CAPITOLO XIII.

Si viene a mezza spada.

Uscì dal palazzo coll'anima in trambusto. Bene si era proposto d'esser

forte e di non sentir paura di nulla: ma troppe parole oscure aveva

proferite il re; troppe allusioni mal velate aveva fatte a certi casi di

San Domingo. Sapeva egli della sparizione improvvisa di don Garcìa dalla

capitale di Haiti? Di quella, certamente; ed anche della via che

quell'altro aveva presa, dello scampo e del rifugio che aveva trovato.

Perchè, se non fosse stato così, avrebbe il re Ferdinando detto a lui,

capitano Fiesco: potrei chiedervi di aiutarci? Era venuta, sì, qualche

frase, ad attenuare, a smorzare il pensiero; ma tardi, quando il colpo

era stato dato, e sentito. Ora, se la partenza di don Garcìa, che era

pur libero di andarsene, era stata annunziata da San Domingo al re

d'Aragona come una fuga, bisognava supporre che il governatore di San

Domingo fosse entrato in sospetto del come e del perchè l'esecutore di

giustizia della sua giurisdizione si fosse annoiato del servizio, tanto

da chiedere il suo licenziamento sui due piedi. A giustificare questo

ragionamento non si poteva anche ricordar l'allusione, che il re aveva

fatta prima d'ogni altra, al vero sesso del mozzo Bonito? Perchè quella

finta paura d'un innocente artifizio di viaggiatori, che non era poi una

novità in quel paese e a quel tempo? Proprio a lui forestiero, venuto

colla fretta del giungere e col proposito di tornarsene via, si poteva

far colpa d'un travestimento muliebre, giustificato abbastanza dalla

rapidità del viaggio e dalla opportunità di qualche precauzione

stradale?

Non aveva fatto bene, lo riconosceva benissimo allora, a contentare il

desiderio di Juana, portandola in Ispagna con sè. Quando si è fuori d'un

pericolo, non ci si torna, per quanta sicurezza se n'abbia. Sapeva

tutto, il re? o solamente una parte del vero? A buon conto, Juana

avrebbe súbito riprese le vesti femminili; e per ogni buon fine, a

cavallo quel medesimo giorno, verso la Sierra di Guadarrama, sulla via

di Catalogna, studiando anche i passi più brevi. Poteva essere una

caccia; ed egli, tra sè ed i segugi reali, voleva mettere almeno

ventiquattr'ore di spazio. Pensate, aveva detto il re, mi porterete poi

il frutto delle vostre meditazioni. Quel poi gli offriva appunto un

giorno di tempo. Lo avrebbe guadagnato; corressero pure sulle sue tracce

alguazili ed arcieri. Condotta la sua donna a Barcellona ed al largo,

sarebbe magari tornato a Valladolid: quanto a sè, non aveva timore di

nulla.

Anche per lui c'era la nuvoletta nell'aria. Non gli aveva lasciato

intendere il re di sospettarlo troppo legato ai suoi nemici? Certo, il

viaggio di Siviglia poteva dare argomento a sospetti. Ma quel viaggio si

poteva anche spiegare. Egli era andato laggiù per vedere una dama, e le

ragioni del cercato colloquio erano tutte confessabili. Non era già

andato a cospirar con nessuno! Della cospirazione, a dir vero, aveva

vedute le tracce; anch'egli, per giovare al signor Almirante, non faceva

troppo assegnamento sull'arrivo della regina Giovanna, che era il fine

di tutte le cospirazioni castigliane? Ma qui, poi, egli non era

obbligato a dir tutto. Restava soltanto ch'egli aveva chiesto aiuto a

donna Beatrice Bovadilla per Cristoforo Colombo, suo vecchio amico; e

non altro aveva dovuto cercare. L'altro era un negozio di Spagnuoli; non

ci doveva entrar egli, straniero alla terra ed alle contese dei suoi

cittadini. Così, come straniero, andava e tornava, per assistere il

signor Almirante; andava a Barcellona, ritornava a Valladolid; che c'era

egli di male?

