Florin, secondavano il chiasso

animatamente, dando la beffa a Gianni Rebaldi e percuotendolo

leggermente coi ventagli e chiamando la Prefettessa perchè gli

comandasse di smettere, di stare zitto, di andar via; e tutto ciò

accresceva il disordine, la confusione, il brio schietto e disinvolto

che tutti gli altri _carrés_, i quali compivano il _dos-à-dos_, la

_visite_, la _promenade_ e la _reverence_, taciti, composti, senza mai

confondersi nelle _figure_, osservavano, invidiavano e disapprovavano

scandalizzati.

Lalla aveva perduta ogni prudenza: parlava troppo, e sempre a bassa

voce, col Vharè. Negli intervalli gli si appoggiava al braccio con

languido abbandono e, quasi sempre, distratti tutti e due, erano

chiamati all'ordine dalle altre coppie. Quando, per le combinazioni

delle varie _figure_, Lalla doveva dare il braccio ad un altro

cavaliere, continuava a fare segni e a rivolgere a Giacomo occhiatine

e parolette che sottintendevano discorsi interi, mentre Giorgio, che

non la perdeva di vista, si faceva, a mano a mano, più serio e

imbronciato.

Il frastuono, la vivacità, il calore crescevano sempre: Gianni Rebaldi

era riuscito nel più bello d'un _chassez croisez_ ad allontanare dalla

sua dama un ballerino poco esperto e a mettersi lui al suo posto.

Lalla, che di solito nel _tour de mains_ e nella _chaîne_ offriva due

dita sole al cavalieri, adesso invece, quando incontrava la mano del

Vharè la stringeva fortemente, segandola colle unghiette che si

sentivano bene anche sotto i guanti. La confusione raggiunse il colmo

alla _chaîne_ finale. Chi passava da una parte e chi dall'altra,

incrociandosi rapidamente, vorticosamente, ridendo e vociando,

sfogandosi in un'allegria obliosa, espansiva, correndo e saltellando,

fermandosi ad ogni tratto per salutarsi, per inchinarsi e poi per

ritornare a correre e a girare attorno, storditi e anelanti. Era una

vertigine di colori, di spalle nude, di capelli biondi e neri, di

faccie pallide, di occhi scintillanti; un disordine ed un eccitamento

nuovo dei sensi istigati e irritati dal continuo stringersi delle

mani, dal premere delle braccia, dallo strisciar dei fianchi e delle

vesti, mentre le orecchie rimanevano intronate da quella musica del

cembalo chiara, pettegola, che ripeteva insistente il monotono

ritornello dei _lancieri_, affrettandolo nelle ultime battute con una

vibrazione più calda e più animata.

La Bertù era già uscita dal _carrè_ prima che il ballo finisse; Gianni

Rebaldi, rosso invasato, il colletto della camicia molle di sudore,

dondolante, sventolandosi col fazzoletto, facendosi becero per la

smania di sembrar disinvolto, finì collo sdraiarsi, sghignazzando,

sopra una lunga poltrona vicino al _buffet_, dove ingoiò mezzo

pasticcio con una bottiglia di Marsala.

Lalla, accesa in volto, il respiro ansante e gli occhi che le

sfavillavano, come se quei tepidi _lancieri_ avessero sollevate per

lei le complici ebbrezze del _valzer_, si appoggiava colla piccola

personcina, tutta rorida e fremente, al braccio di Giacomo, che doveva

ricondurla nel solito cantuccio dell'altra sala, fra la contessina

Giulia, la Generalessa e la Bertù.

--Dunque?... Domani?... le chiese il Vharè, sottovoce.

Lalla lo guardò appena, timida, amorosa, poi palpitando più forte e

premendogli il braccio con le dita della mano, ch'ella vi aveva

appoggiata, chinò il capo senza rispondere.

--Alle due?--insistè l'altro.

La duchessina non lo guardò, ma rispose un _sì_ lento, quasi

inintelligibile, che corse con un brivido per le vene di Giacomo.

Quando il Vharè l'ebbe accompagnata al suo posto, s'inchinò

salutandola; girellò qua e là per la sala, discorrendo coll'uno o

coll'altro del più e del meno, ma presto sparì dalla festa. Il suo

scopo, ormai, era stato raggiunto.

