In quelle vallate non ci si ammala quasi; gli uomini lavorano nelle
cascine, le donne nei prati, i fanciulli si arrampicano su per i monti,
accompagnando le vacche; fanno tutti una vita tranquilla, sono contenti
del loro stato e lo migliorano un po’ alla volta, senza affannarsi;
bevono il latte caldo delle loro bestie e l’acqua fresca, che si
annunzia da lontano col rumore delle cascatelle e dei rigagnoli, poco
vino, e punto liquori. Così vengono su forti, campano lungamente, non
danno molto da fare al medico-condotto.
Perciò io mi trovava bene in Pasturo, e non posso ricordare quel tempo
senza che mi si apra agli occhi il quieto orizzonte della Valsassina,
e mi ripigli la tentazione di andarvi a finire i miei giorni. Per
resistere, penso che a quel tempo ero giovane e che ora non sarei più
capace di voltare le spalle alla mia casetta, unicamente per andarla
a vedere da sette od ottocento metri di altezza. Penso ancora che, al
ritorno, la mia Mariuccia non mi potrebbe venire incontro sulla strada
maestra, tenendo per mano le nostre bimbe, perchè le nostre bimbe sono
oramai donne ed hanno dei figliuoli, e la loro povera madre dorme nel
piccolo camposanto di Pasturo.
Non vi troverei nemmanco più il mio giovane amico Orazio coi suoi
grilli filosofico-musicali, colle sue fantasticherie strambe e col suo
contrabasso, perchè egli ha approfittato benissimo della ricetta che
gli diedi un giorno, ne ha approfittato così bene, che ora... Ma se io
dico che oggi l’amico Orazio è... chi vorrà sapere che cosa era a quel
tempo? Era un gran grullo, l’amico Orazio, ecco che cosa era, e non lo
dico già io, lo dice lui stesso colle lagrime agli occhi, ma ridendo,
bene inteso; lo dice lui stesso quando viene sull’argomento di Pasturo,
del contrabasso, della musica delle sfere e dell’armonia universale.
Dunque, a quel tempo, l’amico Orazio era un giovinotto sui venticinque
anni; alto, ben fatto, biondo, con due baffetti tirati giù come due
virgole, con una foresta di capelli naturalmente inanellati, ma sempre
in disordine — era bello, ma, come dice lui, era grullo.
Nato e cresciuto fra le montagne, era stato mandato a Lecco e Como per
farvi gli studi del ginnasio e del liceo; di là aveva fatto ritorno
alla sua vallata, con molti capelli spettinati, con molte cognizioni
spettinate e con un contrabasso.
Questo strumento formò nei primi giorni lo stupore di Casa Brighi,
di Pasturo, e di molto territorio montuoso circostante. Stupore
ragionevole, se ce ne fu mai, perchè gli anziani si ricordavano
benissimo che il loro comune aveva posseduto già un sonatore di
clarinetto e uno di violino, ma assicuravano che il contrabasso di
Orazio era il primo strumento di queste dimensioni che penetrasse
in paese, a memoria d’uomo. In casa Brighi poi, dove la tradizione
raccomandava di padre in figlio l’allevamento delle bestie bovine e la
produzione degli stracchini, la musica e la letteratura si affacciavano
per la prima volta nella persona d’Orazio e del suo contrabasso, si
poteva farne giuramento. Giovanni Brighi, il grosso Giovanni Brighi
che fu poi chiamato il «padre del _contrabasso_,» assicurava, e gli
si poteva credere solo a guardare le sue mani enormi, che non aveva
mai impugnato uno strumento, e che da gran tempo non toccava una
penna; sapeva però che suo nonno, buon anima, quello stesso che aveva
incominciato l’odierna prosperità degli stracchini di Valsassina,
aveva sgonnellato colle muse, suonando l’armonica e scrivendo anche dei
sonetti, uno dei quali era stato perfino stampato in occasione della
visita dell’arciprete. Altri mali esempi in famiglia non ce ne erano;
ma si sa bene, nulla si perde di ciò che penetra nel sangue d’una
razza. L’armonica, dopo tre generazioni, aveva figliato il contrabasso;
e il sonetto per la fausta venuta dell’arciprete era la causa remota di
tutte le idee stravaganti del pronipote Orazio.
In fatti, come e da chi Orazio aveva imparato a suonare il contrabasso?