Sì, sì; via di galoppo, quel medesimo giorno. Come spiegar la cosa al

signor Almirante? In ciò si sarebbe consigliato con l'Adelantado, mentre

si sellavano i cavalli. Fortuna, aver trattenuta una parte della sua

gente con sè. Gli mancava il frate scudiero, il suo braccio destro; gran

guaio, perchè il frate scudiero era Spagnuolo, e Catalano per l'appunto;

sarebbe stato utilissimo nel passare per le terre di Catalogna. Ma

pazienza; gli restavano quattr'uomini risoluti e fedeli; sarebbe giunto

a Barcellona, anche ammazzando qualche cavallo. Ah, galoppare, divorare

la strada, aver l'ali ai piedi, come Mercurio! e il re lo aspettasse

pure, col frutto delle sue meditazioni. Oh, la mia buona stella! diceva

egli tra sè. La mia buona stella! ripeteva, per farsi coraggio con una

frase di buon augurio. E andava svelto, facendo i passi lunghi, non

badando a nulla, non vedendo nessuno.

Ma le vie di Valladolid non erano tutte larghe ad un modo: abbondavano

anzi le strette. Ad un crocicchio gli fu mestieri rallentare il passo,

per una gran calca di gente. Perchè tutta quella gente affollata? Non

era in verità da cercare il perchè. Chi ha fretta non si ferma a

domandar le ragioni per cui una calca si ferma, intorno ad un piccolo

accidente di strada; specie in quartieri abitati dal popolino, così

facile a commuoversi per cose da nulla. Chi ha fretta cerca di passare

per quella calca, si fa piccino e sottile, va di fianco, lavora di

gomiti, insinuandosi destramente per ogni vano che trovi. Così egli,

mentre intorno a lui era un cicaleccio confuso.--Poverino! perchè l'han

preso?--Così bello! faceva pietà, coi suoi grandi occhi lagrimosi.--Che!

non piangeva; solo era un poco stravolto.--Sfido io; nelle unghie degli

arcieri!--Che cosa avrà fatto? rubato?--A quell'età, cose da

nulla.--Vestito da marinaio; non era dunque della città.--Poverino! e la

sua mamma, se l'ha!--

Un brivido era corso per l'ossa al capitano Fiesco. Voleva tornare

indietro, per domandare. Chi mai, nelle unghie degli arcieri? e giovane,

e bello, e vestito da marinaio? Ma si ricordò che non doveva aver paura.

E non sarebbe stata esagerazione di paura, tornare indietro per un

ragazzo arrestato? Ma corse più rapido avanti, sempre più lontano da

quella moltitudine. Era là, finalmente, la strada dove abitava il signor

Almirante; era là, si apriva davanti a lui, quieta, luminosa, sotto il

cielo sereno. Passava un carro, tirato da un mulo alto e solenne, che

agitava ad ogni passo una ventina di sonagli; e il carrettiere, che

veniva innanzi, di costa alla ruota, canterellava in cadenza, facendo ad

ogni tanto schioccar la sua frusta per chiasso. La scena era gaia,

tranquilla, innocente; respirava una pace d'idilio siracusano. Ed anche

la casa era là, lunga, alta, e polverosa, ma neppur brutta in quell'ora

meridiana: la coglieva il sole di sbieco, e larghe chiazze di mattoni

rosseggiavano al sole, per mezzo a frequenti sfaldature d'intonaco.

Quella casa pareva sorridere, aspettandolo; ond'egli si sentì liberato

da una grave oppressura. Che sciocco era stato! e come tutto fa paura,

quando si ha l'anima agitata! Infilò il portone, ascese rapidamente due

braccia di scala. Ah, finalmente, era in porto.

Nell'anticamera trovò l'Adelantado, grave, accigliato, silenzioso. Ma

era sempre così, quel benedetto uomo; non rideva se non in mezzo al

pericolo.

--Come va l'Almirante?--gli chiese il capitano Fiesco.

--Eh, si è voluto alzare;--rispose quell'altro.

--Tutti bene?--ripigliò il capitano, a cui quella risposta non poteva

bastare.

--Bene!... Amico mio, forse sapete?...

--Che cosa?--gridò il capitano.--Ah, sarebbe vero?...--

E cadde, così dicendo, sopra una scranna.

--Animo! animo!--gli disse l'Adelantado, con più tenerezza nella voce,

che non avesse mai dimostrata.

--Animo! animo!--ripetè macchinalmente il Fiesco.--Ne ho. Voglio

sapere.... voglio sapere.... Erano venuti gli arcieri?... o i famigli

del Sant'Uffizio?...

