Filemone e Bauci.
Era partito per Genova con una scorta di sei balestrieri a cavallo, non
volendo scomparire con la gente di messer Filippino, e piacendogli di
onorare per una volta tanto il suo antico luogotenente Giovanni Passano,
diventato in certo qual modo suo genero, ma sopra tutto suo "alter ego"
in Genova per ragion di negozi. Quanto a sè, viaggiava volentieri da
solo, come quando al suo ritorno dal forte di San Tommaso, davanti alle
cascatelle del rio Verde, era caduto nella imboscata dei selvaggi di
Maguana; ricordo piacevole, com'è sempre quello d'un pericolo corso e
scampato; ricordo piacevolissimo, perchè dal pericolo di morte gli era
venuto il suo raggio di vita, alla presenza di Anacoana, la bellissima
tra le belle, la perla di Haiti, il fior di Xaragua.
Povera madonna Catarina Bescapè della piazza del Regisole in Pavia, come
impallidivate al paragone! Già non eravate più che un'ombra, una larva,
come tutte quelle giovani bellezze di Cuba e di Haiti, Samana Taorib,
Caritaba non meno Taorib, Abarima più Taorib di tutte, e non meno
dimenticata anche lei. Il gran sole di Maguana aveva facilmente
dissipate quelle visioni dell'alba, tessute di nebbia e di follìa.
Com'era bello quel sole! e come aveva trasfigurato anche l'uomo su cui
aveva posato il suo raggio! La migliore tra le donne aveva inteso il
gran cuore di Damiano, per mezzo alle follìe della baldanzosa gioventù,
e di quel cavaliere capriccioso aveva fatto con l'amor suo un gentiluomo
severo, un fior di senno. Ci voleva una gran fiamma per domar lui, per
farne un altr'uomo. Così la fanciulla ardita va di buon passo alla fonte
lontana, saltellante e leggera con la sua brocca di rame, che ad ogni
moto del fianco le vacilla sul capo; ma torna diritta ed austera al
villaggio, sapendo che del prezioso umore non dee versare una goccia.
Damiano (perchè sempre un po' di Damiano ha da trovarsi nei panni di
Bartolomeo Fiesco) non voleva perdere una goccia della sua felicità.
Bella! bella! bella! andava ripetendo egli dentro di sè, a guisa di
giaculatoria, mentre scendeva a gran passi la cordonata del palazzo di
Gian Aloise. Donde sarà lecito argomentare che non pensasse più affatto
ai discorsi tenuti lassù; o che piuttosto ne ricordasse uno solo,
l'ultimo, il più breve e il più caro. Caterina del Carretto nei Fieschi,
parlandogli della contessa Juana, l'aveva esaltata a ragione come la più
bella creatura del mondo. E voleva dirglielo, a sua moglie, appena fosse
rientrato in Gioiosa Guardia: "così, dolce amica, siete stata giudicata
da una gran dama che se ne intende; e in Genova, badate, nella città
fortunata, dove le belle donne si trovano a macca, come sui nostri
Appennini i ceppatelli e le uòvole alla prim'acqua d'agosto."
Frattanto, voleva pensare a lei; e per questo, se era venuto in troppa
compagnia, intendeva di ritornare da solo. La cosa non doveva esser
difficile, poichè il Passano restava a Genova, e messer Filippino, a Dio
piacendo, trattenuto a consiglio in Vialata, non aveva pretesti per
rifare il viaggio.
Sceso in fretta alla chiesa dei Servi, risalito per Rivalta alla porta
Soprana, ridisceso dal Prione a San Donato, e di là per la via di
Chiavica riuscito in Canneto, svoltò da un vicolo nella strada di San
Lorenzo, strettissima allora, quasi serrata nel fianco sinistro del
Duomo, e tutta fiancheggiata dalle case dei Fieschi, mentre dall'altra
parte si stendevano quelle dei Doria. Vialata era pei Fieschi una
novità; e chiesa e palazzo e giardini erano stati edificati nel secolo
XIV, su terreni a bella posta comperati dai De Marini. Il grosso delle
case dei conti di Lavagna era stato da prima, e durava ancora nei pressi
del San Lorenzo; ci aveva un suo palazzo l'istesso Gian Aloise; ci
avevano le lor case Emanuele e Gian Ambrogio Fieschi; poco lontano da
essi, in Canneto, ci aveva la sua Ettore Fiesco, del ramo di Savignone;
e in fila con essi Bartolomeo Fiesco la sua, abitata allora dal suo
quasi genero Giovanni Passano.
Salutato costui e lasciatogli le sue istruzioni, preso commiato dalla
adolescente sposa di lui, che sperò invano di ritenerlo qualche ora,
mosse per San Domenico alla porta di Santo Stefano, fuor della quale lo
attendeva Pietro Gentile colla scorta dei balestrieri a cavallo. Ed era
anche là il suo fido ronzino Talavera, un cavallone che pareva una
montagna, leardo moscato, di gran collo, di gran petto, forte di
garretti e di groppa, bestia soda e potente, come usavano allora, da
portare in arcione uomini vestiti di ferro.
Prima di mettersi in cammino, messer Bartolomeo disse a Pietro Gentile:
--Tu ora va innanzi con gli uomini; io seguirò ad una certa distanza.
Vorrei procurarmi l'illusione di andare da solo. Così mi parrà di
ritornare ai tempi che ero scolaro, e me ne andavo da casa, per i monti,
allo studio di Pavia.
--Come volete, messere;--rispose lo scudiero.--Ma per rinfrescarvi.... e
per rinfrescarci....
--Volevo ben dire se non pensavi a te!--interruppe il capitano Fiesco,
ridendo.--Rinfrescherai gli uomini e te quante volte ti parrà
necessario, o ti farà invito una frasca che t'abbia lasciato buon
ricordo di sè. Ed anche ti fermerai in ognuno di quei luoghi ad
attendermi: arriverò, berrò un sorso ancor io, e vi pagherò lo scotto.
Quanto a rifocillarci, che te ne pare di Ruta? È a mezza strada; e di
lassù si vede casa nostra; quasi se ne sente l'odore.
--L'odore della scuderia fa correr meglio il cavallo;--notò Pietro
Gentile.
--Ci pensavo per l'appunto;--replicò il capitano.--Siamo dunque intesi.
Andate, nel nome di Dio!--
La cavalcata si mosse, e Bartolomeo Fiesco la lasciò andare un bel
tratto, fin che non ebbe passato tutto il sobborgo. Poi si mise a sua
volta in viaggio, andando di portante lungo la sponda destra del
Bisagno, fino al ponte di Sant'Agata, e di là per Terralba a San Martino
d'Albaro. Nelle salite, s'intende, lasciava il portante, e prendeva il
galoppo.
La strada di Levante faceva allora più sghembi che non ne faccia ora,
con tanti mutamenti e allargamenti di vie provinciali. Ma non riusciva
neanche troppo più lunga per l'uomo a cavallo, che fra trotto galoppo e
portante non impiegava più di cinque ore dal ponte di Sant'Agata sul
Bisagno a quello di Santa Maria Maddalena sull'Entella.
Felice come uno scolaro in vacanze, proseguiva il cavaliere la sua via.
