Ma questa non la capì. Che cos'era questo _Io_?... Il suo _Io_?... Il
dominio del mondo?...
Scaraventò per l'aria un:
— Per Bios!... — che parve una saetta.
— Che cosa ne dici, Rigaglia?
— Io dico che c'è un bel puzzo.
— Questo è vero!
Nella platea c'era una lunga tavola attorniata da sgangherate panche.
Quello, il luogo riservato ai pasti in comune. Poi torno torno, altre
rovine di palchi ed altri accampamenti di comunisti. Qua si vedeva la
testa di un cane; più oltre gli occhi giallo-verdi di un gatto. In un
palchetto di quart'ordine tubavano due tortore.
Ora anche Rigaglia osservò come la parte più caotica del luogo fosse
lo spazio riservato un tempo al palcoscenico. Ivi era una garetta
rovesciata che serviva da letto; ivi la carcassa di una vettura
preistorica adibita a giaciglio; e vasche da bagno in disuso,
cassapanche, un armadio sventrato, una cassa da morto.
Era quello un angolo distinto dell'Isola Felice; l'angolo riservato
agli anarchici stirneriani. Anche in detto reparto, che poteva
chiamarsi degli agitati, non mancavano i cartigli con le diciture
più stupefacenti. Le quali diciture si affrettò a leggere il nostro
Mostardo che voleva istruirsi. Eccone una piuttosto lunga:
_Chi agisce secondo la spontaneità del proprio dovere,_ NÈ COMMETTE
FURTO _se si appropria le cose supposte di proprietà altrui;_ NÈ
COMMETTE ASSASSINIO _se elimina la esistenza di quei suoi simili
che gli appariscono turbatori della libera espansione della sua
individualità._
Il Cavalier Mostardo lesse due volte ad alta voce tale apocalittica
sentenza, poi continuò:
L'IMPURITÀ SENSUALE, _di qualunque genere essa sia, non importa
un'infrazione ad alcuna legge morale; e, se anche così fosse, non
vale la pena di tenerne conto!_
— Ma questo è un vero _trocaico_!... E chi l'ha detto?... — gridò
Mostardo.
Allora una voce grave e roca si levò dal fondo del teatro e rispose:
— Sono parole di Max Stirner!
E Mostardo di rimbalzo:
— Bravo il porco!... Andateglielo a dire da parte mia!...
— Max Stirner è morto!
— Bene!... E sulla forca, spero!
— No. Sulla forca morirete voi!
Stava già, il nostro Cavaliere, per lanciarsi alla rapida ricerca
dell'ignoto insultatore, quando l'allampanata figura del conte Polpetta
gli si parò davanti.
— Siete stato puntuale — disse il conte — e ve ne ringrazio.
— Macchè puntuale!... Voglio sapere...
— Calmatevi Mostardo. Quello non è un comunista; è un anarchico!
— È una canaglia! Un delinquente!
— Bisogna capirlo!
— Io non voglio capire queste immondizie!
— Abbiate pazienza. Forse non sa chi siete. Avete veduto la Carlotta?
Il nome del caro quadrupede ebbe la virtù di calmare il colosso.
— Sì, l'ho veduta, povera bestia! Com'è dimagrita! Ma chi l'aveva?
— Questo non può dirvelo che quel signore col quale stavate per
azzuffarvi.
— L'anarchico?
— Sì.
— È lui che l'aveva rubata?
— Anzi l'ha ricuperata.
— Fatemi vedere quest'uomo.
— Venite.
Attraversarono la platea. Si udì il busso ritmico degli scarponi di
Rigaglia. Giunti presso il singolare accampamento dei senza-legge, il
conte Polpetta chiamò:
— _Spintàcc_?
Al quale richiamo la stessa voce rispose:
— Crepa!
— Vieni fuori, che c'è gente che ti vuol parlare!
Allora si vide uscir lentamente dalla cassa da morto, prima la testa,
poi il torso di un uomo il quale, puntate le mani ai lati del singolare
giaciglio, volse in giro l'orgogliosa faccia.
— Chi mi vuole? — domandò aggrottando le ciglia.
— Ecco il Cavalier Mostardo! — disse il conte Polpetta.