--No, grazie a Dio, solo quelli del re. Ma è sempre una infamia! Un tale

affronto all'Almirante! al vicerè delle Indie! Non ha dunque più

vergogna, quel tristo?--

In quel mentre appariva dall'uscio della sua camera il signor Almirante;

alto di tutta la rilevata persona, che oramai, nell'impeto dello sdegno,

non sentiva neanche più i suoi dolori aggranchirgli le membra; gli occhi

sfolgoranti, come nei momenti più gravi della sua vita, in mezzo alle

battaglie d'arrembata, o tra le marinaresche ribelli.

--Questa ancora, capitano Fiesco!--gridò egli, avanzandosi.--Questa

ancora, per colpirmi nel mezzo del cuore! Male lo stimai volpe; è una

tigre, quel re.

--Ma per qual ragione, Dio santo?--domandava il Fiesco, torcendo

convulsamente le mani, impossenti a sbranare un lontano e troppo alto

nemico.--Con quale pretesto?

--Con questo,--rispose l'Adelantado;--che il mozzo Bonito era una donna;

che si doveva sapere chi fosse, e perchè si nascondesse così. Abbiamo

risposto, non dubitate; abbiamo risposto che prendevano abbaglio; che si

trattava d'una gentildonna straniera, non soggetta alle leggi di Spagna,

e che non aveva da fare con la giustizia di questo paese. Ancora abbiamo

detto il suo nome, ma inutilmente. Il signor governatore vedrà, il

signor governatore giudicherà, rispondeva l'alguazil, ch'era venuto

cogli arcieri; se c'è errore sarà facilmente rimediato, e il mozzo

Bonito, o contessa del Fiesco che voglia essere, ritornerà a casa, senza

che gli sia torto un capello. L'Almirante s'intromise; voleva star egli

mallevadore; domandava un indugio, finchè non si appurasse ogni cosa;

credeva di averne il diritto, essendo egli il padrone di casa, e tal

uomo da non essere sospettato di poca reverenza alle leggi. Inutile!

tutto fu inutile; ed han fatto a modo loro, conducendo la contessa al

palazzo di giustizia.

--Legata!

--Eh, sì, legata;--rispose l'Adelantado, fremendo.--Erano in dieci, ed

avevano paura che fuggisse. Noi vi aspettavamo, per muoverci, per far

qualche cosa. L'Almirante vuol andar egli dal re.

--Ne vengo io;--ruggì il capitano Fiesco;--e non credo che gioverebbe.

L'ha con me, il re Ferdinando. Come ciò sia, è inutile il dire; nè si

potrebbe in poche parole. La contessa è un ostaggio ch'egli ha preso,

mentre io ero in udienza da lui. Servirlo! servirlo io? E in che cosa?

in qualche losca impresa, sicuramente. Non si prenderebbero ostaggi, se

la cosa fosse diversa. Venite, don Bartolomeo, accompagnatemi, che temo

di non arrivare dal re, di stramazzar per la strada.--

L'Almirante si avanzò, e gli pose amorevolmente le mani sugli ómeri.

--Coraggio, mio figlio!--gli disse.--E perdonatemi!--È avvenuto per

colpa mia, tutto ciò. Porto sfortuna a chi mi vuol bene.

--Oh, non dite, mio signore, non dite!--gridò il Fiesco,

intenerito.--Era il destino. Ma io mi ucciderò, se non la salvo.

--Un delitto! Non lo pensate neanche.

--Eh, io non sono un santo. Senza di lei, meglio l'inferno! E non l'ho

io già dentro l'anima?--

Scese a precipizio la scala; e don Bartolomeo Colombo lo seguiva. Giunto

a palazzo, chiese di entrare dal re. Non si poteva; impedivano il passo

i soldati; ricusava, chiamato al rumore, il gentiluomo di camera.

--Mio buon signor Noguera!--gridava il capitano Fiesco.--Non siate così

duro con me. Vogliate annunziarmi a Sua Altezza. Se non può ricevermi

subito, aspetterò. Sapete pure, signor conte; ho avuto udienza

quest'oggi, non sono ancora due ore passate; e lunga udienza, vi

ricordate?

--Appunto per ciò, non potrebbe parere bastante?--notò il conte di

Noguera.--Ci sono altri che hanno diritto. Del resto, son

gentiluomo;--soggiunse egli, accostandosi, e traendo il conte Fiesco in

disparte,--non voglio ingannare nessuno. Per quanto vi lasciassi star

qui ad aspettare, oggi Sua Altezza non vi riceverebbe.