Non aveva più sopraccapi a molestarlo, e il cuore gli si gonfiava
d'allegrezza. Guardia Gioiosa! Guardia Gioiosa! le tue torri erette,
ancora tanto lontane, le vedeva egli con gli occhi del desiderio ad ogni
svolta della strada romana, ad ogni radura di bosco, ad ogni squarcio di
valle, a Quinto, a Nervi, a Bogliasco, tra gli smeraldi e le perle di
quella cintura nuziale che il monte Fasce e il monte Moro, accigliati
cavalieri, ma non altrimenti insensibili, sembrano offrire alle ninfe
del golfo. Più in là Sori e la sua Pieve sbucavano occhieggiando dalle
loro vallette tutte coperte di olivi, di limoni e d'aranci; ancora più
in là si stendeva Recco, orgogliosa della sua valle più larga, dalle
sponde ricche di pampini, dai gioghi vestiti di castagni e di roveri. A
lui pareva di vedere per la prima volta quelle bellezze di terra, di
mare e di cielo. E perchè no? Non era egli rinato, quel giorno, se
usciva illeso da un grande pericolo? Grande, sì certamente. Andare a
Pisa, ambasciatore e soldato, che si canzona? e col rischio, anzi con
la certezza di doverci metter le barbe, di sostener magari un assedio, e
d'esser pronto ad ogni sbaraglio! Bella cosa in altri tempi per lui: ma
allora! allora, poi, Gioiosa Guardia e non più.
Alle osterie dove lo aspettavano i suoi balestrieri, beveva volentieri
come un altro Passano. Amava classicamente il vino, pel colore, ancor
più che non lo amasse pel sapore, quantunque al sapore non diniegasse
giustizia. Al vino avrebbe fatto un inno in versi, se avesse avuto
tempo, perchè in gioventù era stato poeta anche lui. Non potendo in
versi, glielo faceva in prosa. E gli accadeva di lodarlo perfino
cattivo, o mediocre; specie quel giorno, che ogni bicchiere gli segnava
una stazione del viaggio felice, e pareva infondergli nuovo vigore alla
corsa. Con che giubilo si mosse da Recco per la grande ascesa di Ruta,
lasciandosi sotto, dalla sua destra, il grappolo delle case bianche di
Camogli, sospeso come un nido d'alcioni alla rupe! Non c'era pericolo
tuttavia che quel grappolo facesse un capitombolo in mare, essendoci
laggiù per guardia, sovra una lingua di terra, il chiesone di san
Prospero, niente disposto a gradire lo scherzo.
Oltre Camogli si dilungava in alto mare il promontorio di Portofino,
vasto scenario azzurro che da Genova fin là gli aveva impedita la vista
di Chiavari. Quel promontorio egli ricordava d'averlo corso tutto fino
alla sua estremità, in una cui piega aveva visitato San Fruttuoso di
Capodimonte, la vecchia abbazia il cui prospetto chiudeva tutta quanta
la spiaggia, ma invitava ad entrare per i suoi porticati, tanto che
c'entrava qualche volta anche il mare, quasi in atto di rivolere le
barche, tirate là sotto dai pescatori a rifugio.
--Vedete quel Doria!--pensava egli, mentre sul colmo di Ruta, davanti
all'osteria del Pavone, sbocconcellava il suo mezzo pollo. L'hanno
intesa, la pace, come va preparata e goduta, fabbricando quella abbazia
solitaria, dopo l'altra di San Matteo entro le mura della città
rumorosa. L'hanno intesa, sì, ma per andarla a godere dopo morti. E
nondimeno abbiano lode, per aver capita la vanità delle cure mondane. A
che serve tanto combattere? a che serve esser signori di Genova, o di
Pisa, o di casaldiavolo? Mi direte: se i tuoi maggiori avessero pensato
come te, caro, non saresti qui ora a sgranocchiare un pollo, e a
rinfrescarti l'ugola con un bel calice di vin di Vernazza, accanto al
tuo Talavera, che pare il cavallo di Troia, fra i tuoi balestrieri che
aspettano il tuo comando per rimontare in arcione; avresti forse di tuo
una scure, e faresti il boscaiuolo nelle macchie dell'Appennino, felice
abbastanza di poterti dissetare ad una scarsa fontanella, dopo avere
inghiottito a forza due necci, o stancate le mascelle intorno ad una
mezza pagnotta di pan vecciato. Adagio, Biagio! chiarirò il mio
pensiero. Certamente l'uomo deve operare, industriarsi in qualche nobile
impresa, combattere magari, a piedi e a cavallo; ma per l'onore della
sua gente, per la grandezza e per l'utilità della patria. E ci fu un
tempo, ci fu, che tutti si faceva così; e a chi non faceva così, a chi
lavorava per sè, per guadagnar signorìa, i consoli spianavan le case,
come a Fulcone di Castello buon'anima sua. Ma poi, che cos'è avvenuto?
