Raggio di Dio.
Gioiosa Guardia! Gioiosa Guardia! E voi stavate là, bella ròcca dalle
cinque torri e dall'alta bandiera sventolante nel sereno, tra il
Graveglia e l'Entella, aspettando i vostri signori, ed annoiandovi
parecchio, nè più nè meno di don García, vostro grigio ed allampanato
custode. Ma quando la nobile coppia fu annunziata dal frate scudiero,
che faceva da battistrada, quando ella giunse alla vista delle cinque
torri, che gazzarra di falconetti dai vostri bastioni! che allegro
scampanío dal battifredo, e che gaio andirivieni di sagola, lunghesso
l'asta della bandiera, per dare ai ritornanti il triplice saluto del
drago nascente e del gatto sedente, affrontati sullo scudo bandeggiato
d'azzurro e d'argento!
La veneranda madonna Bianchinetta strinse lungamente al seno i suoi
figli, baciandoli e ribaciandoli. "Mi ridate dieci anni di vita"
esclamava la nobil signora, piangente di gioia. Nè a lei raccontarono
tutto ciò che avevano sofferto in quei tre mesi di assenza. Perchè
turbar la sua pace col racconto dei pericoli incontrati? Alla
vecchiezza adorata, che abbellisce la nostra casa dopo averla fatta
prosperare, noi non dobbiamo offrir altro che immagini ridenti, in
tributo di devozione, in ricambio di benefizi. Un soave tramonto è così
caro compenso alle nostre faticose giornate!
Ma del passato doloroso si ricordavano ben essi, che tanto ne avevano
sofferto. E si guardavano in viso, quasi per assicurarsi scambievolmente
della loro felicità. "Siamo noi?" dicevano. "Proprio noi, qui, nella
nostra pace, che è stata messa a così grave rischio laggiù? Tu l'hai
sopportato con animo forte, o Fior d'oro! E tu l'hai scongiurato con
ogni poter tuo, o Damiano, che non avresti saputo sopravvivermi! Ma
confessiamo, giunti alla riva, d'esserne scampati per un vero miracolo.
Anima del mio cuore, come dicono così bene di là dai Pirenei! anima
dell'anima mia!"
Nè solamente pensavano a sè stessi, come fanno nel loro egoismo tante
coppie felici. Si rattristavano ancora, e spesso, pensando al signor
Almirante, anima grande su tutte, raggio di Dio, così dolorosamente
sparito dalla faccia del mondo.
--Io gli ergerò un tempio nel mio cuore;--diceva Juana.--Egli ha data
la sua vita per benefizio del genere umano; ma a nessuna creatura
mortale è stato più cortese dispensatore che a me. Se egli non era, se
l'ingegno suo non divinava un mondo di là dai mari sconosciuti e
terribili, se la sua costanza non vinceva ogni difficoltà, se non
superava ogni ostacolo, ti avrei conosciuto io, bel conte? Un po' matto,
non è vero?--soggiungeva la bellissima donna, ridendo di quel suo bel
riso che invitava ai baci.--Ma io ti amo così. Troppo gravi e severi, vi
fanno santi, e andate ad abitar nelle nuvole. Anch'egli, il Giocomina,
di cui forse noi soli in Haiti abbiamo inteso il carattere divinamente
paterno, anch'egli ha amato, come ogni mortale; e felice tra tutti,
nella medesima grandezza delle sue sventure, ha meritato l'amore d'una
Beatrice di Bovadilla.--
Povera Bovadilla! meritava bene di non essere dimenticata, da due cuori
amanti, da due anime elette. Le avevano detto, innanzi di lasciare la
Spagna: "marchesa, venite con noi; parleremo ogni giorno di lui." Ed
ella aveva tristemente risposto: "no, amici, no; la mia vita è infranta.
Laggiù, nel mio monastero di Siviglia, raccolta nell'ombra, parlerò di
lui ogni giorno con Dio; con Dio che riceve i cuori afflitti, e nel
dolore li affina, per renderli degni di quell'amor vero e profondo, che,
non senza il suo consiglio, era nato e cresciuto."
