FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI

_Pochi, in verità, diedero sè stessi alla patria quanto Francesco

Domenico Guerrazzi. Pochi ebbero la sua fede in un avvenire di libertà e

di civiltà, la sua tenacia nei propositi, il suo carattere, il suo

ingegno. Pochi lavorarono come lui alla effettuazione di un ideale._

_E l'ideale di F. D. Guerrazzi fu una Italia democratica, veramente

libera, senza padroni e senza servi, senza moderati e senza preti, una

Italia conscia di sè, senza tutori e senza pupilli, una Italia infine

che non avesse paure, che non commettesse vigliaccherie. A questo ideale

bellissimo, che fu pure quello di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe

Garibaldi, consacrò egli la giovinezza, la virilità, la vecchiaia._

_L'ideale di Mazzini, di Garibaldi, di Guerrazzi e tanti e tanti altri e

pensatori, e soldati, e martiri, non si è per anche tradotto in fatto.

Ma non disperiamo dei destini della patria. Ma lavorino i giovani, ma

non si addormenti il popolo, e l'Italia vagheggiata da quei pensatori,

da quei soldati, da quei martiri, sarà._

_In alto i cuori, o gioventù d'Italia! Fede e ardire, o popolo italiano!

e l'alba dei giorni promessi, dei giorni tanto aspettati, arriderà alla

patria, veramente a libera vita risorta._

_Ma questo non avverrà fino a che «l'odio per qualunque servitù e l'odio

per qualunque tirannia» non avrà messo ben salde radici nei petti, come

per tempo le mise in quello fortissimo di F. D. Guerrazzi._

_Nato a Livorno il 12 agosto del 1805, da gente antica, dedita un tempo

all'agricoltura e alla guerra, il Guerrazzi ebbe educazione «popolana e

severa», come egli stesso ci dice nelle sue auree _Memorie_. Il padre,

che era lettore fervidissimo della storia di Roma antica, gl'inculcò

primo nell'anima l'amore alla libertà e l'odio verso ogni tirannide. Un

giorno che il piccolo Francesco Domenico si mostrava meravigliato delle

geste di Pompeo e di Catone, il padre gli disse: «Eppure uomini erano e

mortali come te!...», facendogli in questo modo capire che egli pure,

quando gli fosse bastato l'animo, li avrebbe potuto emulare. E

certamente una grande impressione fece sul giovinetto questa sentenza

che il padre gli andava spesso ripetendo: «Meglio vale vivere un giorno

come un leone, che venti anni come una pecora»; sentenza che Tippoo-Saib

volle incisa sui gradini del suo trono._

_Per la libertà e per la patria, suoi santissimi amori, incominciò

presto il Guerrazzi a fare, a soffrire._

_Sedicenne, mentre studiava legge a Pisa, venne per un anno bandito

dalla università, reo di aver letto e commentato ai compagni i giornali

che recarono le novelle di Napoli tumultuante. Gli parve quell'atto,

come era, un abuso di potere, e, adiratissimo, andò a Firenze per

chiedere giustizia al presidente del così detto _buon governo_, Aurelio

Pilotini. — Questi gli disse di non potere far nulla in suo favore. Egli

allora gli rispose, spartanamente: «Io ti compiango, signore, se

occupando un posto, dove, anche senza volere, fate del male, e al

malfatto non potete riparare, neanche volendo, la vostra coscienza vi

consente di rimanere.» — Sono parole che ci dicono quanta fierezza,

nella quasi universale paura, albergava nell'anima del giovinetto

Guerrazzi; parole che pochi, anche oggi, in tanto strombazzamento di

libertà, avrebbero il coraggio di pronunziare dinanzi all'ultimo

rappresentante del_ potere costituito.

