PREDICA PEL VENERDÌ SANTO

_Ecce homo!_

Diciannove secoli vedono la legge del Vangelo come una bandiera in mezzo

alla battaglia inoltrarsi gloriosa e trionfale per le vinte contrade,

avanzarsi per lo universo e bandirvi lo amore. Questo divino vessillo

candido di fede, verde di speranza, vermiglio del sangue dei martiri ha

superato il volo delle aquile romane. Alla spada della superbia vennero

meno il taglio e la punta; le catene di ferro caddero logorate dalle ire

dei popoli, ma la legge della carità nelle procelle acquista vigore,

ingagliardisce per contrasto, la persecuzione disperde e lo errore.

Quelli che l'acquistarono se la stringono al seno con lo affetto della

madre che abbraccia il suo primogenito, e quelli che ancora non la

posseggono vi volgono desiosi lo sguardo tardando loro che appaia questo

segno di pace su lo emisfero della libertà.

Chi fu l'operatore di tanto prodigio? Quali arti impiegò? Di quali

argomenti, di quali armi si valse? Voi tutti, o Cristiani e Fratelli

dilettissimi, lo sapete, e non pertanto siavi grato udirlo adesso

ricordare nuovamente da me. Povero io sono di spirito, e pusillo; la mia

parola suona inesperta: a tanto ufficio nè io nè altri credono degno, ma

Cristo mi sovverrà, quel Cristo che dei fanciulli formava sua cura e sua

delizia, e sopra ogni altro voleva che a lui si accostassero e della sua

dottrina testimonianza porgessero: _sinite parvulos venire ad me_.

Dio pentito di avere creato l'uomo mandò il diluvio per esterminare la

razza che aveva contristato il suo spirito immortale, e se stringendo

poi il patto con Noè promise di non maledire la terra più oltre, ciò

fece non perchè gli uomini fossero diventati punto migliori, ma perchè

omai deponeva ogni fiducia che potessero migliorare: — «non maledirò più

la terra da ora innanzi a cagione degli uomini: conciossiachè il

pensiero e il talento degli uomini inchinino al male fino dalla loro

infanzia:» _nequaquam ultra maledicam terræ propter homines; sensus enim

et cogitatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua_. Ma

Cristo scese a imprendere l'opera di migliorare le umane generazioni —

fino nei cieli creduta disperata! Egli volle rendere gli uomini degni

della benedizione di Dio; egli venne a bandire la legge dello amore, a

confermarla cogli esempi, a suggellarla col sangue.

A conseguire il magnanimo intento nel mostrarsi sotto umano sembiante

prima di tutto egli scelse umili natali, e apparve figlio del popolo,

gli uomini lo conobbero allevato dal falegname Giuseppe, e dicesi che

sua madre Maria con operose industrie s'ingegnasse. Così egli insegnava

il disprezzo delle superbe fortune che sono fregi anche del vile,

chiariva come qualunque accolga in sè anima immortale possa conseguire

nobili destini, palesa riporre principalmente la speranza di

rigenerazione nel popolo come quello che possiede maggiore copia di

affetti, ed è più facile a lasciarsi infiammare dal divino entusiasmo, e

più esperto nei mali, di lieve si commuove di compassione alle sventure

altrui. O figli del popolo, quanto è gloria potere dire a colui che

vanta chiarezza di lignaggio, e abbondanza di averi: _la mia nobiltà

comincia in me — in te finisce la tua_. E Cristo non iscelse tra i

potenti della terra i suoi seguaci, ma li tolse dalle viscere del popolo

e con uno sguardo li vinse, con una parola gli accese, li trasse dalla

rete, per convertirli in pescatori di uomini. I soli figli del popolo si

sentono capaci di morire pei maestri, per gli amici e per la patria,

imperciocchè cosiffatti sagrifici non si paghino che con moneta di

cuore, e questa moneta di cuore trova soltanto il suo corso fra il

popolo.

Maestri suoi furono la meditazione, e la volontà. Io sento

quotidianamente molti del popolo sconfortarsi con manifesto errore di

salire in fama di sapienti solo perchè di libri difettarono o dei

maestri. Certo non vuolsi punto negare che questi sussidi aiutino con

molta efficacia ad acquistare scienza, ma non si hanno a reputare

necessari così, che mancando, l'uomo rimanga condannato alla ignoranza.

