Innanzi. La strada è sgombra, ma la salita si fa sempre più
faticosa--bisogna rallentare il passo.
--Arriveremo in tempo per l'ora del desinare, dice Antonio.
--Supponendo che un uomo felice abbia un'ora per desinare.
--Nè avrà due, questo dev'essere il primo benefizio della vera
felicità.
Ed il mio amico uscì in uno di quei scoppi sonori di risa che sa fare
egli solo e che avevano già risvegliato parecchie volte gli echi delle
vallate.
--Che uomo è questo Cuor Contento?
--Un ex baritono, che si era fatto un piccolo patrimonio stonando il
Conte di Luna, e prestando i suoi quartali a Manrico; si vantava
sempre che avrebbe tirato su l'edifizio della sua felicità, e pare che
ci sia riuscito; un bel giorno rifiutò colle lagrime agli occhi una
scrittura ed un quartale anticipato--era ricco.
--Ed è venuto subito ad inselvarsi nel Monte Barro?
--Oibò; pare che la felicità non sia così facile a ritrovare, perchè
per un pezzo le corse dietro inutilmente; divenne prodigo, per sè solo
si intende, offrì il cuore a varie prime donne _assolute_, la cena a
parecchie seconde ballerine che aspettano ancora adesso l'assoluzione.
Le cene trovavano subito la piazza, il cuore rimaneva disponibile.
Allora si consacrò tutto al vino, che egli amava molto ed a cui doveva
i più rumorosi trionfi della sua carriera baritonale; ebbe una cantina
ben provveduta ed invitò alcune volte i compagni di chiave a desinare.
Andava a tutte le rappresentazioni del Carcano e della Scala, e
trovava che ai _suoi tempi_ si cantava meglio. Tutto ciò non lo aveva
portato un pollice più vicino alla sua felicità, e quando lo lasciai,
or son due anni, correva ancora dietro la sottana della fuggitiva. Due
settimane fa ricevetti finalmente la lettera in cui mi giura che è
felice!
--Sia lodato il cielo!
--E l'altro dì la seconda lettera in cui ripete, sacramentando, che è
felice, e che io dovrei levarmi il gusto di vedere un uomo felice.
--Peccato che la felicità stia tanto in alto!
--Non importa, ci arriveremo. Ecco, si vede già la casetta color di
rosa, emblema dei pensieri e dei sentimenti ex-baritonali del suo
abitatore.
Qui la via si biforcava, da un lato scendendo a precipizio e
dall'altro girando intorno intorno verso Galbiate: noi ci mettemmo per
un sentieruccio che si apriva nella siepe e moveva più diritto che
poteva incontro alla vetta del monte.
Dopo venti minuti di cammino, fatto colle mani sulle ginocchia e col
corpo piegato in arco, all'uscire da una boscaglia ci vedemmo
finalmente innanzi la casicciola rosea. Aveva un solo piano, una
piccola spianata dinanzi alla porta e quattro o cinque finestre colle
persiane verdi in tutto. Levai il capo in alto; il cucuzzolo del monte
pareva molto vicino e si staccava nero nero dall'azzurro fondo del
cielo. Quel bocciolo di rosa in quel luogo aveva proprio l'aria d'un
nido di amorini. Gli amorini ci erano, ma scalzi e scamiciati, e
corsero non appena ci videro a nascondersi nel nido; subito dopo
apparve una donna che pareva vecchia ed era invece la giovane venere,
madre di quegli amori, e ci chiese chi cercassimo,
«Il signor Tallini.
--Dorme
--Sogni innocenti; beato lui!
--Però ha raccomandato di svegliarlo se venisse qualcuno....
--Viene spesso gente a trovarlo?...
--Mai.
--E come passa il tempo?
--Mangia, dorme e va a spasso.
--Ecco la vera felicità!
--Devo dirgli chi sono lor signori?
--Due disgraziati.
E siccome la buona donna ci guardava sospettosa, Antonio ripetè,
premettendo una delle sue allegre risate:
«Sì, ditegli che due disgraziati lo aspettano.
In quel mentre una persiana verde si socchiuse, la faccia felice e
rubizza dell'ex-baritono Tallini apparve nel vano, e si udì un grido,
un _do_ di petto della gioia più schietta e più stonata che io
m'avessi mai udito.