Dal destino, bisogna dire così. In un cantuccio della casa dove egli
era andato a dozzina in Como, sonnecchiava un contrabasso scordato;
nella testa arruffata dello studente dormiva una manìa antica. Un
topo, volendo rosicchiare nel cuore della notte le vecchie corde
dello strumento, svegliò ogni cosa; Orazio, il giorno dopo si accinse
alla sua straordinaria impresa, che doveva empire di meraviglia i
popoli di Pasturo. Non occorre soggiungere che Orazio suonava il suo
strumento come un demonio, perchè le cose fatte per caso o per dispetto
riescono sempre a meraviglia. Dunque l’archetto stava bene in mano del
giovinotto, il quale mancava forse di metodo, ma aveva un’eccellente
cavata. L’organista di Castello, avendolo udito, dopo un desinare in
casa Brighi, si era lasciato sfuggire un giudizio enfatico che aveva
insegnata l’ammirazione ai più restii. Secondo lui, Orazio faceva
_parlare_ il contrabasso. Non gli mancava che questo perchè la sua
riputazione fosse fatta.
Un altro si sarebbe contentato — Orazio no. Ai capelli spettinati, al
contrabasso, alle idee stravaganti che gettava in faccia alla gente
ingenua, al nessun rispetto per gli stracchini del suo paese natale,
già riveriti e mangiati anche in Londra, egli in breve aggiunse altre
cose similmente bizzarre, ed anche più. Cominciò, per esempio, a
vagare attraverso le montagne con un rotolo di carta in una mano e con
un bastone nell’altra. Col bastone ammazzava le vipere, ma che cosa
ammazzava col rotolo di carta?
Tutte le giornate erano buone per codeste escursioni misteriose,
ma quelle in cui soffiava la tramontana dovevano essere ottime. Gli
alpigiani, incontrandolo su pei sentieri delle capre, col vento in
poppa, colle falde del giubbetto staccate dalla persona ed agitate come
due ali, col berretto incassato sulla fronte e la faccia spiritata,
appena scesi a Pasturo si affrettavano a dichiarare che il signor
Brighi juniore aveva girato la scatola o s’era lasciato entrare in
corpo il demonio. Una mattina mi vennero a chiamare in fretta, perchè
al _contrabasso_ si era rotto qualche cosa, due costole, salvo errore,
o un braccio, od una gamba. Camminando così, col naso per aria,
senza guardare dove metteva i piedi, era precipitato in un burrone;
i boscaioli lo avevano tirato su colle corde e se l’erano trascinato
dietro fino a Pasturo, legandolo ad una di quelle loro enormi fascine,
che fanno la discesa delle montagne alla maniera delle slitte. I
boscaiuoli avevano fatto passare la fascina per le praterie, tanto da
risparmiare al povero ferito i trabalzi, ed erano stati così attenti
che Orazio non aveva detto ohi! Quando il giovinotto mi vide al suo
capezzale, mi sorrise e si lasciò tastare; non aveva nulla di rotto,
e subito qualcuno lasciò la camera, per far sapere al paese che il
_contrabasso_ era intatto. Il male si riduceva a parecchie contusioni
dolorose, ma non gravi, e alla slogatura d’un piede.
— Signor Orazio — gli dissi allegramente — questa volta non è riescito
a rompersi nulla; fra due settimane potrà ritentare. La Grigna è là che
l’aspetta.
Egli sorrise, mentre, aiutato da suo padre, io assestava il piede; però
qualcuno che non potevo vedere perchè, oltre che mi stava alle spalle,
aveva anche la faccia rivolta al muro, pianse tutto il tempo che durò
l’operazione.
Quando ebbi finito, mi voltai; essa pure si voltò, ed io vidi una bella
lagrimosa, Concettina, la nipote di babbo Brighi, venuta da Milano in
Valsassina per fare la cura del siero e innamorarsi del cugino.
Concettina era una bella ragazza di diciott’anni, piccola, ma fatta a
pennello, non magra, ma pallida; amore e siero erano i suoi rimedii
naturali; il siero doveva essere bevuto a digiuno, l’amore doveva
essere corrisposto. La Provvidenza, come tutti sanno, non fa nulla a
caso; mi pareva dunque che la slogatura di Orazio non fosse senza un
secondo fine.
— Concettina sarà un’ottima infermiera — pensai; e fu tale veramente.
Venuta per respirare l’aria frizzante dei monti, essa passava una
gran parte del giorno nella camera dell’ammalato, dando avido ascolto
a tutte le corbellerie che egli le veniva dicendo, e pensandovi
lungamente poi, come se ogni parola stramba di quel giovinotto
pallido e biondo nascondesse un significato arcano che a lei toccasse
decifrare.
