II

Innanzi. La strada è sgombra, ma la salita si fa sempre più

faticosa--bisogna rallentare il passo.

--Arriveremo in tempo per l'ora del desinare, dice Antonio.

--Supponendo che un uomo felice abbia un'ora per desinare.

--Nè avrà due, questo dev'essere il primo benefizio della vera

felicità.

Ed il mio amico uscì in uno di quei scoppi sonori di risa che sa fare

egli solo e che avevano già risvegliato parecchie volte gli echi delle

vallate.

--Che uomo è questo Cuor Contento?

--Un ex baritono, che si era fatto un piccolo patrimonio stonando il

Conte di Luna, e prestando i suoi quartali a Manrico; si vantava

sempre che avrebbe tirato su l'edifizio della sua felicità, e pare che

ci sia riuscito; un bel giorno rifiutò colle lagrime agli occhi una

scrittura ed un quartale anticipato--era ricco.

--Ed è venuto subito ad inselvarsi nel Monte Barro?

--Oibò; pare che la felicità non sia così facile a ritrovare, perchè

per un pezzo le corse dietro inutilmente; divenne prodigo, per sè solo

si intende, offrì il cuore a varie prime donne _assolute_, la cena a

parecchie seconde ballerine che aspettano ancora adesso l'assoluzione.

Le cene trovavano subito la piazza, il cuore rimaneva disponibile.

Allora si consacrò tutto al vino, che egli amava molto ed a cui doveva

i più rumorosi trionfi della sua carriera baritonale; ebbe una cantina

ben provveduta ed invitò alcune volte i compagni di chiave a desinare.

Andava a tutte le rappresentazioni del Carcano e della Scala, e

trovava che ai _suoi tempi_ si cantava meglio. Tutto ciò non lo aveva

portato un pollice più vicino alla sua felicità, e quando lo lasciai,

or son due anni, correva ancora dietro la sottana della fuggitiva. Due

settimane fa ricevetti finalmente la lettera in cui mi giura che è

felice!

--Sia lodato il cielo!

--E l'altro dì la seconda lettera in cui ripete, sacramentando, che è

felice, e che io dovrei levarmi il gusto di vedere un uomo felice.

--Peccato che la felicità stia tanto in alto!

--Non importa, ci arriveremo. Ecco, si vede già la casetta color di

rosa, emblema dei pensieri e dei sentimenti ex-baritonali del suo

abitatore.

Qui la via si biforcava, da un lato scendendo a precipizio e

dall'altro girando intorno intorno verso Galbiate: noi ci mettemmo per

un sentieruccio che si apriva nella siepe e moveva più diritto che

poteva incontro alla vetta del monte.

Dopo venti minuti di cammino, fatto colle mani sulle ginocchia e col

corpo piegato in arco, all'uscire da una boscaglia ci vedemmo

finalmente innanzi la casicciola rosea. Aveva un solo piano, una

piccola spianata dinanzi alla porta e quattro o cinque finestre colle

persiane verdi in tutto. Levai il capo in alto; il cucuzzolo del monte

pareva molto vicino e si staccava nero nero dall'azzurro fondo del

cielo. Quel bocciolo di rosa in quel luogo aveva proprio l'aria d'un

nido di amorini. Gli amorini ci erano, ma scalzi e scamiciati, e

corsero non appena ci videro a nascondersi nel nido; subito dopo

apparve una donna che pareva vecchia ed era invece la giovane venere,

madre di quegli amori, e ci chiese chi cercassimo,

«Il signor Tallini.

--Dorme

--Sogni innocenti; beato lui!

--Però ha raccomandato di svegliarlo se venisse qualcuno....

--Viene spesso gente a trovarlo?...

--Mai.

--E come passa il tempo?

--Mangia, dorme e va a spasso.

--Ecco la vera felicità!

--Devo dirgli chi sono lor signori?

--Due disgraziati.

E siccome la buona donna ci guardava sospettosa, Antonio ripetè,

premettendo una delle sue allegre risate:

«Sì, ditegli che due disgraziati lo aspettano.

In quel mentre una persiana verde si socchiuse, la faccia felice e

rubizza dell'ex-baritono Tallini apparve nel vano, e si udì un grido,

un _do_ di petto della gioia più schietta e più stonata che io

m'avessi mai udito.

Fante di picche · 第 29 / 36 题