--E perchè, di grazia? perchè?

--Non sono visibile, mi ha detto, se non per duchi e marchesi di

Castiglia e d'Aragona, per il razionale di Castiglia e per l'arcivescovo

di Toledo. Son queste,--soggiunse il Noguera,--le precise parole del re.

Voi siete escluso. Se non foste escluso, Sua Altezza, ricordando il suo

recente colloquio con voi, avrebbe aggiunto: e il signor conte di

Lavagna. Non l'ha aggiunto; ed io, con tutto il dispiacere che una

necessità come questa mi potrebbe cagionare, sarei costretto a

rimandarvi fuori. Vi prego, conte, non mi obbligate ad esser severo con

un gentiluomo come voi siete.--

Parlava da onest'uomo, il Noguera. Ma il capitano Fiesco non riusciva a

padroneggiarsi.

--V'intendo;--diss'egli, convulso;--v'intendo, e vi ringrazio. Ma

vedete, si commette una prepotenza, una ingiustizia, una iniquità, che

grida vendetta al cielo. Mia moglie, arrestata come una donna perduta;

la contessa del Fiesco, una straniera, in Castiglia, in terra di

cavalieri! e per ordine del governatore, che è come dire per ordine del

re, tratta a forza di casa, legata, in mezzo ad un drappello

d'arcieri!...

--La cosa è grave, e merita riflessione, in terra di cavalieri;--disse

il conte di Noguera, aggrottando le ciglia.--Forse si tratta di un

equivoco, e ci s'aggiunge un abuso della forza, che va represso e

castigato. Nè credo, come voi fate, che ci sia stato ordine del re.

Comunque, io vi consiglio, per venirne in chiaro, di recarvi da chi può

tutto in queste faccende, e correggere gli errori dei subalterni, o i

suoi proprii, se n'ha commessi, e consigliar clemenza al re, se si

tratta d'un ordine del re. Andate dall'arcivescovo di Toledo. Egli è ora

in udienza da Sua Altezza; ma non vorrà star molto ad uscire.

--Non posso aspettarlo qui?

--No, egli non passa di qui. Andate al palazzo di giustizia, dov'egli

risiede, e dove non tarderà a ritornare. Ma vi prego, non dite che v'ho

consigliato io. Qui, a dar consigli, si giocherebbe la carica. Siete un

gentiluomo, ed amo rendervi servizio, nella misura del poter mio; che

non è grande, pur troppo.

--Anche l'arcivescovo di Siviglia è qui?--entrò a domandare

l'Adelantado.

--Sì; come sapete, non è ancora andato ad occupare la sede.

--Bene,--concluse l'Adelantado, volgendosi al Fiesco.--Mentre s'aspetta

che Toledo ritorni al palazzo di giustizia, possiamo andare da Siviglia,

che si degni di darci una mano.

--La mano di Siviglia è potente;--disse il Noguera, sorridendo.--E potrà

certamente aiutarvi.--

Siviglia, da cui andarono subito, trovandolo nel convento di San

Domenico, era Diego di Deza; bel monaco, dall'aspetto grave, e dal

labbro pieno di bontà. Amava Cristoforo Colombo, e nel consiglio di

Salamanca era stato l'unico suo sostenitore, dispiacendo molto al

vescovo Talavera, e voltando a favore del grande navigator Genovese

l'animo buono dell'arcivescovo Mendoza. Dalla dottrina del Deza, anche

rimasta allora perdente, erano stati salvati per migliore occasione i

disegni di Cristoforo Colombo. E questi ne aveva serbato in cuore una

viva riconoscenza al sapiente domenicano; e il domenicano, dal canto

suo, sentendosi legato da quel buon ricordo al trionfo della mirabile

impresa che aveva preconizzata, ricambiava di vivissimo affetto il

signor Almirante, considerando amici quanti venissero in nome di lui.

Accolse egli a festa don Bartolomeo Colombo e il capitano Fiesco: udì la

ragione della loro venuta, ascoltò attentamente il racconto che gli

facevano, battè un pochino le labbra, e poi disse al Fiesco:

--L'arcivescovo di Toledo è un uomo virtuoso; fidate in lui, signor

conte.

