ARGOMENTO.

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla

fuga.--San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa

Teresa.--Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna,

ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.--Santa

Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona

voluttuosamente nelle braccia di lei.--Loiola, Domenico di Guzman,

Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a

Lucifero.--San Pietro abbandona le porte del paradiso.--L'Eroe sventa la

congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.--I congiurati santi tentano

la fuga, e periscono miseramente.--Lucifero arriva alla presenza di Dio,

cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie

fedeli.--Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi

aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a

Prometeo la fine dell'impresa.

Appena il grido de l'Eroe percosse

Con sinistro rimbombo il ciel vicino,

E le prossime schiere e la funesta

Voce avvisâr dei minacciosi estinti,

Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto

Da la paura, si guardâr negli occhi

Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio

L'imminente periglio, e sì com'era

Sfidato e triste e non del fato ignaro,

Sul primo che gli occorse eburneo seggio

S'abbandonò. Stupidamente in giro

Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto

Pipilargli a l'orecchio udì il divino

Colombo, e sospirar, qual su la Croce,

L'incarnato suo figlio, in un dirotto

Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme

Di stupore i Beati e di sgomento.

Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro

Suscitator di sitibonde febbri,

Leva un rospo un loquace inno alla luna,

Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro

Le profetiche rane, onde a l'intorno

Di chioccio chiacchierio suonano i campi;

Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine

Vòlte del vacillante Eden destossi

Un suon di disperate urla e di pianti.

Piangean le poverette alme digiune

D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore,

E tu primo fra loro, o immacolato

Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi

Tutto adorno di ceri e di ghirlande

Ei traducea l'eterne ore in ginocchio

Mormorando preghiere a un Crocifisso

D'indico dente elefantino. Il novo

Gemito udito, in piè balzò, le ceree

Mani protese, e, l'argentina voce

Spaventato cacciando, a correr diessi

Per li stellati corridoi del cielo.

Accoccolata a un angolo romito

La povera Teresa ivi giacea

Stranamente ghignando. In lei si avvenne

Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta

Dietro di sè del cacciator la pésta,

Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde,

Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto,

Tal fra le gonne sbrindellate e conce

De la squallida pazza il mal completo

Garzon cacciò la paürosa testa,

Nè badò per la prima al sesso avverso.

N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa

Che una grave bertuccia a' rai del sole,

Tolto fra braccia un piccioletto amico,

Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende,

Così, strillando allegramente, al vizzo

Petto ella strinse il trepido fanciullo,

E tante gli tessè d'intorno al corpo

Con la lubrica man giochi e carezze,

Che a la fine ei sentì corrergli il sangue

Tale un'ignota voluttà, che a un punto

Sussultando fra' brividi si svenne.

Sveníansi ancor, ma per cagion diversa,

Molte vergini suore, a cui l'intatta

Orsola impera. Altre scorrono urlando

La reggia; altre stracciandosi le chiome

E battendosi il petto van d'intorno

Perdutamente; qual con vitreo sguardo

Siede come fantasma, e qual, deforme

Per isterici spasmi e di spumanti

Bave immonda la bocca, a simiglianza

Si contorce di frigido ramarro,

Cui, smessa a un tratto la pesante zappa,

Fiede il villan con infallibil sasso.

Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto

Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira,

E, volato a Michel, che vergognoso

De l'ultime sconfitte i men frequenti

Lochi chiedea:--Qual mai desidia è questa

Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti

Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo

Di questo regno luminoso? È forse

Speme alcuna d'impero e di salute,

Che nell'armi non sia? Nel contumace

Ozio che il cor già impavido ti prostra,

Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!--

--Di viltà non parlar, con disdegnosa

Voce proruppe il pro' guerrier di Dio,

Non parlar di viltà, se vuoi che amari

Non saëttin dal mio labbro gli accenti.

Vil non fui mai: fra le celesti schiere

Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto

Di vedermi ai perigli andar men lesto

Di te, che forza del Signor ti appelli.

Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna

Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga:

A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume

S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo

Aquila io fui, che per l'eteree strade

Artigliai le saette; or, che ne falla

Con la fede de l'uom del ciel l'impero,

Notturna upupa io son, cui non già il sole,

Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.--

--Quanto mutato sei! quanto mutati

Tutti d'intorno a me qui nel felice

Regno de le beate anime, aggiunse

Fra disdegno e pietà l'angel superbo;

Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio?

Tutti d'umani scoramenti invasi

Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto

Io piegherò: spiri seconda o avversa

A la battaglia mia l'aura del fato,

Forza a forza opporrò; nè cadrò pria

Che l'avversario mio provi il mio brando!--

Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea

Spada traendo, alzò de l'armi il segno.

Come, uscendo a l'aperta aia dal nido,

La mal pennuta chioccia alza la voce:

Odono il noto crocidar materno

I pelati pulcini, e pipilando

Corronle intorno, e per l'accolto strame

Con piè inesperto a razzolar si dànno;

Così del bellicoso angelo al grido

Corsero i pochi, a cui mal noto ancora

Del conflitto de l'armi era il periglio.

Si sdegnò assai de la non folta schiera

L'animoso campion, pur, come seppe

La ordinò, l'attelò, la messe in punto;

E già, già si movean, pari a loquace

Frotta di gru, che la tempesta incalza,

Quando l'amor di Gabrïel, la bella

Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido

Del guerriero diletto, a lui sen corse

Spaventata, anelante, e:--Dove irrompi,

Forsennato, gridò: qual cieco inganno

T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo,

Non un popolo sol, non tutta quanta

La terra hai contro e i rubellanti abissi,

Ma con seco i destini. È troppo orrenda

Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta.

Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova

Produrre a prezzo di perigli il regno;

Se tempo è di cader, cadasi: io teco

Stretta morrò, non già con l'armi in pugno,

Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.--

Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso

Dubitava il gagliardo Angelo, quando

Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso,

Lieve lieve si scinse il roseo velo;

Ed ella in vista lagrimosa e tutta

D'amoroso pudor rorida, ai dolci

Studî d'amòr gli seducea la mente.

Strale fu questo, che andò dritto al core

Del divino guerrier: gli sfuggì il brando

Da la trepida destra; il vergognoso

Sguardo girò confusamente intorno,

E, balbettando futili parole,

Per man prese la dea, ne le lucenti

Stanze sacre ad amor trassela, e lei

Mal ripugnante degli ambrosei veli

Con mano carezzevole discinta,

Al talamo invitò, dove, il gagliardo

Proposito e il vicin fato e sè stessi

Dimenticando, a delibar si diêro

Del giardino d'amor l'ultime rose.

Come a l'odor di ramerino o timo,

Onor vago dei campi e amor de l'api,

Ruzzan gli agili gatti, e senton forse

Come un acuto stimolo, che il sangue

Fieramente gli assilla, onde su l'erba

Stropicciando il supin dorso flessibile

Con dolce miagolìo chiaman l'amica;

Così, ad esempio del lor duce e al viso

De la santa pulzella, arsero i petti

Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora

De l'instante rovina conoscendo,

Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi,

E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia

D'auree fanciulle e morbidi angeletti.

Mentre così, del lor destino ignari,

Dansi questi bel tempo, entro a la cupa

Anima del Loiola un serpeggiante

Pensier guizzò. La macera persona

Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce

Chiamò quanti nel cielo erano in pregio

Di sagace accortezza, e a lui ben atti

Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo

Mastro di frodolente opere; il santo

Conversor di Gusman, la cui parola

Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte;

Non che il fier Torquemada, anima acuta

Qual furtivo pugnal, che negli umani

Petti s'infisse ad indagar la fede;

Il ferino inventor d'ogni tormento

Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri

Tessitore di stragi, ed altri, a cui

Negò voce la fama. Eran costoro,

Poichè del fato avverso eransi accorti,

Tutti intesi a raccòr per le fulgenti

Aule del ciel quanto potean di ricche

Gemme e pregiate masserizie; e, fatto

Uno sconcio fardello, a quella forma

Che travagliansi attorno ad un osceno

Non ancor morto scarabèo le inopi

Formichette ingegnose, ad esso in giro,

Con le mani e co' piè forte spingando,

Trafelanti anelavano; e già già

S'involavan dal ciel, stolti! che fuori

Di quel regno di larve avean pensiero

Produrre oltre la vita; e negro intanto

Li batteva a le spalle il giorno estremo.