Dove lessero, o dove impararono Lino ed Orfeo e gli altri incliti

legislatori e poeti dell'antichità? Due volumi eterni pose Dio davanti

agli occhi di coloro che anelano imparare, — la natura e il cuore

dell'uomo. Emana troppo maggiore scienza dalla contemplazione delle

glorie del firmamento in un plenilunio sereno — dalla esultanza dei

fiori in un bel giorno di primavera — da una lacrima tremolante sul

ciglio della riconoscenza, che non da centinaia di volumi. Cristo chiuso

nei santi pensieri, siccome al Nilo, e ad altri larghissimi fiumi noi

vediamo avvenire di cui ignoriamo le scaturigini, allo improvviso ci

appare tutto splendido di Sapienza. Negli ombrosi recessi, nel silenzio

delle vigili notti Cristo si cinse la zona del forte intorno alla vita,

e si apparecchiò a compire la profezia del Precursore: «verrà dopo me un

gagliardo che vi battezzerà col fuoco, metterà la scure dentro le

radici, ed ogni albero sterile di frutti buoni sarà reciso e gittato sul

fuoco: col ventilabro alla mano separerà il grano dal loglio, e getterà

le paglie sul fuoco inestinguibile.» La vana scienza dei Dottori rimane

vinta dal supremo intelletto del fanciullo di dodici anni; i Dottori

confusi ammirano ed odiano siccome costumano fare sempre i Dottori dalle

false dottrine, dalle timide, e insensate teorie.

Cristo, continua la bene incominciata opera. Chi siete voi, ipocriti

tristi, che sostenete Dio il gran padre della natura e degli nomini

avere scelto un pugno di creature per metterle a parte del regno celeste

condannando tutte le altre alla eterna dannazione? Abominevole calunnia!

Dio senza volontà del quale non cade un capello dalla testa più umile,

Dio che si toglie tanto benevola cura di un passero condannerà alla

_gehenna_ del fuoco penace ove sono le grida disperate, il tremore dei

denti, migliaia e migliaia di generazioni solo perchè non nacquero dal

popolo eletto? Quale presunzione, quale vanità, e peggio ancora quale

iniquità è mai questa? La Misericordia infinita ha sì grandi braccia che

prende ciò che si rivolge a lei. Dio, Sole dell'universo, diffonde la

benedizione dei suoi raggi sopra le cose e sopra gli animali. Gloria,

onore, e pace a tutti coloro, qualunque essi sieno, che operano il bene,

imperciocchè Dio aborra ogni parzialità di persone: _gloria, autem et

honor et pax omni operanti bonum. Non est exceptio personarum apud

Deum_, dice l'Apostolo delle Genti.

