UNA BALLERINA.

La nebbia empiva le strade e il breve crepuscolo invernale cadeva nella

notte. I lampioni quasi appena accesi divenivano foschi per la densità

dei vapori. Poca gente, rarissime carrozze; nei quartieri lontani dal

centro un silenzio sinistro.

Nelle case invece, una grande vivacità, poichè era l'ora del desinare e

giorno di festa. Uno di quei momenti in cui la sensualità soddisfatta

assorge quasi a serenità ideale; momenti che spingono gli uomini alle

disposizioni benefiche col fumo appetitoso delle vivande, e il profumo

eccitante dei vini.

Matilde Sozzi aveva forse calcolato sulla particolare disposizione alla

benevolenza che una buona minestra può sviluppare in un cuore umano,

scegliendo appunto quell'ora per la sua questua; o piuttosto ella

seguiva semplicemente lo stimolo della fame, che diveniva più acuto in

lei verso l'ora comune del desinare.

A occhi bassi, senza guardarsi intorno, scivolando quasi lungo la fila

delle case, ella procedeva in mezzo alla nebbia. Veniva dal fondo di

un sobborgo e si dirigeva al centro della città. Non aveva mangiato

dal giorno innanzi, ma in quel momento sentiva più il freddo che la

fame. Provava un grande sbalordimento e mille immagini confuse si

affollavano nella sua mente. Erano memorie lontane di tempi migliori:

una casa agiata; dei visi cari al suo cuore; abiti eleganti e capaci

di ripararla dal freddo; una tavola preparata; una allegra famigliuola

seduta intorno. Altre immagini, più lontane, più vaghe: una scena

sfavillante di colori e di luce, dove lei era ammirata e festeggiata,

bellissima tra le belle.

Ma le quattro lettere che teneva strette in mano, sotto allo scialletto

lacero e leggiero come un ragnatelo, riconducevano i suoi pensieri

all'angoscioso presente. Le rileggeva dentro di sè quelle lettere

scritte con tanta pena e ch'ella sapeva a memoria. La prima era per

l'impresario. Quest'anno anche lui l'aveva abbandonata. Perchè le aveva

rifiutato quel misero posto di figurante dell'ultima fila, che l'anno

scorso le aveva impedito di morir di fame? Era brutta, secca... oh!

lo sapeva benissimo! glielo dicevano per la strada, fino i monelli....

tuttavia, siccome era svelta ancora, con un po' di rossetto, per «frega

scene» le pareva di poter passare.

Alla Canobbiana la gente non ci badava tanto, e fra le coriste ce

n'erano di quelle!... Epperò lo supplicava che non l'abbandonasse. Non

sapeva come andare avanti a campare; se l'avessero scritturata per il

ballo nuovo, avrebbero fatto un'opera di misericordia!..... Intanto

la soccorresse di qualche cosa per quella sera.... Non aveva nulla,

nulla!...

Si fermò. Era arrivata. Restò un momento con gli occhi fissi nella

corrente luminosa che usciva dal portone. L'idea di mettere il suo

profilo miserabile sotto la luce sfacciata la sbigottiva. Ma infine, il

coraggio non le mancava. Si slanciò risoluta e presentò la sua lettera

al portiere: sarebbe ritornata fra un'ora per la risposta. E scappò via

senza badare al sorriso ironico del portiere. La seconda lettera era

per una compagna d'arte, una vecchia amica, ora indifferente.

Non le chiedeva che un piccolo prestito. Sperava di essere scritturata

e avrebbe fatto subito il suo dovere. Questo scriveva, ma in fondo

non sperava di avere del denaro da quella donna, tutt'al più qualche

cencio.

Per consegnare le due ultime lettere doveva recarsi sul corso di Porta

Venezia e in via Monte Napoleone. Sul Corso stava una sua sorella

che spesso la soccorreva, sebbene non vivesse nell'abbondanza nemmeno

lei. Se Matilde fosse salita a quell'ora e avesse detto che non aveva

desinato, non le sarebbe mancata una scodella di minestra e qualche

altra cosa. Ma ella non osava salire quel giorno perchè sapeva di

meritarsi dei rimproveri.

Al principio dell'inverno vedendola così nuda, la Rachele le aveva

regalato una sottana di flanella quasi nuova e pesante, che era una

grazia di Dio. Matilde aveva visto che se l'era levata di dosso in un

momento di tenerezza; e: tienla almeno di conto, le aveva detto.

