CAPITOLO XX.

Raggio di Dio.

Gioiosa Guardia! Gioiosa Guardia! E voi stavate là, bella ròcca dalle

cinque torri e dall'alta bandiera sventolante nel sereno, tra il

Graveglia e l'Entella, aspettando i vostri signori, ed annoiandovi

parecchio, nè più nè meno di don García, vostro grigio ed allampanato

custode. Ma quando la nobile coppia fu annunziata dal frate scudiero,

che faceva da battistrada, quando ella giunse alla vista delle cinque

torri, che gazzarra di falconetti dai vostri bastioni! che allegro

scampanío dal battifredo, e che gaio andirivieni di sagola, lunghesso

l'asta della bandiera, per dare ai ritornanti il triplice saluto del

drago nascente e del gatto sedente, affrontati sullo scudo bandeggiato

d'azzurro e d'argento!

La veneranda madonna Bianchinetta strinse lungamente al seno i suoi

figli, baciandoli e ribaciandoli. "Mi ridate dieci anni di vita"

esclamava la nobil signora, piangente di gioia. Nè a lei raccontarono

tutto ciò che avevano sofferto in quei tre mesi di assenza. Perchè

turbar la sua pace col racconto dei pericoli incontrati? Alla

vecchiezza adorata, che abbellisce la nostra casa dopo averla fatta

prosperare, noi non dobbiamo offrir altro che immagini ridenti, in

tributo di devozione, in ricambio di benefizi. Un soave tramonto è così

caro compenso alle nostre faticose giornate!

Ma del passato doloroso si ricordavano ben essi, che tanto ne avevano

sofferto. E si guardavano in viso, quasi per assicurarsi scambievolmente

della loro felicità. "Siamo noi?" dicevano. "Proprio noi, qui, nella

nostra pace, che è stata messa a così grave rischio laggiù? Tu l'hai

sopportato con animo forte, o Fior d'oro! E tu l'hai scongiurato con

ogni poter tuo, o Damiano, che non avresti saputo sopravvivermi! Ma

confessiamo, giunti alla riva, d'esserne scampati per un vero miracolo.

Anima del mio cuore, come dicono così bene di là dai Pirenei! anima

dell'anima mia!"

Nè solamente pensavano a sè stessi, come fanno nel loro egoismo tante

coppie felici. Si rattristavano ancora, e spesso, pensando al signor

Almirante, anima grande su tutte, raggio di Dio, così dolorosamente

sparito dalla faccia del mondo.

--Io gli ergerò un tempio nel mio cuore;--diceva Juana.--Egli ha data

la sua vita per benefizio del genere umano; ma a nessuna creatura

mortale è stato più cortese dispensatore che a me. Se egli non era, se

l'ingegno suo non divinava un mondo di là dai mari sconosciuti e

terribili, se la sua costanza non vinceva ogni difficoltà, se non

superava ogni ostacolo, ti avrei conosciuto io, bel conte? Un po' matto,

non è vero?--soggiungeva la bellissima donna, ridendo di quel suo bel

riso che invitava ai baci.--Ma io ti amo così. Troppo gravi e severi, vi

fanno santi, e andate ad abitar nelle nuvole. Anch'egli, il Giocomina,

di cui forse noi soli in Haiti abbiamo inteso il carattere divinamente

paterno, anch'egli ha amato, come ogni mortale; e felice tra tutti,

nella medesima grandezza delle sue sventure, ha meritato l'amore d'una

Beatrice di Bovadilla.--

Povera Bovadilla! meritava bene di non essere dimenticata, da due cuori

amanti, da due anime elette. Le avevano detto, innanzi di lasciare la

Spagna: "marchesa, venite con noi; parleremo ogni giorno di lui." Ed

ella aveva tristemente risposto: "no, amici, no; la mia vita è infranta.

Laggiù, nel mio monastero di Siviglia, raccolta nell'ombra, parlerò di

lui ogni giorno con Dio; con Dio che riceve i cuori afflitti, e nel

dolore li affina, per renderli degni di quell'amor vero e profondo, che,

non senza il suo consiglio, era nato e cresciuto."

