Il signor Asdrubale, col pugno sull'anca, colla faccetta petulante, se
non ha un aspetto odioso, come pare a Donato, ha certo una gran voglia
di ridere. A momenti spalanca la bocca sorridente e se la lascia
scappare la sonora risata di soddisfazione che gli spira da tutti i
pori.
«Come ho fatto? Mi domandi come ho fatto, e si dia per vinto. Vede
bene che io sono nato prima. «Uno secondi posti per Seregno;» ho
l'orecchio fino io ed ho fatto il papagallo... «uno secondi posti per
Seregno» ed ho viaggiato con lei, separato solo da un tramezzo, ed ho
inghiottito la polvere del suo calesse, ed eccomi... Così ho fatto.
Questa volta non resiste più e dà in una risata che fa ammutolire i
grilli mattinieri.
Donato si ricompone, fa un passo innanzi, si ferma e dice:
«Ignoro le sue intenzioni; le mie sono da galantuomo, non ho avuto in
mente di sottrarmi alla mia sciagura, ma alla sua presenza odiosa che
me la fa parere cento volte più amara.
Che ci è da ridere in queste parole, pronunziate con una solennità
dignitosa?
Pure il signor Asdrubale minaccia di far saltare i quattro bottoni
della giubba e si stringe i fianchi con tutte e due le mani.
Finalmente si rifà serio, e risponde in falsetto:
«Non dirà sempre così, non dirà sempre così.
Certo l'eco della risata ha passato il muricciuolo ed è entrato in
giardino, perchè lassù, sulla montagnuola, di mezzo alle foglie della
vite ed ai grappoli immaturi, si affaccia una figurina gentile, e poi
un'altra. Due esclamazioni di gioia, ed un replicato batter di palme e
due voci amorose che gridano:
«Donato!
«Lo zio!
L'ometto dal farsettone nero leva il capo in alto e dice senza
turbarsi:
«Sì, piccina mia! siamo noi; arrivati a piedi come due studenti; buon
giorno, signorina Mariuccia.
Mariuccia non risponde nemmeno, è la prima a sparire, Costanza
l'accompagna; si odono le loro voci fresche e festose che si
allontanano gridando la buona novella; Donato non ha parole, si crede
beffato da un'illusione, guarda l'ometto a bocca aperta, e l'ometto
guarda lui con un sorriso incoraggiante.
«Il signor Martino Bruscoli? balbetta il giovane.
--Sono io per fortuna... perchè potrei anche essere il signor
Asdrubale.
Lo studente non ha tempo di domandare spiegazioni delle parole
incomprensibili, che dall'estremo punto del sentieruolo appariscono
Costanza e Mariuccia, tenendosi per mano, ansimando e ridendo.
Eccoli stretti in un amplesso; fratello e sorella, zio e nipote. Poco
stante apparisce il signor Norberto, col volto pieno di rughe e
d'amore, coi capelli canuti accarezzati dalla brezza del mattino.
Donato si stacca dalla sorella e corre a buttarsi nelle braccia del
padre, lagrimando.
Ma Martino Bruscoli accorre, stringe la mano al vecchio e spiega
l'improvviso arrivo e le lagrime così:
«Fra quattro giorni Donato incomincia gli esami; tutta la settimana ha
studiato, ha studiato, ha studiato, ci ha voluto rimetter gli occhi
questo bravo figliuolo; sono stato a Milano per certe mie faccenduole,
ho visto una nuova macchina per la Filanda, ed ho parlato coi
professori della Scuola d'applicazione... Fra un mese suo figlio è
ingegnere. Ha voluto venire a salutarla un'ultima volta prima degli
esami, ma questa sera stessa partirà, perchè non ha tempo da perdere,
e, come vede, è soverchiamente impressionabile; ha torto, gliel'ho
detto, ha torto!
Il tempo passa veloce; non anco sì è arrivati, che già è l'ora della
colazione. Donato ha sempre Camillo Bruscoli alle costole; non se lo
può levare d'attorno. Pure, non sa bene perchè, nella sua miseria gli
par d'essere tanto felice, tanto felice!...
«Signor Martino, egli dice quando per la prima volta si trova con lui,
se le ho mancato di rispetto, mi perdoni; io non sapeva che ella fosse
lo zio della signora Costanza.
--Non mi basta, risponde l'ometto, tu devi (ti do del tu perchè mi
piaci e ti voglio bene, e se vuoi fare altrettanto accomodati) tu devi
prima fare ammenda di tutte le ingiurie che mi hai detto o che hai
pensato.
--Io?
--Sta zitto... cioè che ho una figura odiosa; questo l'hai detto;
guardami bene, ti pare proprio che io abbia una figura odiosa?
Donato ride.
«Hai sospettato che io fossi un usuraio; non è forse vero?
--È vero.
--E che ti rubassi al gioco?
--Questo poi...
--È vero o no?
--Ma perchè non darsi a conoscere?
--Oh! bella, perchè volevo conoscere te, e ti ho conosciuto.
Donato china gli occhi, e si perde in un labirinto di congetture...
finalmente trova il bandolo e ne esce con un sospiro.
«Quando vuol che le faccia l'obbligazione... dice poi, cambiando tono
di voce.
L'ometto leva le braccia in alto invocando la misericordia del cielo
su quell'ingenuo, e risponde:
«Che obbligazione d'Egitto! Oh! non capisci dunque che ho fatto per
ridere?
Donato sbarra tanto d'occhi e non trova parole; alla fine balbetta:
«Ma io ho fatto sul serio, ho perduto e devo pagare... il denaro del
gioco è sacrosanto.
Martino Bruscoli scatta come una molla e tappa la bocca allo studente.
«Non mi ripetere queste corbellerie; non pretendere d'impormene con
queste sentenze virtuosissime che escono dal tribunale della bisca,
con questi postulati che non hanno altro valore se non di dare
prestigio al vizio; le son ciancie che stanno bene in bocca al signor
Asdrubale; ma io mi chiamo Martino Bruscoli, per grazia di Dio, e
Martino Bruscoli non conosce altro denaro sacrosanto fuor quello che
si è guadagnato col proprio lavoro. Tu non mi devi nulla, ti ripeto,
ho fatto per guarirti in tempo da un brutto male; tocca il polso alla
tua coscienza e se ti senti proprio sano, non ho perduto la notte. E
fammi il famoso piacere di non fiatare nemmeno.
--Ma se avesse perduto lei?
--Se avessi perduto io, ti avrei fermato sulle sei mila lire, e ti
avrei detto: «Figliuolo mio, hai riguadagnato il tuo denaro; il signor
Asdrubale pagherà a Martino Bruscoli la somma che la signorina
Costanza ti ha dato in prestito, eccoti l'obbligazione; non devi più
nulla, bada che hai talento, hai cuore, ed eri sulla via di diventare
un cattivo soggetto. Piglia la laurea d'ingegnere, fa felice il
vecchio babbo, lavora, poi innamorati sul serio di una qualche bella
ragazza e valla a domandare allo zio...»
L'ometto si tappa la bocca, ma oramai è scappata... conchiude: «Verrai
a vedere la mia filanda; imparerai qualche cosa, perchè già la vita è
una scuola d'applicazione, e ci è da imparare da per tutto; i bachi da
seta, per esempio, t'insegneranno che prima di farsi il bozzolo
prezioso bisogna intorpidirsi; tu ti sei intorpidito due volte; non
pigliare alla lettera il sistema dei bachi, va e fatti il bozzolo.»