Li sorprese in quest'opra il conosciuto

Grido e l'aspetto del sagace amico,

Ed ascoso il furtivo ònere, a modo

D'astute gazze, e fatto al loco intorno

Di sè stessi gelosa ombra e tutela,

Aspettâr la proposta.

--Accorti e saggi

Siete inver più di me, disse il Loiola,

Se al bisogno del furto e de la fuga

Già date il tempestivo animo! Al certo

Periglioso è l'istante, e di tenaci

Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio,

Che propugnammo, ogni splendor tramonta:

Immortale ei non era; e noi già primi

Lo sapevam, noi che sol Nume in terra

L'utile nostro e il nostro regno avemmo.

Scarsa è la schiera e del mio nome indegna

Che mi resta laggiù; qui non è alcuno,

Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane

Le nostre armi son fatte; arbitro sorge

Il mortale Pensier, che in aurei nodi

Non a caso io distrinsi; ogni virile

Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso

L'avrei del tutto, ove più fine ingegno

Dato avesser le sorti ai miei fedeli.

Cederem noi per questo? A l'uom, già vile

Schiavo e strumento d'ogni mio disegno,

Noi, vili or fatti, piegherem la nostra

Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia

Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima

Faccia del mal muto s'accascia e trema,

Pusilla anima è detta; a noi, che tanta

Fama abbiam di sagaci, e siam beati,

Qual degno nome si addiría? Son troppe

Le dolcezze del ciel perchè a la prima

Si conceda al nemico! Abbiam rispetto

Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva

Già difesi imperammo. Inutil sono

Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza,

Possente arma, l'ingegno. È disperata

Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode:

Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.--

Tacque, e le man si stropicciò.

--Son d'oro

Le tue parole, a lui rispose il senno

Del Pastor di Montalto, e assai per fermo

Io ne lodo il valor; ma la patente

Sconfitta che vicina e certa io sento,

E meco ognun, tu non dirai che sia

Sorte miglior d'una latente fuga,

Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo

Di memoria e di spirto il cor mi regga,

Non dispero acquistar quanto or si perde;

Campar dunque fa d'uopo.--

--Altra io non veggio

Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse,

Che la via del fuggir!--

--Così ne fosse,

Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno

Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse

Tosto dato in balía quest'incarnato

Sovvertitor di sacrosanti altari!

Tal rete intorno gli ordirei, che vano

Al districarsi torneríagli il tutto

Suo senno astuto e l'infernal possanza!--

--E chi sa?, ravvivando il serpentino

Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo,

Chi sa, che in nostra man da ver non caggia

Quest'audace Lucifero? Fin quando

Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato,

Chiuder non dèssi a la speranza il core.

Ragno astuto, che vede in un sol punto

Disfatto il fine e pazïente ordito,

Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro

Loco, e con più sottile arte ed ingegno

Più certe insidie ai suoi nemici intesse.

Spero io così trar ne la rete il nostro

Burbanzoso avversario. Ardito e forte

Per certo egli è; ma un punto io gli conosco,

A cui se drizzi insidïoso un dardo,

Larga e secura gli aprirai la piaga.

Benchè spirito invitto e del pensiero

Apostolo sublime egli si vanti,

A la turpe materia il più profano

Culto ei professa; ed io più volte il vidi

Prostrato al piè d'una beltà terrena

Svestir l'orgoglio e gingillar la vita.

Udite or dunque un mio proposto. Appena

Ei si farà su'l limitar del cielo,

Niun lo scontri con l'armi: esperimento

Vano saría; vadagli incontro invece

Una, di quante sono ornate e belle,

Leggiadrissima santa (ed io fra tutte

Do la palma in quest'uopo a la divina

Prostituta di Màgdalo); gli abbracci

Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga

Per qualche istante da ogni fier concetto,

Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni

In una molle voluttà. Noi, quanti

Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti,

A lui d'intorno in vigilanti agguati

Tutti pronti staremci; e quando il fiero

Debellator di Dio da l'iterate

Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto

Nel più codardo e immemore abbandono,

Noi piomberemgli in un baleno addosso

Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi

L'avvinceremo; e poi che osceno e carco

Sarà tutto di ceppi e di ferite,

Tal gli darem di tutto polso un crollo,

Che i neri abissi e il regno suo riveda!--

Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti

Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza

D'immondo strupo di codarde jene,

Che, fatte ardite dal favor de l'ombre,

Mute s'affrettan pe'l deserto campo

Dietro al sentore di lontan carcame.

