Era la vigilia di Natale; Milano pareva trasformata in un vasto, enorme
mercato. Mai come in questo giorno mi è sembrata vera l'osservazione,
che l'umanità si divide in due grandi schiere, di compratori e di
venditori, le quali s'intrecciano, si confondono, tornano a separarsi
formando sempre nuovi gruppi, come le figure di un caleidoscopio.
Le strade erano piene di gente d'ogni risma: gente allegra —
preoccupata — nervosa.... I bambini passavano cinguettando, con quella
loro aria di beatitudine e d'inquietudine vaga, gli occhi pieni di
sogni e di speranze.
Ci si pigiava davanti alle grandi vetrine e alle piccole mostre,
per entrare nelle botteghe, per arrivare ai banchi, disputando,
contrattando, scegliendo il meglio possibile, ciascuno nel limite delle
proprie forze.... finanziarie — limite sempre ristretto relativamente
ai desideri.
Come di ragione, i migliori affari erano riservati ai venditori di
cose mangereccie — dal macellaio al pasticciere — ed ai venditori di
giocattoli; poichè, Natale è, come si sa, una festa di famiglia, nella
quale si fanno gli onori al ventre e ai figliuoli.
Il tempo essendo discreto, la passeggiata era piacevolissima per
l'osservatore. Sul corso si potevano incontrare le signore eleganti,
a piedi, tutte chiuse nelle loro pelliccie o nei grandi mantelli,
ringiovanite dal piacere di comperare, di spendere, di preparare i doni
gentili, le sorprese, il piacere degli altri che è il grande piacere
femminile.
In via Santa Margherita si potevano vedere i gastronomi più raffinati,
ma non egualmente ricchi, fermi davanti alle vetrine del Testa e del
Rainoldi, studiando l'esposizione sapiente, fantasticando su i nomi
e le forme di certi manicaretti, aspirando gli effluvi eccitanti
ogniqualvolta un ghiottone più fortunato, sicuro di potersi pagare
tutti i capricci, entrava in una di quelle botteghe, o ne usciva, gli
occhi lucidi, il viso contento.
Non è poco interessante, per chi studia le passioni umane, lo
spettacolo di un vero ghiottone nel momento in cui si prepara le
sue voluttà. Ho visto una volta un famoso musicista dall'ampia
circonferenza, scegliere certi salumi, aspirare l'effluvio di certi
formaggi e di certe salse esotiche; e mi ritorna ancora nella memoria
l'espressione singolare della sua fisonomia, di solito arguta.
Bisognava vedere che importanza, che minuziosa attenzione, che serietà!
La mondana più raffinata non mette maggior passione nè studio,
nella scelta delle stoffe, dei fiori, dei gioielli incaricati di far
risaltare la bellezza del suo corpo.
*
* *
La folla più densa, mista e screziata, la trovai al Verziere, ai
mercati di piazza Santo Stefano, dove, in uno spazio relativamente
piccolo, erano esposti i pollami in quantità strabocchevole, le
selvaggine, il pesce, le verdure primaticcie, gli agrumi.
I rivenditori gridavano la loro merce, invitavano i passanti a
comprare, insistendo, bisticciandosi, lanciando epiteti.
E sempre aumentava il frastuono. Pareva che la ressa non dovesse
cessar mai. Frotte di compratori andavano via carichi; a vederli si
sarebbe detto che botteghe e mercati fossero vuoti finalmente; invece,
erano sempre pieni, e nuovi compratori arrivavano, più pressati, più
insistenti.
I gridatori, esausti, non avevano più voce, e gridavano disperatamente
con la voce strozzata.
Sulle cantonate, un uomo ritto in piedi, con la sua merce in spalla,
gesticolando, dimenandosi, lanciava sempre, a regolari intervalli, il
medesimo grido:
— L'unico regalo per fanciulli, signori!... l'unico regalo! Costa due
soldi!...
E agli occhi ammirati dei fanciulli appariva un orologio minuscolo, le
cui lancette si movevano.
Altri uomini misteriosi offrivano altri prodigi a un buon mercato
veramente straordinario: il topo meccanico, il fattorino, la portatrice
di pane....
Il sole tramontava, lontano, dietro alle nuvole dense; il freddo
diveniva più acuto.
Tornavo a casa, la testa intronata dal rumore, sbalordito per le mille
immagini diverse, entrate nel mio cervello, traverso ai miei occhi.
Pensavo involontariamente ad una città che si prepara a sostenere un
assedio e teme la carestia. L'enorme quantità di provviste non poteva
avere altro scopo. Il pranzo di Natale, le cene, i regali.... Pretesti,
grosse burle, per ingannare il nemico!....
Quale nemico?
Chi sa!...
Ma la gente che mi passava daccanto dissipava subito il mio sogno.
Gruppi di donne venivano parlando dei regali, dei piatti che
preparavano, degli invitati....
Dei rivenditori tornavano a casa, avendo esaurita la merce, le mani
vuote, il portamonete pieno; comunicandosi i buoni colpi fatti,
sparlando dei compratori difficili abilmente canzonati.
Altri cantavano a squarciagola, avendo anticipato sulle libazioni della
festa.
In mezzo alla calca qualche figura corretta di gentiluomo affrettava
il passo, apriva nervosamente la porta vetrata di un gioielliere, di un
pasticciere, di un fioraio, di un negoziante di mode, e spariva.
Si accendeva il gaz. Più in alto, sulle nostre teste si imbiancavano i
globi fantastici della luce elettrica, come tante lune staccatesi dal
cielo.
Una nuova allegrezza, una nuova sontuosità, si spandevano. La folla
impediva il passaggio su i marciapiedi.