Ora lei non l'aveva già più. La sua miseria era più grande che non

potesse dire: tanto grande che cercava sempre di nasconderla un poco.

Un giorno che le era ancora balenata la speranza di una scrittura

discreta, aveva impegnata quella sottana — l'unico capo buono che

possedesse — per mangiare un poco, senza cercare la carità. Poi, la

scrittura essendo andata in fumo, aveva venduta la polizza per pochi

soldi. — Tornerò a momenti per la risposta — gridò anche qui, senza

fermarsi per non essere interrogata dalla portinaia che la conosceva.

Affrettò il passo verso l'ultima meta della sua questua. Era la più

penosa: là, in quella casa di un aspetto assai decente, stava suo

marito, con due figliuoli di lei e un'altra donna! Era veramente un

fatto troppo doloroso, chiedere un pezzo di pane a quell'uomo! Eppure

Matilde non era spinta dal solo bisogno a portare in quella casa la sua

miseria. Era una specie di vendetta, di persecuzione impotente, e il

solo mezzo di accostarsi alle sue creature. Pensare che dopo di averla

spogliata di tutto, quell'uomo le aveva portato via anche i bambini,

cacciandola ignominiosamente! E lei doveva tacere.

La ragione legale era per lui: poteva farla andare in prigione se

voleva. Era così la legge che lei non intendeva e chiamava assassina.

La portinaia stava sull'uscio. Vista Matilde non le lasciò il tempo di

entrare dicendole subito: — Quelli che lei cerca, non stanno più qui.

Sono andati via.... fuori di Milano.

Matilde restò sbalordita, poi replicò:

— Andati via?... Dove?... Non per sempre certo?...

La portinaia si strinse nelle spalle: non era affare suo: non sapeva:

ma avevano portato via ogni cosa ed erano andati alla stazione.

Colpita al cuore Matilde restò senza parole. Non sapeva come staccarsi

da quella casa: non poteva persuadersi che la sua disgrazia fosse così

completa.

Non contenti di averla cacciata, dunque, si sottraevano perfino ai suoi

lagni, alla sua vendetta, alle sue preghiere!

Un singhiozzo le sollevò il petto. Per quanto abbrutita, il dolore

poteva in lei ancora più della collera, più della fame. L'assaliva

una corrente di tenerezza retrospettiva che la trasportava. Quelle

due creature che erano sue, nate da lei, nudrite da lei, e che ora

andavano via... lontano... con la ganza di suo marito... Quelle

faccine delicate, quei sorrisi ingenui, quei grandi occhi dolci, che

tanto l'avevano confortata nei primi anni..., quei tepidi baci...

quelle sante carezze... oh! come tornavano alla sua memoria, come la

straziavano!... Se avesse potuto rivederle un momento, baciare quelle

testine ricciute, esalar l'anima ai loro piedi!

La portinaia le aveva voltate le spalle, ed ella rimaneva là, ritta sul

marciapiedi, sotto al becco del gas che metteva in risalto tutta la sua

miseria.... In quel momento non pensava a nascondersi — non sentiva il

freddo acuto... nulla.

Una guardia, che da qualche tempo la sorvegliava per sorprenderla

in delitto flagrante di accattonaggio, visto che non ci riusciva, le

intimò bruscamente di andare avanti, chè disturbava la gente.

Matilde non si scosse, non fece alcun gesto di sorpresa nè di

protesta, si asciugò gli occhi pieni di lagrime e lentamente, quasi

inconsciamente obbedì al comando.

Tornò a camminare, o meglio a scivolare rasentando i muri, come

un'ombra. Così rifece la sua penosa _Via Crucis_, per raccogliere le

risposte ai suoi tre biglietti, pensando a tutt'altro, o non pensando

affatto come una macchina che compie il suo giro.

Tornavano i ricordi ad assalirla e le immagini si cozzavano confuse:

le due bimbe con le braccia tese verso di lei; suo marito a braccetto

di un'altra donna — lei stessa colpevole, vilipesa, scacciata — poi

balestrata di giorno in giorno fino all'ultima miseria: un cencio

sudicio adoperato ai più vili mestieri. E in mezzo a queste lugubri

fantasie tornava, per tormentarla di più, la prima visione luminosa:

una figura di donna raggiante di gioventù e di bellezza, punto di mira

a migliaia di sguardi, desiderata, applaudita da una folla di uomini.