Più d’una volta, durante la cura, mi trattenni a far compagnia
all’ammalato, non tanto per il gusto di udire qualche stravaganza
nuova, quanto per godermi il turbamento misterioso che Concettina
mostrava ad ogni frase di cui non vedeva il fondo. Se non si suppone
che essa, ingannata da un desiderio o da un istinto, traducesse a modo
suo il linguaggio di Orazio, come spiegare la grande attrattiva dei
discorsi sconclusionati del giovine?
Un giorno Orazio le disse alla mia presenza:
— Concettina, fra due settimane sarò guarito, non è vero dottore? fra
due settimane potrò cominciare la mia sinfonia delle Alpi. L’ho tutta
qua! — soggiungeva toccandosi la fronte e il cuore.
E Concettina si fece rossa, come se il cugino le avesse fatto una
dichiarazione d’amore.
Un altro giorno, essendo venuto fino all’uscio della stanza in punta
di piedi, perchè mi avevano detto che il mio ammalato dormiva, io mi
era arrestato sulla soglia ad ascoltare. Orazio era sveglio, sebbene la
camera fosse buia; parlava a Concettina, e diceva:
— Il vento e l’acqua sono i due grandi strumenti della natura, ed è
incredibile quanto è ricca la scala dei loro suoni, e come, secondo
la qualità degli alberi e il pendìo dei letti delle acque, varia pure
all’infinito lo strumentale della sinfonia. Hai tu badato mai al suono
che manda il vento quando passa fra i rami d’un abete?
Concettina rispose timidamente che le pareva di averci badato, ma che
non era sicura.
— Ebbene, a che somiglia quel suono?
Concettina arrischiò un paragone; disse che somigliava ad un mormorìo;
ma pare che Orazio negasse risolutamente, perchè essa si pentì del
mormorìo e propose un ronzìo.
— Invece no — disse Orazio, trionfando con indulgenza — quando il vento
passa fra i rami dell’abete, fischia, se è soffio d’uragano; manda un
sibilo che pare venga da un altro mondo, se è l’alito d’un venticello
di poco conto; l’abete non mormora, come il faggio e l’olmo; non si
lamenta, come il cipresso; non infuria, come il platano, che va in
collera ad ogni brezza. Fra qualche giorno — proseguì il giovine — io
sarò guarito, e se vorrai venire sulla montagna, non molto distante,
vi andremo insieme; prima di accingermi a scrivere la mia sinfonia, ho
bisogno di domandarti una cosa.
— Siano lodati i cieli — pensai — anche Orazio ci casca: andrò a dare
la buona notizia a suo padre, che sarà contento.
Ma prima, pensando come doveva essersi fatta rossa la fanciulla a
quelle parole, e quanto doveva essere carina nel suo turbamento, volli
godermi lo spettacolo entrando nella camera, ed andando difilato a
spalancare le imposte della finestra. Voltandomi, cercai Concettina
cogli occhi — era fuggita.
— La colomba ha preso il volo — dissi al mio giovane amico.
Egli mi sorrise stupidamente, come se non arrivasse a comprendermi,
ed io non volli insistere per avere una confidenza che forse sarebbe
venuta più tardi. Cercai invece di condurlo con arte al suo discorso
favorito, e non feci molta fatica. Mi bastò domandargli se si annoiava
e se per isvagarsi non gli fosse mai venuto in mente di farsi portare
in letto il contrabasso.
Mi guardò in faccia per paura che lo corbellassi, poi mi spiegò
gravemente come e perchè, stando in letto, non gli era possibile
suonare il contrabasso. Ma appena ebbe detto che era impossibile,
subito volle provare.
— Dottore, mi vuol fare il piacere d’andarlo a prendere? è nella stanza
vicina, appoggiato alla guardaroba... bisogna aprire la custodia e
cavarnelo... me lo vuol fare questo piacere?
— Ma se non si può suonare...
— Le farò sentire una nota, una nota sola.
Andai nella camera attigua, dove Concettina, che si aggirava come una
farfalla sviata, rimosse un paio di seggiole per farmi credere che era
intenta a qualche cosa.
— È come un ragazzo — dissi per spiegare la mia presenza — vuole il suo
contrabasso. Glielo possiamo dare.