Contro a le sedi dei Celesti intanto

Lucifero irrompea. De l'abusate

Porte del ciel stava a custodia il divo

Pietro di Galilea, l'inclito alunno

Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave

Del paradiso. Udita avea la voce

Del nemico imminente, e, ben che molto

Fosse d'uomini esperto e di fortune,

Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa

Di fragil canna, che tentenni al vento,

Ondeggiava diviso in due consigli:

O sguainar l'arrugginita spada,

Che pendeagli dal fianco, e alla difesa

Rimaner, benchè solo; o, abbandonata

La difficil custodia ad altri o al caso,

Svignarsela di furto.

--Audace impresa,

Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale,

Tener fronte da solo a un tal nemico:

Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io

Perigliarmi per tutti? Alcun non osa

Impugnar l'armi, ed io restar qui devo?

No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo

Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale

A difender sè stesso, io lo rinnego,

In fede mia, canti o non canti il gallo!--

Così pensando, si sottrasse. Come

Al furïar di subito uragano

Cade svelta dai cardini la porta

D'un povero abituro: urla dal fondo

La famigliòla spaventata, in quella

Che ogni serbata masserizia in giro

Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;

Spalancossi in tal guisa al primo tocco

Di chi porta la luce il vecchio albergo

Del paradiso, ovvio lasciando e vasto

Al guardo e al passo del Ribelle il varco.

Grande e securo e tutto lampi il volto

Su la soglia Ei piantossi, e parea sole

Di cotanto splendor, che incerte faci

Ben dir potevi a petto a lui le stelle.

Siccome spada folgorante, in pugno

Un raggio acuto gli splendea; tremenda

Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti

Ferrei fantasmi e fiere larve han vita

Con sovrana virtù spezza e dilegua.

Così l'Eroe proruppe; impazïenti

Del solenne giudizio a lui da presso

Si versano le schiere, e tutte in giro

Prendon l'aurea magione, a simiglianza

Di sonanti fiumane, a cui più freno

Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra

S'accavallando, fragorose e torbide

Divorano la valle e i campi affogano.

Come allor, che dai cupi antri improvviso

Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote,

Trema intorno la valle; impäuriti

Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto

Balzan globi di fumo atro, e sul capo

Piove di ardente e negra sabbia un nembo;

Così a la vista de l'Eroe si scosse

La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi

Fuggîr senza consiglio i sacri armenti

Vociferando, e qual siede, o s'arresta,

Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,

Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.

Questo fu il punto, che, disciolta i crini

Biondissimi e con piè trepido, in vista

Di verginella, al gran Ribelle incontro

Mosse la bella Maddalena. Il colmo

Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro

D'un superbo trïonfo; entro ai non folti

Docili veli le tondeggian tutte

Le rosee membra riluttanti: un nimbo

Di reconditi incensi errale intorno

A la vaga persona, e di pungenti

Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue.

Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti

Nei lor taciti agguati ansan parecchi,

Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,

Congiurati al Loiola. Intento e assôrto

Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto

Abbadava costei, che del sedurre

Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.

Ond'ella il passo gli precise, e:--O santo

Arcangelo, esclamò, ben si conviene

A la luce del tuo sguardo immortale

Questo splendido regno! E chi dir puote

Che nemico tu sei? che una superba

Smania di regno ti conduce al cielo

A sovvertir l'adamantina sede,

Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna

Ti precorre la fama, e mal diritto

Veggion queste beate anime, a cui

Tanto incute il tuo nome alto spavento.

Luce ed amor sei tu: simile a novo

Raggio d'innamorato astro sorride

La tua fronte serena, e a dolci affetti,

Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.