Non ponete l'affetto vostro nelle cose che la tignola rode, e i ladri

involano: ponete ogni pensiero a gentile acquisto di fama. La buona

rinomanza sopravvive alla morte dell'ottimo cittadino come l'eco

armonico dura a scuotere l'aria, cessata la vibrazione della corda, o

come il profumo continua a spandersi pel tempio anche dopo la

consumazione del grano d'incenso nel turibolo. La fama sola è il sudario

di amianto che proserva i defunti dalla corruttela. Cura molesta di

povertà non turbi l'anima vostra. Salomone in tutta la sua gloria non

comparisce vestito come il giglio bellissimo della valle. Amatevi,

cambiate liberali tra voi i doni della natura, e avrete copia di beni

terreni. Chi serba il grano nel granaio non accumula nel regno dei

cieli; chiunque terrà avaramente il vino nel celliere non sarà dissetato

dalle fontane del paradiso. Battete e vi sarà aperto, finchè voi stessi

apriate le porte ai bisognosi. Cristo povero ciba le moltitudini; certo

cotesto fu prodigio, ma cotesto miracolo può essere rinnovato

quotidianamente dagli uomini quante volte si sentano da mutuo amore

infiammati. Allora non camminerà più brancolando il cieco, nè lo storpio

arrancherà con affanno avvegnachè lo storpio sarà l'occhio del cieco, il

cieco il piede dello zoppo. Figli di un medesimo Padre che regna nei

cieli, fratelli tutti nella nostra parentela divina, maledetto colui che

contrista uno spirito immortale, maledetto l'uomo che tiene il piede sul

collo dell'uomo che piange, maledetto anche il fiacco che altro non sa

che gemere sopra le sue catene, e non ardisce romperle, e convertirle in

brandi per rivendicarsi in libertà. Se Spartaco servo pagano, quantunque

la voce di Cristo a lui non gridasse nel cuore, ebbe siffatto ardimento,

ora come potrà e dovrà essere emulato dal Cristiano consapevole avere

Dio apparecchiato nei cieli i seggi più gloriosi ai magnanimi che per la

Patria combatterono, e per la salute di lei fortemente perirono?

Cristo insegna il perdono delle offese che dai nostri fratelli ne

vengono arrecate, e ne forma fondamento principalissimo della sua legge

divina. Umana cosa è errare, celeste condonare lo errore. Se il tuo

fratello ti offende e tu perdona; se egli torna a offenderti, e tu di

nuovo perdona, oblia la ingiuria, o seguace di Cristo, e ricorda

soltanto il fine di carità e di amore a cui tendono le ale aperte

dell'anima tua. Altri si stanchi piuttosto ad offenderti che tu a

perdonargli. O Creatura mortale, conviene a te mantenere odio immortale?

Perchè vorrai segnare la corsa rapidissima alla morte e che ha nome vita

con una traccia di sangue? Narrasi come il santo Filippo Neri

supplicando un sussidio pei poverelli del Signore da certo barone romano

si ebbe acerba ripulsa: tornato a supplicarlo con insistenza il superbo

uomo prorompe in bestiale furore e percuote il Santo nel volto; questi,

comecchè sentisse tutto il sangue ribollirgli nelle vene, pure placido e

mansueto gli si volse dicendo: — per me la guanciata: ora datemi un po'

di aiuto pei miei poverelli! — Perdono ai fratelli traviati, perdono ai

nemici vinti come il Sammaritano infuse pietoso balsamo e olio nelle

piaghe del trafitto Giudeo. Cessata appena la cagione dell'odio anche

verso il nemico subentri un senso di benevolenza e di carità. Le mani

liberate dai ceppi non si distendano alla vendetta, ma s'inalzino al

cielo per ringraziare lo Eterno. E voi pure che mangiate il pane della

violenza, e bevete il vino della abominazione; voi pure che peccate col

fallo più grave che mai possa commettere l'uomo al cospetto di Dio,

voglio dire la infame schiavitù in cui tenete le umane creature, solo

che diate segno alcuno di pietà, e torniate alle case vostre, dove la

gente a voi più caramente diletta vi attende, noi vi pregheremo pace:

_Passate l'Alpi e tornerem fratelli._

Ma però non crediate, o Cristiani, che il nostro Cristo tanto pietoso al

perdono dei fratelli facili a ravvedersi, procedesse molle contro gli

avversari della sua dottrina, o gli uomini a sopportare codardamente le

miserie della servitù persuadesse, o a fiacca pazienza li consigliasse.

Io vo' che sappiate come nella sua mansuetudine nessuno fosse più

animoso di lui. Egli quantunque sapesse che cadrebbe vittima

degl'ipocriti e dei farisei osò guardarli nella pallida faccia, e dire

loro: «razza di vipere, sepolcri imbiancati: il vostro cuore vi sta nel

petto come un lupo entro la tana: male pensate, peggio parlate

conciossiachè l'uomo favelli con la sostanza del cuore, ch'è l'anima.

Voi volete un segno? Voi avrete il segno di Giona.» Egli rigettò dai

suoi labbri quella gente tepida, moderata di tutti i tempi, pei quali

spunta l'alba del lunedì mentre pei popoli splende il meriggio del

giovedì, fiore di paura, peste di ogni partito generoso, però che amarli

tu non possa e odiarli affatto nemmeno; piante parasite che si

avviticchiano intorno alle gambe del forte per impedirlo e per farlo

cadere: arene infeconde, nuvole prive di acqua, cimiterio di ogni

sentimento magnanimo, e preoccupati sempre di sè e dei propri comodi

sotto lo eterno pretesto di provvedere al bene della patria comune.