Spintàcc, al nome solenne, non mutò volto; non dimostrò nè interesse,
nè sorpresa; solo, riparati gli occhi dalla luce, col palmo della
mano, per distinguere meglio i due sopravvenuti, domandò considerando
a volta a volta il Cavalier Mostardo e Rigaglia; Rigaglia e il Cavalier
Mostardo:
— Quale dei due è il nominato?
Il solo dubbio di poter essere confuso con Rigaglia finì di inasprire
Mostardo, il quale disse:
— È inutile vi diate tant'aria! Tanto non fate paura a nessuno, anche
se abitate in una cassa da morto!
— Allora Mostardo siete voi?
— Pare!
— Bravo!
— Bravo un corno!
— Mi fa piacere di non essermi ingannato. Vi avevo immaginato così.
— Cosa vuol dire?
— Vuol dire che rispondete al perfetto tipo del nuovo borghese.
— Io, borghese?
— Voi, appunto! E, con voi, la repubblica!
— Ah, pezzo da galera! Vieni fuori di lì e finisci di fare il cadavere,
poi vedi se te l'aggiusto io la borghesia e la repubblica su quella
testa da pidocchi!
Spintàcc, sotto il violento assalto del Cavalier Mostardo, sorrise
pacatamente e non si mosse. Rispose senza levar la voce:
— Un mio pidocchio val più di tutte le vostre decantate conquiste! E
ve lo spiego subito. Abbiate pazienza. Da più di un secolo, durante
tutto il vostro lungo e vano alunnato rivoluzionario, voi, fra le mille
altre corbellerie, fra le lustre di cui avete pasciuto e pascete la
bestialità del popolo, una ne avete posta innanzi sempre più sciocca,
fra tutte le sciocche: la libertà, la vostra famosa libertà!... Sicuro,
la vostra famosa libertà!... Ma che cos'è quest'araba fenice? Come
si manifesta o si è manifestata dopo tanto frastuono, tanta guerra e
tanto sangue? Quali intieri e reali vantaggi ha portato ai paria, ai
diseredati del mondo?... Nessuno!... Io vi dico, nessuno!... L'egoismo
dell'uomo, la sola sacra forza di vita e la sola rispettabile, è stato
sempre schiavo della vostra infame concezione statale. Voi vi siete
fermati al giusto mezzo, alla mediocrità, alla quiete. Il vostro Stato
ha protetto la prepotenza di un gruppo di egoisti. Che cosa hanno reso
le tanto decantate conquiste?... Niente!... Io dico niente!... _Ora
una libertà che non dia niente, non serve a niente!_ Mettetevi bene
in mente quanto sono per dirvi, caro signor Mostardo; _la vera libertà
deve essere una nostra proprietà_, dobbiamo esser liberi di fare tutto
quanto ci piace secondo il nostro egoismo e il nostro tornaconto e
non dobbiamo riconoscere nessun'altra forza e nessun altro egoismo
al di sopra di noi. _Ciò che io voglio è giusto; ed è giusto appunto
perchè io lo voglio!_ Guardate che cosa è scritto lassù. Guardate. Voi
sapete leggere. Lassù è scritto: — CIASCUNO HA IN SÈ LA PROPRIA CAUSA!
— Ciò che vuol dire che ciascuno fa Stato a sè; nel giro di ciò che
può compiere è più che Imperatore e più che Dio. Noi siamo finalmente
liberi, tutti liberi perchè ci siamo disfatti fino in fondo del peso
originale dell'umanità! Ecco dunque perchè un mio solo pidocchio val
più di tutte le vostre belle fandonie, caro signor Mostardo!
Rigaglia, a tale sfolgorante parolame, scuoteva la grossa testa a
quando a quando e, come Spintàcc ebbe finito mormorò:
— _L'ha parlè bèn._ (Ha parlato bene!).
Allora Mostardo prese Rigaglia per il colletto, lo sollevò da terra due
volte e lo sbattè a terra due volte, tanto che il tonfo degli scarponi
fu marcatissimo. Poi gli disse:
— Adesso imparerai a star zitto!
Rigaglia, che si era insaccato, si raccolse, sotto l'ombra della
sua gabbana che gli saliva fin sopra il cocuzzolo e più non rifiatò.
Compiuta questa prima faccenda, il Cavaliere si rivolse all'oratore e
domandò:
— Hai veduto che cos'ho fatto a Rigaglia?
— Sì.
— Allora ho ragione io!
— Perchè?