Oh! ben torni fra noi; qui non mortali

Semina rose amor, qui sempre viva

Fonte di voluttà schiude il mio seno!--

Udì l'Eroe la subdola proposta,

E amaramente le gittò sul volto

Queste parole:

--O penitente eterna,

Nè pentita giammai, qual ti germoglia

Ne l'instabile cor postuma brama

Di novelle avventure? Un mi son'io,

Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,

L'aspre battaglie del pensier prepongo!--

Disse, e sdegnando procedea, già sciolto

Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto

Tramutando tenor d'arti e d'accenti,

Ruppe in alto cachinno:--E ci voleva

Proprio questa, esclamò; state a vedere,

Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,

A questa vecchia golpe senza coda

Vien pizzicor di farsi anacoreta!

Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,

Son figlia d'Eva, e non son senza macchia

Come la madre di Gesù: codesta

Mascheraccia d'apostolo su'l muso

Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe

Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole,

Il sagrificio di mangiare il pomo!--

Così dicea, ma seminate al vento

Si disperdean le lubriche parole.

Visto il colpo fallir, nè di salute

Più sperando altra via, fuori ad un tratto

Dagli agguati sbucò la tortuösa

Anima del Loiola, e si gittando

Di traverso a l'Eroe:--Salvami, grida,

O glorïoso Arcangelo! Per te,

Non già per Dio, sovra la terra io tesi

La rete mia!--Volea più dir, ma come

Non crudel passeggero, a cui di sotto

Venga un turpe scorpion, che velenosi

Lascia i morsi ove tocchi, immantinente

Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,

Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,

Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo

Del supplice maligno, il qual diè un forte

Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno

Di putida mefite il ciel sereno.

Questo fu il segno de la strage. Appena

Del suo duce la fin videro i Santi,

Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,

Tal che frotta parean di saltellanti

Locuste ingorde, cui la fiamma incalza

Più vorace di lor. Più volte indarno

Una mano d'audaci angeli e santi

Far impeto tentâr contro a le schiere

Del luminoso Eroe; ma qual fremente

Cavallon che si franga a la ronchiosa

Rupe, spezzate contro a lor cadeano

L'avverse armi e l'ardire. E come avviene

Nel nebbioso novembre, allor che in dense

Falde piovon dal ciel l'umide brume,

E nereggian le vie, quasi colpite

D'occulta lue cadon le mosche esose,

Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,

Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno

Sparse e brutte ne van le mense e i letti;

Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto

Fioccan morti i Beati, e tu soltanto

Li ferivi co'l tuo sguardo immortale,

O trïonfante Verità. Fra tanto,

Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo

Ricondursi volean Sisto e Ghislieri,

Torquemada e Gusman. Li precedea,

Stranamente strillando e mulinando

Sovr'esso il capo la ghierata gruccia,

Il feroce Arbuënse, e una mal viva

Folta di Santi lor tenea bordone.

Li riconobber da l'opposta parte

Co'l profondo veggente occhio i campioni

Del libero Pensiero, e un minaccioso

Mormorio si levò, come di vento

Precursor di procella. Ardean di cupo

Sdegno le generose anime, in quella

Che con flagel di sanguinosi motti

Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.

Non però immoti ne le lor falangi

Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo

Che una coppia di fulve aquile, altere

Dominatrici di profonde altezze,

Con pari volo e con funesto strido

Piomban sovra a la preda, essi al feroce

Fuggitivo drappel di tutta punta

S'avventarono incontro, e:--O manigoldi

De l'umano pensier, gridò con fiera

Voce l'ardito precursor di Nola,

Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!--

Disse, e ghermendo con la ferrea destra

Torquemada a la strozza, in turbinoso

Modo il rotò, che spatola parea

In man d'esperto battitor. Lanciollo

Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto

Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa

Foggia si franse e si divise, a modo

Di crinato utensil d'impura argilla

Lanciato a l'aria da fanciul bramoso

D'udirne il tonfo e di contarne i cocci.

Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte

Non s'acquetò; chè in quante parti e brani

S'eran divise le sue membra, in tanti

Si spezzò la sua vita, onde ciascuno,

Che guizzando e serpendo invan tendea

A congiungersi a l'altro, era dannato

A soffrir sempre, e a non morir giammai.

