_Dove Spadarella vive la sua ora di felicità e il Cavalier Mostardo si
dichiara un fuorisacco._
Sul morir dell'estate, l'amore aveva compiuto il suo incantevole
giardino. Fra le sante preghiere di Spina Rosa e le benedizioni di
Girolamo e Stefano si era avverato questo miracolo.
Paolo Corani non era la canaglia di cui aveva potuto sospettare il
Cavalier Mostardo; aveva agito da galantuomo e tutte le cose erano in
regola con le consuetudini correnti.
Consacrato, nel rito del fidanzamento, l'amore dei due giovani, non
rimaneva a Spadarella che un dubbio: avrebbe dovuto seguire la carriera
del teatro o non era meglio abbandonarla prima ancora di cominciare?
Lasciar da parte ogni vanità o speranza di guadagno per la quieta
dolcezza dell'amore...
Paolo non era ricco; guadagnava appena quel tanto che poteva bastare a
una vita più che modesta; ma, d'altra parte, Spadarella si accontentava
di ben poco ed era sempre tranquilla. Se aveva accondisceso a cantare,
non era stato per un sogno di splendori vani. L'anima di lei non era
turbata da scomposti desideri, ma placida e mansueta come la sua casa,
come le azzurre colline che chiudevano l'ultimo orizzonte della sua
casa.
Ora l'estate languiva fra le braccia del giovane autunno. Ogni cosa era
quieta e bella. Passava una tregua sul mondo. Era il tempo di volersi
bene. Le due giovinezze vicine, si accorgevano di aver fra di loro la
felicità. Spadarella aveva quasi paura di essere tanto contenta.
— Che cosa accadrà dopo?...
Perchè si sa che, al mondo, non si può stare in pace col proprio cuore
se non per attimi. E, dopo, si sconta la dimenticanza di un giorno.
Forse non si sconta sempre, ma si sublima nel dolore.
E l'estate moriva. La Città del Capricorno era tutta quanta tappezzata
da manifesti grandissimi. Il nome di Spadarella trionfava su tutti
i muri, in tutti i marciapiedi insieme ai quattro buoi e alle
sette vitelle. Asdrubale Tempestoni sfidava le critiche de' suoi
concittadini. Siccome i manifesti li compilava lui, ne uscivano a volte
strampalerie inaudite. Il pubblico ne faceva le matte risate, ma ciò
non scomponeva l'organizzatore. Torno torno alla Piazza si potevano
leggere, stampate su carta rossa, le seguenti parole:
UN GOLFO MISTICO
UNA DIVINA ARTISTA
UNA STALLA DI BESTIAME
POTRÀ GODERE IL VINCITORE
DELLA
GRANDE LOTTERIA
oppure, su carta verde:
OLÀ!!!
FERMI TUTTI
QUI NON SI FANNO CHIACCHIERE!
QUI SI POSSONO AVERE
SETTE VITELLE E QUATTRO BUOI
PER SOLI DUE SOLDI!
Ma intanto, facendo ridere la gente, Tempestoni arrivava al traguardo.
I biglietti della lotteria andavano a ruba.
Nello stesso tempo il Teatro Comunale era sottosopra. Il signor
Asdrubale lo aveva riempito di operai e vi compariva venti volte
al giorno. Egli si era fatto una cultura speciale intorno ai _Golfi
Mistici_ e voleva che i lavori fossero condotti sui suoi disegni e
sulle sue particolari vedute. A chi gli faceva qualche osservazione
usava rispondere invariabilmente:
— _Mo' cosa vuoi capir te! Ne hai mai fatto dei Golfi Mistici?...
No?... E allora sta zitto. Cosa c'è da ridere? È un Golfo o non è un
Golfo questo?... Sentirai quando ci suonano, brutto asinone! Ti viene
su la musica come dal buco del fonografo!_...
E così battagliava da mane a sera, non mai stanco, non mai avvilito,
non mai vinto dalle risa e dalle acerbe critiche dei concittadini suoi.
Asdrubale Tempestoni era uomo tale che, quando aveva preso una via,
la morte sola avrebbe potuto fermarlo. E le sue imprese straordinarie
gli andavano sempre bene appunto per tale testardaggine. E le idee gli
turbinavano in testa senza posa.
Una notte fece stampigliare tutti i marciapiedi e tutti i muri della
Città del Capricorno con le seguenti parole: