Sposi novelli.
Dicono che l'uomo non intenda pienamente il suo bene, se non quando gli
sia accaduto di perderlo, e che non sia maggior dolore del ricordarsene
senza speranza, nè maggiore felicità del ricuperarlo dopo tanto
sconforto. Ma il capitano Fiesco, per intendere il suo, non aveva
mestieri di vederselo rapire a quel modo. Il doloroso esperimento, se
mai, lo aveva già fatto una volta a San Domingo; e in verità non c'era
bisogno d'insegnargli più nulla con un nuovo pericolo. E il pericolo era
stato assai grave, ad onta delle speranze che gli faceva balenare
davanti agli occhi il ministro Ximenes. Come sperare che Gian Aloise si
mettesse per il suo disgraziato parente in una lunga peregrinazione e in
uno spinoso negozio, se quel suo parente gli aveva poco prima ricusato
di muoversi per lui a più breve viaggio e a più facile impresa? E se
pure Gian Aloise si fosse lasciato persuadere per amor di Juana, da lui
tenuta al fonte battesimale, da lui accompagnata all'ara nuziale, era da
credere che sarebbe egualmente venuto a capo di una trattazione, che
doveva essere tanto più malagevole, quanto più pareva premere al re
Ferdinando? Se i negoziati fallivano a Parigi, addio speranze di
Valladolid. E il capitano Fiesco si sarebbe ucciso, non potendo
sopravvivere a Fior d'oro, irremissibilmente perduta. Triste chiusa al
poema! Ed era questo il suo pensiero dominante, l'unico che lo tenesse
in vita.
Un raggio di speranza lo aveva portato con sè la marchesa di Moya. Si
era sentito rinascere all'annunzio che i nuovi sovrani di Castiglia
sarebbero giunti a Laredo, togliendo al perfido Aragonese
l'amministrazione del regno. Ma anche un animoso tentativo della
generosa Beatrice di Bovadilla era andato a vuoto. Il prevosto delle
carceri, pregato, minacciato da lei, aveva resistito a preghiere, a
minacce; e donna Beatrice era partita per Burgos, promettendo molto al
povero conte, animandolo a sperare da capo, ma neanche lei ben certa di
promettere utilmente, di dargli speranze efficaci. E i giorni passavano,
ed erano giorni d'angoscia terribile. Ferdinando era andato a Burgos,
incontro ai nuovi sovrani. Accorto com'era, non avrebbe acquistato
sovr'essi un ascendente che già gli poteva assicurare la sua condizione
di padre? Ma no; i giovani sovrani avevano lasciato Burgos, per scendere
a Valladolid. Quel padre astuto non aveva vinto ancora. Per contro,
venuta a Valladolid con la regina Giovanna, la marchesa di Moya non si
era lasciata vedere in casa dell'Almirante. Che voleva dir ciò? Una cosa
sola: che la dama di palazzo non aveva potuto, nei primi momenti
dell'arrivo in Valladolid, allontanarsi dal fianco della regina; che se
avesse potuto farlo, non lo avrebbe neanche voluto, amando meglio
restar là, a vigilare, a spiar le occasioni, a cogliere il buon momento
per tentare un gran colpo. La marchesa di Moya non era donna da
dimenticare gli amici, nè da lasciarli in angustie.
Che gioia, quando il marchese di Lucena, comparso improvvisamente nella
casa di Gil García, ebbe detto al Fiesco: "signor conte, andate subito
alle carceri del palazzo di giustizia; la marchesa di Moya vi aspetta
colà!" E che bella giornata era quella! com'era sereno il cielo!
com'erano liete le strade, per cui egli passava, non andando, non
correndo, volando!
C'era folla, sulla piazzetta delle carceri, e gli arcieri stentavano a
contenerla. Gli si fece largo, nondimeno: era un gentiluomo, doveva
appartenere al séguito dei sovrani di Castiglia, che erano andati là
dentro, per compiere un atto di grazia, di giustizia, di clemenza
regale. Sì, c'era un po' di tutto questo, nell'atto, e non bisognava
perdere il tempo ad almanaccarci su. Il capitano Fiesco sentiva le
benedizioni, e il cuore gli si allargava in petto, mentre la persona si
faceva sottile ed elastica, per scivolare in mezzo alla calca.
Entrò nel portico del chiostro, mentre la comitiva regale scendeva lo
scalone. Si trasse indietro per darle il passo, e il cuore gli balzò in
petto più forte, poichè vide in quella comitiva il mozzo Bonito. Anche
il mozzo Bonito avea visto lui, e rizzando la sua bella testina in mezzo
a quel barbaglio d'oro e di seta che scendeva con lui dagli ultimi
scalini, si era recato la mano alle labbra; col sommo delle dita gli
gittava il suo bacio, con un lampo degli occhi gl'illuminava quel
bacio.