arraffa tu, che arraffo io. Se almeno quel che arraffiamo di qua ce
l'avessimo a portare di là! Tanto severo è san Pietro! Con le persone
lascerà passare anche le bazzicature? Oh, riveriti e potenti baroni,
siate i ben venuti al _refugium peccatorum_. C'è appunto di là, ai primi
posti, una panca vuota. Si farà presto a metterci anche uno stramazzo
per voi "eccelsi, illustri et magnifici viri". Ah sì, aspettatelo, che
venga a parlarvi così! Badate piuttosto alle chiavi.--
Dopo Ruta, San Lorenzo alla falda del monte, e Santa Margherita in una
insenatura del bel golfo Tigulio, e Rapallo nobilmente seduta alla
spiaggia, in aspetto di città che attende maggiori destini, con la valle
Christi laggiù a sinistra nel piano verdeggiante, e monte Allegro, ben
degno del nome, là in alto. Grande azzurro di cielo, gran turchino di
mare; una corona di monti che pare anfiteatro di giganti in Tessaglia:
una valle che par quella di Tempe; uno specchio d'acque tranquille entro
una cornice di maraviglie ridenti al sole, che dà l'idea d'un pezzo di
paradiso; o sire Iddio, quante bellezze aggruppate! Ma il cavaliere non
le guarda neppure: salta perfino Zoagli, gala di merletti pendente sullo
sparato della costa di Leivi, non vedendo, non intendendo, non
desiderando altro che un lido biancheggiante di là dalle case di
Rovereto. Le fermate dei rinfreschi si son fatte più rade e più corte;
anche il cavallone di Bartolomeo Fiesco va più franco e più rapido.
--O Talavera! o gran bestia!--gridava il cavaliere, più allegro che
mai.--Tu sei maraviglioso d'intelligenza, quantunque ignorante di
cosmografia quanto il personaggio di cui porti il nome. Ma che importa a
te la cosmografia? Una cosa sai tu, e la sai bene; che a Gioiosa Guardia
t'aspetta una bella scuderia, una buona strigliata, non senza la fortuna
di una morbida mano che ti palpi il gran collo. Non è così, Talavera? E
nitrisci, briccone! Nitrirei anch'io, se fossi nella tua pelle. Ma
parlo, io, che quasi non posso star più nella mia; spando le mie parole
al vento, per provare il gusto di sentirle, e sperando che un soffio ne
arrivi laggiù, ripercuotendosi dietro la piega di quel monte, da San
Pietro delle Canne a San Salvatore, da San Salvatore a Paggi, alla
Gioiosa Guardia, al mio nido.--
Di monologo in monologo era giunto a Chiavari e alle rive dell'Entella.
Sul ponte della Maddalena fece la fermata un po' lunga. Era quella una
sua divozione, di cui la contessa Juana non era gelosa, avendo imparato
a rispettarla, anzi partecipandovi anch'essa. Un gran pellegrino era
passato di là, e si era fermato ad ammirare la fiumana bella da quel
medesimo ponte, durato intatto fino ai dì nostri. Ed era bello, il ponte
della Maddalena; quasi bello come il suo fiume, che è tutto dire. Oggi
l'hanno allargato, e credo, Dio ci perdoni, anche rintonacato.