— Perchè ho fatto quello che ho voluto. Non hai detto che ciascuno può
fare quello che vuole, quando gli torni conto?
— L'ho detto ed è vero!
— E per te io sono un borghese?
— Lo sei.
— E tu sei un anarchico?
— Lo sono.
— Va bene. Tu sei un anarchico ed io sono un borghese. E, questo, è
Rigaglia imbecille, che sarebbe poi il popolo che ti crede. Va bene...
Va benone!... Dunque io ho lavorato trent'anni della mia schifosa vita
e tu sei andato a spasso a pensare le tue vigliaccherie. Un bel giorno
io mi sono messo assieme tre staia di grano e tu solamente i tuoi
pidocchi. Io mi sono salvata una casa, col mio onorato sudore, e tu
solamente la tua cassa da morto. Siamo d'accordo, è vero?... Fin qui
siamo d'accordo!
— Siamo d'accordo!
— Sicuro!... E io mi chiamo Mostardo e tu ti chiami Spintàcc. Io sono
un galantuomo e tu una canaglia. Un momento... ho sbagliato! Io sono un
borghese e tu un anarchico. Questo è più comodo. Così, a mezza strada,
quando io voglio mangiare il mio grano nella mia casa, arrivi tu,
versipelle, e mi dici: — Quello che io voglio è giusto! — Poi prendi
un fucile, mi ammazzi e ti prendi tutto perchè ti sei messo in testa di
essere tu tutto il mondo. Non è vero?
— È vero!
— Ma io la penso in un altro modo. Ti pare?... Io la penso in un altro
modo!...
E Mostardo era acceso come un papavero.
— Io ho questa idea... Guarda un po'!... Di prenderti... così, per
questa zazzera pidocchiosa, di scrollarti... così, un pochino... di
guardarti ben bene sul muso e dirti: — Sta attento e _non promettere
agli altri quello che non vuoi sia fatto a te!_...
E, parlando, aveva sollevato la cassa da morto mandando poi contenente
e contenuto ruzzoloni per le terre.
Spintàcc si rialzò, si riassettò un poco e, veduta la mala parata,
disse:
— Tu sei più anarchico di me, perchè sei più forte!
Poi le cose si ricomposero. E il Cavalier Mostardo seppe come la
Carlotta fosse stata trovata da Spintàcc in un orto che apparteneva al
gobbo Pulizia.
Quale oscura faccenda si manifestava attraverso l'avventura della
Carlotta?
Il Cavalier Mostardo volle sincerarsene e se ne andò difilato verso la
casa del meticoloso Pulizia.
Ecco la casa del gobbo. Una porticina verde e quattro finestrelle: due
al pianterreno e due al primo piano; proprio una piccola casa per un
piccolo gobbo. Le imposte delle quattro finestre erano serrate. Neppure
una fessura, in tutta la facciata, per un poco di aria e di luce.
— Vuoi scommettere che è andato in campagna?
Suonò il campanello ed attese. Poi si fece in mezzo alla strada e
chiamò:
— Pulizia?
Nessuno!... Forse non c'era nè l'amico Cesare, nè l'amico Ciliegia.
Ad un tratto udì un passo frettoloso giù per le scale e una voce
concitata che non era di buona promessa. La porticina si aprì d'impeto,
rabbiosamente e, nel vano, apparve la faccia sconvolta del moro
Fabrizi.
Il moro Fabrizi, che si era preparato ad accogliere con ferocia
l'importuno, non appena ebbe visto il Cavalier Mostardo, impietrì. E
domandò pieno di stupore:
— Da chi l'avete saputo?...
Mostardo aggrottò le ciglia. Dunque arrivava a proposito! C'era
qualcosa di grosso da scoprire.
— Da chi l'ho saputo non interessa. L'importante è che lo so!
Il moro Fabrizi impietriva sempre più. Ma che modi eran quelli?...
Però, siccome si trattava di Mostardo, chiese, sempre con umiltà:
— Volete vederlo?
— Ma sicuro che lo voglio vedere!... Sono venuto per questo!
— Allora venite con me.
Il moro Fabrizi chiuse la porticina piano piano, poi si avviò innanzi
sulla punta dei piedi, cercando di fare il minor rumore possibile.
Mostardo lo guardò incuriosito.
— Che cosa sono tutte queste delicatezze?... Chi è che dorme?...
