— C'è proprio bisogno che mi spieghi?... — E aperto il cassetto della
scrivania ne estrasse un pistolone del tempo del Papa. — C'è bisogno
che mi spieghi?... — ripetè oscurandosi talmente in viso che il Trancia
tese una mano verso la pistola e mormorò:
— No... non c'è bisogno!...
— Adesso fate gli umili, è vero?... Adesso!... Ma quando ero di là con
una signora eravate arroganti, allora!... e avete convertita la mia
casa in un porcile!
— Ma che cosa abbiamo fatto? — domandò il Giovinaccio.
— Vuoi anche saperlo? — e Mostardo si alzò dalla poltrona.
Di un balzo fu sul malcapitato, lo afferrò per le braccia, lo sollevò
come se fosse uno sigaro, lo fece girar per l'aria due volte e si
accostò alla finestra aperta.
I sozii guardavano impietriti e non osavano aprir bocca. Essi sapevano
bene di che fosse capace il Cavalier Mostardo quando una cosa gli
andava di traverso; conoscevano la sua forza prodigiosa e si guardavan
dall'intervenire. Mostardo era buono a spacciarli tutti quanti se
lo acciecava la sua violenza; era adunque meglio lasciarlo fare e
raccomandarsi a Dio per l'anima del Giovinaccio.
Ora la finestra di quella stanza si apriva sopra un'ampia e ben colma
concimaia.
In un balzo Mostardo fu alla finestra, tenendo saldo fra le mani
robuste l'uomo che si divincolava e urlava. Ad un tratto lo sollevò e
lo tenne sospeso nel vuoto per il solo tempo in cui gli disse:
— Guardala!... Quella è la tua casa!...
Poi lo scagliò nel vuoto.
Si udì un tonfo sordo e le voci dei sozii che mormoravano:
— L'ha ammazzato!...
Il Cavalier Mostardo ristette un attimo a guardare. Quando fu certo del
fatto suo, si rivolse e disse:
— Sta meglio di me e di voi. Gli ho data la lezione che si meritava.
E ritornò alla scrivania, e sedette in pace, contento ormai di essersi
spiegato. I sette restanti eran doventati come tanti agnelli.
Il Cavalier Mostardo aveva bisogno di essere ubbidito e sapeva come
farsi ubbidire.
— Venite fuori voi, Trancia, e voi Giovannone.