Parlando in numero plurale, io invitava Concettina a rientrare con me
nella camera dell’ammalato, come era suo desiderio. Presi lo strumento
o lo portai sul letto di Orazio; Concettina mi venne dietro. Notai
sulla faccia del mio giovine amico un leggiero incarnato come per
salutare il contrabasso, e nulla, neppure un sorriso, neppure uno
sguardo a Concettina. Per accontentare il capriccio del convalescente,
tentai molte positure ardite, senza trovarne una nella quale il
contrabasso acconsentisse a lasciarsi suonare; la migliore fu suggerita
da Concettina.
— Proviamo a far così — disse; ed avvicinò al letto essa stessa una
seggiola su cui il contrabasso fu appoggiato. Bastò che Orazio si
mettesse a sedere e si curvasse un tantino sulla sponda del letto per
poter afferrare lo strumento con una mano e maneggiare liberamente
l’archetto coll’altra.
— Stia a sentire, stia a sentire.
E incominciò a muovere lentamente l’archetto, chinandosi più che
poteva fuori del letto per appoggiare il dito sopra l’ultima corda,
in prossimità del ponticello. Stando così, col capo in giù, egli
s’ingegnava di guardarci, voltando la faccia verso di noi, e ci fissava
con un occhio attraverso i capelli che gli facevano velo.
Per un poco non si udì nulla; l’archetto si veniva avvicinando
lentamente al letto, Orazio s’illanguidiva nell’estasi e socchiudeva
anche l’unico occhio con cui poteva vedere — ma non si udiva niente.
Alla fine il mio orecchio riuscì ad afferrare un ronzìo non più forte
di quello che può fare una zanzara, ma più piacevole, forse perchè non
mi annunziava nulla di male. Quell’unica nota andò crescendo a poco a
poco d’intensità, finchè divenne doppia; la zanzara non era più sola:
con lei e intorno a lei ronzava più sordamente un grosso moscone; poi
il moscone tacque, poi tacque anche la zanzara, ma il sonatore continuò
ad andare in estasi. Guardai attentamente l’archetto che arrivato
alla sponda del letto, ora se ne scostava colla medesima lentezza;
aguzzai l’orecchio, non udivo più nulla. Per me la musica era finita
da un pezzo quando il mio giovane amico, che per poco non era uscito
dal letto nel suonare, si decise a rientrarvi e ad abbandonarsi sui
guanciali, sempre tenendo l’archetto in pugno.
— Bellissimo! — dissi.
— Ma che cosa significa? — mi domandò Orazio.
Stavo per dirgli della zanzara e del moscone, quando egli mi prevenne
facendomi sapere che aveva inteso quella musica pochi giorni prima
della sua disgrazia, in un campo di biade mature, una mattina che
tirava vento.
— Ma io non faccio che la parodia — disse scoraggiato — per riprodurre
alla meglio il singolare bisbiglio che fa il vento passando per le
spighe mature, per dare un’idea di quel crescendo sonoro, ma gentile;
per far indovinare, solamente indovinare, quello _smorzando_ che non è
quasi più un suono, tanto è tenue, ci vorrebbero un centinaio di questi
strumenti.
— E un centinaio di suonatori come lei — dissi crollando il capo — la
cosa è difficile.
— Ma pensi — mi disse — pensa — disse a Concettina — pensate che
effetto produrrebbero cento contrabassi in una gran sala di concerto.
Gli feci osservare che ci vorrebbe anche un pubblico molto
disciplinato, molto attento per non perdere quella nota.
— Perchè? — mi chiese — il suono è netto, anche quando arriva
vicinissimo al silenzio.
Era inutile contraddire; preferii cominciare a credere che il mio
organo auditivo non avesse tutta quella finezza di cui è capace, ma
che ad un medico condotto è superflua, tanto più che Concettina fu
pronta a dichiarare a suo cugino che il suono le era sembrato netto dal
principio alla fine.
— Sentirai — le disse Orazio con riconoscenza — sentirai sul Resegone;
vi andremo un giorno, non è vero? A te piace arrampicarti sui monti;
io sarò prudente. Là vi sono sorgenti ad ogni passo, non è come sulla
Grigna; in ogni rupe cava, abita un filo d’acqua; ogni goccia, cadendo,
manda un suono diverso... I suoni minori abbondano in natura, ma
non manca esempio dei maggiori. Poco lontano da Introbbio, vi è una
cascatella in cui potresti udire distintamente un accordo di terza in
_la maggiore_; sulla riva del mare, ad Arenzano, due anni fa, notai
che l’onda correva alla spiaggia con un muggito sordo, in cui si
distinguevano tre note dell’accordo di _do maggiore_; poi si ritirava
cambiando tono, e ad un certo punto, cominciava una musica tutta
diversa, quella dei sassolini rotolanti sul greto, che era un accordo
perfetto in _mi minore_ sull’ottava più acuta.
