INUTILE!...

_10 Febbraio 1880._

Sono partiti, ed io... Oh! io finalmente ho un'ora di pace dopo il

continuo da fare di questi giorni. Nell'abbracciarmi mio figlio mi ha

detto: E tu mamma, riposati che ne hai bisogno!...

Raggiante era, lui! Ho dovuto ritornare con la memoria ai tempi della

sua fanciullezza, allorchè lo portavo con me in vacanza, per trovare

un riscontro alla gioia che gl'illuminava il volto questa mattina. E

ancora, nel confronto, la gioia del fanciullo non mi pareva che una

pallida immagine della suprema felicità dell'uomo.

Povere madri! Quando noi diamo tutto, che poca cosa riceviamo in

ricambio!

Egli l'adora la sua Sofia. E tutto quello che io ho fatto per

allontanarlo da lei, non ha servito che a rendergliela più cara.

E lei... quella bionda ardente, quella creatura dagli istinti così

diversi dai nostri, dimenticherà essa che io ho voluto rapirle la sua

felicità?... Avrà la forza di vincere il suo rancore di donna amante,

come io ho vinto le mie ripugnanze?... Sia pure che l'abbia: il solo

ricordo delle mie ostilità metterà per tutta la vita un senso di freddo

nei rapporti di mio figlio con me. Ci sarà sempre come un intoppo dove

una volta era la perfetta omogeneità. E quanto più lo vedrò felice

tanto più mi sentirò umiliata davanti a lui per avergli contrastata e

ritardata questa felicità.

Il destino è inesorabile. Pazienza. Purchè egli sia veramente felice.

Il mio più grande desiderio fu sempre di sacrificarmi a lui, di dare

la mia vita per il bene suo. Ma non la vita egli mi domanda: non

la vita! Sarebbe troppo poco! Egli mi chiede il sacrificio del mio

amore esclusivo, di quel culto appassionato onde l'ho circondato fin

dall'infanzia: il sacrificio della nostra santa intimità.

Un'altra ha preso il mio posto ed io sono messa da parte. È orribile.

Eppure, in certi momenti — quando ragiono — io stessa condanno questo

mio dolore, e mi sembra di essere una vecchia pazza, una vecchia

egoista.

Quello che mi succede è nell'ordine delle cose: è giusto ed io dovevo

prevederlo da molti anni.

Coraggio! Devo vergognarmi della mia debolezza... poichè è veramente

una debolezza. Devo dominarmi.

Andrò fuori; farò una vita più mossa: cercherò distrazione. Forse non è

che affare di nervi, come dice il dottore.

Andrò al collegio a trovare Giannina che mi chiamerà nonna... Oh! se

fosse veramente mia nipote!... Se potessi educarla, io, a modo mio!...

Sì, tutto è nell'ordine e quello che mi succede è giusto. Ma non era

bisogno che mio figlio sposasse appunto una vedova! Con tante belle

fanciulle che ci sono — e nessuna l'avrebbe rifiutato, poichè il mio

Ernesto è tale uomo che ogni fanciulla sarebbe stata orgogliosa di

sposarlo — con tante fanciulle, la Giulia Indelli per esempio, la Maria

Trabanti che ho veduto nascere... doveva essere una vedova a portarmelo

via!.. Una vedova con una figliuola...

Una bella figliuola, bisogna dire la verità, un amore di bimba... Ma

sempre figliuola di un altro!... e già dotata di un caratterino deciso,

che sarà utile a lei nella vita, non nego, ma che la rende fin d'ora

una creatura assai difficile da maneggiare...

Fortuna che non vengono a stare con me. Non sarei forse capace di

vincermi tutti i giorni e potrei dare qualche dispiacere al mio

Ernesto.

. . . . . . .

_10 Marzo 1880._

Ernesto mi ha scritto oggi una buona lettera annunziandomi il suo

ritorno.

Anche Sofia mi ha scritto.

Pare veramente una buona creatura: affettuosa, espansiva. Non ha

rancori. Il mio Ernesto mi vuol sempre tanto bene. Ella non cerca di

allontanarlo da me.

Forse sono stata un po' ingiusta.

Giannina fu carissima ieri.

Ha ingegno anche lei...

_1 Giugno 1880._

Sono ingiusta del tutto: egoista... cattiva!... Ma non ne posso più.

Soffro come non ho mai sofferto.

I dolori passati si risvegliano e si acuiscono in questo nuovo dolore.