Dalla marchesa di Moya fu presentato alla regina; fece un profondo
inchino, balbettò poche frasi rotte dalla confusione del momento; ma in
quella confusione gli venne bene di poter salutare in lei "l'angelo di
Castiglia." Angelo per la bontà, si capisce; ma gli angeli sono anche
belli. E il complimento, fiorito così naturalmente sulle labbra del
cavaliere, doveva tornar sommamente gradito al cuore della regina.
--Signor conte di Lavagna,--diss'ella amabilmente,--noi vi rendiamo un
tesoro. Andate, e custoditelo, per vostra fortuna e sua. Se mai vi
accada di abbisognare del nostro appoggio, contate su noi, che saremo
sempre felici di rivedervi.--
Ciò detto, e baciato sulle guance il bel mozzo Bonito, congedò
graziosamente gli sposi, che rimasero lì, contro il muro, per lasciarla
passare. Ma ella volle che passasse prima Filippo; indi, tra gli
applausi e le acclamazioni della folla, entrò nella sua lettiga, che
tosto si mosse, per ricondurla al palazzo reale.
La marchesa di Moya aveva trovato il tempo di consegnare un foglio al
conte Fiesco.
--Eccovi un salvacondotto, che abbiamo potuto aggiungere ad un biglietto
di scarcerazione;--diss'ella.--Dov'è il più, non conta il meno: pure,
sarà sempre bene tenerlo. Andate; ci rivedremo dall'Almirante,
stasera.--
La folla si assiepava intorno ai sovrani, non badava più ad altro, e
lasciava libero il passo rasente al muro dell'edifizio. Il capitano
Fiesco, preso il mozzo Bonito sotto il patrocinio d'un braccio amoroso,
scivolò destramente da quel vano in una viuzza laterale.
Andavano, andavano muti e palpitanti d'allegrezza profonda; andavano
senza saper dove, felici di andare e d'essere insieme. Quante cose
avevano a dirsi! ma tutte inutili, davanti alla gioia di trovarsi
ricongiunti, ricuperati l'un l'altro, come rinati insieme ad un medesimo
soffio di vita. Le strade tortuose, lunghe, malinconiche, erano sentieri
di paradiso per essi; e lembi di cielo azzurro non ridevano dall'alto,
tra le grondaie dei tetti? La gente guardava un po' troppo i due
viandanti felici; ed essi, per quanto andassero spensierati, non
potevano sempre esser tanto distratti, da non vedere quegli sguardi
curiosi. Gente indiscreta! E non si dava mica pensiero delle coppie di
colombi, che svolazzavano di continuo da una casa all'altra, venendo a
grugare, a bezzicarsi sulle sponde dei cornicioni, sui davanzali delle
finestre, sugli sporti dei tetti! Perchè pigliarsi cura di due felici
mortali, che se ne andavano allegramente pei fatti loro, non dando noia
a nessuno? Adagio, a non dar noia! L'uomo felice ne dà sempre un pochino
al suo prossimo. E i nostri felici non istettero molto a capirlo, perchè
bel bello, senza dirselo, un po' vergognosi, ma anche un po' sorridendo,
si spiccarono l'uno dall'altro, muovendo il passo più svelto, e girando
con tacito consenso verso le vie più deserte, finchè riuscirono sulla
spianata delle mura di Valladolid. Ah, benedetto il cielo, che per
intanto si vedeva più largo! e con molta campagna davanti agli occhi, e
senza curiosi indiscreti dattorno, con un po' di giardini lungo la
strada solitaria, e qualche modesta casetta qua e là. Bel luogo
campestre, tanto più bello quanto era più lontana l'ora dei vespri
rumorosi del popolino! E come invitava bene un'insegna di _posada_, su
cui era scritto in grosse lettere: _a la Gaita Zamorana!_
--Dovrebb'essere una piva, la gaita;--notò il capitano Fiesco.--A casa
nostra, quando va a male un'impresa, si dice che l'uomo ritorna con le
pive nel sacco. Mi par di vedere il re Ferdinando, e il suo ministro
Ximenes. E non ti pare un'insegna di buon augurio, Fior d'oro? Non hai
sete? non hai fame?
--Un po' di verde e un po' di pace!--esclamò Fior d'oro, traendo un
lungo sospiro.