Allora il moro Fabrizi si rivolse:
— Come?... Ma non lo sapete?...
— E che cosa, di grazia?...
— Il povero gobbo...?...
— Be'?...
— Muore!
Mostardo fece un salto indietro.
— Cosa mi dici?...
— Sì. Gli è venuto l'avviso questa mattina. Adesso passa di là!
— Ma non è vero!
— Venite di sopra. È un po' nero in faccia: ma muore bene!
— Che cos'è?... Un colpo?
— Sì. Se ne va che non se ne accorge, il poveraccio!... Proprio la
morte che meritava.
— Per Bios!... Questa non me l'aspettavo!
Si infilaron l'un dietro l'altro, su per le scale; e Mostardo
tratteneva il respiro.
Ora, nel suo letticciuolo candido, il gobbo Pulizia stava per
accomiatarsi da questa vita.
Lo assistevano: la Repubblica, la bandiera rossa, Garibaldi e Mazzini
che lo guardavan dalle pareti, fuor da due grandi oleografie. Poi il
moro Fabrizi, che era l'amico Cesare dell'amico Ciliegia. E nessun
altro.
Il Cavalier Mostardo era capitato là per caso, senza saper niente di
quel supremo esilio.
E, non appena entrato, constatò che ciò che aveva detto il moro Fabrizi
era vero. Il gobbo Pulizia moriva bene. Se ne andava senza troppo
disturbare il prossimo e senza far ribrezzo.
Infatti la sua faccia era cianotica; ma non tanto da non potersi
guardare; ed il suo respiro si era bensì convertito in un rantolo, ma
non tale da rendersi insopportabile.
Insomma rantolava con discrezione, come per non farsi sentir troppo da
chi doveva vegliarlo. Se ne andava discretamente. Combatteva in sordina
con la sua morte, senza opporle una troppo vivace resistenza. Pareva le
dicesse:
— Ma sì che vengo!... Aspetta ancora un poco; tanto che mi resti tempo
di sciogliere l'ultimo nodo!
Il Cavalier Mostardo sedette presso la finestra. Il moro Fabrizi al
capezzale del moribondo.
— È venuto il dottore? — domandò Mostardo.
— No. E non l'ho chiamato perchè il povero gobbo non lo voleva mai. Poi
a momenti è morto! — rispose il moro Fabrizi.
— Sì; ma un po' di dottore ci voleva! Che medicina gli dai?
— Niente. Dell'acqua da bere. Non è meglio?
— Oi!... — fece Mostardo, che non voleva pronunziarsi.
— Non ha mai preso una medicina in tutto il tempo della sua vita;
volete che glie la dia proprio adesso che muore?...
— Però poteva esserci qualcosa per farlo soffrir meno!
— Ma non soffre mica! Poi non capisce più niente.
— Ne sei sicuro?
— Come son sicuro di vedervi!
— Lo dici te; ma lui non te l'ha detto.
— Volete che faccia la prova?
— Fa pure.
Allora il moro si chinò sul capezzale e, posata una mano sulla spalla
del moribondo si dette a scuoterlo in malo modo e gli gridò, proprio in
un orecchio, usando per maggior efficacia il dialetto nativo:
— _Vòi gobb?... Eviva la Ripoblica!_... (Ehi, gobbo?... Evviva la
Repubblica!).
Stette in ascolto un poco; poi quando vide che il trapassante non dava
cenno di intesa, si rivolse a Mostardo e disse:
— Avete veduto?... Se avesse capito avrebbe risposto: evviva!
Mostardo scosse il capo e non aggiunse parola.
Aspettarono in silenzio una mezz'ora, poi Mostardo disse:
— Può anche arrivare a domattina!
E il moro Fabrizi:
— Macchè. È questione di poco. Se avete pazienza lo vedete morire.
Mostardo si guardò i piedi. Ora il gobbo Pulizia lottava più fieramente
con la morte. A quando a quando uscivan dalle sue labbra tumefatte,
parole incomprensibili; ma una, fra le tante, giunse ben chiara
all'orecchio del nostro eroe, una parola sintomatica:
— ... cavallo...
— Ahi!... Ci siamo!... — pensò Mostardo e prestò maggiore attenzione.
E il moribondo ripeteva ostinatamente fra gli ultimi rantoli:
— ... cavallo... il cavallo...
Era diventata ormai la sua idea fissa.