_Laureatosi poi in legge, e ritornato a Livorno, nel 1831 ebbe una

condanna di sei mesi di confino a Montepulciano, apparentemente per

avere espresso idee troppo ardite in un elogio di Cosimo Del Fante,

vecchio soldato delle guerre napoleoniche, elogio che egli lesse

nell'Accademia labronica, ma in realtà perchè caduto in sospetto di

avere aiutata l'Umbria ad insorgere._

_A Montepulciano fu a visitarlo Giuseppe Mazzini. Quelle due grandi

anime s'intesero, e suggellarono in un bacio fraterno la loro fede

all'Italia. Noi non sappiamo le parole che il Mazzini e il Guerrazzi si

scambiarono; ma certamente dovettero essere parole di fuoco._

_Dopo i sei mesi di confino, il Guerrazzi andò a Firenze, smaniosissimo

di fare. Colà strinse amicizia con Pietro Colletta, con Gabriele Pepe,

col Giordani, col Leopardi, col Capponi, col Ranieri, con quanti erano a

Firenze e letterati e patriotti, ma non trovò in tutti lo ardimento che

lo animava. I più credevano immaturi i tempi ed erano di avviso che si

dovesse ancora aspettare. Egli no; e, d'accordo con pochi, fece. Cercò

di rovesciare il governo granducale e di dare così alle cose di Toscana

un più libero assetto. Ma, scoperto, fu rimandato a Livorno «con ordine

di non uscire dalle porte e ritirarsi a casa alle ore ventiquattro»,

com'egli ci narra. Oggi si direbbe: fu _ammonito_. Ciò non per tanto,

continuò in Livorno a darsi da fare; e fu largo di aiuti di ogni sorta

coi perseguitati dal governo papale che, fuggiti di Romagna, erano di

passaggio per la Toscana._

_Stretto in dimestichezza con Giuseppe Mazzini, il profeta dell'Italia,

del popolo, fondò con lui e con Carlo Bini, candidissima anima, lo

_Indicatore Livornese_, un foglio che, con la scusa di propugnare il

romanticismo, propugnava la rivoluzione._

_Accusato poi di avere aiutata la impresa di Savoja, fu arrestato di

notte tempo, messo in prigione «fra, omicidi, donne di mala fama e

facinorosi di ogni maniera», e rinchiuso indi a poco nel forte Stella di

Portoferrajo, tra i prigionieri di Stato. Colà dentro, nel 1834, in

mezzo a patimenti di ogni fatta, scrisse l'_Assedio di Firenze_, il suo

capolavoro, il libro che non morrà. Già il Guerrazzi aveva scritto una

tragedia intitolata _da Priamo_, i _Bianchi e i Neri_, che furono

rappresentati al Teatro Carlo Lodovico di Livorno, tra un uragano di

fischi, e la _Battaglia di Benevento_. Ma dello scrittore diremo poi._

_Nel 1847, ai primi fremiti di libertà che novellamente corsero

l'Italia, lanciò fuori la rovente sua lettera al Mazzini, una lettera

che quei fremiti aumentava, una lettera che era una scossa elettrica. In

essa diceva al grande agitatore genovese: «Vieni, prima che la mia vita

cessi, come rivo tra i sassi, nei giorni del sole. Io per aspettarti mi

soffermo sopra il limitare della morte, che invoco. Impotente a

stringere la spada come il Bardo normanno, mi ti porrò al fianco nel

giorno della battaglia vicina; m'avanza qualche immagine di poeta nella

testa, qualche affetto nel cuore da potere inalzare un ultimo canto — o