--Questo prima di tutto;--riprese il capitano Fiesco.--Ma io ritorno
anche al desiderio di vivere. E sarà, se tu vuoi, il primo boccone che
dopo tanti giorni d'angoscia non m'andrà di traverso.--
Fior d'oro si strinse amorosamente al fianco del suo cavaliere. E tutt'e
due entrarono nella _posada_ della Gaita Zamorana. Due minuti dopo erano
nel giardino attiguo, seduti sotto un pergolato di vigna, che
incominciava a vestirsi di pampini.
Qui, mentre l'ostessa andava e veniva col meglio della sua cucina,
scusandosi di non poter fare di più a cagione dell'ora bruciata, i suoi
due forestieri si scambiavano le prime parole un poco ordinate, i primi
pensieri un po' riposati, riandando i giorni dolorosi della loro
separazione.
--Che orrore, Fior d'oro! E che angoscia, la mia, pensando a quello che
tu dovevi soffrire! Come avrai pianto, mia povera bella!
--No, sai? Per te, mi sono afflitta; per me, non ho versato neanche una
lagrima. Ero tranquilla. Come ciò fosse non so; ma dopo il primo momento
di sdegno per la infamia del re Ferdinando, una gran pace si era fatta
nell'animo mio, per effetto di una profonda sicurezza. Ti sentivo
presente, Damiano, ti sentivo molto vicino a me, ed ero tranquilla.
Vedevo tutti i tuoi passi, udivo quasi le tue parole. Tu hai parlato
anche al re.
--Come lo sai?
--Ti ho veduto, ti ho seguito con gli occhi del cuore. Non ho bene
inteso tutto; ma tu parlavi alto, come sai, come ti consigliava l'amor
tuo per Fior d'oro. Anch'io col Ximenes....
--Ah, sì, egli è venuto infatti da te;--interruppe il capitano.
--Col miele sulle labbra, e non dicendomi il vero;--riprese Fior
d'oro.--Mi avevano arrestata, perchè in ispoglie virili; che pretesti
infantili! Lo avevo ben inteso io, che il mio delitto era più grave;
d'essere Anacoana, la regina di Xaragua, e d'essere fuggita al loro
capestro. Come l'hanno scoperto? o come l'hanno sospettato? Ma io, non
dubitare, ho accolto per buono il loro pretesto, che mi toglieva dalla
dolorosa alternativa di mentire davanti ad anima nata, o di nuocere a te
con la mia sincerità.
--Dio!--esclamò il Fiesco, atterrito al solo pensarci.--E come avresti
potuto tener fermo alle loro minacce?
--Avrei mentito a mezzo, tacendo. Conosci i figli d'Itiba, o Damiano,
come siano saldi ai tormenti. Il cielo non ha consentito loro altra
difesa che questa! Ma per me non fu necessario, e la mia povera persona
non sarà tanto orgogliosa da ricusare la sua gratitudine alla giustizia
del re. Avevo anche indovinato dalle parole del Ximenes che qualche cosa
mancava ai miei carcerieri, e che quella cosa si voleva da te, o dal
signor Almirante.
--Da me, da me;--rispose il capitano.--Io dovevo ottenere da Gian Aloise
che andasse in Francia, per un trattato d'alleanza, onde fosse a
Giovanna e a Filippo impedito di regnare in Castiglia.
--E per questo partivi, come annunziava il Ximenes?
--Sì, per salvarti. Anche il signor Almirante mi esortava a far ciò, per
quanto danno gliene potesse venire. Scusami, Fior d'oro, ma io, per
eccesso d'amore, son meno forte di te. Accetterei tutti i tormenti; non
saprei rassegnarmi al rischio di perderti. Ah, gran fortuna, o
provvidenza del cielo, l'arrivo della marchesa di Moya! E l'arrivo
inatteso di Giovanna! e gli eventi precipitati, con tutto quello che tu
hai veduto stamane!
--Beatrice di Bovadilla è una donna incomparabile;--disse Fior
d'oro.--Che forza sugli uomini e sulle cose avrebbe avuta il Giocomina,
con quella donna al fianco! Una donna,--soggiunse Fior d'oro, con un
sorrisetto malizioso,--è spesso un impiccio, pei cavalieri in viaggio;
ma è pure un grande aiuto, se ha cuore ed ingegno; non credi?