--O padre Alighieri!--esclamò Bartolomeo Fiesco.--Tu ci sei passato, di
qui, esule pellegrino; e li hai veduti, i miei maggiori, ed uno di loro
hai fatto parlare nel tuo sacro poema. Li hai veduti, e certamente ti
sei maravigliato che non sapessero contentarsi della potenza loro, già
così grande, e sopra tutto non ne intendessero i veri uffici, che erano
e sarebbero ancora, se non prendo abbaglio, di render prospero e felice
un popolo affidato alla loro tutela, in mezzo a tanto sorriso di natura,
a tanta benedizione di frutti, e del suolo e del mare. E non essi
soltanto hai veduto fallire alle speranze della patria, che ancor oggi
domanda rimedio a' suoi mali; che "le terre d'Italia tutte piene son di
tiranni, ed un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene". Oggi
come allora, e peggio d'allora. Quando sarà finita? Mai, se noi stessi,
che la potenza aiuta e la storia ha confermati, non vogliamo dare
l'esempio. Non vogliamo? È presto detto, e forse è più vero che oggi
come oggi non ne abbiamo più il modo. Triste cosa, assai triste, vedere
il bene ed esser travolti dall'onda prepotente del male. E poi? e poi
verrà un'ondata più alta, più vasta, più forte, come quelle che ho viste
io nell'Atlantico, che ci soverchierà tutti quanti, parte inghiottendo
senza misericordia, parte restituendo alla luce del sole, ma istupiditi
ed impotenti, raggomitolati sulla rena a piangere la comune miseria coi
nostri nemici d'ieri, come noi mal ridotti, istupiditi come noi,
impotenti come noi a rimettersi in piedi. "Ahi, serva Italia, di dolore
ostello!" Ma queste cose non pensa l'eccelso Gian Aloise; ed anche è
inutile che le ricanti io, suo piccioletto parente. "Ei s'è beato, e ciò
non ode". Dategli Pisa; vuol Pisa, lui, per tenerla come tien Genova,
col dubbio favore di questi, con la ostilità palese di quelli, coi
mutabili umori degli uni e degli altri, dipendente egli stesso
dall'autorità di un re straniero, le cui fortune posson crescere e
calare, e se cresciute soffocarlo, se volte in basso trascinarlo nella
caduta. Son questi i tuoi accorgimenti, eccelso Gian Aloise. Me ne son
fatto fuori, quest'oggi, e torno alla mia pace, al sorriso del mio cielo
e della mia donna. Ma durerà questa pace, per coloro che se ne mostrano
degni, intendendola? E a noi, meno alti e meno ambiziosi rami del tronco
di Lavagna, non toccherà d'essere involti nella rovina che a sè prepara
il ramo maggiore? Perchè questo, o prima o poi, se le ambizioni
crescono, avverrà senza fallo.--
Il monologo era riuscito quella volta un po' lungo; ma il ponte della
Maddalena lo meritava. Aggiungete ch'era l'ultimo. Bartolomeo Fiesco diè
di sprone al cavallo; e Talavera, che non aspettava altro, spiccò un
salto e prese subitamente il galoppo per la strada di San Salvatore e di
Paggi, dove da un quarto d'ora lo avevano preceduto i compagni, sentendo
anch'essi l'odore della mangiatoia, e non avendo in groppa nessun
ammiratore di Dante. Giungevano inaspettati alla Gioiosa Guardia, con la
bella notizia che li seguiva il padrone. Partito a bruzzico dal suo
castello, messer Bartolomeo ritornava per l'ora di cena: gran fretta,
sicuramente, ma anche un bel miracolo di galoppate. E fu accolto con le
faci; suonò a festa la campana del battifredo; non mancò neppure una
salve d'archibugiate.
Si facevano pazzìe per riceverlo; ma ne fece egli più assai alla vista
della contessa Juana, che era discesa ad incontrarlo nel cortile.