la requie — o il trionfo dei valorosi.»_

_Corso a Firenze, dove Leopoldo II ondeggiava tra gli austriaci e le

riforme, il Guerrazzi arringa il popolo, gli parla di patria, di

libertà, lo sprona a fare, a sorgere, a imporre il suo volere al

Granduca titubante. È arrestato nel gennaio del 1848 per ordine del

Ridolfi, e rinchiuso nel Falcone di Portoferraio. Uscito di carcere in

marzo, dopo la proclamazione della Costituente, ricomparisce in Firenze,

allora tutta sottosopra, e dagli elettori di San Frediano viene eletto a

far parte del Consiglio generale toscano. Nel settembre di quello stesso

anno è mandato a Livorno perchè plachi il popolo e lo consigli a non

commettere violenze, le quali molto avrebbero compromessa la causa della

libertà. Ascoltata è la sua parola, seguito il suo consiglio. Ritornato

a Firenze, vien nominalo ministro dell'interno; e, con Montanelli e con

Mazzoni, pure ministri, cerca di mantenere il Granduca sulla via delle

riforme. Ma il Granduca, impauritosi, fugge. Allora il Guerrazzi, il

Montanelli, il Mazzoni, prendono le redini delle cose e costituiscono il

governo provvisorio della Toscana. Sventano la congiura del generale

Laugier, stato incaricato di sottomettere nuovamente il paese, e si

rendono molto benemeriti della patria._

_Nella notte del 27 marzo 1849, viene il Guerrazzi nominato dittatore

della Toscana: e, in quella carica, dà prova di alto coraggio e di

grande energia. Ha da lottare contro gli austriacanti, contro i

lorenesi, contro i moderati, anche contro il popolino, ma non si

sgomenta per ciò; lotta e non si lascia vincere. È una fibra di ferro

che, non soltanto non si rompe, ma nemmeno si piega. In quei giorni, F.

D. Guerrazzi fu veramente grande; grande quanto un reggitore di stati

espertissimo; grande quanto un eroe antico._

_Avvenuta, il 12 aprile, la restaurazione granducale, il Guerrazzi fu

imprigionato nel forte di Belvedere. Indi, prima che gli Austriaci

entrassero in Firenze per accompagnarvi Leopoldo II, fu trasferito nel

Maschio di Volterra. Da quel carcere passò, nel novembre del 1849, in

quello delle Murate di Firenze; e vi rimase fino al 1853. In questo

secondo carcere scrisse parte della _Beatrice Cenci_ e _La Vendetta

paterna_. Così non rimaneva egli inoperoso._

_Fattogli il processo, venne condannato all'ergastolo: ma la condanna

gli venne poi commutata in quella di confino in Corsica._

_Si cercò nel processo di coglierlo in fallo per abuso del pubblico

denaro, che egli avrebbe commesso nella sua qualità prima di ministro,

poi di Dittatore: ma non vi si riuscì. Fu anzi provato che, in tutto il

tempo che egli rimase al potere, non solo non aveva abusato del denaro

del pubblico, ma vi aveva rimesso «del suo più del doppio dello

stipendio.»_

_A propria difesa scrisse il Guerrazzi l'_Apologia_, nella quale vi

hanno pagine eloquentissime, che anche oggi non si leggono senza

ammirare._

_Il Guerrazzi giunse a Bastia nell'agosto del 1853 e vi rimase fino

all'ottobre del 1856. Ivi terminò la _Beatrice Cenci_ e scrisse la

novella_ «Fides».