--Se lo credo! Ma mi fai pensare agli impicci, adorata creatura. Mi fai
pensare che bisognerà rinunziare a quello dei tuoi abiti maschili. Buoni
laggiù, sulla costa di Maima, e sulla coperta d'un naviglio, con la
giunta della pece e della fuliggine che vi faceva parere un diavoletto
nero; non potevano andar più in Europa, tra gente più o meno civile,
dove bisogna levarsi le croste d'attorno, e mettere in mostra la più
bella faccia del mondo nuovo e del vecchio. E vedi, cara, come anche
l'ostessa, quando ti viene davanti, non sa più spiccar gli occhi da te.
--Ma sì, ho ben veduto; e m'annoia. Dio sa che cosa s'immagina; che voi,
per esempio, bel conte, abbiate piantata laggiù sull'Entella una povera
castellana a struggersi in pianti e sospiri, per venire qua a rubar
cuori in Castiglia, e portarveli attorno travestiti da scolaretti.
--Ella non vorrà far questa offesa alla contessa Juana del Fiesco, che,
se Dio vuole, non è a pianger laggiù;--rispose il capitano, mettendosi
volentieri sul medesimo tono.--Venite qua, padrona;--soggiunse,
volgendosi all'ostessa, che non era lontana;--vi piace il mozzo Bonito,
come gli fa comodo di chiamarsi in viaggio?
--Se mi piace?--esclamò la donna sincera, giungendo le palme ed
accostandole al viso.--Per sant'Jago di Compostella, lo mangerei dai
baci.
--Alla larga, dunque, e paghiamo lo scotto;--disse il capitano, ridendo
di cuore.--Perchè, vedete, padrona? com'è vero che il mozzo Bonito è mia
moglie, e si chiama la contessa di Lavagna, voi potreste essere sotto
spoglie femminili un bel garzone invaghito di lei, e si dovrebbe far qui
alle coltellate.--
L'ostessa della Gaita Zamorana parve molto felice della confidenza che
quel gran signore si compiaceva di farle. Perchè aveva capito benissimo
di servire un gran signore, che non dissimulava punto il suo essere, e
una bella donna sotto mentite spoglie. Quella bella donna era per giunta
una gran dama? Tanto meglio, quantunque a lei non glien'entrasse niente
in tasca: è poi sempre piacevole di aver da fare con persone di conto;
con dame, anzi che con pedine.
--Signor conte,--rispose l'ostessa, inchinandosi;--l'avevo ben capito
io, che era una donna. Se la signora mi permetterà, le bacerò la mano,
che è bella come il viso.
--Ma, niente divorare, mi raccomando;--gridò il capitano.
--E scusino, le Vostre Eccellenze;--ripigliò l'ostessa, animata:--siete
sposi novelli?
--O giù di lì; ma fate conto che ci serbiamo tali per tutta la vita. Due
creature che si amano, sono sempre nel dì delle nozze.
--Cavaliero,--esclamò l'ostessa,--voi parlate come un angelo.
--E non vorrete mica divorarlo dai baci anche lui!--scappò detto a Fior
d'oro.
--Eh, signora contessa, che dirvi?--rispose l'ostessa.--Si esprime in un
certo modo, che tutte le donne dovrebbero volergli un gran bene.
--Ma non dirglielo;--replicò Fior d'oro.--Venite qua, baciate me, e
facciamo la pace.
--Con che gusto, signora!--
Così dicendo, l'ostessa della Gaita Zamorana saltò al collo del mozzo
Bonito, e gli stampò due bacioni, uno per guancia. Avrebbe
ricominciato, se non fosse stata fermata da una osservazione del
cavaliere.
--Ponete mente, padrona;--diceva egli;--avete baciate due guance, su cui
oggi appunto si sono posate le labbra della vostra regina.
--Signore Iddio! è vero questo?
--Come è vero che qui c'è un castigliano per lo scotto.
--Vi rifaccio il resto, signor conte.
--No, cara; anzi, eccone qui un altro, per fargli compagnia. I
castigliani si annoiano, da soli. Quanto a noi, abbiamo passate due
belle ore in pace nel vostro giardino; e valgono certamente di più.
--Tornateci, allora.
--Se si potrà: ma temo di no.
--E allora, siate benedetti da Dio; e vi accompagnino tutti i santi del
cielo.--
La povera ostessa non capiva più nella pelle. Li accompagnò fino
sull'uscio della posada, e aveva le lagrime agli occhi, nel vederli
partire.
--Signore! Signore!--balbettava, seguendoli degli occhi, finchè non
disparvero dietro una svolta della strada solitaria.--Tanta fortuna,
alla Gaita Zamorana! chi l'avrebbe mai detto? Una al giorno, di queste
coppie benedette, e in capo a un anno ci ho da comprarmi un poderuccio a
Zamora.--
Il poderuccio! il sogno di tutti coloro che non l'hanno. Sarebbero poi
più felici, quando l'avessero? Felici, no; ma certamente meglio
provveduti, e più tranquilli, per aspettare il gran giorno che tutte le
noie finiscano.