--Le parole di Vostra Eccellenza mi rassicurano;--rispose il

Fiesco.--Ma, se io ho ben veduto, un certo moto delle vostre labbra mi

dovrebbe tenere in pensiero.--

Sorrise il domenicano, e ripigliò placidamente:

--Non vi maravigliate di un moto involontario, essendo un mal vezzo dei

nostri poveri nervi. Ma con voi, degni gentiluomini, si può fare a

fidanza. Il Ximenes è la virtù in persona: solamente è un po' debole,

innanzi a certi voleri, che potrebbero forse trovarlo più risoluto. Ma,

ripeto, è un sant'uomo; quello ch'egli dirà di fare, certamente farà. Ad

ogni modo, e senza saper nulla del vostro bisogno, vi presenterò io, vi

raccomanderò io a Sua Eccellenza. Siete contento?--

Il capitano Fiesco s'inchinò, ringraziandolo; e l'arcivescovo di

Siviglia si degnò di presentarlo egli stesso al primate della chiesa di

Spagna.

Francesco di Cisneros Ximenes, arcivescovo di Toledo, succeduto in

quell'alta dignità al buon cardinale Mendoza, doveva ancora aspettare un

anno il cappello cardinalizio, che ottenne poscia da Giulio II. Per

intanto, come primate della chiesa di Spagna, e già stato confessore

della regina Isabella, il degno prelato, famoso per eccellenza di

dottrina e per santità di vita, reggeva l'amministrazione politica del

reame di Castiglia. Modesto nell'alta carica, indossava sempre il suo

vecchio abito di frate francescano sotto le insegne pontificali: a

Toledo viveva in una povera cella, contigua al palazzo arcivescovile; e

per allora a Valladolid, seguendo la Corte, non aveva voluto alloggiare

nel palazzo regale, troppo fastoso per lui, contentandosi d'un

quartierino nel palazzo di giustizia.

E nessuno diceva che quella sua rinunzia ad ogni fasto fosse

ostentazione di modestia. Il Ximenes era stato sempre così. Vagheggiava

alti disegni, di cui Ferdinando rideva; ma quel sant'uomo lo serviva ad

ogni modo, per grande amore che portava alla gloria di Spagna. Di questa

sua indole generosa diè prova in tre occasioni solenni: la prima,

dichiarandosi apertamente per Ferdinando, quando Filippo d'Austria morì,

e della vedova Giovanna non si poteva sperare che con pienezza

d'intelletto e fermezza di mano tenesse le redini del governo: la

seconda, facendo e guidando egli stesso la fortunata impresa di Orano e

di Algeri, che fece strabiliare l'incredulo monarca, tanto ingrato e

sconoscente da scrivere al Navarro, comandante militare della

spedizione: "impedite al brav'uomo di tornare troppo presto in Ispagna;

bisogna lasciargli consumare, quanto più si potrà, la persona e il

denaro". La terza prova, e forse la più solenne, fu data dal Ximenes,

quando dalle Cortes riluttanti fece eleggere in fretta re di Castiglia

il poco amato e niente desiderato Carlo V, che doveva far ministro

invece di lui il fiammingo Adriano d'Utrecht, che poi fu papa col nome

di Adriano VI; ed egli, il virtuoso Ximenes, pur di giovare alla Spagna,

si rassegnò lietamente al secondo posto, bastando a tutte le gravi cure

del governo, che con tanta accortezza aveva sostenute nel primo.

Bontà non è mai troppa; e procede, se mai, da molta virtù. Ma non sempre

i Castigliani potevano menar buona tanta virtù al loro concittadino, e

ne accusavano più volentieri la debolezza; specie allora, che, viva

Giovanna e non pazza ancora agli occhi di tutti, vivo il suo bel Filippo

d'Austria, e desideroso di regnare con lei in Castiglia, il Ximenes si

mostrava troppo docile ministro dell'Aragonese, e lui desiderando

reggente, lavorava con ogni poter suo ad amicargli la riottosa nobiltà

Castigliana. Ferdinando possedeva certamente molte qualità necessarie al

regnante, specie di quei tempi; tanto che meritò le lodi del Segretario

Fiorentino. Ma le guastava tutte col difetto di probità; era ingrato,

bugiardo e mancator di parola: non contava nulla i suoi impegni, quando

trovasse il suo tornaconto a violarli. E così poco si vergognava della

sua perfidia, che se ne faceva bello quante volte gli riuscisse a bene.

