— C'è tutto? — domandò Mostardo.
— Sì.
— Posa lì, sul sofà.
Rigaglia si ritrasse in un angolo.
— Trancia e Giovannone, quella roba è vostra. Vestitevi.
Il Trancia e Giovannon della Piva non se lo fecero dir due volte. Si
scambiarono un'occhiata soddisfatta e in un baleno furono nudi. Fecero
un involto dei cenci che si erano tolti d'addosso e lo gettarono fuori
dalla finestra.
— Ed ora a noi! — fece Mostardo rivolto ai restanti compagni. — Ora voi
andrete con Rigaglia. Troverete nella camera dove vi condurrà tutti i
vestiti pronti. Perchè non nascano contestazioni, ogni vestito ha un
cartello e un nome. Tu, Rigaglia, li chiamerai ad uno ad uno e darai
loro il vestito che ho loro destinato. Troverete anche l'acqua per
lavarvi. Fate presto. Via!
Rigaglia si mise alla testa e la masnada dietro. Erano appena usciti
che la porta si riaprì e comparve il Giovinaccio. Forse Giobbe sullo
sterquilinio non aveva un aspetto diverso.
Mostardo lo guardò e scoppiò in una risata. Poi disse:
— Va' di là coi tuoi compagni. Marsc!
Il Giovinaccio scomparve fra le risa del Trancia e di Giovannone.
Fu fatto silenzio.
— Sentite, ragazzi — riprese Mostardo. — Voi dovete rendermi il
servizio più grande!
— Per quello che siam buoni, eccoci qua!
— Io ho preso un impegno; un impegno di onore e voglio far fronte
alla parola che ho data. Se voi saprete fare, sarete contenti di me.
Conoscete la marchesa Alerami?
— Chi, la clericale?
— Clericale o no, questo a voi non deve importare, per adesso! — e
sottolineò le ultime parole. — Per adesso noi non vogliamo vedere
che una signora, e cioè una donna. Mi spiego?... Dunque questa donna
è stata minacciata nella vita, forse dai suoi contadini _rossi_. Può
darsi che qualcheduno abbia intenzione di spararle nel petto e questo
non deve essere! Capite, ragazzi? _Non deve essere!_ Io ho pensato
a voi. Voi non avrete, in questi giorni, altra occupazione se non
quella di guardare il palazzo Alerami e di seguire la marchesa o il
marchese quando usciranno dal palazzo. Ci sono due biciclette a vostra
disposizione e, tanto per cominciare, venite qua...
Tolse dal portafoglio due biglietti da cento e continuò:
— Questo è per te, Trancia... e questo è per te, Giovannone. Va bene?...
— Cavaliere — fece il Trancia — non c'è _rosso_ che tenga!... Se non
ci ammazzano, alla marchesa non debbono guardare neppure alla polvere
delle scarpe!
— E voi sapete chi siamo! — soggiunse Giovannone.
— Così mi piace! — riprese Mostardo. — E, adesso, non una parola ai
compagni di quanto ho detto. Siamo intesi?
— Va bene.
Si levò dalla scrivania e si accostò ai due sozii.
— Fatemi vedere come state, vestiti a nuovo.
Li sbirciò dal capo alle piante, li fece rivolgere da tutti i lati e
disse:
— Non c'è male. Non siete stati mai tanto belli in tutta la vostra vita!
— Ce lo lascerete questo vestito?
— Secondo come vi porterete.
— Se è solamente per questo! — fece Giovannone.
— E quando dobbiamo incominciare il servizio? — domandò il Trancia.
— Subito.
— Va bene. Possiamo darci un turno?
— Fate voi. La responsabilità è vostra.
— D'accordo.
— Resta inteso che ogni sera verrete a farmi rapporto.
— D'accordo. Ma se ci capita di sparare, dobbiamo sparare?
— Senza pietà!
— E... non ci condurranno _dentro_?
— A questo penserò io. Mi rendo garante della vostra libertà. Non
potranno farvi niente perchè non sarà che un episodio della lotta fra
Capitale e Lavoro.
— Va bene. Arrivederci.
— Arrivederci. Le biciclette le troverete vicino alla stalla, nel
cortile.
— Dobbiamo prenderle?
— Prendetele. Un momento. Non pensate di involarvi perchè io sono uomo
da raggiungervi anche in America!
— Cavaliere...
— Bene, bene!... Adesso filate.
Come i due sozii furono scomparsi, il Cavalier Mostardo uscì dallo
studio, serrò la porta a chiave e si diresse alla stanza dov'era
raccolto il resto della brigata. Entrò che i bei compagni facevano un
baccano indiavolato. Non appena comparve Mostardo regnò un silenzio da
chiesa.
— Che cosa è stato? — domandò il Cavaliere.
— Niente.
— Siete pronti?
— Sì.
— Allora andiamo.
A vederli così vestiti: chi col fondo dei pantaloni che gli scendeva
come una borsa; chi con certe braghesse nelle quali diguazzava come in
un pallone; chi annegato in una giacca monumentale o costretto in un
farsettino tanto striminzito da non potervisi rimuovere, chi li avesse
veduti, quei bei campioni, non avrebbe trattenuto le risa. Ma Mostardo
aveva ben altro per il capo. Si avviò innanzi e la masnada gli tenne
dietro in silenzio. Furono in una stanza a terreno. Mostardo distribuì
le biciclette, gli schioppi e le cartucciere; poi si armò a sua volta.
— Venite anche voi? — chiese l'Affogato.
— Sì — rispose Mostardo.
— Bene! Allora sì che faremo bufera!
Uscirono nel buio. Mostardo ebbe cura di spegnere tutti i lumi. Mandò
fuori i sozii e, prima di chiudere la porta, disse a Rigaglia:
— Se viene qualcuno a cercarmi, io sono a letto e dormo.
— Sì signori... — fece Rigaglia.
Poco dopo filavano in bicicletta nel buio della notte.