PRIGIONIERI AUSTRIACI

Novembre 1916.

_A Mario Missiroli._

Erano circa duecento, stesi per terra, falciati l’uno accanto all’altro

da un sonno più pesante della morte. Parevano cadaveri. L’abbandono,

il rilasso dei loro corpi non mostravano più nulla di volontario,

di mosso, di vivo. Ci sono posture nel sonno che rivelano ancora il

pensiero, o qualche cruccio della veglia, o la serenità del riposo,

o la quiete dolce, il sogno. Quelli erano corpi inanimati, senza più

nessun appiglio alla vita, nessun ricordo e nessuna plastica, allineati

per quattro o cinque lunghe file, tutti voltati sullo stesso fianco,

gli uni agli altri accostati, aderenti, stretti come salme deposte in

poco spazio per essere inumate in una fossa comune. Certo non l’ala

di un sogno affiorava dai giacenti; non si udiva un respiro levarsi

di sotto quei cenci che li avviluppavano, li fasciavano come corpi

induriti di mummie. Erano i loro cappotti turchini, dai baveroni

rialzati, che li coprivano fin sopra la testa: qualche mento con la

barba lunga veniva fuori qua e là, qualche pezzo di faccia dalla carne

pallida, cerea, o il giallore di una calvizie untuosa, o le occhiaie

profonde intorno alle palpebre chiuse, scavate sotto la fronte come in

un defunto. Le gambe s’allineavano come tronchetti di legno, ingrossate

dalle fasce fangose; e sporgevano i piedi chiusi negli scarponi di

cuoio buono che hanno i nostri nemici e che durano addosso ai cadaveri

per mesi e mesi: talvolta sui terreni dove i morti non si sono mai

potuti seppellire, rimangono a calzare agli scheletri le ossa dei

piedi.

C’era una umanità immensa, dantesca, in tutta quella carne prosternata

al suolo in attesa di una occulta remota resurrezione. E nella notte,

gli alberi a torno apparivano anch’essi senza vita e senza nome,

forme imprecise, nere, levate come scheletri su quella specie di umano

strame. E dentro il recinto non era che quella miseria, e l’odore del

branco putrido e l’albore della pacifica luna. Era un rilievo degno

della mente di Dante. Erano anime che venivano dall’inferno, scampate

alle bolge e alle doline del Carso, sfuggite al fuoco che piove lassù

a larghe falde sulla landa della nostra caccia selvaggia e della loro

condanna e del martirio. Erano lì come in un vestibolo di pace, sulla

terra che è l’avanzo di un parco, disseminata di paglia, di stracci, di

scatolette di carne in conserva. C’erano dei fanali azzurri appesi agli

alberi, fiochi come i lumicini che vegliano i malati, inutili, che si

perdevano nella chiarità lunare.

E quelli erano i prigionieri del giorno stesso, che avevano addosso la

cappa ferrea della fatica, sotto la quale non si potevano più muovere.

S’erano lasciati cadere lì allo scoperto, meccanicamente addossati

come per non soffrire il freddo pungente dell’alba, con le teste posate

sulla terra, come si trovano i morti. Non s’erano nè fatto nè cercato

un giaciglio, avrebbero preso sonno sulle più dure pietre, avevano lo

sfinimento, l’abbrutimento come capezzale, come materasso e coperta.

Si vedeva ch’erano affondati in un sonno cupo, senza risentimento e

senza intoppo, quasi presi in braccio dalla terra materna, che è la

genitrice eterna, dalla quale si esce, alla quale si ritorna, nella

quale si rimane poi per sempre quando ogni altro appoggio e abbraccio

e consolazione umana è finita per sempre. La terra che era per la loro

infinita stanchezza come il pane solo per la loro fame, come l’acqua

sola per la loro sete.

Quelli erano i combattenti di ventiquattr’ore prima, che avevano

sparato sui nostri soldati usciti fuori dalle trincee, che ne avevano

anche ucciso qualcuno, che avevano preparato dolore e lagrime alle

nostre madri. Erano lì, riposavano. Avevano salva la vita che è ancora

un bene sulla terra. Taluno di loro interrogato appena preso intorno

a quel che pensasse della guerra, aveva risposto: Per noi la guerra

è finita. Tutto quel che sarebbe accaduto dopo la loro partenza dalle

linee perdute, non li riguardava affatto: diventava una faccenda per

gli altri. E nella totale assenza di ogni altro sentimento che non

fosse di questa liberazione intera, suprema, avevano parlato.

* * *

Scampavano chi da uno, chi da due anni di guerra. Non avevano più altre

memorie che di guerra. Chi aveva fatto tre campagne, chi quattro:

parlavano della Serbia e della Galizia, dei Carpazi e del Trentino,

dove i loro battaglioni erano stati richiamati e sbattuti, dove erano

stati decimati e rifatti, donde erano tornati, come onde di un mare in

tempesta. Avevano corso tutte le linee ferroviarie dell’Impero, nei

lunghi treni che portano di qua e di là il nerbo delle offensive, e

poi i soccorsi febbrili sulle retrovie dei fronti rotti o minacciati.

Avevano combattuto d’inverno e d’estate, s’erano trovati di fronte

sempre nuovi nemici, s’erano trovati di fianco commilitoni sempre

nuovi, dalle favelle incomprese. Erano la storia viaggiante di tutte

le spedizioni militari dell’Austria. Avevano combattuto in Serbia

senza trincee, riparando il capo dietro un sasso qualunque: avevano

combattuto sui Carpazi nevosi nei rigidi inverni, con la morte nelle

carni, nelle ossa; erano stati mandati ora sul Carso, nella bolgia più

orrida di tutta la loro guerra.