Privi di quella favilla di senno che Dio concesse a tutti i cuori

sicuri, intendono imporre i loro spaventi come leggi, e le trepidanze

affannose della paura come consigli di sapienza, e fu a gente di natura

siffatta che contaminava in antico la Chiesa di Filadelfia e la causa

della religione cristiana nel modo stesso che contamina oggi la Italia e

la causa della libertà, che Cristo col mezzo del prediletto Evangelista

mandò a dire; — conosco le opere vostre, voi non foste freddi nè caldi,

e Dio volesse che foste stati o freddi o caldi, ma perchè nè l'uno foste

nè l'altro io incomincio a vomitarvi dalla mia bocca.

— Non è quegli che mossi appena i primi passi nella via, si asside sopra

una colonna migliara, e accusa gli altri che poderosi lo precorrono, ma

sì colui che dura infaticato fino al termine, che otterrà salute: _quis

autem perseveraverit usque ad finem hic salvus erit_. La corona della

vita non si acquista con Cristo se non che a patto di mostrarci costanti

e fedeli: _sis costans ac fidelis et dabo tibi coronam vitae_. Lo

entusiasmo è il raggio del sole che concentrato nel vetro emana potenza

d'incendiare; se cotesto raggio cessa, il vetro solo rimane cosa sordida

e vile. Lo entusiasmo dà l'ale all'anima, e chi glielo toglie, le tronca

le penne all'alto volo che levandola da queste terrene dimore l'accosta

al cielo. Chi spenge lo entusiasmo uccide l'anima. La quale cosa, se è

vera in qualunque condizione della umana civiltà, vediamo poi essere

verissima presso i popoli che aprono appena gli occhi dal mortale

letargo di lunga, infame, e narcotica servitù, circondato come da un

lenzuolo mortuario da tutti i vizi della tirannide, che appena conosce

patria che sia, e per diuturna abitudine ha appreso a porre e

intelligenza e cuore dentro la borsa. Sì, o Cristiani fratelli miei, in

verità io vi dico chi spenge lo entusiasmo sacro uccide l'anima.

Allorquando era mestieri propagare le sue celesti dottrine Cristo non

pativa attorno a sè camaleonti morali, ma risolutamente dichiarava: —

chi non è per me fa contro me — _qui non est pro me contra me est_; —

consentaneo in questo a Solone salutato come uno dei sette sapienti

dell'antica Grecia, il quale ordinando il governo di Atene messe una

legge che dannava allo esilio il cittadino che non abbracciasse in

patria un partito. Infatti i partiti non nuocciono alla città finchè

sieno preordinati tutti al bene di lei. Le acque stagnanti

imputridiscono, le sbattute mantengonsi cristalline e sane, e così degli

uomini. I partiti sono come i venti i quali qualche volta imperversano,

ma senza di quelli le vele inerti lungo l'alberatura non acquisterebbero

mai forza di fare avanzare la nave; e il buon nocchiero odia la calma

non i venti, quantunque gagliardi, conciossiachè nella prima venga meno

ogni arte, e co' secondi faccia prova d'ingegno.

Non vi ha affezione dell'anima, per quanto cara ella sia, che Cristo non

abbia sagrificato all'ardente carità che lo infiammava del bene

universale: conoscete voi cuore al mondo che come il suo amasse la

Madre, e da lui fosse teneramente riamato? E nonostante alla opera della

redenzione noi lo vediamo anteporre la stessa sua dilettissima madre. Un

giorno ch'egli predicava alle turbe, sua Madre e i suoi fratelli lo

chiamarono fuori per parlargli, ma egli rispose: «chi è mia Madre, chi

sono i miei fratelli?» — E distendendo la mano sopra i suoi discepoli

aggiunse: «Questa è mia madre, e questi i miei fratelli: chiunque farà i

voleri di mio Padre ch'è nei cieli quegli mi è fratello, e madre, e

sorella.» _Quæ est mater mea et qui sunt fratres mei? Et extendens manum

in discipulos suos dixit: ecce mater mea et fratres mei._

Nè già crediate che Cristo ignorasse o dissimulasse le aspre contese che

avrebbe dovuto incontrare, le divisioni, le persecuzioni ed il sangue;

