CAPITOLO XV.

_Dove Spadarella vive la sua ora di felicità e il Cavalier Mostardo si

dichiara un fuorisacco._

Sul morir dell'estate, l'amore aveva compiuto il suo incantevole

giardino. Fra le sante preghiere di Spina Rosa e le benedizioni di

Girolamo e Stefano si era avverato questo miracolo.

Paolo Corani non era la canaglia di cui aveva potuto sospettare il

Cavalier Mostardo; aveva agito da galantuomo e tutte le cose erano in

regola con le consuetudini correnti.

Consacrato, nel rito del fidanzamento, l'amore dei due giovani, non

rimaneva a Spadarella che un dubbio: avrebbe dovuto seguire la carriera

del teatro o non era meglio abbandonarla prima ancora di cominciare?

Lasciar da parte ogni vanità o speranza di guadagno per la quieta

dolcezza dell'amore...

Paolo non era ricco; guadagnava appena quel tanto che poteva bastare a

una vita più che modesta; ma, d'altra parte, Spadarella si accontentava

di ben poco ed era sempre tranquilla. Se aveva accondisceso a cantare,

non era stato per un sogno di splendori vani. L'anima di lei non era

turbata da scomposti desideri, ma placida e mansueta come la sua casa,

come le azzurre colline che chiudevano l'ultimo orizzonte della sua

casa.

Ora l'estate languiva fra le braccia del giovane autunno. Ogni cosa era

quieta e bella. Passava una tregua sul mondo. Era il tempo di volersi

bene. Le due giovinezze vicine, si accorgevano di aver fra di loro la

felicità. Spadarella aveva quasi paura di essere tanto contenta.

— Che cosa accadrà dopo?...

Perchè si sa che, al mondo, non si può stare in pace col proprio cuore

se non per attimi. E, dopo, si sconta la dimenticanza di un giorno.

Forse non si sconta sempre, ma si sublima nel dolore.

E l'estate moriva. La Città del Capricorno era tutta quanta tappezzata

da manifesti grandissimi. Il nome di Spadarella trionfava su tutti

i muri, in tutti i marciapiedi insieme ai quattro buoi e alle

sette vitelle. Asdrubale Tempestoni sfidava le critiche de' suoi

concittadini. Siccome i manifesti li compilava lui, ne uscivano a volte

strampalerie inaudite. Il pubblico ne faceva le matte risate, ma ciò

non scomponeva l'organizzatore. Torno torno alla Piazza si potevano

leggere, stampate su carta rossa, le seguenti parole:

UN GOLFO MISTICO

UNA DIVINA ARTISTA

UNA STALLA DI BESTIAME

POTRÀ GODERE IL VINCITORE

DELLA

GRANDE LOTTERIA

oppure, su carta verde:

OLÀ!!!

FERMI TUTTI

QUI NON SI FANNO CHIACCHIERE!

QUI SI POSSONO AVERE

SETTE VITELLE E QUATTRO BUOI

PER SOLI DUE SOLDI!

Ma intanto, facendo ridere la gente, Tempestoni arrivava al traguardo.

I biglietti della lotteria andavano a ruba.

Nello stesso tempo il Teatro Comunale era sottosopra. Il signor

Asdrubale lo aveva riempito di operai e vi compariva venti volte

al giorno. Egli si era fatto una cultura speciale intorno ai _Golfi

Mistici_ e voleva che i lavori fossero condotti sui suoi disegni e

sulle sue particolari vedute. A chi gli faceva qualche osservazione

usava rispondere invariabilmente:

— _Mo' cosa vuoi capir te! Ne hai mai fatto dei Golfi Mistici?...

No?... E allora sta zitto. Cosa c'è da ridere? È un Golfo o non è un

Golfo questo?... Sentirai quando ci suonano, brutto asinone! Ti viene

su la musica come dal buco del fonografo!_...

E così battagliava da mane a sera, non mai stanco, non mai avvilito,

non mai vinto dalle risa e dalle acerbe critiche dei concittadini suoi.

Asdrubale Tempestoni era uomo tale che, quando aveva preso una via,

la morte sola avrebbe potuto fermarlo. E le sue imprese straordinarie

gli andavano sempre bene appunto per tale testardaggine. E le idee gli

turbinavano in testa senza posa.

Una notte fece stampigliare tutti i marciapiedi e tutti i muri della

Città del Capricorno con le seguenti parole:

Il Cavalier Mostardo · 第 47 / 72 题