Fra mani allora al pensator d'Otranto

Fieramente stridean Sisto e Ghislieri.

Ambi agguantati egli li avea, qual suole

Assiduo scardatore, il qual prendendo

Due manciate di canape, fra loro

Pria le sbatte più volte, indi le affida

Al nemico di lische ispido cardo.

Si mordevan per rabbia i duo percossi,

E sgraffiavan rignando, e parean due

Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue

Nel rigido gennaio un caldo amore:

Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia

De l'amica ritrosa, a notte piena

Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,

Soffian, sbatton la coda, alzano in arco

L'ispido dorso, e duri, intirizziti

Muovonsi con guardingo atto d'intorno,

L'arida lingua saettando: a bada

Si tengono così, fin che il più lesto

La granfia avventa e vibrasi a l'assalto.

Odi allora echeggiar di strilli acuti

La sacra notte, rotolar sul tetto

Smosse tegole e sassi, e chi del dolce

Sonno si svolge in quell'istante, umani

Gemiti e grida ascoltar crede al vento.

Così le due sinistre anime, a un punto

Fatte da l'ira e dal dolor nemiche,

Si sbranavan fra loro, insin che stanco

Di quel fiero piacer l'eroe nemico

Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi

Da l'alto ciel precipitando, e ancora

Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta

Fremebonda la terra, ove un'eterna

Vita servile e in gran terror vivranno.

Scórsi muti e di furto eran fra tanto

L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo

Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,

Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.

Si sferrò allor da la sua schiera il forte

Riformator di Vittemberga, in guisa

Di mortifero strale, e una tremenda

Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi

I fuggitivi, e balenâr perplessi

Fra la lotta e la fuga, in simiglianza

D'inseguito assassin, che fischiar senta

Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse

Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte

Subitamente, s'avventâro ai fianchi

De l'iracondo novator. Qual pura

Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia,

Se a la putida pece arda vicina,

A lei tosto s'apprende: a poco a poco

Struggesi questa; in negre bolle impure

Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto

Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo;

Tal divenne Lutero, allor che intorno

Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi

I due rabidi santi, a cui bentosto

Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido

Mandan gli audaci, e di balzar fan prova,

E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati

Restano a lui così, che in foggia strana

Fan di tre forme un mostrüoso aspetto.

Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,

Che li attacca, e li fonde, e meraviglia

N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini

Gli avvampa, or gli erra su le picee terga

Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi

Occhi gli siede, e nei precordii scende,

E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude

Con lenta voluttà rode e consuma.

Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte

De l'egro Nume il gran Ribelle arriva.

Solo il trovò nel più recesso loco

Del paradiso; e nullo era, di quanti

A le mense di lui s'eran nutriti,

Che a la difesa or vigilasse: ognuno

Che innanzi al passo de l'Eroe non era,

Futile inciampo, ancor fugato o vinto,

O il vol dava a la fuga, o in un furtivo

Ripostiglio del ciel, pallido, ansante

Scongiurava il destin. Voi soli in questo

Stremissim'uopo non lasciaste il trino

Padre deserto, o sovra ogni pietosa

Fida essenza del ciel pietosi e fidi

Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna

Merta ancora la fede, un chiaro grido

Non fallirà presso i venturi, a cui

L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.

V'era di Balaàm l'asino e quello

Che riscaldò di Betelèm la greppia

Col mirifico fiato; eravi anch'esso

L'accorto bue, che, abbandonato il duro

Solco e l'aratro, ad adorar sen corse

Il già nato Messia: meraviglioso

Di fede esempio, onde nei cieli assunto

Fu per nume di Dio, che la falcata

Fronte gli ornò di due vividi raggi,

Come un tempo a Mosè; v'eran del divo

Rocco i fidi mastini impazïenti

D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto

D'Antonio alunno, che il signor perduto

Fra' grugniti piangea: sul nero grifo

Gli discorrean le lagrime cocenti,

Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro

D'oprar le zampe come fosser mani,

Se le tergea con un candido velo,

Di ricami stupendo, opera e dono

De la diva Lucia. Ma visto appena

L'avverso Eroe, che procedea sembiante

A novo Sol, di subito disdegno

Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi

Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira

Ravvolse ed agitò la scarsa coda,

Ed arrotando le spumose zanne

Con irto il dorso e con pendule orecchie

S'avventò, che parea critico arguto,

Che carico di norme e di sofismi

Al tallon d'un poeta avventi il morso.

Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo

L'altre bestie devote; anzi ad un punto

Per ogni verso si scagliaron tutte,

E, stupendo a ridir! correano a morte

Come a danza, o convito. Alti lamenti

Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno

Per la reggia del cielo era un tedesco

Strano accordo di ragli e di grugniti.

Tentennava l'Eroe, commiserando,

La testa, e con un rigido sorriso:

--Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento

Di cotanti fedeli oggi ti resta!--

Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,

Che nel pugno tenea, la nebbia densa

In cui tutto era chiuso il Dio morente,

E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa

Che il ciel limpido apparve e la sparuta

Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi

Morto giaceagli il divo augel, che il grembo

Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto

Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,

Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente

Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto

Tutta umana bellezza, e una fragrante

Lucid'aura di pace e di dolore

Gli alïava d'intorno a la persona

Candidissima. Il vide, e il riconobbe

Lucifero, e parlò:

--Ben la catena

Di tua divinità spezzi in quest'ora,

Santo eroe de l'amore e del perdono;

Ben ritorni qual fosti al luminoso

Raggio del Ver, le cui vendette io segno!

Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi

Spirti di saggi, a cui Socrate è duce,

Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!--

Disse, e insegnava con la destra. Innanzi

Fecesi, a questo dir, l'intemerata

Luce d'Atene, e fra le venerande

Braccia il pietoso Nazzareno accolse.

Or l'estrema ora tua dirà il superbo

Genio che m'arde, o mal temuto Iddio.

Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto

Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto

Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo

Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa

Di già morto batràce, a cui dà strani

Moti il valor del ricorrente elettro.

E, come già solea nel greco mito

Le sembianze mutar Proteo marino,

Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge

De le putide foche il sorprendea

Con ferree braccia alcun mortale o nume,

Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico

Cento apparenze e simulacri e larve

L'egro tuo corpo in ratta vece assunse.

E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno

Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,

Ora Osiri appariva ed ora Anubi;

Or terribile e scuro e tutto cinto

Di tempeste e di morte, or fiammeggiante

Sole parea che l'universo avvivi;

Or fantasima inerte, or procelloso

Eversor di pianeti; e ferrea e cieca

Legge d'affanno, ed inesausta fonte

Di bontà, di clemenza e di perdono.

Fremean per lo profondo etra le schiere

Luminose dei Saggi; da l'opaca

Terra sorgean, che parean fiamme vive,

Le vittime dei Numi, e tutti a un grido

La giustizia chiedean. Pende dal labbro

Di Lucifero il Fato; a lui dintorno

Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma

Tranquillamente egli favella:

--È antica

L'arte, per cui forme tu cangi e nomi:

Rinnovarla or non giova! Assai sembianze

Sostenemmo di Numi, a cui la cieca

Fede de l'uom diè lunga vita e impero.

A l'un error l'altro successe; a un vôto

Fantasma altro fantasma; or tocca il fine

Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio

Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,

Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!--

Così dicendo (ed additava il sole,

Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo

De l'acuto suo raggio, e parte a parte

Lo trapassò. Stridea, come rovente

Ferro immerso ne l'onda, il simulacro

Fuggitivo del Nume; e, a quella forma

Che crepitando si scompone e scioglie

Fumigante la calce a l'improvviso

Tasto de l'acqua o del mordente aceto,

Tale al raggio del Ver struggeasi il vano

Fantasima; e in vapore indi converso,

Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.

Così moría l'Eterno. Ai consuëti

Balli movean gli antichi astri; dal cielo

Luminose partían come in trionfo

Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi

Lucifero. Arrivò co'l Sol novello

Sul Caucaso nevato, ove al soffrente

D'adamantino cor figlio di Temi:

--Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!--

Lucifero · 第 46 / 63 题