_Intimatogli poi il _«domicilio coatto»_, fuggì a Capraja, e di lì andò

a Genova. Vi rimase fino a che il _danno_ e la _vergogna_ della patria

durarono. Nell'epico _cinquantanove_ ricomparve in Toscana, e molto si

adoperò per l'annessione di quella terra al regno unito d'Italia. Fu

quindi eletto deputato prima a Rocca S. Casciano, poi a Livorno, poi a

Casalmaggiore, poi a Caltanissetta, finchè, nelle elezioni del 1870, con

patente ingiustizia ed ingratitudine, non venne lasciato in disparte; di

che molto egli si accorò ed indispettì._

_Nella camera dei deputati il Guerrazzi sedè costantemente a sinistra, e

spesso parlò, ascoltato sempre. Memorabile è il discorso che pronunziò

contro la cessione di Nizza alla Francia. Disse parergli delitto levare

col voto la patria a Garibaldi, quando egli, per ridarci con la spada la

nostra, aveva messo a repentaglio la vita; e ammonì che cedere Nizza

alla Francia era lo stesso di conficcare un chiodo nella bara della

unità italiana._

_Generose, magnanime parole, ma vane!_

_Contro la _setta dei moderati_, come egli la chiamava, il Guerrazzi se

la prese a morte, e attribuì ad essa tutte, o quasi, le disgrazie che

poi all'Italia derivarono. Ma se egli avesse vissuto ancora, avrebbe

detto forse egualmente di coloro che ai moderati successero nel governo

della cosa pubblica, poi che gli uni non gli sarebbero parsi molto

migliori degli altri._

_Ritiratosi a vita privata, nella sua nativa Livorno, fu spettatore di

vergogne e di codardie senza nome, e ne rimase stomacato. La

ingratitudine della nuova Italia, al cui risorgimento sapeva di aver

tanto contribuito, lo ferì nel più vivo dell'anima. Mentre il governo

livornese gli aveva fatto offrire una cattedra di letteratura nella

università di Pisa, cattedra che egli sdegnosamente rifiutò, nessuna

offerta gli venne mai fatta dal governo della nuova Italia, nemmeno

quella del più umile posto di professorucolo, quasichè valesse egli di

meno dei tanti ex preti, ex frati, ex austriacanti, ex Borbonici, ex

papalini, verso dei quali i ministri della monarchia furono così

prodighi d'impieghi e di onorificenze._

_Il Guerrazzi, nauseatosi della vita cittadina, ove tanto fango aveva

visto agitarsi, si ritirò nei suoi ultimi anni al Fitto di Cecina, nella

forte Maremma toscana, e colà visse «in compagnia del mare, delle

foreste scarmigliate dal vento e della malaria, invocando, e non potendo

ottenere, pace», come egli stesso ebbe a scrivere. Dalla fiera

solitudine del Fitto di Cecina levava di tanto in tanto la voce a difesa

dei diritti del popolo e a condanna di coloro che quei diritti ledevano,

e le parole del vecchio solitario avevano un'eco potente in tutta

l'Italia. — Vicino a morire, e conscio del suo prossimo fine, manteneva

tutta la fierezza della gioventù, tanto da scrivere ad un amico: «Riapro

il mio testamento per ordinare che, morto, mi brucino, e la cenere

conservino in casa. La mia pelle, per gli Dei superi ed inferi, non

servirà da tamburo in fiera ai ciarlatani moderati.»_

_La morte lo colse improvvisamente al Fitto di Cecina nella sua villa

della _Cinquantina_, la sera del 23 settembre 1873. Ebbe grandi funerali

di popolo, ai quali tutta Italia prese parte in ispirito, ed onorata

sepoltura vicino alle ossa paterne, sul monte a capo della terra che gli

fu culla, come, prima che lo sdegno gli suggerisse le sopra riportate

parole, era stato suo desiderio._

_A quella tomba le madri italiane conducano i figli, e dicano loro le

parole che nella splendida introduzione alla _Beatrice Cenci_ il

Guerrazzi scrisse di sè:_

_«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora

che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo: tutta la sua vita fu

una lunga lotta con lei; ma le lotte con la fortuna assomigliano a

quella di Giacobbe con l'Angelo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si

travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli,

nè principi; — lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli lanciarono

strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri; parte l'esilio.

Prigioniero, meditò e scrisse: libero, si affaticò per la salvezza

comune, e principalmente per quella de' suoi nemici ed emuli. Invano la

ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le acque dell'affanno

lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso, gli piacque la

potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta

passione di menti plebee: nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa

assai) egli obliò._

_«La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in

pugnale di assassino. — Quando altro non potè fare, col proprio seno

tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero

durato ad essergli, nemici. — Il popolo un giorno lo ruppe come un

giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite

come schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde

sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo,

lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno

infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra

questa terra desolata le parole:_ Virtù, Libertà.» —

_La forte, l'eroica, la socialistica Livorno decretò a quel suo grande

figliuolo un monumento; e questo sorse il 17 maggio 1885, nella piazza

che da F. D. Guerrazzi prese nome. Bene! Ma perchè raffigurare il

Guerrazzi seduto, in atteggiamento di un notaio che stia rogando un suo

atto, o di un fattore che pensi i saldi annuali? — Il Guerrazzi, o

scultore Lorenzo Gori, doveva essere raffigurato su dritto della bella,

della nobile persona, su fieramente impettito, tutto muscoli, in atto o

di contemplare, superbo e sdegnoso, le bassezze pullulantigli ai piedi,

o di gittare alle turbe la parola della libertà, la fatidica parola

contenuta nei libri di lui. Oltre che con le azioni valorosissime, il

Guerrazzi lavorò alla effettuazione del suo bello e forte ideale con le

opere dello ingegno: esse, può dirsi, furono tutte a questo scopo

dirette._

_E bene a ragione poteva egli scrivere al Mazzini: «Scopo supremo per me

era tentare se scintilla alcuna restasse nel corpo della patria per

accendere di vita le presenti e le future generazioni. Non mi pareva che

corresse stagione di badare come le acconceremmo il manto o la corona;