Udito un giorno che Luigi XII si doleva d'esserne stato ingannato una

volta, "quell'ubbriacone ha mentito" diss'egli, "perchè l'ho ingannato

tre volte". E un principe italiano diceva di lui: "prima di far capitale

de' suoi giuramenti, vorrei sentirlo giurare per un Dio, nel quale egli

credesse".

Ferdinando il Cattolico è qui giudicato: non ci maravigliamo dunque che

non lo amasse l'arcivescovo di Siviglia, e che, per effetto della troppa

sua condiscendenza al re d'Aragona, tacciasse di debolezza il virtuoso

arcivescovo di Toledo.

Il quale, nella sua stanzetta modesta del palazzo di giustizia, accolse

amorevolmente il suo minor collega di Siviglia: ma, come seppe chi

fosse il suo compagno di visita, fece la cera un po' brusca.

--Lo raccomando a Vostra Eccellenza;--diceva il Deza,--quantunque non

sappia bene quel che gli occorra. A me è grandemente raccomandato dal

signor Adelantado, fratello del nostro glorioso Almirante maggiore, che

Iddio guardi, e Sua Altezza il re tenga caro com'egli si merita.--

Il Ximenes stette a sentire con molta rassegnazione il fervorino per

Cristoforo Colombo, che con altrettanta soddisfazione aveva proferito il

Deza. E cortesemente lo accomiatò, accompagnandolo fino all'anticamera.

Ritornò poscia nella stanza, dove il capitano Fiesco era rimasto in

attesa, sempre turbato, ed allora più che mai, pensando che da quel

colloquio dipendeva la sorte di Juana e la sua.

S'aspettava d'essere interrogato; e grande fu la sua maraviglia,

sentendosi dire dal Ximenes:

--So tutto, e non occorre, signor conte, che mi raccontiate l'arresto

avvenuto. Andiamo per la più breve, che converrà a voi come a me. Per

qual ragione non volete voi servire Sua Altezza? Perchè cospirate coi

suoi nemici?

--Io, Eccellenza?--gridò il capitano, facendo gli atti del massimo

stupore.

--Siete stato a Siviglia;--ripigliò l'arcivescovo.--E si sa dove siete

andato, in Siviglia.

--In un convento, Eccellenza; ad ossequiare la signora marchesa di Moya,

ch'io non so essere in mala vista presso la Corona; a chiederle una

grazia, che assai mi premeva, voglio dire il suo patrocinio per il

signor Almirante. Don Cristoval Colon, che la marchesa ha sempre

stimato e protetto, è in fin di vita; nè Vostra Eccellenza lo ignora.

Unica e sola, che potesse anche giovargli in un delicatissimo caso di

coscienza, era Beatrice di Bovadilla.--

Senza pensarci bene, forse operando per moto spontaneo d'ingegno avvezzo

ai pronti espedienti, Bartolomeo Fiesco aveva toccato un tasto che

doveva rendere buon suono nell'animo del virtuoso Ximenes.

--Di coscienza?--diss'egli.--E si può sapere, senza offesa di sacre

ragioni?

--Sì, e ne giudichi la Eccellenza Vostra;--rispose il Fiesco, che aveva

avuta la buona ispirazione, e ne faceva il suo prò.--Nella maturità

della sua giovinezza, il signor Almirante aveva amata una donna di

Cordova; e di quell'amore gli era nato un pegno carissimo.

--Il giovinetto Fernando; mi par di vederlo;--notò il suo

interlocutore.--E la donna, se ben ricordo, una Enriquez de Arana.

--Per l'appunto: non più veduta dal signor Almirante, perchè a lui

diventata nemica, senza che egli mai riuscisse ad intenderne la ragione,

mentre egli avrebbe voluto riparare al suo fallo. Ma ciò che in tanti

anni non gli è stato possibile, diventa necessario ora, affinchè il

giovane Fernando non rimanga orfano insieme e notato d'illegittimità. Il

caso di coscienza è doppio, e verso la madre e verso il figliuolo.

--Come c'entra donna Beatrice di Bovadilla?--chiese il Ximenes.--Anche a

non tener conto delle ciarle del mondo, che suole inventare tutto quello

che non sa, possiamo maravigliarci che la marchesa di Moya sia ritenuta

più adatta a riunire due anime state tant'anni divise.