--Allegro?--diss'ella, avvicinandosi alla staffa per istendergli la
mano, che il cavaliere baciava, piegandosi tutto sull'arcione.
--Non vedi?--rispose egli, com'ebbe potuto compiere il rito.--È Talavera
che fa il matto, sentendosi a casa. Talavera, gran bestia, non vedete la
padrona, che ha pronta una carezza per voi?--
Il cielo era puro, e tutto scintillante di stelle. La brezza primaverile
già raddolcita di qualche tepore pareva promettere le vampe dell'estate;
e frattanto le destava nel cuore di Damiano.
--Donna mia dolce!--sussurrò il capitano Fiesco, prendendo Juana per la
vita, e muovendo con lei su per le scale.--Lásciati amare; lasciami
esser felice.
--Ah, ecco!--diss'ella.--Non è più Talavera, che fa il matto.
--No, cara, son io, io, proprio io, che ho voglia di saltare e di
cantare, tanti sono i grilli che ho in corpo.--
Sorridente, amorosa, Fior d'oro lo accompagnò nelle sue stanze, dov'egli
si tolse di dosso la polvere.
--Ed ora,--ripigliò la contessa,--ragioniamo un pochino, se è possibile.
Vai?
--Dove?--domandò il capitano Fiesco, che aveva la mente a tutt'altro.
--A Pisa.
--No, se Dio vuole, no.--
Fior d'oro diede in una grande risata.
--N'ero sicura;--gridò, lasciandosi cadere su d'una scranna.
--E perchè allora m'hai fatto andare a Genova?--chiese egli, che era
voglioso di ridere altrettanto, ma non voleva parere.
--Per debito di cortesia, se ti rammenti. Ed anche potevi sentir ragioni
che ti dovessero persuadere. Gian Aloise non ti ha persuaso, e sia per
il meglio. Almeno avrai fatte le cose per bene?
--A quel dio! Ci siamo lasciati più amici di prima. Egli mi ha
assicurato, congedandomi, di avere il cuore più alto che il mondo non
creda. Ed io, figúrati, l'ho più alto che il mondo non si possa sognare.
Sento che l'ho qui.... sulle labbra. Vuoi sincerartene, Fior d'oro? Oh,
dolce donna! un ceffone? Ma l'ho già avuta da un pezzo, la cresima.
Nondimeno, ripeti, Fior d'oro, perchè ripeto ancor io. Queste tue dita
son dolci più che lo zucchero. E si resti qui, buon Dio, e non venga più
in mente a nessuno di smuovermi dalle braccia di Fior d'oro, perchè
sarei capace di ribellarmi anche al re Cristianissimo.
--E al re Cattolico per giunta, non è vero?
--A quello, poi, con più gusto; quantunque m'abbia fatto tanto buon
viso, l'ipocrita. E mi voleva ai suoi servigi, per un quinto viaggio. Ah
sì, sta fresco, se m'aspetta. Non più viaggi, del resto. L'ho detto
anche al grand'uomo, che ho seguitato con tanta devozione ad ogni
rischio. Signor almirante, non fate, vi prego, più assegnamento su me.
Sono un uomo navigato; ho fatta la parte mia, e di viaggi ce ne son
voluti quattro, perchè io riuscissi a portar via il mio pezzo di mondo
nuovo. È anche vero,--soggiunse il capitano Fiesco inchinandosi,--che ho
avuto il pezzo migliore. Gli altri oro in polvere, oro a pagliuole, oro
a catolli; io a dirittura Fior d'oro. E non mi si parli più di passare
l'Atlantico; non mi si parli più di lasciar le rive dell'Entella.
"Gioiosa Guardia e la mia donna" ecco il mio motto, e vo' farlo
scolpire sulla nostra "conoscenza" in uno svolazzo coi fiocchi,
debitamente custodito dal gatto e dal basilisco di casa.
--Ora, sta bene;--disse Fior d'oro.--Ma quando sarò vecchia?