mai no, o Cristiani: all'opposto a sè e ad altrui manifesta i pericoli

del suo divino mandato: «per me, egli favella ammonendo gli Apostoli,

per me sarete perseguitati, e verrete in odio alle genti, ma non temete

e quello che vedrete nelle tenebre voi palesate alla luce, quello che vi

susurro dentro le orecchie voi predicate dai terrazzi, potranno

uccidervi il corpo, l'anima no ch'è immortale, e non crediate che io sia

venuto a mettere pace sopra la terra, ma la spada: i figli si

separeranno dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, i

fanti verranno a contesa co' padroni; coloro che amano padre, madre,

figlio e figlia più di me, di me non sono degni.»

Una voce bugiarda accusa Cristo colpevole della rovina dello impero

romano. Prima di tutto io vo' che sappiate, o fratelli Cristiani, come

la distruzione di questo immane edifizio di violenza e di rapina non fu

male: ma però siffatta accusa non è vera. Lo impero romano precipitò

sotto il peso del furore del mondo, e corroso dai suoi delitti e dai

vizi. Guai a noi se nella immane rovina che sparse di frantumi le parti

più remote della terra non si fosse inalzata la Croce simbolo di salute

come l'Arca dell'Alleanza fra le tenebre e le onde del diluvio

universale. Il potere della spada era rotto, i barbari parvero lupi

convenuti da tutto l'universo per divorare la preda; rabbia, vendetta,

sete di sangue erano i venti che agitavano procellosamente cotesto mare

d'ira... ora dove saremmo noi se i miti consigli dello Evangelo non

avessero prevalso? Chi domò il Goto? Chi mansuefece il Normanno? Chi

respinse l'Unno? La spada romana o la Croce di Cristo? Contemplate il

Sicambro che tutto asperso di polvere cruenta scende nella sacra

piscina; i gradini sotto i suoi piedi traballano, le acque del battesimo

grondandogli dal corpo diventarono vermiglie — egli sembrò battezzato

entro un lago di sangue: — non importa: di belva diventò uomo — di

tormentatore fratello degli uomini. — Chiunque sostiene che lo Evangelo

abbia virtù di avvilire i cuori mentisce alla Storia. — Fu codardo santo

Telemaco che si precipitò nel Circo Romano in mezzo ai Gladiatori

combattenti gridando le Creature di Dio non doversi trucidare per infame

diletto? E perchè tutti io restringa in uno, codardi furono quei

valorosi cristiani che da cento mortalissime punte trafitti, divelta la

lingua, ardirono intingere il dito nel proprio sangue, e tracciare

agonizzando sopra il terreno il segno della salute? Cristo rese le

vergini innamorate delle palme del martirio assai più che della

ghirlanda di fiori di arancio — simbolo di nozze terrene. Cristo

convertì i fanciulli in eroi. Forse le battaglie combattute per la fede

temono paragone di qualsivoglia battaglia pagana? La gesta di Giovanni

Sobieski sotto le mura di Vienna non emula la battaglia di Canne? La

impresa di Lepanto non può andare di fronte con Salamina? Se Curzio i

pagani vantano e Codro, e noi abbiamo Pietro Micca torinese, e Bianchini

parmense. Se i pagani si gloriano di Camillo, e noi del Principe

Eugenio, se di Fabio e noi del Montecuccoli fortunato trionfatore del

Turena, e cristiano fu quegli che vinse e superò tutti, Cesare,

Annibale, Scipione, e quanti altri mai vissero capitani famosi

nell'antichità — Napoleone!