Il tram di Porta Vittoria stazionava nel solito angolo della
piazza, impudente di grettezza, ai piedi del colosso di marmo, dalle
innumerabili guglie — il colosso che pare più superbo, più fantastico
e maraviglioso, dacchè la parte moderna della piazza, borghesemente
pretenziosa, stona di più col carattere trascendentale della
illuminazione.
Entrai nel carrozzone, ancora completamente vuoto, rassegnato ad
aspettare.
Le redini erano legate, la frusta riposava; forse i cavalli
stiacciavano un sonnellino.
Cercai con gli occhi il cocchiere. Era giù, presso ai cavalli, piantato
sui suoi stivaloni, ampi, rigidi, come due cassette di legno.
Sotto al pastrano si disegnava un corpo di atleta, dalla nuca turgida,
dalla testa forte; un po' tozzo.
Una donna e un fanciullo erano arrivati presso di lui in quel momento,
correndo, leggermente ansanti.
Il fanciullo si attaccò al pastrano paterno sghignazzando; allungò una
manina ardita verso la pancia del cavallo.
La donna aveva tolto una calderina di latta di sotto allo scialetto, e
la porgeva al marito.
— Speriamo sia calda! —
L'uomo non rispose subito tutto occupato a scoprire la calderina.
— Fuma!
Tutti e due sorrisero di compiacenza.
Il cocchiere cominciò a rimestare col cucchiaio una minestra di riso e
verdura, densissima, calcata.
— Ho molta fame! — mormorò — non ho avuto tempo neppure di mangiare una
mezza micca.
— Mangia presto, dunque; che non ti tocchi come l'altro giorno!
Egli scrollò il capo, e cominciò il suo desinare, in piedi, vicino ai
suoi cavalli, in mezzo al rumore e al via vai della gente.
Aveva un modo singolare di empire il cucchiaio e di empirsi la bocca.
Certamente doveva essere il risultato di una lunga abitudine e di uno
studio particolare.
Con meravigliosa sveltezza faceva girare il cucchiaio nella calderina
in modo da raccogliere la maggior quantità possibile di minestra;
poi, invece di portarlo alla bocca come facciamo tutti — il che gli
sarebbe stato impossibile senza impiastricciarsi il naso — appoggiava
delicatamente le labbra sul mucchio della minestra, e alzava il
cucchiaio, girandolo rapidamente, eseguendo insomma una curiosa
manovra, in virtù della quale, a me pareva, non che egli mangiasse,
ma empisse di malta e ghiaia una buca profonda e stretta, con la
preoccupazione di far molto presto e di non imbrattarne gli orli.
A manovra compita, prima di prepararsi una seconda cucchiaiata, egli
alzava la testa e spingeva lo sguardo scrutatore fino in fondo alla
strada, che va diritta da piazza del Duomo a piazza Fontana.
Niente! Un sospiro di sollievo, e un'altra cucchiaiata colma come la
precedente.
Qualche volta, la donna cercava di risparmiargli pena, tenendo lei gli
occhi fissi al punto donde doveva spuntare il tram di ritorno.
— Mangia! non c'è niente!
Ma lui, non si fidava. Un grave timore vegliava su quel formidabile
appetito di lavoratore digiuno: il timore di essere colto in flagrante
ritardo di mezzo minuto....
Ad ogni cucchiaiata, lo sguardo scrutatore andava, sicuro e
pronto, come una palla di fucile, laggiù in fondo alla strada; e
involontariamente, inconsciamente forse, la manovra dell'ingozzamento
si affrettava sempre più, affannosa come un supplizio.
L'uomo aveva il viso rosso, il collo rosso; di tratto in tratto, per
un gesto automatico si asciugava il sudore col rovescio della mano; di
tratto in tratto, come i suoi cavalli batteva un piede in terra, e la
suola grossissima dello stivale produceva un rumore secco, forte, come
lo zoccolo del cavallo.
La donna aveva dei piccoli scatti d'inquietudine repressa.
Con la testina alzata, gli occhioni spalancati, intenti, le manine
attaccate ai lembi del pastrano, il fanciullo non parlava, non si
moveva; guardava il padre mangiare.
Qualche volta l'uomo chinava gli occhi sul bimbo e tentava sorridergli
con le labbra intorpidite, mentre la mano esperta empiva il cucchiaio
senza bisogno di essere sorvegliata.
Allora, il visottolo grasso del piccino s'illuminava di gioia, e
tutto il corpicciuolo si portava in su con uno slancio di tenerezza,
invocando un abbraccio; ma improvvisamente ei si ricordava, girava
cautamente gli occhi verso la madre come per interrogarla e tornava
tranquillo.
Il tram intanto si era quasi empito. Il conduttore stava al suo posto
sulla piattaforma posteriore.
Qualcuno brontolava per la lunga sosta.
— Sempre così su questa linea! — esclamava un omone con un paniere di
arancie sulle ginocchia.
— O cocchiere! Sbrighiamoci!
Il cocchiere, la donna e il fanciullo scrollavano le spalle, gli occhi
fissi al fondo della strada.
Tre o quattro cucchiaiate, più colme delle altre se è possibile, furono
buttate giù alla svelta.
Ora mi pareva che la grande fame dell'uomo fosse ammansata, che si
affrettasse più che altro per abitudine, per terminare la sua porzione
e munirsi bene contro il freddo della serata. Inghiottiva con fatica,
gonfiando il collo.
La moglie gli parlava fitto, e il bimbo si permetteva di cinguettare.
— È qui! — esclamò la donna improvvisamente.