--Avevi da parlare di cose molto importanti, col signor

Vharè?--domandò Giorgio alla moglie, mentre si spogliavano per andare

a letto.

--M'è venuta una buona idea; voglio persuaderlo a sposare Giulia.

--È un'idea pazza!... Uno spiantato pieno di debiti e di vizi!... Non

incaricartene affatto, e ricordati: meno colui ti verrà fra i piedi,

più ne sarò contento.

Quel tono aspro e freddo, quella severità del marito, mentre Lalla era

così piena di dolci ricordi della serata, la irritò, le sembrò cosa

cattiva, ingiusta, e Giacomo le diventò, per il contrasto, ancor più

piacente e più caro. Essa rispose a Giorgio con altrettanta durezza ed

ironia:

--Senti, caro: io non posso, nè voglio fare degli sgarbi a chi è

sempre stato amico della mia famiglia, a chi è sempre stato molto

gentile con me, senza mai mancarmi nè di riguardo nè di rispetto. Se

tu vuoi metterlo alla porta, buon padrone; ma tocca a te: sei tu...

l'uomo forte.

Non era il primo caso, codesto, nel quale Lalla si mostrasse adirata;

ma le altre volte Giorgio smetteva subito la bizza e le domandava

perdono, accarezzandola. Invece, quella notte, tacque imbronciato; e

mentre Lalla, svestita e inginocchiata dall'altra parte del letto,

diceva le sue orazioni, Giorgio, coricato, cominciò a leggere il

_Diritto_. Lalla fini di pregare, si segnò, baciò l'amuleto che teneva

appeso sul capezzale, e leggiera, svelta si tuffò sotto le lenzuola.

Giorgio continuò imperturbabile a leggere il _Diritto_. Quella

resistenza era affatto nuova e Lalla ne rimase un pochino

impressionata. Ma Giorgio non leggeva: meditava, assorto col pensiero

nel Vharè e nelle parole di sua moglie. Certo, da molti anni colui era

l'amico della famiglia d'Eleda... l'amico di Maria. Il dubbio,

persino, gli ripugnava, ma... Ma pure, vedeva ancora Maria e Giacomo

come in quella triste mattina, così per tempo, a cavallo, soli soli,

sul _Poggio dei Platani_... Giorgio continuò per un pezzo a

fantasticare, ma poi finì, secondo il solito, persuadendosi di essere

un pazzo...--Sì, sì; un pazzo!... Dubitare di Maria?

--Se non era altro che una statua di ghiaccio!... Se non aveva cuore

per nessuno!... Che!... avrebbe giocata la vita, sull'onestà,

classica, di quella donna!

Poi, dopo un momento, tornava a pensare:--Discorrevano della Giulia.

Certo, certo; se il Vharè avesse intenzione di fare la corte a Lalla,

Lalla stessa, che mi conta tutto, me lo avrebbe già detto. Metterlo

alla porta?... Si fa presto a dirlo, ma... come si fa? E le

chiacchiere? I commenti? E poi, comprometterei il mio onore e l'onore

di mia moglie, senza una ragione! Del resto ho un bel mostrarmi

freddo, inurbano con quello sfacciato: o non capisce, o non vuol

capire!... Eh, se ci fosse qualche cosa!... per Dio!... lo

ammazzerei!... Povera Lalla; tanto buona... ed io tanto sospettoso!...

Ma non è di te che dubito, no, angelo mio, è della perfidia, della

cattiveria altrui!... Se potessi portarmela via, lontana da tutti,

sola... con me...--Così pensando, si voltò verso la moglie, per

vederla dormire; Lalla riposava tranquilla, come una bimba, i bei

capelli disciolti, le braccia incrociate sul petto, la bocca socchiusa

e ridente. Egli la guardò a lungo, con una tenerezza profonda,

appassionata, e allora tutti i suoi cattivi pensieri svanirono come

per incanto. Non volle destarla, ma lievemente, trattenendo il

respiro, depose un bacio su quella bocca fragrante come un fiore...

ritornò a guardarla... a guardarla... poi, sospirò, spense il lume e

si rannicchiò per dormire. Ma appena il lume fu spento, Lalla aprì lei

gli occhi e senza muoversi, senza farsi sentire, sorrise con una

contentezza birichina: suo marito era sempre lo stesso innamorato!

Mater dolorosa · 第 32 / 45 题