— Muore con un rimorso! — pensò Mostardo.
— Il cavallo!... Il cavallo!...
— Ma che cos'ha! — fece Mostardo, rivolto al moro Fabrizi.
— Parla con le ombre!
— Però... questa idea del cavallo?...
— Oi! Si vede che la morte non è arrivata a piedi, questa volta!
— No. Ci deve essere un'altra ragione.
— Sarà così. — rispose il moro.
E il gobbo Pulizia veniva agitandosi sempre più. L'amico Ciliegia
gli aggiunse due altri guanciali sotto alle spalle. Ora era seduto
sul letticciuolo bianco bianco. La sua faccia si faceva sempre più
cianotica e l'agitazione aumentava col rantolo aspro.
Poi vi fu un punto in cui la piccola creatura sul limite dell'ultimo
esilio, aprì gli occhi che aveva tenuti fino allora, ostinatamente
chiusi; aprì gli occhi pieni di occulto terrore, li sbarrò, immobili
verso una lontananza che egli solo sapeva e, rabbrividendo, gridò per
tre volte a tutta voce, scandendo le sillabe:
— Il cavallo di Troia!... Il cavallo di Troia!... Il cavallo di
Troia!...
Per Mostardo non c'era più dubbio. Esclusa Troia, della quale non
conosceva il valore e l'importanza, era certo che il gobbo Pulizia
se ne andava col rimorso della Carlotta sulla coscienza. Egli avrebbe
appurato la cosa con l'amico Ciliegia il quale non poteva non essere
stato a parte della faccenda. Frattanto, per mettere i piedi avanti,
disse:
— Hai sentito che ha parlato del cavallo di Troia?
— Ho sentito — rispose il moro.
— Questo deve essere un rimorso!... Muore con un rimorso!...
— Un rimorso di Troia?... Ma no!... È stato un uomo senza vizi!
— Valà! Tu mi capisci bene!
— Se capisco, vorrei che mi cavassero gli occhi!
— Be', tienti in mente questo cavallo. Ne riparleremo.
Ma in quel punto il gobbo Pulizia se ne andava per davvero. Si rivolse
al compagno inseparabile, lo chiamò per nome:
— Moro?
Poi incominciò a sbattere le palpebre.
— Cosa vuoi?
Afferrò una mano del compagno; la strinse forte.
Allora la tenerezza dell'amico che rimaneva al mondo doveva ben trovare
la parola del supremo conforto per l'amico che partiva, e la trovò
il moro Fabrizi, perchè, chinatosi sul moribondo, gli disse con la
migliore voce che si trovò in quel punto:
— _Al vègh t'at mur adèss... Mo un è ignint! Ichsè t'avdirè
Garibaldi!_... (Lo vedo che muori adesso... Ma non è niente! Così
vedrai Garibaldi!).
E dopo qualche minuto la fiera anima rossa del povero gobbo, era salita
ai cieli del suo primo eroe.
Poi che fu morto, con squisito senso di conseguenza, lo composero nel
piccolo letto; gli gettaron sopra la bandiera rossa e gli adagiarono il
capo fra un boccale e un mazzo di carte da giuoco.
E così fu sepolto.
A casa, il Cavalier Mostardo aveva un dizionario enciclopedico. Volle
sapere che cos'era questo Cavallo di Troia, per potersi regolare col
moro Fabrizi.
E lesse:
_Troia, città celebre della Frigia. Questa città sostenne l'assedio dei
Greci per lo spazio di dieci anni e fu presa con il mezzo di un gran
cavallo di legno che Pallade aveva consigliato ai Greci di fabbricare
ed in cui molti guerrieri si rinchiusero. Dopodichè i Greci finsero di
andarsene, ed i Troiani, a ciò indotti dagli inganni di Sinòne, fintosi
disertore greco, rotta una parte delle mura, fecero entrare il detto
cavallo in città. I Greci, in quello rinchiusi, ne usciron di notte e
saccheggiarono e distrussero Troia._
Chiuse il libro e si mise le mani fra i capelli.
Frigia... Pallade... Sinòne... il cavallo con dentro i soldati...
l'incendio di Troia...
Povera sua testa!...
E il gobbo Pulizia non poteva più dire una sola parola a rischiarare
tanto mistero.
In quel punto egli udì lo stridulo canto del gallo Francesco.