Li risento tutti. Tutta la mia vita si ripresenta al mio spirito come

un quadro desolante. Le angoscie, i rimpianti, i rancori, che l'amore

materno aveva soffocati, insorgono repente, e mi pungono e mi mordono.

Che vita monotona è stata la mia!... Perchè ho vissuto?...

I miei anni sono passati con una sola gioia: mio figlio. Mio marito può

vantarsi di non avermi dato alcun serio dispiacere; ma neppure alcuna

gioia! La nostra unione è stata arida e fredda, con un solo fiore, un

solo profumo, una sola luce: Ernesto. Se il mio cuore non ha ceduto

alle tentazioni dell'amore, se sono stata una moglie fedele, egli deve

ringraziare suo figlio.... e la delusione che aveva agghiacciato il mio

cuore prima del matrimonio.

L'ho veduto l'altro giorno, quel povero Anselmo! Mi ha fatto pietà.

Anche quel rancore è morto. Ma lei, lei... che vipera! Sempre la

stessa... È forse così che bisogna essere per vincere nella vita?...

Per attaccarci un uomo e disporre di lui come di un fanciullo?... E di

che uomo! Un uomo intelligente, bello, geniale!... Anselmo aveva tutto

per essere felice...

Come si sarebbe stati, bene insieme!

Non ha che cinquant'anni appena compiti. Soli cinque più di me. E li

porta bene. Mentre Antonio ne ha sessant'otto, e li porta male... oh!

malissimo, davvero!

Mah! fui io a volerlo.

Dopo il disinganno che mi aveva dato Anselmo non volevo saperne di un

giovine. Antonio del resto era un bell'uomo allora... simpaticissimo.

Me lo ricordo bene.

I suoi quarant'anni non gli davano altro che un'aria di serietà

dignitosa ed amabile.

Quando mi faceva un complimento, ero superba di quel complimento. Nel

mio ambiente borghese passava per un genio. Io, già, ero, prima di

tutto, una sciocchina; non capivo niente, e tutto quello che si diceva

intorno a me dalle sciocche mie pari mi pareva vangelo.

Del resto, se non avessi avuto un figliuolo come Ernesto, certe cose

non le avrei capite mai. Ernesto, sì, è un vero ingegno; un ingegno

di prim'ordine: un vero uomo superiore. È lui che ha fatto la mia

educazione — l'educazione di una donna nel nostro mondo è quasi sempre

da rifare — fu lui che mi ha insegnato a capire, a pensare.

Da principio, certe volte, mi urtava, mi feriva, col suo disprezzo

per tante cose che io credevo intangibili. Ma poi, che luce!... E che

piacere di essere salita con lui a quelle altezze!

Grazie all'intimità in cui si viveva, egli mi diceva tutto; i problemi

che turbavano il suo spirito; le scoperte che lo entusiasmavano. Se

non capivo subito, andava in collera. Ma subito dopo si metteva a

spiegare con pazienza angelica. E diceva che ciò gli era utile, perchè,

spiegando quelle difficoltà a me e dovendosi servire di parole semplici

e chiare, le capiva meglio egli stesso.

Che bei giorni abbiamo passati così, che begli anni!...

Sventuratamente, man mano che il figlio saliva e mi portava in alto con

sè, il padre scendeva, scendeva, e spariva dal mio orizzonte come un

astro che tramonta. Oh! se avessi saputo quale triste avvenire, quale

gelida solitudine mi apparecchiavo!... Dacchè Ernesto ha conosciuto

Sofia, è toccato a me il discendere.

Se mio marito ha sofferto del mio distacco, può consolarsene ora: suo

figlio l'ha vendicato.

Quanto ho sofferto! Quanto soffro... Sofia ha una cultura quasi

maschile: una intelligenza limpida; un'indole nervosa, a scatti; una

mente solida di pensatrice.

È merito suo, ma anche dell'ambiente in cui è vissuta: degli studi che

ha fatti.

Se fossi stata educata anch'io liberamente, e istruita come lei fin

dall'infanzia...

Oh! i _se_ non contano! Le supposizioni che non si possono verificare

non hanno valore.

La realtà sola conta nella vita: quello che è, non quello che sarebbe

stato. E la realtà è che, dato un uomo come Ernesto, Sofia è forse la

sola donna che potesse renderlo felice.

Ed io sono disperata perchè mio figlio è felice?...

Oh! no!... Non è vero!

La sua felicità è stata sempre l'unica meta de' miei desideri.