Alcuni di costoro erano stati veduti e descritti da Wiegand mentre

tornavano dai trinceroni di Sei Busi, di Selz e del Cosich: gente che

aveva incrostata sul volto la maschera di terrore della guerra: la

carne dei loro compagni aveva appestato la conca di Doberdò, aveva

riempito i cimiteri sparsi sui luoghi dove oggi sono i nostri soldati.

Erano i testimoni della nostra guerra terribile, dicevano senza

esitazione che di tutti i fronti il nostro è quello dove si vive e si

muore più tragicamente di tutti. Parlando delle campagne sul fronte

russo, i contadini accennavano con poche parole alle terre distese, su

cui marciando avevano posato il piede, in cui avevano potuto scavare le

trincee con la vanghetta, su cui i proiettili affondano nella mollezza

del terriccio e dei solchi. Ma qui sul Carso avevano trovato la pietra

che vola in schegge sotto gli scoppi e dissemina e centuplica la

strage, come se ogni lastra d’acciaio riscoppiasse a mitraglia.

E avevano narrato il martirio della resistenza su linee che non erano

ancora pronte e finite: specie le più avanzate, contro le quali

le nostre fanterie avevano sferrato l’assalto, dopo due giorni di

bombardamento distruggitore. Chi aveva potuto trovare una caverna vi si

era imbucato, e non se ne era più mosso: era stato fatto prigioniero

dai nostri. Altri avevano avuto ordine di non arrendersi, di lottare

fino alla morte, così com’erano, allo scoperto o quasi, dietro alcuni

muretti di divisione tra campo e campo. Altri assicuravano che gli

ufficiali li avevano abbandonati in massa il giorno prima, lasciando

l’ordine di ripiegare lentissimamente, passo per passo, ricostruendo

difese improvvisate ad ogni opportunità che offrisse il terreno. Ad

alcuni era stato detto che le loro retrovie erano bombardate da nostre

granate asfissianti, e che perciò non pensassero nemmeno a fuggire,

perchè avrebbero trovato nella fuga la più atroce delle morti. Ad altri

erano state affidate le mitragliatrici, con l’ordine di scaricarle non

appena si mostrassero le nostre truppe: la grande arma con la quale il

nemico cerca di controbilanciare l’effetto spaventoso delle bombarde

italiane.

Interrogato in quali condizioni si trovasse Comen, un prigioniero aveva

dichiarato che tutti i Comandi n’erano scappati, cacciati dal nostro

fuoco. Altri parlavano della linea di Kostanjevica, come della vera

linea loro di difesa, senza interruzioni, ricca di caverne, munita

di saldi punti d’appoggio, in complesso durissima. Ma annunciavano

anche che i nostri calibri la tormentavano intensamente. Alla domanda

se avessero sofferto la fame, rispondevano che da qualche tempo

nell’esercito austriaco si gode del buon raccolto fatto quest’anno

in Ungheria. Ma negli ultimi due giorni moltissimi non avevano più

ricevuto il pane nè il rancio perchè il nostro fuoco d’interdizione

aveva impedito tutti i rifornimenti. E finalmente interrogati su

quel che si dice e pensa nel campo avversario della nostra continua

pressione e della nostra attuale offensiva, alcuni avevano risposto che

ogni giorno si attende una ripresa a fondo delle nostre operazioni,

che le preoccupazioni sono molte e vive, che l’animo delle truppe è

incerto, e che se noi fossimo giunti a Kostanjevica, essi avrebbero

dovuto poi ritirarsi su Adelsberg. Insistevano specialmente sulla

gravità delle perdite subíte sotto i nostri bombardamenti furibondi.

* * *

Questo ed altro avevano detto nei primi rapidi interrogatorii, subito

dopo essere calati giù in branco, per le strade carsiche che qualche

mese fa essi stessi o i loro commilitoni avevano disperatamente difese.

Quanti di quelli che noi vedevamo lì non erano passati in formazione di

plotoni e di compagnie su per la strada di Doberdò, dove ora corrono

i nostri autocarri, o per le strade di San Martino e di Castelnuovo,

dove ora s’odono i dialoghi dei soldati delle nostre centurie? Quanti

di quelli che giacevano a terra, ridotti come cenci, senza più forma e

senza più forza, non avevano tenuto per mesi e mesi le trincee al di

qua del Vallone, ora vuote, abbandonate, imbiancate alla calce come

luoghi d’infezione, corse nei lunghi silenzi da frotte fameliche di

topi?

Erano, quei prigionieri ai quali non si sarebbe dato un soldo,

nient’altro che i soldati dell’Austria, che avevano combattuto fino a

ieri come combattono i nostri nemici, tenacemente; senza speranza di

vittoria, ma senza rilasso. E duri alle fatiche fino all’estremo. E fin

quando sono sotto la sferza dell’aguzzino, disciplinati e feroci. Poi,

caduti prigionieri, perdono ogni carattere, ogni coesione, quasi ogni

fisionomia militare e d’un tratto rendono a chi li guarda l’imagine

degli elementi diversi dell’impero.

Ora, non parevano più che avanzi di uomini. Nel silenzio raccolto del

luogo, una bestialità stanca e greve li accomunava, come capi di un

gregge, distesi in lunghe file sulla terra che era già stata la loro,

donde s’eran dovuti ritirare, che avevano abbandonata a noi, e sulla

quale ora ritrovavano, tornando, una notte di requie.

Racconti di guerra · 第 20 / 23 题