Dal suo convento di Santa Chiara la dolente signora scriveva
nell'ottobre di quell'anno ai suoi buoni amici di Gioiosa Guardia:
"Penso che davvero non vi vedrò più in Ispagna. Il re Ferdinando
trionfa: chi l'avrebbe mai detto? Sapete che dopo un colloquio con
Filippo suo genero, colloquio dal quale non era uscito senza vergogna,
egli aveva presa la via d'Aragona, lasciando ogni sua pretensione alla
reggenza di Castiglia. Di là, s'era imbarcato per Napoli, volendo pagare
Consalvo di Cordova della stessa gratitudine onde aveva pagato il nostro
immortale Colombo. Ma ecco, mentre il generoso Ferdinando è in viaggio,
il 25 settembre, muore a Burgos il re Filippo; Giovanna impazzisce del
tutto, la poveretta! e il virtuoso Ximenes persuade i miei Castigliani a
riconciliarsi col re d'Aragona, unico che possa prender le redini dello
Stato. Sicuro; e si è giunti a questo, di richiamar Ferdinando. Questi,
come vi ho detto, era in viaggio; i venti contrarii avevano obbligato il
suo naviglio a cercare un rifugio in un punto della spiaggia di Liguria,
che dovrebb'essere molto vicino a voi, e che si chiama Portofino.
Avvisato laggiù, non si degna di rispondere; vuole dar tempo al tempo,
il gran furbo. Arriva a Napoli, dove lo raggiungono altre preghiere; fa
il sordo; ma fino a quando? Io son sicura che al terzo scongiuro si
commuoverà la grande anima sua, e noi riavremo quella gioia di re."--
Quello che non poteva ancor dire la marchesa di Moya, scrivendo
nell'ottobre del 1506, soggiungeremo noi ora. Il re Ferdinando si fece
ancor pregare e scongiurare dell'altro, dando tempo al Ximenes di
avvezzare i Castigliani alla nuova reggenza, e di fargliela perfino
proporre dalla figliuola Giovanna; la quale, nei lucidi intervalli della
sua ragione, vedeva pur troppo di non reggere al peso della corona. Ed
egli non si mosse da Napoli, se non il 4 giugno dell'anno seguente.
Anche qui i venti contrarii lo molestarono nel suo tragitto; di guisa
che egli e la regina Germana presero terra a Genova. Era anche nei
disegni del re Cattolico di avere un colloquio con suo zio il re
Cristianissimo, che aveva allora allora ripigliato Genova, dopo la sua
ribellione e il tragico dogato di Paolo da Novi. Il re Luigi era già in
moto per ripassare le Alpi: saputo il desiderio del nipote (un nipote
che aveva dieci anni più dello zio) gli diè la posta a Savona, dov'egli
si volse per terra, e dove Ferdinando andò per mare a raggiungerlo, il
28 di giugno. Vi fu ricevuto con grandissima pompa, e non ci stette
senza sospetto, nè senza le opportune cautele, facendo calare a terra
quanta gente più potè dalle navi. Stettero i due re quattro giorni in
istretti e segreti ragionamenti; parvero dimenticare le ruggini antiche,
e certamente lavorarono di buzzo buono a ribadire ognuno dei due la sua
parte di catene ai piedi e alle mani della povera Italia.