--Non si maravigli il savio;--rispose Bartolomeo Fiesco.--La marchesa di

Moya conosce Beatrice Enriquez. Fin dalla vigilia della partenza di

Cristoforo Colombo per il suo primo viaggio di scoperta, aveva tentato,

checchè potesse costarne al suo cuore, di ravvicinare la sdegnosa

Cordovana al padre del suo Fernando.

--Mi assicurate che questo è il vero? che siete andato a Siviglia per

ottenere i buoni uffici della marchesa di Moya nelle cose di don

Cristoval Colon? e non per altro, non per altro?

--Quali prove posso io darne a Vostra Eccellenza, io che Le sono appena

conosciuto per la presentazione di Diego di Deza? I miei leali servigi a

questa Corona furono di buon suddito, e di suddito volontario, il che

dovrebbe accrescerne il pregio. Il mio nome è d'antica stirpe di

gentiluomini e di cristiani; nè io vorrei macchiarlo con una menzogna.

Per nessun'altra ragione, fuor quella che ho detto, sono io stato a

Siviglia; lo giuro per questa croce che vi pende dal petto, e che io

bacio in ginocchio.--

Si era intenerito, il buon primate di Spagna. Posò la sua destra sul

capo del conte, come in atto di benedirlo; poi, fattolo alzare e sedere

davanti a sè, stette un istante pensoso.

--Vi credo, figliuol mio;--diss'egli poscia.--Ma vedete, qui siamo in

mezzo a continui pericoli. _Incedo per ignes suppositos cineri doloso_;

si cammina sulla cenere ingannevole, che nasconde i carboni ardenti. Si

congiura contro il re Ferdinando, contro un sovrano che cova nell'animo

grande i più vasti disegni. È dunque utile alla Spagna, alla sicurezza,

alla gloria di questa nazione a mala pena formata, ch'egli sia il

reggente di Castiglia; ed è necessario per ciò che il re Cristianissimo

gli sia intieramente amico.

--Non gliene ha dato prove bastanti?--chiese il capitano Fiesco.--Non

gli ha concessa in moglie Germana di Foix?

--Dite che il re Ferdinando l'ha voluta;--rispose il Ximenes.--E non

poteva non volerla, per tema che altri la prendesse, diventando un

pericoloso vicino. Queste cose non vogliono capirle i corti intelletti.

Come figlia a Giovanni, visconte di Narbona, come sorella a Gastone di

Foix, legittimo pretendente della Corona di Navarra, la principessa

Germana era un partito più da lui desiderato, che non dal re

Cristianissimo, sebbene per un tal matrimonio questi diventasse suo zio.

È necessario, vi ripeto, che il re Luigi, ristrettosi finora ad un

trattato riguardante le cose di Napoli, consenta ad una vera alleanza

d'interessi, per ciò che riguarda il buon vicinato. Forte d'una simile

alleanza, Ferdinando s'impone come reggente di Castiglia ai pochi ma

riottosi signori del territorio, che s'ostinano a negar la luce del

sole, ricusando di vederla.

--E l'aspettano di Fiandra;--notò il capitano Fiesco.

--Di Fiandra!--ripetè il Ximenes.--Perchè dite di Fiandra?

--Ma sì,--riprese quell'altro.--Non aspettano la principessa Giovanna e

il suo marito Filippo d'Austria? E non sono in Fiandra, i giovani

sposi?--

Il primate di Spagna non potè trattenere un sorriso, che non era tutto

di compassione.

--Come?--diss'egli.--E non sapete?... Ah, davvero, figliuol mio, non

siete andato a Siviglia per congiurare contro il re Ferdinando. Ecco una

prova della vostra innocenza, che viene a corroborare le altre. Niente,

niente!--soggiunse il virtuoso Ximenes, rispondendo ad un gesto di

stupore del capitano Fiesco.--Non domandate spiegazioni, che vi

sarebbero inutili. Vi basti sapere che vi stimo di più, ed anche sento

di potermi fidar meglio a voi. Vedo in pari tempo che i segreti del re

sono più custoditi ch'io non potessi sperare.--

Il capitano Fiesco non aveva capito come e perchè gli si potesse far

merito dall'accenno alle Fiandre: non capì che cosa significasse il

segreto del re, così ben custodito. Ma non istette a chieder ciò che il

benigno interlocutore mostrava di non volergli dire. Di ben altro era

curioso, dopo tutto; gli premeva ben altro.