--Ma sai, amico mio, che sei matto!--disse Fior d'oro al marito, mentre
camminava al suo fianco.--Butti via i castigliani, come se fossero
maravedis.
--Ah, lasciami fare, lasciami sfogare!--rispose egli;--Son tanto felice!
Questa giornata vale tutto l'oro di Veragua. Ed io, non potendo di più,
ci butterei tutto un viaggio del _Paradiso_, che ho portato saviamente
con me, scambio di collocarlo in San Giorgio. Ma anche tu, cara, butti
via i baci, come se fossero bucce di limoni. Baci alle regine, baci alle
dame di palazzo, baci alle ostesse; io solo, poveraccio, resterò a bocca
asciutta.--
Fior d'oro s'accostò a lui, guardandolo in viso.
--Qui, vuoi?--gli disse.
--No, per carità!--esclamò egli.--Siamo nell'abitato, e a Valladolid,
che è città dentro terra. Se fossimo in un porto di mare, potrebbe
correr liscia, la cosa; si crederebbe che accompagnassi a bordo un
ragazzo discolo, e non mi potessi trattenere da una ripresa di tenerezza
paterna.--
Così folleggiavano, come due scolaretti in festa. E muovendo per le vie
nella direzione del Campo Grande, che era il loro punto d'orientamento
per ritrovar la via di casa, andavano col naso in aria, guardando le
insegne. Cercavano una _sastreria_, una bottega di _costurera_, o
qualche cosa di simile, da pigliar lingua, almeno, e trovare il fatto
loro. Nelle vicinanze del Campo Grande s'imbatterono invece nel frate
scudiero; proprio la mano di Dio.
Frate Alessandro, quel giorno più scudiero che mai (del resto, in quel
viaggio di Spagna non aveva indossata la tonaca se non una volta, a
Granata), fece festa al suo capitano, e più ancora alla contessa Juana.
Sapeva già della liberazione di lei, essendo andato a girandolare
intorno al palazzo di giustizia, e avendo avuto dalla gente del vicinato
una descrizione del piccolo marinaio, bello come un angelo, levato di là
dentro dalla regina Giovanna. Ma a casa non erano tornati; ed egli
andava aliando di qua e di là, sperando sempre d'incontrarli.
--M'hai detto d'essere stato altre volte a Valladolid;--gli disse il
capitano Fiesco.--Mi troverai dunque una bottega da sarta. La contessa
non deve più oltre vestire da mozzo; un travestimento che non inganna
nessuno, ed ha il guaio di attirar troppo l'attenzione della gente.
--Niente sarta da donna;--rispose il frate scudiero.--Ho il fatto
vostro, se il vecchio Abner non è ancora andato a ricoverarsi nel seno
di Abramo.
--Un rigattiere?
--Che! un drappiere, un banchiere, tutto quel che vorrete. Nella casa di
Abner c'è un po' di tutto; perfino un lembo della casacca di Saul.
--Della quale non saprei proprio che farmi;--disse il capitano Fiesco.
--Eh, dico così per farvi intendere che in casa di Abner non manca la
stoffa.
--E tagliata ad abito di donna?
--Anche tagliata ad abito di donna, e debitamente cucita.
--Dunque un rigattiere?
--Ma che rigattiere, se mai! Venite, la piazza del Mercadero è qui
presso.--
Seguirono il frate scudiero, per due traverse di strada, e sboccarono
nella piazza ch'egli diceva, tutta fiancheggiata di portici. Entrarono
dietro a lui in un androne, che mandava odor di pannine il che non era
da rigattieri, e conciliò l'animo del capitano con Abner, e perfino con
la casacca di Saul.
Giunto in fondo all'androne, il frate scudiero levò la faccia in alto,
verso una scala, e gridò:
--È qui il degno amico mio Abner Ben Meir Aben Ezra?
--Chi mi chiama amico?--rispose una voce nasale.--Son qua. Datevi la
briga di salire; non più di venti scalini.
--Ma alti come i piuoli della scala di Giacobbe;--disse sotto voce il
frate scudiero.--Madonna, vi faccio strada.
--Sei forte d'ebraico;--notò il capitano.