Concettina apriva gli occhi estatici, e li fissava, non impunemente,
per quello che mi pareva, sul volto ispirato del giovine; io mi
domandava se, dato che tutta questa scienza musicale non fosse una
stravaganza o un delirio, potesse almeno servire a far scrivere una
bella sinfonia.
— I monti — proseguì Orazio accalorandosi — hanno molte cose da
insegnare ai professori del Conservatorio; bisogna essere stati lassù
sotto l’acquazzone, per sentire che musica. Quanti maestri d’armonia e
di contrappunto crede lei che si siano dati la briga di far questo?
— Di pigliarsi l’acquazzone sulla vetta della Grigna? Pochi.
— Pochissimi; e quanti crede che si siano voluti spingere colla matita
in mano, almeno almeno fuori di una delle porte della città, per
ascoltare le voci della campagna? Sa lei perchè la musica è rimasta la
più povera delle arti?
— È rimasta la più povera? — domandai.
Egli mi assicurò di si.
— Sa lei perchè la musica è stata impotente fino ad oggi a descrivere
la natura?
— Oggi non è più impotente? — domandai.
Egli mi annunziò che, grazie agli sforzi di pochi eletti, oggi la
musica comincia a poter essere descrittiva.
— Ma perchè mai — insistè — non fu mai descrittiva fino ad ieri?
— Forse, arrischiai timidamente, perchè prima d’ieri non si riconobbe
la necessità che la musica fosse descrittiva. Le descrizioni musicali,
nei grandi modelli italiani, sono sobrio, sembrano accennare il
paesaggio perchè la mente dell’ascoltatore lo compia — se dico qualche
corbelleria, mi scusi.
L’amico Orazio fu indulgente; non solo non andò in collera quando vide
che, sebbene ignorante di musica, io aveva delle opinioni diverse dalle
sue, ma me le lasciò esprimere.
— Ho sempre creduto — dissi pigliando coraggio — e credo che la musica
sia un linguaggio misterioso dell’anima umana, e che essa cominci
dove le altre arti hanno quasi finito. Io veggo una scala nelle arti:
la scultura dice meno della pittura, e la pittura dice meno della
letteratura, e la letteratura meno della musica; ma stando nella loro
cerchia, ogni arte è più potente delle sue sorelle. La scultura dice
meno; ma quello che dice, lo dice meglio della pittura; e la pittura
meglio della prosa e della poesia; e la poesia e la prosa, meglio
della musica. — Perchè confondere le attribuzioni? I nostri antichi
facevano servire la musica all’esposizione dei sentimenti vaghi, delle
aspirazioni, degli entusiasmi, di tutto ciò che, prorompendo dall’anima
umana, non trova un pennello o una penna che lo arresti, senza
impoverirlo. Hanno forse fatto male?
— Hanno fatto quello che hanno potuto — disse Orazio con accento di
misericordia.
— Rossini... — balbettai.
Egli m’interruppe:
— Rossini è rimasto indietro; dopo di lui, la musica ha fatto un bel
pezzo di strada; lo strumentale si è arricchito; si sono trovati degli
effetti...
— Effetti — diss’io — cioè a dire figure rettoriche della musica, ma la
melodia, cioè le idee?
— La melodia! — esclamò Orazio.
Non disse altro, ma pronunziò questa parola con un disprezzo così
sincero, che per un poco io stesso ne sentii tutto il vuoto, e rimasi
mortificato. Ma io sono testardo, e non rinunzio facilmente alle mie
opinioni. Subito mi rinfrancai e dissi;
— Non è male che la musica si arricchisca, purchè non faccia come
l’avaro, e sappia poi spendere le sue monete; quanto alla melodìa,
caro signor Orazio, io la credo eterna come l’amore e come il dolore.
S’innamori, e sentirà la melodìa; e se la sua innamorata lo pianterà
per un altro, la sentirà anche meglio, cioè, no, anche peggio.
Concettina, che era sempre stata zitta, si fece rossa e andò a guardare
nella camera attigua, perchè le parve d’aver inteso rumore.
— Sei tu? — disse — vieni avanti.
Entrò Toniotto.