--Vecchia! che parola è questa? vecchia voi, dolce Juana?
--Ma sì, la cosa avverrà pur troppo, un giorno.
--Lontano, lontano, lontano!--gridò egli, accompagnando quella gran
lontananza con molto sforzo di braccia.--E quando sarete.... cioè,
quando non sarete più giovane, quando non sarete più giovane voi,
pensate che sarò vecchio io, che d'anni n'ho più di voi, e parecchi.
--Io penso,--rispose Fior d'oro,--che la donna ha una giovinezza
soltanto. L'uomo, quando non ha più l'età della grazia, ha ancora l'età
della forza.
--Già, ci diventa un Ercole;--esclamò egli, facendo spallucce.--Lo vedo
brutto quell'Ercole, che si prepara a rinnovar la serie delle sue
immortali fatiche. Ma io farò meglio, vedete, io che non voglio passare
una quinta volta le sue bugiarde Colonne. Guardate là, mia dolce Juana,
a quella parete. C'è uno scaffale di noce, con una filza di novanta
volumi. Non è una gran biblioteca, lo so; ma ce ne son di più piccole, e
presso uomini più grandi di me. Gian Aloise, a buon conto, ce n'ha
ottantatrè nel suo palazzo di Vialata; sette meno di me; ond'io mi stimo
più ricco di lui. E tutti scelti, i miei, da Virgilio a Dante, col
Canzoniere del Petrarca per giunta, e perfino il Canzoniere di Giusto
de' Conti, quello della Bella mano, che è il caval di battaglia di
messer Filippino. Or dunque, veniamo a noi; pensiamo pure al giorno
ch'io sarò vecchio, e voi.... non più tanto giovane. Quel giorno o
quella sera, mentre voi farete la calza accanto alla gran tavola della
caminata, io incomincierò a ripassare per voi tutti i miei volumi, e ve
li leggerò ad uno ad uno. Tradotti, si capisce, ad aperta di libro, che
i denari del latino non me li sono giuocati. Cari miei vecchi autori! Ce
n'è uno che ha fatto un poema, si può dire, a bella posta per noi, tanto
s'attaglierà al caso nostro il suo episodio più bello.
--E sarebbe?
--Ovidio, nelle libro ottavo delle sue Metamorfosi. C'è l'episodio di
Filemone e Bauci, due sposini invecchiati l'uno accanto all'altro nella
loro capanna, che poi fu tramutata dagli Dèi in un tempio di marmo e
d'oro; ed essi continuarono ad amarsi, essendone i sacerdoti; ed
ottennero di poter morire insieme, tramutati in due piante, un tiglio e
una quercia, sul limitare del tempio.
--È una bella immaginazione;--disse Fior d'oro.--Non c'è altro di
spiacevole che la tua deliberazione di rimandarne la lettura ai giorni
della nostra vecchiaia. Perchè non leggere fin di stasera il grazioso
racconto? Ne godrebbe anche la mamma, che è tanto felice di stare a
sentire.
--Eh, perchè no?--rispose il capitano Fiesco.--Tanto, un nuovo capitolo
dei Commentarii non l'avrò in pronto se non per domani sera.
--Ah, bene, bene!--esclamò Fior d'oro, battendo le palme con allegrezza
infantile, mentre si avviavano alla caminata, dove li aspettava la
mamma, ed anche la cena preparata.--Filemone, hai detto?...
--E Bauci;--aggiunse il capitano Fiesco.--Son due nomi greci; e Filemone
vuol dir l'amante, e Bauci vuol dir la vezzosa, la graziosa, e simili
altre delicatezze femminee.
--O Damiano! quante cose sai tu!
--Ti pare? Certo, so quasi tutte le inutili; e delle veramente utili una
sola.
--Ah sì? sentiamola un po'?