--Eh, si fa quel che si può;--rispose umilmente quell'altro.--Del resto,
qui non ci sono difficoltà. Abner, figlio di Meir, nipote di Esdra;
tutti nomi di brave persone dell'antico Testamento. Abner, da non
confondere col generale di Saul, discende, a sentirlo, da un gran
rabbino di Toledo, che fiorì nel dodicesimo secolo. È dunque carico di
gloria; ma più ancora di roba. E se vive, e gli è cresciuta debitamente
una bella bambina, che egli aveva dieci anni fa, vedrete che bocciuolo
di rosa.
--E san Francesco permette di badare a queste cose?--disse il capitano,
battendo della mano sulla spalla al frate scudiero.--E di bazzicare col
leone di Giuda?
--Il glorioso san Francesco non dubitava di andar dai lebbrosi;--notò il
frate scudiero.--E vedere, e giudicare quel che si vede, non ha egli
proibito a nessuno. Aggiungete che il vecchio Abner fu sempre un grande
amico dei Francescani, a cui fece sempre elemosina.
--Di bene in meglio;--conchiuse il capitano.--Andiamo a vedere questa
fenice d'Israele.--
Il vecchio Abner non riconobbe alle prime l'amico, che con tal nome lo
aveva apostrofato dal fondo della scala, e frate Alessandro fu costretto
a rinfrescargli la memoria. Del resto, il frate conduceva un buon
avventore, di cui gli recitava nome, cognome, titoli, patria, e vita e
miracoli; tutta roba da farlo diventare morbido e pieghevole come una
pelle di guanto.
Per quel nobilissimo avventore, il vecchio Abner Ben Meir Aben Ezra ci
aveva di tutto, e dell'altro ancora, com'egli si compiaceva di dire. Le
sue stanze erano piene di banchi, e di scaffali, che andavano fino ai
cornicioni delle vôlte Apriva cassetti, apriva forzieri, scopriva e
metteva in mostra ogni ben di Dio; stoffe in pezza, d'ogni tessuto e
d'ogni colore, damaschi e damaschetti, broccati e broccatelli, pannolani
e pannolini, scarlatti, ferrandine, zendadi, camellotti, e via
discorrendo. Ma il conte Fiesco voleva un abito da donna già fatto, che
s'attagliasse alla sua signora, non avendo tempo da perdere. E il
vecchio Abner lo fece passare in un altro stanzone, tutto forzieri,
casse intagliate e ferrate, stipi, scrigni e bacheche. Era quello il
_sancta sanctorum_ del suo tabernacolo, dove, insieme con ori e gioie
d'ogni specie, dormivano nello spigo nardo e nella polvere di giaggiólo
intieri corredi da sposa, da gran dame, da maritate e da vedove.
Parecchie di quelle vesti erano già state indossate, ed Abner sapeva la
storia di tutte. Sciorinò per esempio sotto gli occhi del conte Fiesco
una veste di broccato d'oro, nuova fiammante, che pur risaliva a
quarant'anni addietro, o poco meno, e l'aveva indossata appena una volta
la duchessa di Truxillo, alle nozze d'Isabella di Castiglia.
Quell'altra, nera, di velluto a opera, era stata portata dalla contessa
di Fuentes, dama d'onore di Giovanna di Portogallo, moglie ad Enrico IV
di Castiglia, ed era stata ammirata per severa eleganza come abito da
viaggio, nell'anno 1463, quando la sfarzosa corte di Castiglia era
andata ad incontrare il misero cortéo del gretto e trasandato Luigi XI
di Francia sulle rive della Bidassóa. Queste e tante altre ricchezze di
vestiario, come si trovavano là dentro a dormire? In tempi più tardi si
sarebbe potuto ascrivere il fatto ai capricci della moda, e alla noia
che dovevano sentire le dame per un abito di gala portato due volte. Ma
allora? Ahimè, grandezze umane, assai più mutevoli dei capricci della
moda! Non pure le fortune dei gran signori, ma quelle istesse dei re, in
una età di rivolgimenti continui, andavano spesso a soqquadro; per ogni
guerra da intraprendere, per ogni pericolo da scongiurare, si metteva in
pegno il vasellame, le gioie, le vesti sfarzose, ogni cosa di prezzo. E
non sempre, salvati o perduti i dominii, si riscattavano le cose
impegnate.
Gli occhi del mozzo Bonito (chiamiamolo ancora una volta così) furono
attratti da una gran veste di rascia fine, che tosto diventò nella
parlantina di Abner il capo più elegante del suo magazzino. E bisognava
notare che quella veste non era stata indossata mai; era nuova di
trinca. La dama che l'aveva ordinata non era più venuta a ritirarla.