Quella donna era lei stessa, lei stessa, felice di sentirsi bella e

giovine, esaltata da quei trionfi, ma onesta.

Tutti glielo dicevano; era una brava ragazza, non voleva saperne di

raggiri: voleva maritarsi: faceva bene. Proprio così: lei era fidanzata

a un negoziante del suo paese e non aveva raggiri. E si stimava savia

e disprezzava le altre. Chi le avrebbe detto che di là appunto doveva

nascere la sua rovina? Chi le avrebbe detto che, dopo smesso di

ballare per dedicarsi tutta alla famigliuola, le sarebbe toccato di

ricominciare, per far fronte alla miseria, con le gambe rese pesanti

dal riposo, le carni floscie, la faccia scarna, i capelli brizzolati?

e la crudele memoria numerava ad una ad una le infinite amarezze di

quel ricominciamento. Gli antichi ammiratori che affettavano di non

riconoscerla; le faccie dure e fredde degli impresari che le facevano

la limosina di una miserissima scrittura; le faccie maligne delle

rivali atteggiate a beffarda pietà.

Ma si fa il callo a tutto. Ella si era avvezzata a quella vita, come

da giovinetta a ballare mezza nuda sotto al fuoco dei cannocchiali.

Si consolava che almeno poteva dare un pezzo di pane ai suoi bambini,

quando il marito rimaneva lontano le settimane e i mesi senza

ricordarsi della famiglia. Così avvenne che la paga non bastando,

si lasciò trascinare e fu sorpresa e cacciata da lui che aspettava

quel momento per metterla fuori dell'uscio. Quante lagrime, che

disperazione! Ma la sera stessa, con quel peso sul cuore, le toccò

ben di ballare in un costume di follia, col viso impiastricciato di

rossetto e di biacca, la parrucca bionda e gli occhi tinti! Le lagrime

che si sforzava a trattenere per non _disfarsi il viso_, le gonfiavano

le tempie e le serravano la gola. Le persone ridevano a vederla così

goffa e brutta.

Dopo il teatro, uscita nella strada, con un freddo intenso, ella andò

errando per le vie, non sapendo dove dormire. A casa, il marito non

la voleva e lei non aveva un soldo. Girò tutta la notte, così, mezza

pazza, e finalmente accettò l'invito di un suo collega, che in capo di

un mese la pregò poi di andarsene.

O che vita! Che miserabile vita era stata la sua da quel giorno!

Quanta fame aveva patita e che freddo atroce nei lunghi inverni!

Fame e freddo, queste due sensazioni sempre più acute in lei, si

confondevano coi ricordi e assorbivano a poco a poco tutte le sue

facoltà.

La nebbia pesava sulla città come una coltre mortuaria.

Matilde camminava a scatti, sospinta dai brividi.

Arrivata alla porta dell'impresario trovò la sua lettera respinta, con

l'ordine espresso di non portarne altre.

Già dall'amica non aveva trovato nulla e da sua sorella, un biglietto

scritto col lapis e venti centesimi: tutto il denaro che si trovava

in casa in quel momento. L'impresario le dava il colpo di grazia. Un

colpo tanto forte che Matilde non potè sostenerlo. Spezzata in tutte

le membra, con le ginocchia che le si piegavano, si lasciò cadere e si

rannicchiò tutta ridosso al muro. Non ne poteva più.

Le lagrime l'acciecavano, la febbre la faceva sussultare. Così finiva,

disprezzata, rejetta. E i suoi figliuoli non sapevano ch'ella moriva

come un cane, in fondo a una strada. Chi sa cosa facevano in quel

momento?

Le pareva di vederli piangenti, maltrattati.... Oh! la tetra visione!

Un branco di giovinotti, usciti da una vicina osteria videro quella

figura di donna accovacciata nell'ombra, e s'avanzarono verso di lei

per curiosità.

— È briaca fradicia! — esclamò uno.

— È brutta come il peccato! — ribattè un altro. E si allontanarono

sghignazzando.

Più tardi le guardie di città portarono la povera Matilde in Questura;

e di là all'Ospedale.

Nella nebbia · 第 15 / 19 题