Dal suo convento di Santa Chiara la dolente signora scriveva

nell'ottobre di quell'anno ai suoi buoni amici di Gioiosa Guardia:

"Penso che davvero non vi vedrò più in Ispagna. Il re Ferdinando

trionfa: chi l'avrebbe mai detto? Sapete che dopo un colloquio con

Filippo suo genero, colloquio dal quale non era uscito senza vergogna,

egli aveva presa la via d'Aragona, lasciando ogni sua pretensione alla

reggenza di Castiglia. Di là, s'era imbarcato per Napoli, volendo pagare

Consalvo di Cordova della stessa gratitudine onde aveva pagato il nostro

immortale Colombo. Ma ecco, mentre il generoso Ferdinando è in viaggio,

il 25 settembre, muore a Burgos il re Filippo; Giovanna impazzisce del

tutto, la poveretta! e il virtuoso Ximenes persuade i miei Castigliani a

riconciliarsi col re d'Aragona, unico che possa prender le redini dello

Stato. Sicuro; e si è giunti a questo, di richiamar Ferdinando. Questi,

come vi ho detto, era in viaggio; i venti contrarii avevano obbligato il

suo naviglio a cercare un rifugio in un punto della spiaggia di Liguria,

che dovrebb'essere molto vicino a voi, e che si chiama Portofino.

Avvisato laggiù, non si degna di rispondere; vuole dar tempo al tempo,

il gran furbo. Arriva a Napoli, dove lo raggiungono altre preghiere; fa

il sordo; ma fino a quando? Io son sicura che al terzo scongiuro si

commuoverà la grande anima sua, e noi riavremo quella gioia di re."--

Quello che non poteva ancor dire la marchesa di Moya, scrivendo

nell'ottobre del 1506, soggiungeremo noi ora. Il re Ferdinando si fece

ancor pregare e scongiurare dell'altro, dando tempo al Ximenes di

avvezzare i Castigliani alla nuova reggenza, e di fargliela perfino

proporre dalla figliuola Giovanna; la quale, nei lucidi intervalli della

sua ragione, vedeva pur troppo di non reggere al peso della corona. Ed

egli non si mosse da Napoli, se non il 4 giugno dell'anno seguente.

Anche qui i venti contrarii lo molestarono nel suo tragitto; di guisa

che egli e la regina Germana presero terra a Genova. Era anche nei

disegni del re Cattolico di avere un colloquio con suo zio il re

Cristianissimo, che aveva allora allora ripigliato Genova, dopo la sua

ribellione e il tragico dogato di Paolo da Novi. Il re Luigi era già in

moto per ripassare le Alpi: saputo il desiderio del nipote (un nipote

che aveva dieci anni più dello zio) gli diè la posta a Savona, dov'egli

si volse per terra, e dove Ferdinando andò per mare a raggiungerlo, il

28 di giugno. Vi fu ricevuto con grandissima pompa, e non ci stette

senza sospetto, nè senza le opportune cautele, facendo calare a terra

quanta gente più potè dalle navi. Stettero i due re quattro giorni in

istretti e segreti ragionamenti; parvero dimenticare le ruggini antiche,

e certamente lavorarono di buzzo buono a ribadire ognuno dei due la sua

parte di catene ai piedi e alle mani della povera Italia.

Ferdinando s'era condotto dietro Consalvo di Cordova, il vero

conquistatore del reame di Napoli. E gliene aveva levato il comando,

promettendogli in Ispagna il gran maestrato dell'ordine di Sant'Iago,

che poi con la solita fede, si guardò bene di dargli. Avendolo con sè,

dovette presentarlo al re Cristianissimo: il quale, pur ricordando di

aver perduto Napoli pel valore del Gran Capitano, non si saziava di

contemplare un tant'uomo, e con la sua bella cortesia francese impetrò

dall'ospite l'onore di aver Consalvo alla loro mensa, unico suddito,

messo alla pari con una regina e due re. Fu l'ultimo giorno della gloria

di Consalvo, che in Ispagna non fu più adoperato dal suo signore, nè per

opere, nè per consigli; e rimase ott'anni a sfiorire nell'ombra, per

morire il 2 dicembre 1515. Allora, poi, scoppiò per Consalvo la

gratitudine del re Ferdinando, com'era scoppiata per Cristoforo Colombo,

le cui reliquie, tolte nel 1513 dal chiostro di San Francesco in

Valladolid e trasferite a quello dei Certosini _de las Cuevas_ di

Siviglia, ebbero per concessione regale l'onor della scritta:

_Por Castilla y por Leon

Nuevo mundo halló Colon._

Era un distico fiorito sulle labbra della riconoscente Isabella, e

passato in proverbio nel popolo, prima che fosse inciso nel marmo. Ad un

morto, del resto, si poteva render giustizia, purchè fosse ben morto; e

sette anni erano sicuramente bastati a darne certezza. Figurarsi! Era

così morto, anche nella memoria degli uomini, che il _nuevo mundo_ da

lui _hallado_, ossia ritrovato, non da lui prendeva nome, ma da un altro

italiano, che ne aveva delineati i contorni, mettendo la sua

riveritissima firma a' piedi del foglio. _Sic vos non vobis._ Dicono che

lo sbaglio di prendere per iscopritore del nuovo continente il modesto

disegnatore d'una carta da navigare, sia stato commesso da una società

di dotti. Possibilissimo; è dei dotti l'errare, come degli ignoranti

l'andare sull'orma.

Abbiamo accennato di Luigi XII, che aveva ripreso Genova, ribellata al

suo alto dominio; e dobbiamo dir brevemente come fosse andata la

ribellione. Al tumulto del luglio, ove il capitano Fiesco, andando a

casa sua col miglior proposito del mondo, aveva fatto uno

sproposito[tn362] madornale, altri n'erano seguiti, non più potuti

sedare dal luogotenente Roccabertino, nè dal governatore di Ravenstein;

i quali, lasciato Galeazzo di Salazar con un buon presidio nel

Castelletto, dominante la città, andarono altrove ad attendere le

risoluzioni del re; mentre i nobili si ritiravano nelle loro castella, e

con essi la più parte dei popolari, poichè le Cappette avean presa la

mano, fatto nuova magistratura di tribuni ed eletto un doge dei loro,

che a tutto provvedesse, a restaurare l'autorità della repubblica nelle

riviere, da Sarzana a Monaco, e a preparare la resistenza contro le armi

di Francia. Troppa carne al fuoco; e mentre si perdevano in un vano

assedio sotto Monaco, che era di Luciano Grimaldi, e in minacciose

scorreríe da Rapallo a Sarzana, per abbattere la potenza di Gian Aloise

Fiesco, non si rafforzavano abbastanza in città, per contenere gli

assalti del re Cristianissimo. Il quale si calò nell'aprile del 1507 dal

Giogo, e posto quartiere in Rivarolo, spinse tosto le sue avanguardie,

coi signori di Chaumont e di La Palisse, sulla vetta di Promontorio,

ch'era certamente il punto più debole della difesa di Genova. Fu

accanita la resistenza del popolo, e il La Palisse ricacciato con gran

perdite, egli stesso gravemente ferito d'un verrettone alla gola; ma al

signore di Chaumont, dopo un primo rovescio, venne pur fatto di

collocare in buona postura due cannoni, che coglievano di fianco i

difensori del colle. Cedettero questi; e con essi, per tema d'esser

tagliati fuori, anche i defensori del bastione si ritrassero verso il

Castellaccio, lasciando sguarnito il passo di Promontorio, donde il

nemico si mostrò minaccioso alla città costernata. Si venne agli

accordi, e per la città trattarono i popolari, la cui partecipazione

alla rivolta era andata meno oltre; ma i patti furono durissimi, e il 28

aprile il re Cristianissimo, entrato per la porta di San Tommaso in

città, levando la spada, potè gridare con voce alta e minacciosa:

"Genova superba, ti ho domata coll'armi". Si rizzarono le forche in più

luoghi; parecchi della plebe vi furono impiccati, ed uno dei popolari,

Demetrio Giustiniano. Molti furono proscritti: si tornò il governo

all'antica forma, metà degli onori ai nobili, metà ai popolari, che più

non rifiatavano; onde ne facevan le grasse risa i vincitori.