Ferdinando s'era condotto dietro Consalvo di Cordova, il vero
conquistatore del reame di Napoli. E gliene aveva levato il comando,
promettendogli in Ispagna il gran maestrato dell'ordine di Sant'Iago,
che poi con la solita fede, si guardò bene di dargli. Avendolo con sè,
dovette presentarlo al re Cristianissimo: il quale, pur ricordando di
aver perduto Napoli pel valore del Gran Capitano, non si saziava di
contemplare un tant'uomo, e con la sua bella cortesia francese impetrò
dall'ospite l'onore di aver Consalvo alla loro mensa, unico suddito,
messo alla pari con una regina e due re. Fu l'ultimo giorno della gloria
di Consalvo, che in Ispagna non fu più adoperato dal suo signore, nè per
opere, nè per consigli; e rimase ott'anni a sfiorire nell'ombra, per
morire il 2 dicembre 1515. Allora, poi, scoppiò per Consalvo la
gratitudine del re Ferdinando, com'era scoppiata per Cristoforo Colombo,
le cui reliquie, tolte nel 1513 dal chiostro di San Francesco in
Valladolid e trasferite a quello dei Certosini _de las Cuevas_ di
Siviglia, ebbero per concessione regale l'onor della scritta:
_Por Castilla y por Leon
Nuevo mundo halló Colon._
Era un distico fiorito sulle labbra della riconoscente Isabella, e
passato in proverbio nel popolo, prima che fosse inciso nel marmo. Ad un
morto, del resto, si poteva render giustizia, purchè fosse ben morto; e
sette anni erano sicuramente bastati a darne certezza. Figurarsi! Era
così morto, anche nella memoria degli uomini, che il _nuevo mundo_ da
lui _hallado_, ossia ritrovato, non da lui prendeva nome, ma da un altro
italiano, che ne aveva delineati i contorni, mettendo la sua
riveritissima firma a' piedi del foglio. _Sic vos non vobis._ Dicono che
lo sbaglio di prendere per iscopritore del nuovo continente il modesto
disegnatore d'una carta da navigare, sia stato commesso da una società
di dotti. Possibilissimo; è dei dotti l'errare, come degli ignoranti
l'andare sull'orma.
Abbiamo accennato di Luigi XII, che aveva ripreso Genova, ribellata al
suo alto dominio; e dobbiamo dir brevemente come fosse andata la
ribellione. Al tumulto del luglio, ove il capitano Fiesco, andando a
casa sua col miglior proposito del mondo, aveva fatto uno
sproposito[tn362] madornale, altri n'erano seguiti, non più potuti
sedare dal luogotenente Roccabertino, nè dal governatore di Ravenstein;
i quali, lasciato Galeazzo di Salazar con un buon presidio nel
Castelletto, dominante la città, andarono altrove ad attendere le
risoluzioni del re; mentre i nobili si ritiravano nelle loro castella, e
con essi la più parte dei popolari, poichè le Cappette avean presa la
mano, fatto nuova magistratura di tribuni ed eletto un doge dei loro,
che a tutto provvedesse, a restaurare l'autorità della repubblica nelle
riviere, da Sarzana a Monaco, e a preparare la resistenza contro le armi
di Francia. Troppa carne al fuoco; e mentre si perdevano in un vano
assedio sotto Monaco, che era di Luciano Grimaldi, e in minacciose
scorreríe da Rapallo a Sarzana, per abbattere la potenza di Gian Aloise
Fiesco, non si rafforzavano abbastanza in città, per contenere gli
assalti del re Cristianissimo. Il quale si calò nell'aprile del 1507 dal
Giogo, e posto quartiere in Rivarolo, spinse tosto le sue avanguardie,
coi signori di Chaumont e di La Palisse, sulla vetta di Promontorio,
ch'era certamente il punto più debole della difesa di Genova. Fu
accanita la resistenza del popolo, e il La Palisse ricacciato con gran
perdite, egli stesso gravemente ferito d'un verrettone alla gola; ma al
signore di Chaumont, dopo un primo rovescio, venne pur fatto di
collocare in buona postura due cannoni, che coglievano di fianco i
difensori del colle. Cedettero questi; e con essi, per tema d'esser
tagliati fuori, anche i defensori del bastione si ritrassero verso il
Castellaccio, lasciando sguarnito il passo di Promontorio, donde il
nemico si mostrò minaccioso alla città costernata. Si venne agli
accordi, e per la città trattarono i popolari, la cui partecipazione
alla rivolta era andata meno oltre; ma i patti furono durissimi, e il 28
aprile il re Cristianissimo, entrato per la porta di San Tommaso in
città, levando la spada, potè gridare con voce alta e minacciosa:
"Genova superba, ti ho domata coll'armi". Si rizzarono le forche in più
luoghi; parecchi della plebe vi furono impiccati, ed uno dei popolari,
Demetrio Giustiniano. Molti furono proscritti: si tornò il governo
all'antica forma, metà degli onori ai nobili, metà ai popolari, che più
non rifiatavano; onde ne facevan le grasse risa i vincitori.