Purchè duri però... purchè quella donna superiore sappia, poi, essere

una brava donna di casa, una buona moglie: purchè non lo tormenti con

le sue saccenterie e le sue esigenze. Purchè il mio povero figliuolo,

tanto buono, non si trovi schiacciato dal carattere fiero e maschio

della moglie e dai capricci della figliastra!

. . . . . . .

_30 Giugno 1880._

Io non ho più nulla: nulla da fare nel mondo. La mia parte di creatura

utile è finita. Come moglie... Se mio marito fosse solo, se io fossi

morta, andrebbe a stare con loro, e starebbe meglio. Due uomini possono

sempre vivere in una casa con una donna sola: due donne portano la

discordia, o si consumano secretamente.

Come madre... La verità cruda è che sono un impiccio, un terzo

incomodo. Non accuso nessuno: Sofia è buona; Ernesto mi vuol bene. Ma

la vita di mio figlio non fa più parte della mia: si svolge e si appaga

lontano da me. Di me non ha più bisogno. E se io non gli nascondo tutto

quello che soffro, non sarò per lui che una causa di tormento e di

affanno.

Sono inutile e sto forse per diventare dannosa....

. . . . . . .

_15 Settembre 1880._

Mi sono voluta privare anche di questo sfogo dello scrivere le mie

lamentazioni. Forse è uno sfogo morboso.

Ma oggi ci ricasco. Non posso chiudermi tutto dentro. Questo

scarabocchiare che faccio, mi dà l'illusione di parlare con

qualcheduno. Ritorno bambina... Fossi almeno tanto vecchia da

rimbambire davvero!... Ho paura di me stessa e ho bisogno d'ingannarmi.

Oggi sono stata sul punto di raccontare tutte le mie miserie a un

estraneo... Peggio che a un estraneo, a lui, a Anselmo!

C'incontriamo un po' spesso, mi pare. Mi cercherebbe forse?... Non

credo. Io già vado in volta per le strade come un'anima in pena. Ho

l'irrequietudine addosso.

Oggi ero uscita con l'idea di fare qualche visita. Poi mi è passata

la voglia di entrare in una casa, per ritrovarvi la solita gente,

le solite faccie e i soliti sorrisi stereotipati: per fare i soliti

discorsi... e sentirmi dire, per esempio, dalla Nina Gaggioli — che non

ha mai capito niente —

— Sei stata furba tu a non volere la nuora in casa; diventi sempre più

giovine!... — e altre simili baggianate.

Così, non sentendomi la forza di affrontare le noie di un salotto,

sono andata su e giù per le strade, sempre a piedi, col bisogno di

stancarmi.

In via Montebello ho incontrato Anselmo. Credo che giri anche lui come

me per disperazione. Mi ha salutata e abbiamo scambiate alcune parole.

Quasi senza accorgerci abbiamo continuato a camminare insieme, e,

a poco a poco, non so più come, lui mi ha raccontato la sua grande

miseria. È proprio vero quello che mi avevano detto: sua moglie è

rimasta una villana. Lo tormenta e lo disonora... e lui tace. Tace

perchè ha paura dello scandalo e paura dei parenti di lei, vere

canaglie che son sempre là a spillargli i quattrini e pronti a

minacciarlo. Proprio come quando gliel'hanno fatta sposare. Ma lui non

sa che io conosco la vera storia: me ne sono accorta dai suoi discorsi.

Crede che io sia rimasta alla vecchia versione: la testardaggine di

mio padre. Oh! non l'ho mai creduta quella fandonia. Mio padre non

avrebbe mandato a monte il nostro matrimonio, senza un grave motivo. Mi

ricordo ancora come era triste, povero babbo!... La colpa è stata tutta

di Anselmo... o del destino. Se ci avessero maritati subito, forse non

succedeva. Ma io non avevo che sedici anni ed ero una vera bambina.

Il mio amore era tutto sogni e poesia. E Anselmo che studiava pittura

passava il tempo, troppo lungo, con una modellina bionda...

Una sera, mentre usciva di casa mia, col cuore ebbro d'amore e il

cervello pieno di fantasie celestiali — come diceva lui — due manigoldi

l'assalirono, intimandogli di sposare la loro sorella disonorata,

altrimenti... gli avrebbero messo «_i busecch al coll_». Ed erano

faccie da tener la promessa.

Lui ebbe paura... miserabile paura!

Un vigliacco, in fondo. Non sarei stata felice, no, neppure con lui.