Stette in Genova il re Luigi fino al 14 maggio, sfoggiatamente ricevuto

e banchettato in Vialata dall'eccelso Gian Aloise Fiesco, reduce dal suo

castello di Montobbio. Nè gli mancò l'omaggio delle dame, nel convito

offertogli da madonna Battistina vedova di Giovanni Ceba Grimaldi, la

quale avea pure un suo parente nel novero dei proscritti. Ricevuto il

giuramento di fedeltà dagli anziani sulla piazza del pubblico palazzo,

decretò che si mutasse il conio della moneta; e laddove era scolpito

_Cunradus rex Romanorum_, in memoria dell'antico privilegio imperiale

del 1138, fu sostituita la leggenda: _Ludovicus XII rex Francorum Januae

dux_, con lo scudo dei tre gigli e la corona, in luogo dell'antica

croce. La quale comparve bensì nel rovescio, aggiunta sull'antico

castello; ma la scritta non fu più _Janua_ come era prima, a significare

la città signora di sè, ma _Comunitas Januae_, per dire che un comune si

riconosceva, non più una città dominante, un capo di repubblica.

Tacciamo della fortezza innalzata allora a Capo di Faro, e chiamata a

scherno la Briglia; di Paolo da Novi, tintore e doge, accenniamo

brevemente che andato a Pisa, e imbarcato su d'un brigantino per Roma,

fu riconosciuto dal capitano della nave, un Corso già stato suo soldato,

e da lui venduto per ottocento ducati ai Francesi. Condotto a Genova il

primo di giugno, e rinchiuso nella fortezza del Castelletto, fu il

quindici di luglio condotto al patibolo, rizzato per lui sulla piazza

del pubblico palazzo. Nobili e popolari assistevano al legale

assassinio. Morì da eroe; il capo troncato messo in cima d'una lancia

sulla torre del palazzo; del corpo fatte quattro parti, ed appese sulle

porte della città. Bene ispirato sul palco, innanzi di dare il collo

alla mannaia, aveva egli esortati i suoi cittadini a non fidarsi dei

grandi, qualunque fosse la classe loro, di nobili, o di popolo grasso,

di tetti appesi, o di cappellacci; mentre egli, per fidarsi

generosamente di essi, era condotto a quel termine.

Ed anche meglio ispirato il capitano Fiesco, che si era tappato nella

sua Gioiosa Guardia, nè per preghiere, nè per larghi partiti che gli

facessero, voleva più spiccarsi di là. Passavano i congiunti, e li

accoglieva a festa; ma non isperassero di tirarlo nei loro

armeggiamenti. Che cosa aveva egli a vedere nelle ambizioni di

quell'ottima gente del suo casato, egli rifatto dentro e fuori,

ribattezzato e riconfermato in altre ambizioni più alte, nel nome e

nella fede di Cristoforo Colombo? Più largo orizzonte vedeva egli,

quantunque paresse chiuso in quel fondo di valle.

Era capitato tra gli altri messer Filippino. Il giovanotto s'era coperto

di gloria in una fazione presso la Spezia, combattendo contro le forze

dei commissarii mandati dal governo popolare a sommuovere la riviera di

Levante. Carico di allori, non aveva saputo resistere alla tentazione di

fare una visita alla Gioiosa Guardia. Il capitano Fiesco lo avrebbe

tanto volentieri fatto ritornare sopra i suoi passi, e per via più

spedita, come a dire per una delle grandi finestre, che davano luce alla

sua caminata. Ma la contessa Juana osservò giustamente che quello non

sarebbe stato un tratto da ospiti. Messer Filippino era un seccatore; ne

conveniva anche lei. Ma forse era diventato tale, perchè non gli si era

mai parlato chiaro; e del parlargli chiaro non c'era mai stata

l'occasione.

--Mi lasci sola una mezz'ora con lui?--chiese ella al marito.--Egli

parla, ed io gli rispondo.

--Che cosa gli dirai?

--Ecco il geloso!

--No, sai? non è per questo. Di' piuttosto il curioso.

--E al curioso non posso dir niente fin d'ora. Una risposta, per esser

calzante, deve conformarsi alla domanda; non ti pare?