Stette in Genova il re Luigi fino al 14 maggio, sfoggiatamente ricevuto
e banchettato in Vialata dall'eccelso Gian Aloise Fiesco, reduce dal suo
castello di Montobbio. Nè gli mancò l'omaggio delle dame, nel convito
offertogli da madonna Battistina vedova di Giovanni Ceba Grimaldi, la
quale avea pure un suo parente nel novero dei proscritti. Ricevuto il
giuramento di fedeltà dagli anziani sulla piazza del pubblico palazzo,
decretò che si mutasse il conio della moneta; e laddove era scolpito
_Cunradus rex Romanorum_, in memoria dell'antico privilegio imperiale
del 1138, fu sostituita la leggenda: _Ludovicus XII rex Francorum Januae
dux_, con lo scudo dei tre gigli e la corona, in luogo dell'antica
croce. La quale comparve bensì nel rovescio, aggiunta sull'antico
castello; ma la scritta non fu più _Janua_ come era prima, a significare
la città signora di sè, ma _Comunitas Januae_, per dire che un comune si
riconosceva, non più una città dominante, un capo di repubblica.
Tacciamo della fortezza innalzata allora a Capo di Faro, e chiamata a
scherno la Briglia; di Paolo da Novi, tintore e doge, accenniamo
brevemente che andato a Pisa, e imbarcato su d'un brigantino per Roma,
fu riconosciuto dal capitano della nave, un Corso già stato suo soldato,
e da lui venduto per ottocento ducati ai Francesi. Condotto a Genova il
primo di giugno, e rinchiuso nella fortezza del Castelletto, fu il
quindici di luglio condotto al patibolo, rizzato per lui sulla piazza
del pubblico palazzo. Nobili e popolari assistevano al legale
assassinio. Morì da eroe; il capo troncato messo in cima d'una lancia
sulla torre del palazzo; del corpo fatte quattro parti, ed appese sulle
porte della città. Bene ispirato sul palco, innanzi di dare il collo
alla mannaia, aveva egli esortati i suoi cittadini a non fidarsi dei
grandi, qualunque fosse la classe loro, di nobili, o di popolo grasso,
di tetti appesi, o di cappellacci; mentre egli, per fidarsi
generosamente di essi, era condotto a quel termine.
Ed anche meglio ispirato il capitano Fiesco, che si era tappato nella
sua Gioiosa Guardia, nè per preghiere, nè per larghi partiti che gli
facessero, voleva più spiccarsi di là. Passavano i congiunti, e li
accoglieva a festa; ma non isperassero di tirarlo nei loro
armeggiamenti. Che cosa aveva egli a vedere nelle ambizioni di
quell'ottima gente del suo casato, egli rifatto dentro e fuori,
ribattezzato e riconfermato in altre ambizioni più alte, nel nome e
nella fede di Cristoforo Colombo? Più largo orizzonte vedeva egli,
quantunque paresse chiuso in quel fondo di valle.
Era capitato tra gli altri messer Filippino. Il giovanotto s'era coperto
di gloria in una fazione presso la Spezia, combattendo contro le forze
dei commissarii mandati dal governo popolare a sommuovere la riviera di
Levante. Carico di allori, non aveva saputo resistere alla tentazione di
fare una visita alla Gioiosa Guardia. Il capitano Fiesco lo avrebbe
tanto volentieri fatto ritornare sopra i suoi passi, e per via più
spedita, come a dire per una delle grandi finestre, che davano luce alla
sua caminata. Ma la contessa Juana osservò giustamente che quello non
sarebbe stato un tratto da ospiti. Messer Filippino era un seccatore; ne
conveniva anche lei. Ma forse era diventato tale, perchè non gli si era
mai parlato chiaro; e del parlargli chiaro non c'era mai stata
l'occasione.
--Mi lasci sola una mezz'ora con lui?--chiese ella al marito.--Egli
parla, ed io gli rispondo.
--Che cosa gli dirai?
--Ecco il geloso!
--No, sai? non è per questo. Di' piuttosto il curioso.
--E al curioso non posso dir niente fin d'ora. Una risposta, per esser
calzante, deve conformarsi alla domanda; non ti pare?