Quella lì, con un mantello nero, di seta o di ferrandina, doveva andare
a pennello, formare un vestimento senza rivali, severo e ricco ad un
tempo.
--Severo sì, ricco no;--disse il frate scudiero.--E poi, sarà vero che
la veste sia nuova, non portata mai?
--Oh, per la barba....
--Di' pure, per la barba di Aronne....
--Ma sì, vi assicuro, frate Alessandro. Vedete la fodera, che è candida
come la neve, ed intatta. Guardate l'orlo della balza!... Se non è nuova
fiammante, e non mai escita dalla casa di Abner, possa io non veder più
la mia figliuola Noemi!
--Ah, la piccola Noemi! Si sarà fatta grande, e bella come un occhio di
sole.
--È tutta sua madre;--mormorò Abner, con un sospiro di reminiscenza.
--Meno male!--esclamò il frate scudiero.--Povera a lei, se somigliava al
babbo!
--Frate Alessandro! frate Alessandro! Voi avete sempre voglia di
scherzare.--
Mentre i due amici, l'uno del vecchio e l'altro del nuovo Testamento, si
bisticciavano così allegramente, Juana fermò la sua scelta sulla veste
di rascia. Per la statura le andava, ed anche doveva andarle per il
taglio. In quel tempo il taglio delle vesti non offriva le dotte
complicazioni, e non richiedeva i più dotti cincischiamenti dei secoli
più tardi. Ancora non si assassinavano impunemente a colpi di forbice
teli di drappo finissimo, che costava un occhio del capo.
--Ma ci vorrà biancheria;--disse il frate scudiero.--La signora
contessa, venuta in abito da marinaio per la poca sicurezza delle nostre
strade, non ha portato biancheria da donna.
--C'è tutto, qui, e dell'altro ancora;--rispose Abner colla sua vanteria
di bottegaio.--Noemi! Noemi!--
Una bella fanciulla sui vent'anni apparve dal vano di un uscio; bianco
dorata la carnagione, i capegli neri e ricciuti, gli occhi grandi,
profondi ed accesi della sua schiatta.
Noemi aiutò il babbo a sciorinar biancheria, aprendo a sua volta
forzieri e ceste. Juana scelse tutto ciò che poteva convenirle. E già il
vecchio Abner preparava un canestro lungo, in cui collocare ogni cosa.
--Ma, veramente, non si vorrebbe portare a casa tutta questa
roba;--disse il frate scudiero.--Non ci sarebbe modo d'indossarla qui?
--Ma sì, ma sì, caro amico, si può tutto, e dell'altro ancora;--rispose
il vecchio Abner.--Noemi, conduci la signora contessa nella tua camera.
Dico la signora contessa; e non ti stupire, se hai davanti agli occhi il
più bel mozzo che mai si sia visto in Ispagna.--
Mentre le donne uscivano dalla stanza, per salire al piano superiore, il
conte Fiesco mise mano alla borsa. Il vecchio Abner capì che poteva
calcare sui prezzi. Non si mandava la moglie a vestirsi di tutta quella
roba, se si aveva intenzione di lesinare sui prezzi, col risico di
rimandarla a spogliarsi, per la differenza di pochi castigliani. Fece i
suoi conti con molta diligenza, tirò la somma, e mise il foglio sotto
gli occhi dell'avventore. Ma anche il frate scudiero ci volle dare la
sua sbirciatina.
--Cinquanta castigliani!--gridò.--Ah furfante! Meriteresti d'esser
trattato come quei due tuoi antecessori in Israele furono trattati dal
Cid Campeador, che Dio l'abbia in gloria. Vuoi che te la canti io, la
romanza?
--Lo so, frate Alessandro, non vi scomodate per così poco;--rispose il
vecchio Abner, senza scomporsi.--Ed anche voi non riconoscete che quella
non fu la più bella impresa del vostro eroe? Quanto a me, giuro che ho
fatti i prezzi più onesti. Nessuno si è mai lagnato di me. E il signor
conte, che conosce il prezzo delle cose, giudicherà da pari suo.
--Giudicherò....--disse il capitano Fiesco, pacatamente.--Giudicherò
quando la contessa ci sarà venuta davanti nelle nuove spoglie. Se starà
bene così rimpannucciata, non leverò un maravedis.
--Mio signore!...--gridò il vecchio Abner, sgranando gli occhi.--Oh mio
signore! Voi siete magnifico, da vero Italiano, da vero Genovese. Io son
sicuro di avere i miei cinquanta castigliani. Così ne avessi chiesti
sessanta, frate Alessandro, che mi fate gli occhiacci! La signora
contessa parrà una regina, se anche avesse indossato una veste di saia.