Meglio Antonio; almeno è un gentiluomo! Antonio sarebbe morto piuttosto

che avvilirsi a quel punto. Povero uomo! Se fossi come lui, se potessi

sprofondarmi nell'egoismo senile, contenta di vegetare tranquillamente,

ci si potrebbe ancora intendere. Ma non è possibile. Questi ventitrè

anni che corrono tra lui e me ci hanno separati tutta la vita; e io non

potrò varcarli mai tutti di un colpo!

È desolante. Viviamo insieme e non siamo che due solitari che

s'incontrano a ore fisse, senza uscire dalla reciproca solitudine.

Colui che riempiva talvolta l'immenso vuoto ha altro da fare ora!....

. . . . . . .

_3 Gennaio 1881._

Abbiamo cominciato l'anno insieme nella villa di Sofia, sul lago.

Una bella villa. Abbiamo avuto un tempo incantevole, una giornata

primaverile, senza quel non so che di snervante per cui non ho mai

amata la primavera. Il bel sole invernale dorava i monti; e l'acqua

azzurra e tersa prendeva dei toni caldi, dei riflessi di porpora.

I miei compagni godevano, erano felici tutti; dalla instancabile

Giannina che s'arrampicava da per tutto, a quell'apata di Antonio che

si crogiolava beatamente al sole.

Io sola mettevo un'ombra nel quadro. Mi ero promessa di essere allegra;

di godere quella bella giornata con la mia famigliuola. Inutile.

Il mio viso si oscurava involontariamente, e non riescivo a frenare

certi scatti di nervi.

Ernesto cercava di distrarmi: era buono, carezzoso. Oh! egli la sa fare

bene la carità a sua madre! Ma è sempre una limosina di affetto che non

basta a saziare il mio cuore.

Sono esigente, ma non posso cambiarmi.

Giannina è stata insopportabile, e tanto Sofia che Ernesto erano in

continua ammirazione delle sue gesta.

Come sono pazienti gli uomini quando l'amore li domina! Io però non

sono stata amata così, mai mai. Oh! ma vi sono forse al mondo uomini

capaci di amare come mio figlio?!...

. . . . . . .

_30 Gennaio 1881._

Antonio è ammalato. Molto ammalato.

Quanto ho pianto oggi!...

L'amavo dunque ancora un poco? Povero vecchio!... Mi ha chiamata

accanto a sè, e mi ha dette certe cose... Mi ha commossa, mi ha

sconvolta.

Chi avrebbe creduto ch'egli leggesse così bene in fondo al mio cuore?

Mi ha chiesto perdono di avere vissuto troppo, di non avermi lasciato

un po' di giovinezza libera di consacrare ad un uomo più adattato a

me... ad un uomo che potesse darmi ancora un po' di vita, un po' di

amore.

Io protestai singhiozzando. Sentivo dentro di me uno struggimento, una

tenerezza, che forse non ho mai provato per lui, povero Antonio!...

Accarezzandomi con quel fare paterno, che gli è sempre stato

famigliare, egli prese a dirmi:

— Sei sempre bella, sai. Potresti amare ancora, e, quello che importa,

essere amata!...

E siccome io lo scongiuravo di smettere, di non dirle quelle cose, egli

concluse sorridendo:

— Oh! lo so, lo so, sei troppo virtuosa, troppo saggia... È una

disgrazia!

Finalmente si assopì.

Io mi chinai su lui e lo baciai sulla fronte.

Il medico dice che durerà un pezzo. Dio voglia! Io non mi stancherò di

assisterlo.

. . . . . . .

_26 Luglio 1881._

È morto! Finito anche lui.

Siamo stati ai funerali: l'abbiamo visto cremare... Non c'è più.

L'essere vivo, che pensava, parlava, soffriva, amava, non è più che una

cosa informe: un mucchio di cenere ed ossa. E tiene così poco posto!

Io non mi sono mossa da quella terribile sala. Quattro ore di seguito.

E allorchè l'hanno tolto dal forno per deporlo nell'urna, e le ossa

biancheggianti si scomposero..

Oh! l'atroce spettacolo!... Eppure, io sono stata a guardare con gli

occhi asciutti, mentre Ernesto e Sofia lagrimavano.

Un pensiero fisso dominava la mia angoscia e il terrore. Quando

toccherà a me, quando?... Questo solo pensavo.

Ora sono più inutile che mai. In questi ultimi mesi ho creduto di

rivivere: avevo lui da assistere, da vegliare. Mi sentivo necessaria.

Ora è finita. La mia inutilità è più manifesta che mai, e il suo peso

mi schiaccia.

Nella nebbia · 第 3 / 19 题