La sua aquila imperiale, e molti tra voi che mi ascoltate bene lo

ricordano — la sua aquila imperiale si fermò in questa isola nobilissima

per riposarsi un momento le ali affaticate e rifare le forze a nuovo

volo, che fu l'ultimo. O Napoleone, quando tutti ti abbandonarono — e il

figlio ti languiva lontano, e la consorte faceva getto del superbo vanto

di avere cinto nelle sue braccia colui che aveva abbracciato il mondo —

peso troppo grave per lei, — e la memoria degli uomini ingrati ti

pungeva il capo come gli spini della corona di Cristo — Cristo ti si

posò accanto sopra la coltrice deserta, conciossiachè egli visiti quando

tutti disertano. O Napoleone, perchè mai vivendo non rammentasti più

Cristo? Con la tua maravigliosa potenza di salvare quale fu il dono che

facesti agli uomini? — La tomba. Tu fosti grande finchè la tua spada

fiammeggiando simile alla nuvola di fuoco che precedeva gl'Israeliti nel

deserto, precorse gli uomini sul sentiero della libertà, ma quando

mordesti le mammelle che ti avevano allattato, quando convertisti le

creature di Dio in isgabello dei tuoi piedi... ah! come cadesti basso, o

stella matutina. Gli Angioli piansero vedendo il cielo vedovato da tanto

splendore e tenebre fitte si diffusero sopra la terra. Napoleone fu

l'ultima possibile espressione della potenza assoluta. Se i lauri

gloriosi non bastarono a celare il taglio e il sangue della sua spada

dispotica, come avrebbero potuto regnare tiranni astuti con la ferula

del pedante? Colà dove vennero meno gli echi del ruggito del lione,

avrebbe potuto durare lo schiattire di volpi coronate? — Guardate; — io

vi dico guardate: il lampo che fende le tenebre e sparisce, il ruscello

che sviene tra i sassi nei giorni del sole, la fronda inaridita staccata

dall'albero dal primo fiato dello inverno, non somministrano paragoni

bastevoli a darci idea della facilità con la quale un popolo grande

cacciò via lo ignobile personaggio che alla magnifica legge della

universale carità e dello amore di Cristo sostituì i calcoli di un vile

e privato interesse. Oh! io non avrei mai creduto che un potente della

terra, un uomo che portò corona potesse cadere tanto basso. Il popolo lo

cacciò via con minore sdegno di quello ch'ei si faccia allontanando da

sè una vespa importuna. La monarchia in Francia cessò come lo anelito

esile dello agonizzante ottuagenario. Possano i tiranni dei Popoli,

seppure di ora in poi qualcheduno altro osasse levarsi a contristare la

Creatura di Dio, lasciare esempio non meno abietto e miserabile di lui.

Ecco il preteso senno, ecco gli accorgimenti, e le coperte vie a che

cosa menino! Le astutezze stanno co' vili e con esse paure, tradimento,

e rovine, la lealtà sta co' forti e con essa fiducia, benevolenza, ed

esaltazione. Non date ascolto ai sofismi della vana scienza, divino

guidatore di popolo è colui che la mano sul petto, gli occhi al

firmamento, lo conduce a magnanimi destini.

Mi accosto tremando alla fine di Cristo. Voi vedeste com'egli figlio del

popolo nascesse, come predicasse, come perdonasse, e punisse, come per

la sua dottrina combattesse, e pegno di salute ai viventi lasciasse....

ora tutte le nostre virtù raccogliamo intorno al cuore e contempliamo la

morte di Cristo.

Fra la intelligenza e la ignoranza e la mediocrità immensamente più

trista dell'assoluta ignoranza, tra la bruttezza e la bellezza, tra i

codardi e i magnanimi corre uno astio roditore, una guerra d'istinto per

cui i mediocri, i brutti e i codardi odiano a morte gl'intelletti

divini, i venusti di forma, e i generosi. Non cercate altra causa alla

infame persecuzione, che lo fareste invano. Cristo giacque vittima come

infiniti grandi uomini giacquero, e come forse altri incliti personaggi

giaceranno vittima della invidia. Nessuno uomo morì come lui. Socrate

non può venirgli paragonato a gran pezza. Socrate non fuggì la morte; ma

Cristo le andò incontro. Socrate fu consolato dai suoi discepoli, e si

trattenne con sapienti colloqui con Platone e Senofonte; Cristo era

tradito da Giuda, rinnegato da Pietro. Ahimè! la stirpe dei traditori

non è anche spenta, anzi questa mala erba del Diavolo vegeta poderosa

nei cuori umani e va crescendo. Gli odierni traditori superano gli

antichi. Giuda antico gittò lo infame prezzo e disperato salì l'albero

fatale, i Giuda di oggi esultano, e il prezzo del tradimento conservano

e tengono caro. — Giuda Scariotta pentivasi, i traditori nostri

lamentano che manchi loro materia a nuovi tradimenti. Giuda vendeva

Cristo trenta danari, i nuovi traditori venderebbero trenta Cristi per

un danaro solo.