Con quella persona! con quella faccia! Rachele e la Sulamite ci
scapiterebbero al paragone.
--O Abner, sapientissimo vecchio!--disse il Fiesco, ridendo.--Prega Dio
che non ti sentano Giacobbe e Salomone. Quanto a me, tu hai la mia
amicizia. E l'abbia in te la tua schiatta. Siete infine il popolo re.
--Fummo, signor mio, fummo;--rispose il vecchio Abner, abbassando la
fronte.
--A buon conto, avete la storia più antica del mondo. La tua nobiltà,
Ben Meir e.... il resto che non ricordo, va due mill'anni almeno più su
della mia. Che siamo noi, conti e marchesi, al vostro paragone, o
liberati d'Egitto? In Ispagna si fa molto, quando si rimonta agli ultimi
dei Goti; più su sta monna Luna. In Italia si fa molto, quando si
rimonta agli ultimi dei Longobardi, o ai primi dei Franchi; stirpe di
soldatacci, di scorridori, di tagliacantoni, che Iddio ne scampi ogni
fedel cristiano. Voi altri venite giù netti, diritti come spade, da
Abramo. La vecchia religione con le sue benedizioni vi aveva tenuti
fuori d'ogni contatto; la nuova, con le sue maledizioni, vi ha
preservati da ogni miscela. Capisco, c'è l'odio, che qualche volta
annoia. Ma gli odiatori prendono volentieri il vostro denaro ad
imprestito. E voi arricchite. Un giorno o l'altro, io lo prevedo, sarete
i padroni del mondo. Il nuovo Israele corre alla religione del vitello
d'oro; e voi dal Sinai detterete la legge.
--Possa tu dire il vero!--mormorò il vecchio Abner, mentre sotto le
ispide sopracciglia gli brillavano gli occhi d'insolita luce.--E vorrei
che lo conosceste, il Sinai;--soggiunse ad alta voce, facendo bocca da
ridere.--Ci ho di là ancora qualche bottiglia d'un vino, che ridarebbe
la vita ai morti; ed è stato spremuto sulla montagna sacra.
--No, grazie, vecchio Abner; non ho voglia di bere.
--Ma l'ho io, Ben Meir Aben Ezra;--disse il frate scudiero.--Sia questo
almeno per la mancia, a chi t'ha condotto un così generoso avventore.
--Che è pronto a darti i cinquanta castigliani;--aggiunse il Fiesco,
rimettendo mano alla borsa.--Dio santo! li hai ben guadagnati.--
La contessa Juana era apparsa sulla soglia, splendente di bellezza e di
grazia, nella sua lunga veste di rascia finissima, e involta la testa e
le spalle nelle morbide pieghe del suo manto di ferrandina. Entrò
ridente, la bella, e con un rapido moto della snella persona venne a
gittarsi nelle braccia dell'amante marito.
--Damiano!--gli bisbigliò tra due baci, che non la regina Giovanna, non
la marchesa di Moya, nè l'ostessa della Gaita Zamorana ne avevano
sentiti i più ardenti.
Abner Ben Meir, e tutto il resto, aveva finito di contare i suoi
cinquanta castigliani, e si voltava a guardare, dopo aver sentite quelle
vivaci dimostrazioni d'affetto.
--Sposi novelli, capisco;--diss'egli, ammiccando.
--Ecco la seconda volta che ce lo sentiamo dire in un giorno;--esclamò
il capitano Fiesco.--E l'abbiamo per una benedizione in tutte le forme,
del nuovo Testamento e del vecchio.--
Ad un cenno del padre, la buona Noemi era andata a prendere quella tal
bottiglia di vino del Sinai. Panciuta, per non distaccarsi ancora dal
tipo dell'anfora antica, polverosa e non senza avanzi di ragnateli, la
sacra bottiglia portava il suggello della sua autenticità in una
piastra di ceralacca, segnata dall'impronta d'un convento di frati.
--Alla gloria di santa Caterina dell'Oreb!--disse il frate scudiero,
quando ebbe pieno il suo calice.--Ed alla felicità degli sposi
novelli!--
I quali, indi a pochi minuti, salutato Abner Ben Meir Aben Ezra e la sua
bella figliuola Noemi, uscivano finalmente di là, l'uno, o l'una, al
braccio dell'altro. Il frate scudiero, per non perder l'usanza dei
fardelli, aveva fatto un involto degli abiti del mozzo Bonito, e se li
portava sotto il braccio, come tante altre volte la sua tonaca
francescana.