--Torniamo a noi;--ripigliò il Ximenes.--Nessuno potrà meglio persuadere

il re Cristianissimo, che il vostro eccelso cugino Gian Aloise, uno dei

più potenti signori italiani, e colui che possiede l'anima e il cuore di

Luigi XII. Chi potrà persuadere Gian Aloise, se non voi, conte Fiesco? A

voi dunque; la gloria e la fortuna sono per voi.

--E per questo,--disse il capitano Fiesco,--per questo, che Sua Altezza

non mi ha neppur detto, ha presa la mia donna in ostaggio?

--Sua Altezza non vi ha detto nulla, perchè vi ha veduto riluttante a

servirla;--rispose il Ximenes;--ed anche perchè un messaggio di

Siviglia, arrivatogli mentre eravate in udienza, l'induceva a sospettare

di voi.

--Non può sospettare ancora?

--Non sospetto più io,--disse il Ximenes,--e sciolgo i sospetti del re.

--Ma l'ostaggio?... Perchè fu presa la contessa?

--Per assicurarsi di voi, suppongo;--disse l'altro, arrossendo.--Ed ora

ha il pegno in mano, perchè voi entriate al suo servizio.

--E se io ricusassi, perchè non mi sento tagliato a questi uffici? Mia

moglie non è spagnuola.

--Non nata spagnuola, concedo; ma suddita spagnuola potrebbe ben essere.

--No, non suddita spagnuola;--gridò il Fiesco, inasprito.

--Giuratelo per questa croce;--disse pacatamente il Ximenes.--Ah, non

ardite! e temete di farvi spergiuro! Ve ne lodo. Ecco una quarta prova

che m'avete detto il vero, giurando di non congiurare coi nemici del re.

Servite dunque Ferdinando, com'egli desidera, e riavrete la vostra

donna.

--Ma con quali pretesti è tenuta in carcere?

--Ragioni, figliuol mio, non pretesti. Fu presa, perchè si voleva venire

in chiaro d'un travestimento illecito, che mirava ad ingannar tutti,

compresa la giustizia. Avrei potuto ordinare l'arresto come grande

Inquisitore; e non l'ho fatto, e potete ringraziarmene. Fu in quella

vece un provvedimento della giustizia secolare, e per volere del re.

Ora, figliuol mio, considerate il caso vostro. Se rivolete la vostra

donna, dovete dar le prove al giudice che essa è veramente vostra

moglie: e ci vorrà tempo a farle venire, le prove, a farle esaminare

dagli esperti; più tempo che non ne spendereste a recarvi dal vostro

eccelso cugino e a condurvi in Parigi con lui. Neanche è da credere che

ella uscirebbe di prigione, se anche le prove fossero trovate bastanti.

Si dovrebbe anche sapere se, essendo stata suddita spagnuola prima di

esservi moglie, era egualmente libera, sciolta d'ogni obbligo verso la

giustizia spagnuola. E qui bisognerebbe aspettare l'esito di certe

indagini, che don Nicola Ovando ha già cominciate col suo solito zelo.

C'è tutto un viluppo di cose, qui sotto, e in coscienza debbo

avvertirvene, che non sarebbe punto piacevole per voi e per la povera

prigioniera. Siate savio, conte Fiesco. A voi, come italiano, può premer

poco che Ferdinando perda la reggenza di Castiglia o l'ottenga: a noi

preme che l'ottenga; e non per lui, badate, ma per salute di questa

patria, che senza di lui ricadrebbe nell'antica anarchia. Siamo

destinati alla patria celeste;--conchiuse solenne il Ximenes;--ma

dobbiamo meritarla servendo Iddio nella patria terrena, e in questa

unendo a sua gloria i cuori e le menti. Siate savio, signor conte, e

servite il re con amore. Io, frattanto, per questa croce vi giuro, che

alla prigioniera non sarà torto un capello, e che anzi ella sarà

trattata come una regina; mi capite? come una regina.--

Ahimè, sapevano ogni cosa, e non occorreva che aspettassero le nuove

indagini di don Nicola Ovando! Sapevano ogni cosa, e il capitano Fiesco

tremò tutto, dal capo alle piante.

Raggio di Dio: Romanzo · 第 20 / 32 题