Socrate ebbe morte pacata: la tazza della cicuta era cinta di rose come

la tazza dello allegro convito, Cristo durò morte obbrobriosa, e così

piena di atrocissimi spasimi che all'anima nostra ne viene ribrezzo.

Socrate rampognò superbamente i suoi Giudici, sè jattava uomo troppo

migliore di loro, sè vantava salutato da Apolline come il più giusto dei

mortali: non così Cristo: egli non redarguisce nessuno, non muove

querela, non ostenta costanza. Di Giuda gli bastò dire: — meglio era che

costui non fosse mai nato! — A Pietro si contenta volgere gli occhi

gravi di amarezza. A Pilato che lo interroga se confessi lui essere

figlio di Dio risponde modestamente: — tu lo dici — _tu dicis_. Per

coloro che lo martoriano, lo avviliscono, e uccidono prega: _perdonate

Padre a costoro, però che non sappiano quello che si facciano_.

Venite, o Cristiani, seguitiamo i passi di Cristo sopra il Calvario:

coronato di spini pungenti; pesto da molte migliaia di percosse; sotto

la sferza del sole, e il peso della croce salisce sul Golgota; ogni

passo ei segna con una stilla di sangue; le pulsazioni del cuore

appaiono anche di sopra la sua veste vermiglia; con la bocca anela

tremendamente, e dalle narici gli esce l'alito fumoso; cade sotto il

peso; se lo rialzano non è per pietà, ma per imporglielo nuovamente

addosso, e per costringerlo ad avvicinarsi al supplizio: chiede un sorso

di acqua... gli è rifiutato, supplica refrigerio alla ombra della casa

di Asvero, ed è rispinto.

O Cristo, tu bene ci avevi insegnato nessuno essere profeta in casa sua,

ma questo è troppo! — Eppure non è tutto! Giunto al Calvario lo

spogliano, e sopra le sue vesti gettano la sorte, pongono sul patibolo

uno scritto di scherno e d'infamia, conciossiachè ai tristi non basti

rendere gli uomini infelici ma vogliano eziandio renderli infami;

compagni di pena gli danno due ladri, e già gli avevano preferito

Barabba; con aceto e fiele il dissetano, lo inchiodano, lo trafiggono. —

Ahimè! torciamo lo sguardo spaventato da tanto strazio... Ch'è questo

gran Dio? — La terra commossa traballa. — il sole vela la sua faccia —

il velo del tempio si spezza — i morti balzano fuori dalle antiche

sepolture, e strascinandosi dietro i funerei sudari per l'aperta

campagna traggono lamentevoli ululati... In mezzo a tanto terrore ove

cercare scampo alcuno di salute?.. Volgiamoci di nuovo al Calvario. O

spettacolo portentoso di pietà e di grandezza! O come Cristo non sarà la

religione degli uomini finchè gli uomini avranno un cuore che si

commuove alla magnanimità, e alla sventura? Venite e vedete questo

spettacolo: in mezzo alle tenebre profonde che ne circondano, esso

splende illuminato dall'aureola di luce che incorona il sacro capo di

Cristo; — egli sta sul patibolo dove ascese per confermare la sua

dottrina di redenzione più glorioso di Salomone sopra il suo trono. A

piè della Croce da un lato comparisce sua Madre Maria; dall'altro il suo

amico Giovanni. La Madre trafitta il cuore come da spada non fa motto,

non versa lacrima, non agita neppure le labbra; sembra trasfigurata

dall'angoscia; — tutto il suo corpo è una fibra spasimante, ma l'amore

materno vince la natura, e resiste alla immensità dello affanno; — per

ora ella non vuole soccombervi sotto, — più tardi si darà in balìa del

dolore come il naufrago si abbandona alla soverchiante onda dell'Oceano;

adesso comunque fulminata sta in piedi, affinchè l'occhio morente del

figlio si posi sopra una sembianza amica, e nello estremo punto del

vivere suo non gli manchi questo supremo conforto.