--È giusto;--conchiuse il capitano Fiesco.--E il curioso, poichè il
geloso non c'è, ti lascia libero il campo.--
Messer Filippino ebbe così il destro di parlare, e la disgrazia di dar
nella pania. Amava disperatamente; voleva compiere imprese mirabili per
la donna amata, come un altro Lancillotto del Lago; si sarebbe ucciso,
se la nuova regina Ginevra non gli avesse dato la sua mano a baciare. La
contessa Juana, che di tornar regina non voleva saperne, ribattè punto
per punto, senza andare in collera, il pazzo ragionamento di messer
Filippino. Baciarle la mano? Lo poteva sempre, in solenni occasioni,
davanti alla corte congregata, e nel cospetto di Artù. Far grandi
imprese, incontrar pericoli strani per lei? Non n'era più il caso; e
quando c'era stato, non lui, Filippino, ma un altro Fiesco ci aveva
messa la vita, compiendo tali prodezze, che a narrarle sarebbero parse
incredibili. Ed ella amava quel prode. Quanto all'uccidersi, perchè? Non
valeva niente la sua vita? E se non valeva niente, perchè l'offriva a
lei? Facesse meglio, il buon cugino; vivesse per l'utile della sua
patria, e per la gloria del proprio nome; fosse cavaliere con la sua
parente, come ella voleva esser tenuta da tutti; e a lei ne dèsse una
prova solenne, rispettandola un poco.
Il bel Filippino chinò la fronte, umiliato e contrito. Risanò del suo
male, perchè era giovane, e la gioventù abbonda di forze riparatrici. Nè
con questo si vuol negare che altri risanino, perchè son vecchi; ma in
questo caso è forse da conchiudere che la vecchiaia non abbia più forze
bastanti da nutrire a lungo i suoi mali. Del resto, giovani o vecchi,
che vuol dire? È degli amori come dei semi della parabola: hanno bisogno
anch'essi del terreno propizio; gittati sulla strada, non hanno tempo a
metter le barbe; nei sassi non durano; nelle spine si affogano.
L'ospite rimase poco alla Gioiosa Guardia, quel giorno. Forse gli pareva
che la ròcca non meritasse punto il suo nome. Aveva anche tanto da fare,
il giovinotto! Di restare a cena neanche parlarne, poichè doveva
ritrovarsi quella sera a Rapallo. Il capitano Fiesco lo lasciò andare,
con quelle vuote parole che si smozzicano tra i denti quando non si ha
niente da dire, e con quell'aria un po' melensa, che gli uomini accorti
san prendere così bene ad imprestito dagli sciocchi, quando a mostrarsi
accorti non c'è nè gusto nè grazia. E se ne andò in giardino, dove la
contessa non tardò molto a raggiungerlo.
--Se Dio vuole,--diss'ella, sedendo accanto a lui sopra un bel sedile di
quella pietra che la vicina Lavagna mandava così gentilmente lavorata ai
suoi conti,--questa volta è finita. Gran cosa, poter parlare con
libertà! Filippino non torna più a far sonetti.
--Vorrai dire che non tornerà più a recitarne, del Petrarca, nè
d'altri;--rispose il capitano Fiesco, che non era geloso, ma non sapeva
perdonare a Filippino le sue smanie amorose.--Non è nato poeta, quel
poveraccio; e ti sarà anche riuscito un cattivo oratore. Ah, non mi dir
nulla; non voglio fare il curioso; mi basta d'esserne fuori. Pensiamo ad
altro, Fior d'oro. Vedi che tramonto di sole! che bellezza! che gloria!
Chi non sarebbe poeta, davanti ad uno spettacolo come questo? Ah, se la
mia bella amica volesse!...
--Che cosa?
--Prendere il suo _maguey_, che dorme nella sua camera, appeso
all'arpione, e improvvisare un bel canto, nella dolce lingua di Haiti,
come due anni fa sulla spiaggia di Cahonana!--
A quel ricordo si commosse Fior d'oro, e si strinse fremendo al petto di
lui.
--Ahimè!--mormorò ella.--Non ricordi, Damiano, come diceva l'_areyto_?
Triste, il sento, è questa pace,
Se il bel sol d'Haiti fu;
L'augel de' boschi tace,
Non canta in servitù.