--È giusto;--conchiuse il capitano Fiesco.--E il curioso, poichè il

geloso non c'è, ti lascia libero il campo.--

Messer Filippino ebbe così il destro di parlare, e la disgrazia di dar

nella pania. Amava disperatamente; voleva compiere imprese mirabili per

la donna amata, come un altro Lancillotto del Lago; si sarebbe ucciso,

se la nuova regina Ginevra non gli avesse dato la sua mano a baciare. La

contessa Juana, che di tornar regina non voleva saperne, ribattè punto

per punto, senza andare in collera, il pazzo ragionamento di messer

Filippino. Baciarle la mano? Lo poteva sempre, in solenni occasioni,

davanti alla corte congregata, e nel cospetto di Artù. Far grandi

imprese, incontrar pericoli strani per lei? Non n'era più il caso; e

quando c'era stato, non lui, Filippino, ma un altro Fiesco ci aveva

messa la vita, compiendo tali prodezze, che a narrarle sarebbero parse

incredibili. Ed ella amava quel prode. Quanto all'uccidersi, perchè? Non

valeva niente la sua vita? E se non valeva niente, perchè l'offriva a

lei? Facesse meglio, il buon cugino; vivesse per l'utile della sua

patria, e per la gloria del proprio nome; fosse cavaliere con la sua

parente, come ella voleva esser tenuta da tutti; e a lei ne dèsse una

prova solenne, rispettandola un poco.

Il bel Filippino chinò la fronte, umiliato e contrito. Risanò del suo

male, perchè era giovane, e la gioventù abbonda di forze riparatrici. Nè

con questo si vuol negare che altri risanino, perchè son vecchi; ma in

questo caso è forse da conchiudere che la vecchiaia non abbia più forze

bastanti da nutrire a lungo i suoi mali. Del resto, giovani o vecchi,

che vuol dire? È degli amori come dei semi della parabola: hanno bisogno

anch'essi del terreno propizio; gittati sulla strada, non hanno tempo a

metter le barbe; nei sassi non durano; nelle spine si affogano.

L'ospite rimase poco alla Gioiosa Guardia, quel giorno. Forse gli pareva

che la ròcca non meritasse punto il suo nome. Aveva anche tanto da fare,

il giovinotto! Di restare a cena neanche parlarne, poichè doveva

ritrovarsi quella sera a Rapallo. Il capitano Fiesco lo lasciò andare,

con quelle vuote parole che si smozzicano tra i denti quando non si ha

niente da dire, e con quell'aria un po' melensa, che gli uomini accorti

san prendere così bene ad imprestito dagli sciocchi, quando a mostrarsi

accorti non c'è nè gusto nè grazia. E se ne andò in giardino, dove la

contessa non tardò molto a raggiungerlo.

--Se Dio vuole,--diss'ella, sedendo accanto a lui sopra un bel sedile di

quella pietra che la vicina Lavagna mandava così gentilmente lavorata ai

suoi conti,--questa volta è finita. Gran cosa, poter parlare con

libertà! Filippino non torna più a far sonetti.

--Vorrai dire che non tornerà più a recitarne, del Petrarca, nè

d'altri;--rispose il capitano Fiesco, che non era geloso, ma non sapeva

perdonare a Filippino le sue smanie amorose.--Non è nato poeta, quel

poveraccio; e ti sarà anche riuscito un cattivo oratore. Ah, non mi dir

nulla; non voglio fare il curioso; mi basta d'esserne fuori. Pensiamo ad

altro, Fior d'oro. Vedi che tramonto di sole! che bellezza! che gloria!

Chi non sarebbe poeta, davanti ad uno spettacolo come questo? Ah, se la

mia bella amica volesse!...

--Che cosa?

--Prendere il suo _maguey_, che dorme nella sua camera, appeso

all'arpione, e improvvisare un bel canto, nella dolce lingua di Haiti,

come due anni fa sulla spiaggia di Cahonana!--

A quel ricordo si commosse Fior d'oro, e si strinse fremendo al petto di

lui.

--Ahimè!--mormorò ella.--Non ricordi, Damiano, come diceva l'_areyto_?

Triste, il sento, è questa pace,

Se il bel sol d'Haiti fu;

L'augel de' boschi tace,

Non canta in servitù.