--Amarti. Non sono Filemone? E bada, bambina, Filemone vuol anche dire
accarezzante. Ond'io, se vorrai tener quella mano a posto....--
E un bacio corse, e fu reso. Bauci non voleva mentire al suo nome di
graziosa.
Madonna Bianchinetta Fiesca, venuta poc'anzi a sedersi sulla sua sedia
comitale, li vide entrare abbracciati, ed abbracciati correre a lei. Non
era da farne caso, perchè così li vedeva ogni giorno; ed ella finalmente
ne era tutta felice. Anch'ella amata, a' suoi bei tempi; ma più
rispettata che amata, essendo stata sposata ad un uomo dabbene, ma
austero di modi, e diciamo pure un po' orso. E vedova, e invecchiata
nella vedovanza, era vissuta là molto sola, con quel benedetto ragazzo
sempre in giro pel mondo, tanto in giro, che presto non bastandogli il
vecchio, era andato in traccia del nuovo. Finalmente aveva messo il
cervello a partito; ma per domare quel cervello c'era voluto il cuore.
Ond'ella ebbe cagione di rallegrarsi, la nobil signora, e di amare anche
più quella bellissima nuora che le aveva fatto il miracolo. Nessuna
maraviglia, del resto; la contessa Juana si faceva adorare da tutti;
senza volerlo, solamente mostrandosi, aveva stregato un po' tutti.
La veneranda signora seppe quel ch'era avvenuto in Vialata; molto
sommariamente, per altro, non avendo creduto opportuno suo figlio di
riferirle per filo e per segno i discorsi suoi coll'eccelso Gian Aloise,
mentre amava piuttosto trattenersi su quelli della nobile Caterina del
Carretto nei Fieschi. Quella era una donna che capiva le cose; ed egli,
il capitano, avesse pure a soffrirne la dignità mascolina della stirpe,
sarebbe stato felicissimo se per tutte le terre dei Fieschi, da
Savignone a Pontremoli, da Vialata a Gioiosa Guardia, non gli uomini
avessero più comandato, ma una buona volta le donne. A quali altezze
maggiori non sarebbe salita la gente Fiesca, in cinquanta e magari
cent'anni di senno e di grazia al governo de' suoi destini! E in quella
vece, o miseria! si perdeva in vane contese e in più vane ambizioni il
presente, guastando anche nel germe il futuro.
Sorrideva, madonna Bianchinetta, bene intendendo la ragione di tutti
quegli amabili paradossi del suo amabilissimo figliuolo. Il fatto era
questo, che i belli occhi di Fior d'oro avevano avuto più forza del
miraggio di Pisa.
--Infine,--diceva,--se tu non hai ambizioni, perchè ne avremmo noi, che
saremmo rimaste qua ad aspettarti?
--E questa sera gran lettura;--soggiungeva Fior d'oro.--Sai, mamma, che
ci tradurrà da un poeta latino la storia di Filemone e Bauci? Si tratta
di due, uomo e donna, che si sono amati per tutta la vita.
--Han fatto bene;--sentenziò madonna Bianchinetta.--Quando si può, è la
cosa più bella del mondo. E voi li imiterete, m'immagino. Ma non
dimenticheremo poi la storia del nuovo Mondo?
--Non dubitare, mamma;--rispose il capitano Fiesco.--Domattina mi metto
a lavoro, e domani sera ne avrai un altro capitolo. Sai che la scrivo
tanto volentieri. Ma che c'è? Visite ancora? Non ci sarebbe dunque più
pace, a Gioiosa Guardia?--
Si sentiva infatti uno scalpitìo di cavalli nel cortile, su cui
guardavano appunto le alte finestre della caminata. Polidamante fu
mandato a vedere che diavol fosse.
--_Ecce iterum Crispinus_,--borbottò il padrone di casa.--E dico
_Crispinus_ per attenermi al testo. Ma sarà poi _Philippinus_, che
guasterà il verso a Giovenale, e la veglia a noi altri.--