la questione era quella d'Amleto: _essere o non essere_. Tutto il mio

concetto sta in questi versi di Francesco Petrarca:_

_«Che si aspetti non so, nè che si agogni_

_Italia, che i suoi guai par che non senta,_

_Vecchia, oziosa e lenta._

_Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?_

_La man le avess'io avvolta entro i capegli!» —_

_«Quindi reputai carità adoperare tutti i tormenti praticati dagli

antichi tiranni, e dal Santo Uffizio, ed altri ancora più atroci

inventarne per eccitare la sensibilità di questa patria caduta in

miserabile letargia; io la feriva e nelle ferite infondeva zolfo e pece

infocati; la galvanizzava, e Dio solo conosce la mia tremenda ansietà

quando le vedevo muovere le labbra livide e gli occhi spenti»._

_Non potendo egli combattere una battaglia, scriveva un libro; ed il

libro, diremo con Giuseppe Mazzini «aveva in sè tutte le ispirazioni,

tutte le alternative, tutto il furore d'una battaglia»; — il libro era

una battaglia veramente. Contro chi? — Contro i nemici della patria e

del popolo, chiunque si fossero, da dovunque venissero, prima contro i

tiranni estranei, poi contro quelli indigeni, contro tedeschi, contro

preti, contro moderati, contro tutti furfanti. E le pagine del Livornese

bruciavano come tizzoni ardenti, come bottoni infocati, tagliavano come

spade affilate, come baionette, come mannaie, facevano piaghe profonde,

sanguinanti permanentemente, non rimarginabili._

_I colpiti dalla prosa del Livornese non trovavano più pace, quella

prosa li stigmatizzava, l'infamava, li metteva alla berlina. Erano

allegre vendette quelle del Guerrazzi, fatte in nome dell'Italia e del

popolo! Si leggano la _Battaglia di Benevento_, l'_Assedio di Firenze_,

la _Beatrice Cenci_, il _Pasquale Paoli_, il _Secolo che muore_,

l'ultimo lavoro di lui, e si giudichi. Si giudichi se i libri del

Livornese sono o no battaglie campali; se in essi il Livornese riuscì o

no a rimescolare cielo, terra e inferno. L'Italia la rimescolò tutta, da

un capo all'altro. La sua _Battaglia di Benevento_ e il suo _Assedio di

Firenze_ furono il «sorgi e cammina» gridato alla patria che pareva

cadavere._

_In proposito del Guerrazzi bene osserva Giuseppe Mazzini: «L'ufficio

dello scrittore s'è rivestito nel suo concetto dei caratteri d'una

missione. Audacie, pericoli, dolori inseparabili da ogni missione, egli

ha tutto accettato. Ei s'è incarnata la patria. Le ferite della patria

son sue ferite; i nemici della patria son suoi nemici; ed egli ha

cacciato, non potendo altro, il guanto a tutti; papa, impero, oppressori

o seduttori stranieri, oppressori o seduttori domestici, sono

flagellati, flagellati a sangue uno per uno.»_

_Dalla lettura dei libri del Guerrazzi i giovani italiani si alzavano

soldati, si alzavano eroi, come se tocchi da un qualche intuibile nume

benefico. Ed entravano pieni di fede nelle cospirazioni, affrontavano

sorridendo il patibolo, salivano cantando sulle barricate, si

scagliavano come leoni nelle battaglie, e morivano col santo nome

d'Italia sulle labbra...._

_Oh immortale rettorica, se rettorica è questa! —_

_I pedantuzzi d'Italia, essi che mai _non fur vivi_, ostentano oggi un

grande disprezzo per le opere letterarie del Guerrazzi, sembrando loro

che l'arte in esse difetti. Ma il popolo ama il Guerrazzi, lo legge

sempre, e vi piange, e vi freme, e vi si entusiasma. E le opere

letterarie del Livornese si continuano a ripubblicare, ed è giustizia

che sia così._

_Un grande artista, ce ne duole pei pedantuzzi d'Italia, fu F. D.