--Vero;--rispose Damiano;--ma l'_areyto_ non prometteva di tacere per
sempre. Il canto morrà sul labbro, dicevi allora, ma starà sepolto nel
cuore che l'amò tanto.
Dolce al par d'una carezza
Dell'amor, qui poserà....
Se il cor non mi si spezza,
Rivivere potrà.
Fior d'oro rimase un istante pensosa, più stretta che mai la persona al
petto del suo Damiano, e la testa mollemente inchinata sulla guancia di
lui. Tutto ad un tratto si alzò, spiccandosi dall'amato, e mettendosi un
dito sul labbro, come per esortarlo a star cheto; poi, rapida si dileguò
tra i roseti, andando verso le sue stanze. Perchè? Damiano sperò di
averlo indovinato, il perchè; e la sua speranza si mutò in una lieta
certezza, quando vide Anacoana tornare a lui col tamburello haitiano.
--Adorata!--gridò, abbracciandola forte.
--Giù le mani!--diss'ella, con accento e con gesto che volevano parer
molto severi.--Così si rispettano i poeti?--
Damiano, gran fanciullone un po' viziato dalle carezze, ma cavaliere
nell'anima e buon servitore della sua dolce regina, non solamente si
chetò, ma si chiuse in religioso silenzio. La dolce regina, seduta
daccanto a lui, stava guardando il sole, che volgeva superbo all'occaso,
sotto un gran padiglione di porpora, onde frangiava i lembi d'un bel
color d'oro paglierino, rutilante e vibrante come cosa viva. Scendeva il
bell'astro, lento e glorioso, mandando un raggio obliquo sulla marina,
la cui superficie, tinta d'azzurro carico, luccicava interrottamente per
lunghe e tremule chiazze di rosso cremisi, balenando, fremendo,
rabbrividendo, sotto la luminosa carezza del suo vincitore. Per le
intente pupille accogliendo quella gran luce, pensava la bellissima
Anacoana, mentre col sommo delle dita veniva percuotendo la pelle
squammosa del _maguey_; pensava, e canticchiava sommessamente,
ricercando insieme, alla guisa degli antichi trovieri, il suono ed il
motto.
L'ispirazione era giunta; lo dissero ad un tratto il baldo sorriso delle
labbra e il lampo trionfale degli occhi. E così prese a dire improvviso
la Corinna di Haiti, per una volta ancora cantando nell'idioma della
patria lontana; dolce e triste idioma, che doveva morire con lei!
Il sole, bel sole, discende
Al bacio dell'onda marina:
La bella le braccia gli stende,
E palpita, freme, s'inchina.
Di lividi mostri alla caccia,
Gigante, finisti il tuo dì;
Ti schiude le cerule braccia,
Ti stringe ella sempre così.
Schiere di spiriti rosei
Vigili stanno su te;
Oro sul capo ti piovono,
Perle ti spargono ai piè.
Tu pure bel raggio di Dio,
Nocchier che gran notte vincesti!
Tu giusto, tu mite, tu pio,
Tu degno dei doni celesti!
Fu dura la lunga giornata,
Gran rischio a men salde virtù!
E pace la morte invocata,
E gloria la tomba ti fu;
Mentre ripensa la vergine
Terra il tuo bacio e la fè,
Quando, già domo l'Oceano,
Lieta la festi di te.
Gran luce, su quante del mondo
Arrisero all'aspro viaggio!
Gran luce, e fu gaudio profondo
Scaldarsi al divino tuo raggio.
Così dentro spera di sole
Un nembo di vite passò;
Felice tra guizzi e carole
In gloria di luce nuotò.
Gloria sul fido manipolo
Ch'ebbe sua luce da te!
Mute dilagan le tenebre
Sopra le corti dei re.
Bel sole! nei vortici oscuri
Lo incalza de' mostri lo sdegno:
Nell'ombra gli spiriti impuri
Anelano un'ora di regno.
Ma lui nella pompa primiera
Il novo mattino vedrà:
Nei putridi stagni la schiera
Dei mostri notturni cadrà.
Te, divin raggio, più limpide
Sfere richiamano a sè:
Questa, che l'odio contamina,
Degna non era di te.