--Vero;--rispose Damiano;--ma l'_areyto_ non prometteva di tacere per

sempre. Il canto morrà sul labbro, dicevi allora, ma starà sepolto nel

cuore che l'amò tanto.

Dolce al par d'una carezza

Dell'amor, qui poserà....

Se il cor non mi si spezza,

Rivivere potrà.

Fior d'oro rimase un istante pensosa, più stretta che mai la persona al

petto del suo Damiano, e la testa mollemente inchinata sulla guancia di

lui. Tutto ad un tratto si alzò, spiccandosi dall'amato, e mettendosi un

dito sul labbro, come per esortarlo a star cheto; poi, rapida si dileguò

tra i roseti, andando verso le sue stanze. Perchè? Damiano sperò di

averlo indovinato, il perchè; e la sua speranza si mutò in una lieta

certezza, quando vide Anacoana tornare a lui col tamburello haitiano.

--Adorata!--gridò, abbracciandola forte.

--Giù le mani!--diss'ella, con accento e con gesto che volevano parer

molto severi.--Così si rispettano i poeti?--

Damiano, gran fanciullone un po' viziato dalle carezze, ma cavaliere

nell'anima e buon servitore della sua dolce regina, non solamente si

chetò, ma si chiuse in religioso silenzio. La dolce regina, seduta

daccanto a lui, stava guardando il sole, che volgeva superbo all'occaso,

sotto un gran padiglione di porpora, onde frangiava i lembi d'un bel

color d'oro paglierino, rutilante e vibrante come cosa viva. Scendeva il

bell'astro, lento e glorioso, mandando un raggio obliquo sulla marina,

la cui superficie, tinta d'azzurro carico, luccicava interrottamente per

lunghe e tremule chiazze di rosso cremisi, balenando, fremendo,

rabbrividendo, sotto la luminosa carezza del suo vincitore. Per le

intente pupille accogliendo quella gran luce, pensava la bellissima

Anacoana, mentre col sommo delle dita veniva percuotendo la pelle

squammosa del _maguey_; pensava, e canticchiava sommessamente,

ricercando insieme, alla guisa degli antichi trovieri, il suono ed il

motto.

L'ispirazione era giunta; lo dissero ad un tratto il baldo sorriso delle

labbra e il lampo trionfale degli occhi. E così prese a dire improvviso

la Corinna di Haiti, per una volta ancora cantando nell'idioma della

patria lontana; dolce e triste idioma, che doveva morire con lei!

Il sole, bel sole, discende

Al bacio dell'onda marina:

La bella le braccia gli stende,

E palpita, freme, s'inchina.

Di lividi mostri alla caccia,

Gigante, finisti il tuo dì;

Ti schiude le cerule braccia,

Ti stringe ella sempre così.

Schiere di spiriti rosei

Vigili stanno su te;

Oro sul capo ti piovono,

Perle ti spargono ai piè.

Tu pure bel raggio di Dio,

Nocchier che gran notte vincesti!

Tu giusto, tu mite, tu pio,

Tu degno dei doni celesti!

Fu dura la lunga giornata,

Gran rischio a men salde virtù!

E pace la morte invocata,

E gloria la tomba ti fu;

Mentre ripensa la vergine

Terra il tuo bacio e la fè,

Quando, già domo l'Oceano,

Lieta la festi di te.

Gran luce, su quante del mondo

Arrisero all'aspro viaggio!

Gran luce, e fu gaudio profondo

Scaldarsi al divino tuo raggio.

Così dentro spera di sole

Un nembo di vite passò;

Felice tra guizzi e carole

In gloria di luce nuotò.

Gloria sul fido manipolo

Ch'ebbe sua luce da te!

Mute dilagan le tenebre

Sopra le corti dei re.

Bel sole! nei vortici oscuri

Lo incalza de' mostri lo sdegno:

Nell'ombra gli spiriti impuri

Anelano un'ora di regno.

Ma lui nella pompa primiera

Il novo mattino vedrà:

Nei putridi stagni la schiera

Dei mostri notturni cadrà.

Te, divin raggio, più limpide

Sfere richiamano a sè:

Questa, che l'odio contamina,

Degna non era di te.

Raggio di Dio: Romanzo · 第 27 / 32 题