Guerrazzi. Se l'arte di lui non è più quella che noi, oggi, seguiamo,

quella che i nuovi tempi richieggono, non vuol dire; è sempre arte, e

rispettabile sempre. — Ma come si debbe scrivere la lingua che parliamo,

può il Guerrazzi insegnarci anche oggi._

_Egli diede alla prosa italiana atteggiamenti nuovi, scultorii. Egli, in

tempi nei quali belavano le arcadie e sfringuellavano le accademie,

infuse nella prosa italiana l'anima che l'era venuta a mancare, le

ridiede il sangue, il colore, la forza. — Fu egli chiamato il Titano

della prosa, e la denominazione sta, poi che titanica è invero la prosa

sua, così straordinariamente insolita._

_Ma guai agli imitatori di lui! Guai a chi volesse, soprattutto,

imitarne lo stile. Questo, noi pure ne conveniamo, è, nei primi lavori

del Livornese, gonfio e rettorico assai. Ma se ne corresse il Guerrazzi;

e ciò può vedersi nel _Pasquale Paoli_, nell'_Asino_, nel _Buco nel

muro_, nelle _Vite_ del Doria, del Ferrucci, del Burlamacchi, nello

_Assedio di Roma_, nel _Secolo che muore_, nei quali libri lo stile non

ha i voli turbinosi che si notano negli altri, ma procede quasi sempre

calmo e sereno per via naturale e piana._

_Nei primi lavori il Guerrazzi, come scrittore, non s'era ancora fatto;

non aveva ancora una individualità propria. Era bensì l'innamorato di

Giorgio Byron, il suo scolare. Il Guerrazzi si fece di poi e divenne

originalissimo scrittore. A qualunque genere letterario ei si

accostasse, sapeva trasformarlo ad immagine sua, vi lasciava la sua

impronta._

_La fantasia che egli ebbe fu alata, fu poderosa, fu straordinaria;

proprio. Se fosse stato poeta nel vero senso della parola, avrebbe

rivaleggiato con l'Ariosto. Ma un Ariosto molto triste e fosco sarebbe

stato egli!_

_Romanziere, è il più immaginoso che abbia l'Italia. I romanzi di lui,

sebbene s'intitolino da soggetti storici, sono, più che altra cosa,

parti della sua fantasia._

_E, questa, nella sua corsa sbrigliata, non gli dava agio di fermarsi a

considerare se quel carattere era umano, se quella situazione era

naturale. Ed è cosi che i romanzi guerrazziani difettano spesso di

umanità e di naturalezza. Ma non debbonsi giudicare coi criteri che del

romanzo oggi abbiamo. Si pensi che il Guerrazzi non poteva essere un

romanziere naturalista. Poi, egli aveva un genere di romanzo tutto suo;

e, si aggiunga, un genere di storia, un genere di satira tutti suoi

speciali. E, in quanto al genere satirico, che autore di satire il

Guerrazzi! Ricorda Sterne ed Heine, ma non è nè l'uno nè l'altro; è lui,

nessun altro che lui._

_Oltre che immaginosissimo romanziere e fine satirico, oltre che

prosatore eletto, fu pure un erudito dei primi, da non scomparire

nemmeno di fronte al Voltaire, che egli, anzi, si studiò d'imitare._

_La erudizione che egli ebbe fu varia e profonda, e la si trova

disseminata nelle sue opere, siano romantiche, siano storiche, talora

anche a scapito di queste, poi che a volte ne intralcia l'andamento e ne

rende difficile la lettura._

_Se si fosse messo di proposito a scrivere di estetica sarebbe oggi tra

i più poderosi nostri critici. Di questo ci assicurano moltissime sue

pagine, nelle quali si ragiona d'arte con un senso del bello che pochi

invero posseggono._

_Il Guerrazzi non va certamente immune da difetti, e noi, sebbene

ammiratori fervidissimi di lui, ci guarderemmo dal proporlo in tutto e

per tutto ad esempio. Ma egli va preso com'è, e, così com'è, è grande:

grande tanto come scrittore quanto come cittadino._

Livorno agosto 1888.

La vendetta paterna · 第 6 / 69 题