Come Maria dà esempio del quanto possa l'amore materno, tu San Giovanni,

dimostri ove giunga la santa amicizia. Te non commosse il ludibrio delle

genti, te non turbò il pericolo presentissimo di chiamarti amico del

condannato Cristo, lo accompagnasti sul patibolo, e ti ponesti sotto la

croce come in luogo di gloria per ricevere sopra il capo il sacro sangue

e le ultime parole del divino maestro. — Qual'è l'anima che a spettacolo

cosiffatto non si dissolva in pianto? Amore di umanità, amore di madre,

amore di amico qui noi vediamo effigiati fino al punto in cui la umana

natura venendo meno, la divina incomincia. E noi, o Cristiani, sempre

fissi sopra cotesta Croce, imitiamo Cristo. Dai tetti, su per le piazze

per noi si bandisca la legge della libertà, della fratellanza, e dello

amore. La lampada accesa per illuminare le genti non deve rimanersi

celata sotto il moggio, ma splendere luminosa sopra il candelabro;

combattiamo per lei; per lei sappiamo morire. Imitiamo Giovanni il

fedele amico, che in mezzo alle minacce, ai vituperii, e ai pericoli

rende testimonianza di amicizia, — connubio divino delle anime, — fino

sotto al patibolo. E voi italiane madri imitate... ahimè! che dico io?

il mio cuore non ardisce pensarlo: le mie parole svengono sopra

l'estreme labbra e non si attentano proferirlo... troppo... ahi! troppo

è dolore confortarvi ad imitare Maria.... Come, povere Madri, potrete

voi sostenere la vista delle viscere vostre dilettissime lacerate? Come

lo strazio del dolce figlio che le mammelle vostre nudrirono, che con

tanti affanni educaste? Come la morte di colui che doveva bagnarvi la

bocca nella ultima ora, e chiudervi gli occhi in pace, — oh voi nol

potete... Ma ecco alla accesa fantasia si presenta un'immagine di donna

desolata avvolta in nero ammanto, pallida in vista che poco è più morte;

essa non grida, e non piange: ma tiene la faccia sopra una urna che

stringe nelle mani tremule; i cherubini dalla spada fiammeggiante, posti

da Dio alla guardia dell'Eden dopo il bando dei nostri padri peccatori,

la sollevano da terra, e la trasportano fremendo al trono dello Eterno,

— le cime dei boschi piegano come per bufera, l'aria rotta dalle penne

spaventose manda dietro un suono come di lamento — la natura geme; giù

in terra lungo le sponde dello Eridano cento altre desolate, sciolte le

chiome, palma battendo a palma, levano le braccia al cielo e supplicano

che la rapita dai Cherubini presto giunga al Trono dello Eterno. Chi è

colei? Chi sono esse? Ella è la regina del dolore; ella è la Niobe

cristiana; ella è la madre vedovata di tutti i suoi figli... piangete o

Cristiani, piangete o Madri... ella è la Madre dei Bandiera che va a

deporre davanti al Tribunale di Dio le ceneri dei suoi figli. Costoro

sono le Madri lombarde.... ahi! non più Madri per virtù del ferro

straniero.... e insieme unite domandano non vendetta per loro, sibbene

misericordia dal Padre dei viventi, affinchè alle madri italiane

cosiffatte ambasce non si rinnovino. Fuori le belve feroci dalle belle

contrade! Fuori, barbari dai pensieri di rapina, e dalle mani

sanguinose! — Fuori i barbari fu il grido di Giulio II e adesso lo sia

di Pio IX. Esultate! la misura dell'ira di Dio fu trovata colma di

lacrime e di sangue. Esultate! le vostre prove, o fratelli, finirono —

imperciocchè qui fosse imitato Cristo, qui Giovanni, qui le Madri i

dolori della Madre Maria sopportassero. — Il giorno del riscatto è

vicino. — Gloria a Cristo redentore padre degli uomini liberi e felici.

Amen.

La vendetta paterna · 第 61 / 69 题